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sabato 12 maggio 2018

Per l'egemonia nel medio oriente è scontro Iran-Israele



Sale la tensione in Medio Oriente fra Israele e Iran dopo la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo sul nucleare con Teheran. Si teme lo scoppio di un conflitto dalle proporzioni immani, che avrebbe come scenario di guerra la già martoriata Siria, dove Israele punta a rovesciare il regime nemico di Bashar Al Assad protetto invece dall’Iran. Nelle ultime ore si sono viste reciproche provocazioni.

Molti analisti attribuiscono la tensione crescente tra Israele e Iran al ritiro degli Stai Uniti dall'accordo sul nucleare annunciato da Trump giorni fa. I germi dello scontro dietro al recente 'attacco dì in Siria, esistevano già. A sostenerlo nella sua interessante tesi, Lina Khatib sulle pagine del Guardian, in cui spiega che la decisione degli Stati Uniti sul Jcpoa, già critici dell'intesa, è arrivata in un momento in cui il contrasto era già in corso.

Fino a che mancherà un progetto concreto d'intervento in Siria da parte degli Usa e degli alleati occidentali, continua Khatib, Israele e Iran non smetteranno di sfidarsi. Il controllo della terra di Assad per l'Iran è cruciale per mantenere l'egemonia nel Levante ovvero il corridoio sciita che collega l'Iran al mediterraneo passando per Iraq, Siria e Libano dove è sempre più forte il dominio di Hezbollah, la milizia-partito dopo il recente successo alle legislative.

Le immagini diffuse dall'esercito israeliano mostrano i siti militari controllati dall'Iran in Siria, per chiarire "di non tollerare la minaccia armata di Teheran vicino ai propri confini". Le basi corrispondono ad un'area a nord di Damasco tra Palmira e Deir el Zor a circa 700 chilometri da Gerusalemme.

Il pretesto di Israele per la risposta armata, ovvero un attacco da parte di Teheran con 20 missili nelle alture del Golan, è un ennesimo di una lunga serie. Simbolico il pezzo di drone iraniano, abbattuto dalle forze israeliane, sollevato da Netanyahu durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco lo scorso febbraio.

E poi ancora l'attacco alla base aerea T4 in Siria nella provincia di Homs, il 9 aprile condotto dall'esercito israeliano, secondo Russia, Iran e Siria in cui sono morti 7 iraniani. Alla fine dello stesso mese, il raid contro la Brigata 47, le truppe pro-assad, 26 i morti quasi tutti iraniani. per l'Osservatorio dei diritti umani è molto probabile che si sia trattato di nuovo dell'intervento delle forze israeliane.

In Medio Oriente a guidare il gioco non sono gli Stati Uniti ma Israele. Sono stati gli israeliani a scatenare la tensione e Trump, per ovvie ragioni di tenuta interna, non può che seguirli. In pratica Israele ha aperto le ostilità sapendo perfettamente che Trump non potrà non intervenire al fianco di Tel Aviv in una guerra contro l’Iran dalle proporzioni che potrebbero essere enormi. Israele del resto ha già attaccato le postazioni iraniane in Siria, e sarà proprio il territorio siriano il terreno dello scontro. Per altro Israele ha motivato gli attacchi a scopo preventivo per scongiurare di essere a sua volta attaccato dall’Iran. Ma non esistono prove che Teheran voglia attaccare. Piuttosto è Israele a voler cacciare gli iraniani dalla Siria, qui di prove ce ne sono tante.

Siamo ancora nel campo delle ipotesi. Ma le affermazioni di un alto funzionario del Cremlino riguardo la Russia e la Siria vanno comunque prese in considerazione per comprendere le mosse del Cremlino nei confronti dell’escalation fra Iran e Israele.

Come scrive Reuters, secondo il quotidiano Izvestia, che cita Vladimir Kozhin assistente di Vladimir Putin, la Russia non è in trattative con il governo siriano per la fornitura di missili terra-aria S-300 e non pensa che siano necessari. Una notizia che, arrivata dopo la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mosca e l’incontro con il presidente russo, assume un particolare significato.

Il mese scorso, la Russia, dopo gli attacchi alla Siria, aveva detto di essere pronta a fornire immediatamente il nuovo sistema al governo siriano. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, in un incontro successivo ai raid occidentali e israeliani, aveva sostenuto che Mosca non aveva più alcuna reticenza a fornire alla Siria questo supporto fondamentale per la protezione del suo spazio aereo. E quelle frasi furono duramente condannate dal governo israeliano, che considera da sempre la consegna di questo sistema come un pericolo per la sua libertà di manovra nei cieli siriani.

I commenti di Kozhin, che devono chiaramente essere confermati poi dalla realtà dei fatti, suggeriscono che le pressioni di Israele sulla Russia stanno avendo dei buoni risultati. “Per ora, non stiamo parlando di consegne di nuovi sistemi” ha detto Kozhin al quotidiano russo. Ma c’è una postilla a queste dichiarazioni che va presa in considerazione. Il consigliere di Putin ha infatti ricordato che l’esercito siriano ha già “tutto il necessario”.

Israele ha compiuto ogni genere di sforzo per persuadere Mosca a non vendere gli S-300 in Siria. Questo sistema, di fatto, ostacolerebbe (o renderebbe quasi impossibile) all’aviazione israeliana il colpire le postazioni iraniane, siriane o di Hezbollah. L’ombrello sulla Siria non riuscirebbe a garantire l’incolumità dei piloti israeliani. Ma soprattutto metterebbe la parola “fine” alla superiorità aerea di Israele sulla regione.

L’attacco di giovedì mattina, in cui Israele ha dichiarato di aver distrutto quasi tutta l’infrastruttura militare iraniana in Siria, con il sistema S-300 russo sarebbe stato praticamente impossibile. Il sistema missilistico, originariamente sviluppato dall’esercito sovietico, abbatte aerei militari e missili balistici a corto e medio raggio. E questo complicherebbe notevolmente i piani di Israele.

Attualmente, come riporta l’agenzia Reuters, “la Siria fa affidamento su una miscela di sistemi antiaerei meno avanzati di fabbricazione russa per difendere il proprio spazio aereo”. Ma sono comunque sistemi che stanno dando dei risultati discreti, visto che i recenti attacchi contro molte postazioni siriane hanno ricevuto una pronta risposta da parte della contraerea di Damasco.

La decisione del Cremlino, se confermata, potrebbe essere fondamentale per capire le prossime mosse di Putin in Siria. Probabilmente, il vertice di Mosca fra lui e Netanyahu è stato dirimente. I raid israeliani hanno dato una svolta alla guerra e la Russia ora deve riuscire nel difficile intento di mediare fra i desiderata di Israele e dell’Iran. Che seguono due linee diametralmente opposte.

La Russia ha un solo obiettivo: proteggere la Siria, Bashar al Assad e la sua presenza in territorio siriano. Non vuole entrare nella questione fra Teheran e Tel Aviv. E, se non consegnerà gli S-300 a Damasco, probabilmente ha preteso delle garanzie. Ora bisognerà capire fino a che punto le garanzie israeliane siano convincenti e, soprattutto, fino a che punto gli iraniani siano concordi con Mosca.



lunedì 12 febbraio 2018

Siria: la guerra per il petrolio



Attualmente sono 3 i fronti attivi negli ultimi giorni, con centinaia di vittime civili, mentre gruppuscoli Isis starebbero convergendo nella zona a sud di Idlib.

Dopo la campagna turca ancora in corso nell'enclave curdo siriana di Afrin, un nuovo e più cruento fronte si è aperto nella Ghouta , sobborgo orientale di Damasco, dove i raid aerei di regime avrebbero già ucciso almeno cento civili, tra cui numerose donne e bambini. Ulteriori incursioni si sono verificate inoltre nella zona a sud di Idlib, ultima roccaforte ribelle in cui soltanto qualche giorno fa l'aviazione russa avrebbe lanciato oltre 150 raid.

Se l’esercito turco sta conducendo un’offensiva militare contro il distretto di Afrin, enclave nord occidentale della Siria controllata dai curdi, l’esercito di al-Assad sta ora cercando di riprendersi quei territori controllati dalle Forze democratiche siriane. Il fiume Eufrate rappresenta la linea di confine tra l’esercito siriano, che controlla la parte occidentale al di là del grande corso d’acqua, e le forze dell’opposizione siriana che agiscono sotto la tutela del Syrian Democratic Forces (Sdf), nella parte orientale. Nessuno lo ha reso ufficiale, ma da tempo vige un tacito accordo tra Russia e Stati Uniti secondo cui nelle zone controllate dalle Sdf (e quindi dagli Stati Uniti) l’esercito siriano e i suoi alleati (Russia e Iran) non possono operare, nemmeno con l’aviazione. Viceversa nella regione a occidente del fiume.

Sembrerebbe che i disordini in corso avrebbero dato occasione di rialzare la testa ad alcuni gruppi dell’Isis ancora attivi nella regione, che ora starebbero convergendo proprio verso Idlib.

Quindi tutti contro tutti e col passare del tempo la guerra civile siriana sta assomigliando sempre di più al feroce conflitto che ha lacerato il Libano dal 1975 al 1990. Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno lanciato un raid aereo contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad che avevano a loro volta cercato di attaccare le Sdf, la coalizione multietnica sostenuta e addestrata dal Pentagono nella guerra contro l’Isis, in cui i combattenti curdi siriani rappresentano la forza di gran lunga maggiore. Ci sarebbe da chiedersi perché il regime di Damasco abbia attaccato le Sdf, cosa che non aveva quasi mai fatto, e comunque non con un’aggressione su vasta scala. La spiegazione è da ricercare nella delicatissima fase del dopo Isis. La guerra contro il Califfato aveva unito milizie e potenze regionali con interessi divergenti. D’altronde, sulla carta l’Isis era nemico di tutti. Del regime di Damasco, degli Stati Uniti e delle forze dell'opposizione armata siriana, della Russia e dell’Iran. In teoria anche della Turchia. Una volta venuta meno la minaccia è venuto anche meno il collante che aveva tenute insieme le diverse fazioni armate presenti in Siria.

Insieme all’opposizione araba sunnita, anche altri territori strategici come Raqqa, liberata dalle Sdf in ottobre. Se nell’enclave di Afrin, contro cui la Turchia ha scatenato un’offensiva per spazzare via le Ypg, il regime siriano sostiene le milizie curdo siriane - consentirebbe loro, attraverso un corridoio, di far passare rinforzi dai territori curdi della Siria orientale - l’escalation tra l’esercito siriano e le Sdf rischia ora di degenerare in un guerra aperta. Il motivo è semplice: il controllo dei giacimenti di petroliferi. In quest’area fornivano oltre 300mila barili al giorno. Un capitale a cui nessuno vuole rinunciare.

Nondimeno c’è l’allarme d'Israele all'indirizzo dell'Iran è stato chiaro dopo la battaglia aerea di in cui l'aviazione di Tel Aviv ha perso comunque un F16 che integrava la squadriglia inviata a bombardare postazioni siriane e iraniane in Siria ritenute minacciose, fra queste anche la base da cui è partito il drone di ricognizione iraniano abbattuto in Galilea.

C’è anche da mettere in evidenza che gli analisti dell’International Crisis Group hanno lavorato nei mesi passati al rapporto. «Israele, Hezbollah e Iran: prevenire un’altra guerra in Siria» è stato pubblicato pochi giorni fa e già riusciva a prevedere quel che poi è successo. Il responso premonitore è allarmante: «Questa fase nel conflitto siriano fa presagire un’escalation con Israele. Mentre il regime di Assad sta prendendo il sopravvento, Hezbollah si espande verso il Sud del Paese e l’Iran cerca di aumentare le capacità militari dei suoi alleati, così gli israeliani temono sempre di più che la Siria stia diventando una base iraniana».

«Con Assad sempre più saldo al potere — continua l’International Crisis Group — gli israeliani sono costretti a manovrare per contrastare il deterioramento della loro posizione strategica. Gli ostacoli da superare sono però cresciuti: il regime dipende sempre più dall’Iran, altri nemici (Hezbollah e le milizie sciite) sono ormai arroccati in Siria con la benedizione russa, e gli Stati Uniti — nonostante i proclami retorici di Donald Trump — non stanno facendo nulla per contrastare i successi accumulati da Teheran».

E’ giusto ricordare che Vladimir Putin ha lasciato spazio di manovra nei cieli «per colpire gli interessi militari legati all’Iran e sembra più interessato a tenere in equilibrio le diverse coalizioni combattenti che a far riprendere ad Assad ogni pezzo di territorio perduto. Ma se la Russia vuole arrivare a ritirare o a ridurre le sue truppe dalla Siria deve prima imporre delle nuove regole del gioco, altrimenti le ostilità tra Israele e l’Iran rischiano di mettere in pericolo i risultati che ha ottenuto, in particolare la stabilità del regime».

Gli autori del rapporto sostengono che — almeno nelle prime fasi — la prossima guerra tra Israele, Iran, Hezbollah avrà come campo di scontro la Siria per poi allargarsi al Libano, da dove il gruppo sciita è in grado di colpire le città israeliane con un arsenale di oltre 100 mila missili. «I russi hanno ancora tempo per evitare un conflitto totale proteggendo così l’investimento di questi anni per la sopravvivenza del regime e le vite di siriani, israeliani, libanesi».



venerdì 24 novembre 2017

Putin, missione compiuta in Siria: la regia del dopo Sato Islamico è sua



Gli accordi di Sochi normalizzeranno la situazione in Medio Oriente. Lo ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin che definisce costruttivo l’incontro con il presidente iraniano, Hassan Rohani e quello turco Recep Tayyip Erdogan.

Sulla composizione del Congresso di dialogo nazionale promosso dal Cremlino, la Turchia continua a rifiutare la presenza dei rappresentanti curdi.

“L’azione militare su vasta scala contro i gruppi terroristici in Siria sta volgendo al termine – ha detto Putin – Sottolineo che grazie agli sforzi di Russia, Iran e Turchia, siamo riusciti a prevenire il crollo della Siria”. L’intesa è totale ha aggiunto Erdogan, ma non specifica se siano state prese decisioni sulla presenza dei curdo-siriani. “L’accordo che abbiamo raggiunto è importante, ma non è ancora abbastanza – ha aggiunto Erdogan – è fondamentale che tutte le parti interessate contribuiscano a trovare una soluzione politica permanente e accettabile per il popolo siriano”.

Nei giorni scorsi il presidente siriano Bashar Assad era salito a Sochi, la capitale diplomatica di Putin sul Mar Nero, per rendere omaggio all’uomo che gli ha salvato il regno e il posto. C’è ancora molto da fare prima di ottenere una vittoria completa sui terroristi», ha ammesso Putin. Ma ciò che conta per lui è annunciare che si torna a casa; avviare il ridimensionamento della missione in Siria mantenendo comunque la base navale di Tartous e quella aerea di Latakia. Nel frattempo, l’imperativo di un’uscita di scena di Assad sembra finito in disparte, anche se il leader siriano ha pochi margini di manovra: a Sochi non ha potuto far altro che cedere all’ospite la gestione del dopoguerra nel suo Paese.

E Putin ha iniziato a definirlo due giorni dopo - mercoledì - con gli altri due vincitori: il presidente turco Recep Tayyep Erdogan e l’iraniano Hassan Rohani. L’esito del conflitto li ha portati vicini, strana coppia a cui Putin è riuscito a strappare l’appoggio comune a un Congresso di “dialogo nazionale” che si svolgerà per l’appunto a Sochi, e che mira a riuscire dove americani ed europei finora hanno fallito: mettere di fronte il governo siriano e l’opposizione, fargli costruire la nuova Siria insieme dopo sei anni di massacri.

Dopo aver affiancato Turchia e Iran, convincere a collaborare quel che resta dell’opposizione ad Assad sarà la prova del nove per Putin che in qualche modo vuole strappare l’iniziativa alle Nazioni Unite, affiancandosi ai negoziati che riprenderanno a fine mese a Ginevra. Con il presidente russo parlano tutti: dopo aver visto Assad, Putin ha telefonato a Donald Trump e all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al re saudita Salman. Con ciascuno di loro Putin sottolinea gli interessi comuni, in particolare con l’Arabia che con Mosca sta gestendo una fase delicata di ripresa dei prezzi del petrolio: altro terreno dall’equilibrio scivoloso, dove anche il punto di vista di due grandi produttori come russi e arabi non sempre coincide. In Siria, Putin dovrà far coesistere il consolidamento di Teheran con il ridimensionamento di Riad, che ha armato l’opposizione ad Assad. La guerra starà finendo, ma la partita diplomatica inizia ora.

I vertici della repubblica islamica degli ayatollah, hanno dichiarato che la guerra al Califfato è vinta: un segnale che secondo loro può cominciare la spartizione in zone di influenza.

L’agenda però la dettano i russi, entrati in guerra a fianco di Damasco nel settembre 2015, mentre i turchi sono soddisfatti dalla presenza militare nel Nord della Siria in funzione anti-curda e Israele continuerà a occupare le alture del Golan conquistate nel 1967. Gli iraniani puntano a mantenere quell’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah che rende furibondi i sauditi e nervosi gli israeliani. Il casus belli è sempre questo da oltre tre decenni: la repubblica islamica sciita, persiana ed erede di un impero millenario.

Gli Stati Uniti con la Russia dovrebbero sancire questa spartizione dove convivono in un affollato condominio militare. L’accordo tra Putin e Trump (ieri i due presidenti hanno avuto un colloquio telefonico di circa un’ora) potrebbe essere il risultato della dichiarazione di Da Nang, al vertice asiatico dell’Apec, quando in un raro comunicato congiunto hanno affermato di concordare sull’«integrità della Siria e la sua sovranità». Quanto sarà integra e sovrana la Siria per la verità è nebuloso: i russi hanno insistito con Assad per fare un accordo con l’opposizione e chiudere la partita. Anche se è evidente che Mosca manterrà le basi in Siria e gli Usa un contingente militare, che pur vittorioso con i curdi siriani a Raqqa, appare vulnerabile per la presenza di Assad e delle milizie sciite. Mentre è fuori discussione che gli americani resteranno in Iraq, a maggioranza sciita e alleato dell’Iran, dove sono presenti le truppe di una dozzina di Paesi, Italia compresa.

Da questa ipotesi di spartizione vengono emarginate le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che hanno sostenuto la guerra per procura contro Assad e l’Iran. Possono sperare in qualche compensazione nei negoziati dell’Onu ma sono briciole rispetto all’obiettivo che perseguono dal 1979, quando la rivoluzione di Khomeini fece fuori lo Scià in questa rivalità hanno investito 60 miliardi di dollari nella guerra di Saddam contro Teheran e molti altri ancora sostenendo i gruppi radicali sunniti e jihadisti. Non solo: Riad è impantanata in una guerra in Yemen che non riesce a vincere contro gli Houthi, la tribù sciita zaydita sostenuta da Teheran. Per i Saud, custodi della Mecca e riferimento di un miliardo e mezzo di musulmani, è quasi un’umiliazione.

Gli arabi del Golfo devono però lamentarsi con se stessi e i turchi: sono stati mollati da Erdogan, il quale dopo essersi proposto come il leader dei sunniti, appoggiando i Fratelli Musulmani in Egitto e la guerriglia contro Assad, ha fatto buon viso a cattivo gioco e, pur di sigillare le frontiere all’irredentismo curdo, ha abbandonato il campo occidentale della Nato e gli arabi per mettersi d’accordo con Putin e Teheran. Tutto questo è il risultato dei calcoli sbagliati degli arabi e degli occidentali: nel 1980 Saddam pensava di abbattere Khomeini, sostenuto dai soldi del Golfo, poi ha dovuto firmare una tregua sullo Shatt el Arab. Nel 2001 gli americani in Afghanistan credevano di mettere fine al terrorismo che invece è ancora una spina nel fianco anche dell’Europa. Nel 2003 gli Usa hanno fatto fuori Saddam e regalato all’Iran una vittoria strategica. Nel 2011 puntavano con Turchia e monarchie arabe a eliminare Assad e invece hanno riportato la Russia da protagonista in Medio Oriente.

Vediamo che le possibilità di pace o  di nuove guerre si ponderano. Sono in gran parte legate alla capacità di Usa e Russia di tenere a bada i loro scalpitanti alleati nella regione. Ma dipendono anche da calcoli meno dignitosi rispetto alla necessità di stabilizzare una regione chiave per la sicurezza europea. Gli Usa - ma anche la Francia - sono condizionati da Israele e dalle forniture di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati: hanno innescato, in cambio di miliardi di dollari, una corsa agli armamenti senza freni. Basta scorrere i dati 2016 dei bilanci della difesa: Usa 611 miliardi di dollari, Cina 215, Russia 69, Arabia Saudita 64, Emirati 23, con solo 1,5 milioni di abitanti, Iran 12, con una popolazione di 80 milioni. Questo è un motivo molto significativo perché finita una guerra, un’altra potrebbe cominciare.



giovedì 11 agosto 2016

«Aleppo è allo stremo, manca tutto dall'acqua al sangue per le trasfusioni»



Ad Aleppo la popolazione agonizza sotto i bombardamenti dell’ultima settimana che stanno riducendo la città allo stremo: “Siamo intrappolati in casa, non c’è via di fuga e non possiamo muoverci. Sta iniziando a mancare tutto, e da quattro giorni non c’è più acqua”. Il grido di dolore proviene dallo staff siriano di Gvc,l’unica associazione italiana presente nella città mediorientale straziata dalla guerra civile: qui, fra mille difficoltà, una squadra di cinque volontari che ne coordinano altre decine fanno formazione rivolta agli insegnanti, oltre a intervenire nella riparazione dei pozzi d’acqua e a fornire taniche e cisterne.

 La città siriana di Aleppo è stata nuovamente colpita da un attacco chimico, probabilmente a base di cloro, che se confermato costituirebbe un crimine di guerra oltre che un allarmante segnale dell'intensificato uso, da parte del governo siriano, delle armi chimiche contro la popolazione civile. L'attacco, avvenuto ad al-Zibdiye, un quartiere controllato dai gruppi armati che si oppongono al governo di Damasco, è il terzo portato a termine nel giro di due settimane nel nord della Siria. Le persone morte sono almeno quattro. Amnesty International ha avuto conferma del ricovero di almeno 60 persone, tra cui 40 bambini, con sintomi caratteristici di un attacco col cloro.

Sì, perché una delle tante emergenze riguarda i 2-300mila bambini (solo ad Aleppo, in tutta la Siria sono alcuni milioni) che da alcuni anni non riescono ad andare a scuola: “I nostri volontari lavorano alla costruzione di punti studio e alla formazione dei professori – spiega Dina Taddia, presidente di Gvc Italia, ong bolognese – Ci sono bambini che da cinque anni sono impossibilitati a seguire studi normali e che necessitano anche di aiuto psicologico, perché soffrono di disturbi etichettati come post-traumatic stress desorders, quelli provocati dal fatto di rimanere chiusi in casa per giorni mentre intorno cadono le bombe.

Condizioni estreme, aggravate dalla mancanza di cibo e di acqua, che portano a problemi del sonno e a sofferenze psicologiche di varia natura e gravità”. Il quadro apocalittico di una città da due milioni di abitanti dove si affrontano quattro fazioni armate – le truppe governative, le milizie di Al Nusra, di Free Syrian Army e dell’Isis – negli ultimi giorni si è ulteriormente aggravato: “Aleppo è circondata ed è diventata una trappola mortale per la popolazione civile sotto assedio – aggiungono i responsabili di Gvc -. I nostri colleghi ci raccontano che non possono muoversi nelle aree ad ovest dove sono sempre andati, come ad Al Hamadaniah, dove risiede il maggior numero di rifugiati interni, a causa dei colpi e del fumo dei pneumatici bruciati per nascondere gli obiettivi. Non ci sono carne, frutta né carburante. I prezzi di quel poco che c’è sono alle stelle”.

Per portare un minimo di sollievo alla gente, ripristinando almeno le forniture d’acqua ed elettricità, servirebbe ben di più delle tre ore di cessate il fuoco concordate da ieri mattina, fra le 10 e le 13: “Abbiamo sentito i nostri collaboratori ad Aleppo, non riescono ad uscire di casa per il fumo dei bombardamenti e dei pneumatici bruciati – dice la Taddia -. Il cessate il fuoco, è del tutto insufficiente per ripristinare le forniture d’acqua, intervenendo sugli impianti elettrici o a gasolio. Ci vogliono almeno 48 ore di tregua, per questo ci uniamo all'appello dell’Onu: è il minimo indispensabile, in tre ore non si riesce neanche ad arrivare nel centro della città”.

Gli aiuti di Gvc alla popolazione assetata si sono tradotti nella distribuzione di 61mila taniche, straordinariamente preziose in una situazione del genere, e nell'installazione di 75 cisterne da cinquemila litri per lo stoccaggio dell’acqua. Ora però bisogna fare presto: “Se le reti idroelettriche non verranno rimesse in uso rapidamente, le conseguenze per la popolazione saranno catastrofiche. Soprattutto i bambini sono a grave rischio di malattie infettive, specialmente con l’aumento delle temperature estive”.

Le Nazioni unite hanno aperto un’indagine dopo che i ribelli hanno accusato il regime di Assad di aver fatto un attacco con il cloro contro le forze di opposizione ad Aleppo, causando quattro morti e diversi feriti. L’inviato dell’Onu in Siria ha dichiarato che, se l’uso del cloro venisse confermato, si tratterebbe di “un crimine di guerra”. L’attacco sarebbe confermato anche da un video ottenuto dalla Bbc.

Un medico di Aleppo ha riferito ad Amnesty International che tutti i ricoverati presentavano gli stessi sintomi (difficoltà di respirazione e tosse) e che l'odore di cloro sui loro vestiti era evidente. Secondo il medico, se gli attacchi proseguiranno le scorte di medicinali sono destinate a esaurirsi rapidamente. L'attacco ha avuto luogo poco prima che la Russia annunciasse tre ore al giorno di cessate il fuoco per consentire l'ingresso di aiuti umanitari in alcune zone di Aleppo ove ce n'è disperato bisogno. "Chiediamo l'immediata cessazione dei raid aerei sugli obiettivi civili di Aleppo. Gli attacchi chimici e altri crimini di guerra devono finire. Chiediamo inoltre che gli aiuti possano arrivare senza incontrare ostacoli alle decine di migliaia di persone intrappolate nella zona orientale della città" - ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.  "Tre ore al giorno sono del tutto insufficienti per far arrivare gli aiuti, data la dimensione della crisi umanitaria in corso, i pericoli lungo il percorso e il tempo necessario per la consegna", ha commentato Mughrabi. Il 1° agosto due barili bomba presumibilmente contenenti cloro erano stati sganciati sulla città di Saraqeb, nella provincia di Idlib, causando danni ad almeno 28 civili. Secondo fonti di stampa, un altro attacco chimico sarebbe avvenuto il 2 agosto ad Aleppo.

 Esattamente un anno fa il Consiglio di sicurezza aveva disposto, con una risoluzione, un'indagine per individuare l'origine e i responsabili degli attacchi chimici in Siria. La Russia è disposta a discutere un allungamento della "pausa umanitaria" di tre ore proposta nella zona di Aleppo per permettere la consegna degli aiuti umanitari alla città assediata: lo hanno reso noto le Nazioni Unite, che avevano invece chiesto una tregua di 48 ore. "Tre ore non sono sufficienti: i russi ci hanno ascoltato e sono pronti a discutere per migliorare la loro proposta originale", ha spiegato l'inviato dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura. Il responsabile delle operazioni umanitarie dell'Onu, Stephen O'Brien, aveva dichiarato ieri che "per poter soddisfare i bisogni umanitari alla scala necessaria servirebbero due diversi corridoi e circa 48 ore per poter far entrare un numero sufficiente di camion".


domenica 24 luglio 2016

Bambini come Pokemon Go: "Trovateci e venite a salvarci"


"Trovateci e venite a salvarci". Il gioco del momento, Pokemon Go, non conosce confini e la sua fama arriva anche in zone di guerra. Pokémon Go dal 2 luglio scorso ha invaso gli smartphone di tutto il mondo in poche settimane. E il tormentone del momento è arrivato fino in Siria. Su Twitter sono apparse alcune foto che mostrano i volti di bambini siriani che spuntano dietro l’immagine di un Pokémon, Pikachu. Il profilo da cui sono state pubblicate è quello dell’organo di comunicazione delle forze rivoluzionarie siriane. Una reale richiesta d’aiuto o semplicemente un modo per attirare l’attenzione sulle vittime di una guerra che dura ormai da sei anni.

"Staccate gli occhi dai vostri smartphone e accorgetevi di noi". Questo il significato di una nuova campagna che invita a riflettere sulla condizione dei bambini siriani, che ha colto spunto dalla mania del Pokémon Go per chiedere ai giocatori del mondo occidentale di fermarsi nella caccia alle creature digitale per dedicare la propria attenzione alle persone in carne e ossa intrappolate nelle zone di guerra.

L'organo di comunicazione delle forze rivoluzionarie siriane (The Revolutionary Forces of Syria Media Office) ha diffuso diverse immagini di bimbi che mostrano disegni di Pokemon con messaggi in arabo in cui chiedono di essere salvati dalla guerra. Gli attivisti siriani ricorrono alle note icone di Pokemon per  attirare l'attenzione del dramma dei bambini intrappolati in aree colpite dalla guerra.

“Diversi bambini sono stati fotografati mentre reggono immagini di popolari Pokémon, in vari villaggi siriani, con il messaggio: "Vieni a prendermi". Le fotografie sono state messe online dall'ufficio media della Forze rivoluzionarie siriane, che non ha voluto rivelare chi abbia organizzato la campagna. I luoghi indicati sono nei pressi delle città di Hama e Idlib, teatro per anni di pesanti combattimenti e raid aerei, oggi in mano agli oppositori del regime di Bashar al-Assad. La tecnologia a realtà aumentata di Pokémon Go proietta creature virtuali sui luoghi attorno al giocatore che guarda lo schermo del suo smartphone“. Intanto migliaia di bambini siriano sono intrappolati a Manbjji, nella provincia di Aleppo, città bastione dell'Isis attorniata dalle forze della coalizione guidata dai curdi che cercano di espugnarla, con la copertura dei bombardamenti Usa. L'allarme arriva dall'Unicef. "Nell'ultimo mese e mezzo e con l'intensificarsi della violenza sono morte circa 2.300 persone", ha spiegato una responsabile, Hana Singer, aggiungendo che "20 bambini sono morti negli ultimi sette giorni".“

Possiamo affermare senza enfasi che con Pokémon Go i confini sono caduti del tutto, ormai il gioco è nella realtà. Ed è la chiave di quest’ultima ossessione (follia?) collettiva – come ha spiegato il gamification designer Fabio Viola – è proprio la realtà aumentata, cioè l’aggiunta di elementi virtuali alla realtà. Il mondo si è improvvisamente riempito di queste creature e decine di milioni di cacciatori vagano sguardo fisso nel proprio smartphone con l’intento di catturarli.


domenica 1 maggio 2016

Siria: Aleppo allo stremo. John Kerry chiede il cessate il fuoco


Sempre più drammatica la situazione ad Aleppo, in Siria. Gli attacchi aerei e i bombardamenti delle forze armate del regime siriano (che hanno interrotto la tregua) e le rappresaglie dei ribelli hanno colpito la città senza sosta nell’ultima settimana, senza fare distinzioni tra obiettivi civili e militari. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, dal 22 aprile a oggi le vittime civili sono più di 250, almeno quaranta sono bambini. L’esercito siriano estende per altre 24 ore la tregua a Damasco, mentre su Aleppo continuano a cadere le bombe.

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha spinto per il ripristino del cessate il fuoco nell'intero territorio siriano, dopo i bombardamenti che si sono susseguiti su Aleppo provocando centinaia di vittime negli ultimi giorni. Kerry si è intrattenuto al telefono con l'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura, e con il coordinatore dell'opposizione siriana, Riad Hijab, ai quali ha detto "con chiarezza che la fine delle violenze ad Aleppo e il ritorno a una cessazione duratura delle ostilità erano la prima fra le priorità", riferisce una nota del Dipartimento di Stato Usa.

"Lavoriamo su iniziative precise per ridurre l'intensità dei combattimenti e per ridurre le tensioni e speriamo di ottenere presto progressi tangibili", ha aggiunto il portavoce del dipartimento di Stato, John Kirby, il quale ha annunciato che stasera e lunedi' Kerry sarà a Ginevra per incontrare de Mistura e i suoi omologhi, il saudita Adel al-Jubeir e il giordano Nasser Judeh. Washington intende rilanciare gli sforzi internazionali per il ripristino del cessate il fuoco introdotto con il sostegno della Russia, alleata del governo di Damasco, il 27 febbraio scorso in Siria, e a dispetto del quale il regime di Assad ha operato i raid aerei sulla città di Aleppo.

"Questi attacchi sono violazioni dirette della sospensione delle ostilità e devono essere fermati immediatamente", ha aggiunto Kirby.

La Russia non chiede al regime di Bashar al-Assad di fermare i raid aerei su quel che resta della seconda città della Siria, dove in nove giorni sono rimasti uccisi oltre 250 civili. Aleppo è inghiottita in un vortice di violenza: mancano acqua potabile e corrente elettrica. La scelta, deliberata, di prendere di mira ospedali e farmacie ha costretto i pochi medici sopravvissuti a lasciare la città.
Le immagini di macerie spingono il segretario di Stato statunitense, John Kerry, a volare a Ginevra per incontrare l’inviato dell’ Onu per la Siria, Staffan de Mistura. Kerry chiede alla Russia di prendere misure per mettere fine alle violazioni diffuse della tregua da parte del regime.

Un rapporto della Commissione Economica e Sociale per l’Asia Occidentale rivela che l’83,4% della popolazione siriana vive sotto la soglia di povertà.
Sono inoltre 12,1 milioni coloro che non hanno accesso a servizi igienici, smaltimento dei rifiuti e acqua potabile.

In Siria “la violenza è in forte aumento” sostiene l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, che denuncia il disprezzo per la vita dei civili da parte delle parti in conflitto.

La Russia non chiederà a Damasco di interrompere i raid aerei su Aleppo. Lo ha detto il ministero degli Esteri russo spiegando che fanno parte della lotta contro il terrorismo.

Le bombe continuano, quindi, a cadere sulla citta che è rimasta esclusa dalla tregua temporanea in vigore a Latakia, oltre che a Damasco e nel Ghouta orientale. Il cessate il fuoco è stato raggiunto dopo l’intervento di Onu, Stati Uniti e Russia che hanno fatto pressioni sulle parti in conflitto.
Nuovi raid aerei hanno preso di mira le zone che dal 2012 sono nelle mani dei ribelli nell’Est di Aleppo. La parte ovest è sotto il controllo del regime. Almeno sei le vittime, secondo quanto riferito dall’Organizzazione siriana per i diritti umani. Quella che una volta era la capitale economica della Siria è ridotta in macerie con decine di civili in fuga: “La situazione è intollerabile”, dicono.

Oltre 246 persone hanno perso la vita dal 22 aprile. Il conflitto in Siria, iniziato nel marzo del 2011, ha fatto 270mila vittime e milioni di sfollati.

lunedì 8 febbraio 2016

Angela Merkel e la strana alleanza con la Turchia: "Inorridita dai raid russi “



La Cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta "inorridita" dalle sofferenze provocate fra i civili in Siria dai raid russi. Decine di migliaia di persone stanno lasciano in questi giorni la città di Aleppo, solo per rimanere bloccate al confine turco che Ankara ha deciso di chiudere.

Pur di tenere lontani i profughi siriani che qualche mese fa aveva accolto a braccia aperte per poi pentirsi, il cancelliere tedesco Angela Merkel, in Turchia, si dice «inorridita» dai raid russi, che certamente vanno con la mano pesantissima ad Aleppo, ma perché non afferma la stessa cosa della barbarie del Califfato e dei jihadisti?

Dopo un incontro con il premier Ahmed Davutoglu si è detta d'accordo nel coinvolgere la Nato per fermare la massa dei profughi. La Merkel sta forse decidendo di dare via libera alla Turchia per creare una «zona cuscinetto» che neppure gli Stati Uniti finora hanno concesso?

Oltre ai miliardi dell'Unione europea, questo deve essere evidentemente il prezzo concordato con Ankara per fermare i rifugiati. Ma il cancelliere tedesco è informato sulla situazione dei curdi siriani che si oppongono al Califfato e che i turchi vorrebbero far fuori a ogni costo? È molto probabile che lo sia ma lei e forse anche noi abbiamo bisogno dei turchi non di difendere dei princìpi e di coloro che li sostengono combattendo i jihadisti.

La Turchia ha chiuso la frontiera ai profughi proprio per avere l'occasione di penetrare dentro la Siria e spezzare le linee di difesa dei curdi siriani che sono il loro obiettivo principale in quanto ritenuti alleati del Pkk. Ad Ankara dei rifugiati non importa nulla: il presidente Erdogan pensava di usarli come massa di manovra contro il regime di Damasco ed per estendere la sua influenza in Siria ma la resistenza di Assad e l'intervento della Russia hanno fatto saltare i suoi piani. Adesso la Germania va in soccorso di un governo islamico che ha aperto l'autostrada della Jihad e contribuito al caos siriano.

Di fronte alla possibilità che Assad con l'appoggio di Mosca, di Teheran e degli Hezbollah possa restare in sella e vincere la guerra, l'Occidente trova un comodo e interessato alleato nella Turchia per impedire un'affermazione della Russia e dell'unico fronte che combatte l'Isis sul campo. Americani, sauditi e turchi non hanno mai avuto l'intenzione di eliminare il Califfato ma solo di tenerlo sotto controllo intanto che svolgeva il suo compito di abbattere il regime di Assad e di contenere l'influenza regionale dell'Iran. Allora milioni di profughi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Turchia, sembrava che fossero un prezzo equo pur di far fuori il raìs siriano. L'impressione però è che l'Occidente e la signora Merkel si siano svegliati tardi e di affidino a un raìs, quello turco, che non è la soluzione ma una parte del problema.

"Negli ultimi giorni siamo stati non solo costernati ma anche inorriditi da ciò che è stato provocato, in termini di sofferenze umane, a decine di migliaia di persone, dai bombardamenti prima di tutto dei russi", ha dichiarato Merkel, dopo aver incontrato il premier turco Ahmet Davutoglu.

"Le immagini drammatiche che ci arrivano dal confine fra Siria e Turchia dimostrano una cosa: chi pensa di poter imporre una soluzione militare al conflitto in Siria sbaglia", ha aggiunto il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier, in una intervista a der Spiegel online.


venerdì 8 gennaio 2016

Aiuti umanitari nella città di Madaya


I bambini che mangiano le foglie dagli alberi. Altri che, raccontano gli attivisti, si cibano di cani e gatti. Gli oltre 40mila civili intrappolati da mesi a Madaya, località a ovest di Damasco circondata dalle milizie sciite di Hezbollah, continuano a patire la fame e il freddo, mentre l'Onu annuncia di aver ottenuto dal governo siriano l'assicurazione che un convoglio umanitario potrà raggiungere l'area sottoposta a un assedio medievale da parte del regime siriano sostenuto da Russia e Iran. Melissa Fleming, portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), ha detto che il governo siriano si è impegnato a "permettere alle organizzazioni umanitarie di raggiungere Madaya.

Il regime siriano autorizza gli aiuti umanitari nella città di Madaya. Il governo di Assad ha dato all’Onu il permesso di consegnare nei prossimi giorni aiuti alla città occupata dai ribelli, che si trova a circa venticinque chilometri da Damasco, dove secondo le organizzazioni umanitarie molti residenti stanno morendo di fame. Il regime ha dato il via libera anche all’arrivo degli aiuti umanitari nei villaggi sciiti di Al Foua e Kefraya.

L’ultima volta che convogli hanno potuto varcare i confini di questa città risale al 18 ottobre dello scorso anno. A Madaya sono morte almeno 10 persone a causa della mancanza di cibo e di medicamenti di base. Tredici altre sono state uccise nel tentativo di fuggire alla ricerca proprio di rifornimenti alimentari.

Il governo siriano si è impegnato a "permettere alle organizzazioni umanitarie di raggiungere Madaya, dove è previsto l'arrivo dei primi aiuti nei prossimi giorni" ha detto Melissa Fleming, portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), in merito alla cittadina siriana assediata dalle forze lealiste dove decine di migliaia di civili sono ridotti alla fame. "Speriamo di arrivare prima che altre persone muoiano di fame", ha aggiunto la portavoce, in un'intervista alla televisione panaraba Al Jazira.

A Madaya, cittadina siriana sulle montagne al confine con il Libano, i bambini per sopravvivere mangiano le foglie dagli alberi e altri civili si cibano di cani e gatti. È assediata da sei mesi dalle forze governative di Damasco e dalle milizie libanesi sciite di Hezbollah. Qui i morti per fame sarebbero finora almeno 17. Secondo vari testimoni, a causa del mancato approvvigionamento di generi alimentari, il cibo a Madaya ha raggiunto prezzi esorbitanti, toccando le 15mila lire siriane (70 dollari) per un chilo di riso.

Circa 40mila civili stanno cercando di sopravvivere come possono in questa località, un tempo luogo di villeggiatura, dove la neve caduta in questi giorni rende ancora più difficile le condizioni della popolazione. Ai residenti si sono aggiunti centinaia di profughi provenienti dalla vicina Zabadani, a lungo teatro di feroci combattimenti tra miliziani ribelli sunniti e forze lealiste. Recentemente, una tregua è stata raggiunta a Zabadani che ha permesso l'evacuazione di centinaia di ribelli e delle loro famiglie, nell'ambito di uno scambio che ha portato alla partenza di civili sciiti assediati da forze anti-regime in due località nella provincia nord-occidentale di Idlib, Fuaa e Kafraya.

Già lo scorso settembre era stato

raggiunto un accordo per consentire la distribuzione di aiuti umanitari e l'evacuazione di civili e feriti, ma Madaya ha ricevuto aiuti una sola volta in tre mesi e la situazione sarebbe catastrofica, stando alle testimonianze degli abitanti.



giovedì 1 ottobre 2015

Parigi: apre un’inchiesta per crimini contro l’umanità



 Francia, la  procura di Parigi ha aperto un’inchiesta su presunti crimini contro l’umanità commessi dal regime siriano di Bashar al Assad tra il 2011 e il 2013, come le torture contro gli oppositori in prigione. La notizia è arrivata nei giorni scorsi, mentre all’assemblea generale delle Nazioni Unite la comunità internazionale sta discutendo della crisi siriana. Le indagini della magistratura francese sono partite da 55mila fotografie digitali trafugate in Europa da un ex fotografo della polizia militare siriana nel 2013.

L’uomo, noto con il nome in codice Caesar (o César, in francese), vivrebbe ora sotto protezione in un paese dell’Europa del nord.

Le fotografie mostrano i cadaveri di undicimila vittime di tortura, come stabilito da un rapporto realizzato da un gruppo di procuratori legali ed esperti di medicina legale di fama internazionale, specializzati in crimini di guerra, e pubblicato la prima volta il 21 gennaio 2014 durante i lavori della seconda conferenza internazionale per la pace in Siria che si è tenuta a Ginevra. Se tra le persone ritratte dovessero essere riconosciuti cittadini francesi o francosiriani, la Francia sarebbe competente per giudicare gli autori dei crimini di cui le immagini sono prova.

La storia di Caesar. La testimonianza del fotografo siriano è stata raccolta in un libro della giornalista francese Garance le Caisne intitolato Opération César, che uscirà in Francia il 7 ottobre. Caesar lavorava per la polizia militare siriana anche prima del conflitto. Il suo compito era fotografare le scene del crimine quando erano coinvolti membri delle forze armate. Con l’inizio delle proteste contro il regime, Caesar e i suoi colleghi ricevettero l’ordine di fotografare i corpi delle persone morte nelle strutture di detenzione gestite dalle diverse formazioni dell’esercito siriano. Erano i cadaveri degli oppositori al regime che venivano arrestati nel corso delle manifestazioni di protesta.

Con l’aiuto di un amico, Caesar ha cominciato a copiare di nascosto molte delle fotografie e conservarle in modo sicuro: il suo scopo era aiutare i parenti delle vittime a conoscere la verità sulla sorte dei loro cari. Dopo due anni però i timori per la sua incolumità e quella dei suoi famigliari hanno spinto Caesar a lasciare il paese e cercare asilo in Europa.

Le immagini in mostra. Il rapporto sulle fotografie di Caesar e sulla sua testimonianza è stato presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 15 aprile del 2014. In diverse occasioni successive le immagini sono state mostrate in pubblico e ai membri di diverse istituzioni internazionali. Nel luglio del 2014 il fotografo ha testimoniato davanti al congresso degli Stati Uniti.

A marzo dell’anno successivo le fotografie sono state mostrate al consiglio per i diritti umani dell’Onu, in giugno al parlamento europeo. Una prima mostra è stata organizzata dal Museo dell’Olocausto di Washington, ma trenta foto sono state esposte anche al palazzo delle Nazioni Unite a New York.
L’inchiesta francese si basa sulla testimonianza di un ex fotografo agli ordini della polizia militare siriana, nome di fantasia César, fuggito nel 2013 con 55mila scatti di corpi torturati e intervistato da una giornalista.

Secondo l’uomo le foto servivano a rilasciare certificati di morte senza dover mostrare i corpi alle famiglie e a provare che gli ordini di esecuzione erano stati compiuti.

Garance Le Caisne, giornalista e autrice del libro “Opération César”, che uscirà in Francia il 7 ottobre: “Appena i primi manifestanti morti sono arrivati all’ospedale militare – e a un certo punto sono diventati sempre più numerosi – ha scoperto soprattutto l’orrore, ossia persone con segni di torture incredibili, che pesavano soltanto 30 o 40 chili. Quindi ha davvero visto che le persone morivano di fame o di torture nelle prigioni”.

“Dobbiamo agire contro l’impunità”, ha affermato il capo della diplomazia francese Laurent Fabius che si trova all’Onu dove il conflitto in Siria è al centro dell’Assemblea generale.

Il ministero degli Esteri è all’origine dell’apertura dell’inchiesta preliminare della procura di Parigi lo scorso 15 settembre. Per poter far proseguire l’indagine è necessario che ci siano vittime francesi o che un responsabile dei crimini risieda in Francia.


sabato 26 settembre 2015

USA: ribelli addestrati danno armi al gruppo di al-Qaeda


I ribelli addestrati dagli Stati Uniti hanno consegnato, dopo che si sono arresi, sei pickup armati e munizioni fornite dagli stessi statunitensi ad Al-Qaeda legata gruppo poco dopo l'arrivo in Siria, il Pentagono ha detto venerdì, l'ultimo colpo di un programma del Pentagono che è stato afflitto da problemi sin dal suo inizio.

I ribelli addestrati in Turchia, appena entrati in azione, hanno consegnato armi e munizioni ai jihadisti di Al Nusra. Anziché combatterli, hanno offerto ciò che avevano pur di poter fuggire.

Lo ha reso noto il colonnello Patrick Ryder, portavoce di quello che ogni giorno che passa si sta rivelando il comando colabrodo delle forze armate Usa per la regione, il Centcom. Lo stesso comando accusato di aver alterato i rapporti degli 007 sul terreno prima di passarli alla Casa Bianca per dimostrare progressi inesistenti nella campagna contro Isis.

L’imbarazzante evento risale alla notte tra lunedì e martedì 21 e 22 settembre, quando gli uomini delle “Nuove Forze Siriane”, i cosiddetti ribelli moderati hanno consegnato ad un intermediario di al Nusraa (come fecero le truppe irachene che si sciolsero come neve al sole davanti ad Isis a giungo del 2014 in Iraq, abbandonando carri armati e Humvee agli uomini di Abu Bakr al Baghdadj) per poter avere salva la vita.

La ricalcitrante amministrazione Obama, indecisa su come intervenire in Siria dopo aver tracciato “red-line”, limiti invalicabili che Assad oltrepassò, ha investito 500 milioni di dollari per formare un’unità di 5.000 ribelli moderati all’anno per un periodo di 3 anni, escludendo l’invio di proprie truppe di terra. Ma l’ottimismo iniziale si scontrò contro la sconsolante realtà che gli istruttori americani riuscirono a formare nel 2014 solo l’1% dei presunti 5.000 ‘ribelli’ sicuri: 54. Questi ultimi alla prima prova del fuoco, attaccati dai qaedisti di al Nusra – rivali di Isis – lo scorso luglio, si dileguarono. Il secondo gruppo formato da 70 ribelli di ‘provata’ fedeltà, si sono ora in parte arresi consegnando le loro armi a quanti dovevano combattere.

Tutti eventi che fanno emergere sempre più convincente l’opzione russa a favore di un intervento diretto contro Isis e le altre formazioni jihadiste sul terreno (come dimostrano le forze schierate nella zona occidentale di Latakiae) mentre sta emergendo il fallimento della strategia Usa dei raid aere, iniziati poco più di un anno fa, il 26 settembre in Siria.

Non si può escludere che la decisione del secondo gruppo di cedere l’equipaggiamento per poter fuggire sia stato motivato proprio dal timore di subire un’analoga sorte. Ciò significa che il programma di addestramento di ribelli siriani da parte degli Usa, finanziato con oltre 500 milioni di dollari dal Congresso di Washington, non ha ancora prodotto unità in grado di combattere.

Per ammissione stessa del capo del Pentagono, Ashton Carter, «abbiamo solo 4 o 5 ribelli operativi in Siria». Sarcastico il commento del giornale israeliano “Haaretz”: «Si tratta dei soldati più costosi della storia militare, per ognuno di loro sono stati spesi circa 100 milioni di dollari».

domenica 17 maggio 2015

Isis: la Siria, Palmira sotto controllo



I miliziani dello Stato Islamico si sono ritirati dalle zone conquistate nell'antica città di Palmira, nella parte centrale della Siria. Ad affermarlo, riferisce l'agenzia di stampa cinese Xinhua, è Mamoun Abdulkarim, direttore generale per il settore antichità e musei a Damasco.

I jihadisti avevano da poco assunto il controllo dell'area. La situazione a Palmira "è completamente sotto controllo". Lo riferiscono fonti ufficiali di Damasco. Nella battaglia per il controllo di Palmira, il sito storico siriano, ieri sono rimasti uccisi 29 miliziani dell'Isis e 47 soldati governativi. Lo afferma l'Osservatorio nazionale siriano (Ondus). I media jihadisti affermano che l'avanzata continua, mentre Damasco smentisce, affermando di aver ripreso il "pieno controllo" della città. Nella battaglia per il controllo di Palmira, il sito storico siriano, ieri sono rimasti uccisi 29 miliziani dell'Isis e 47 soldati governativi. Lo afferma l'Osservatorio nazionale siriano (Ondus).

Allarme dell'Unesco per il sito archeologico di Palmira, nella Siria centrale. Mentre il governo di Damasco evoca una "catastrofe internazionale", gli esperti ricordano che le stesse forze lealiste hanno da oltre due anni trasformato l'area archeologica romana in un'enorme caserma a cielo aperto. Secondo attivisti sul terreno, l'Isis è ora ad appena un chilometro dalla città moderna di Palmira ma le forze governative hanno inviato rinforzi. Talal Barazi, governatore di Homs, capoluogo della regione centrale dove si trova il sito, assicura che "la situazione è sotto controllo" e che l'aviazione di Damasco ha bombardato le postazioni jihadiste. Palmira è tristemente nota in Siria perché ospita una delle carceri e luoghi di tortura più duri per i dissidenti politici. L'Isis è avanzato da giorni da est e da nord, attestandosi da ieri ad Amriye, sobborgo settentrionale di Palmira.

Il sito archeologico di Palmira, l'antica città semita situata nel centro della Siria (240 km a nord-est di Damasco), è sotto attacco dell'Isis.

Dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità la città fiorì nell'antichità come punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano ed ebbe un notevole sviluppo fra il I ed il III secolo dopo Cristo. Per questo motivo fu soprannominata la 'Sposa del deserto'.

Il nome greco della città, Palmyra, è la traduzione fedele dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.

La città è citata nella Bibbia e negli annali dei re assiri, ma in particolare la sua storia è legata alla regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, ai romani e ai persiani. Poi venne incorporata nell'impero romano e Diocleziano, tra il 293 e 303, la fortificò, per cercare di difenderla dalle mire dei Sasanidi facendo costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.

A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.

Durante la dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza. L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Poi sotto il dominio degli arabi la città andò in rovina.

Il sito archeologico comprende la via colonnata, il santuario di Bel, quello di Nabu, le Terme di Diocleziano, il teatro e l'Agora. Vere e proprie perle architettoniche.



martedì 12 maggio 2015

Sochi: prove di dialogo tra Vladimir Putin e John Kerry



Dopo due anni di assenza, il segretario di Stato statunitense John Kerry è tornato in Russia.

Vladimir Putin vuole che le relazioni tra Russia e Stati Uniti tornino alla normalità, ha spiegato il suo consigliere Jurij Ushakov. Senza chiarire che cosa intenda fare il capo del Cremlino per arrivare all'obiettivo. Scoprirlo è stata probabilmente la ragione per cui Kerry è volato a Sochi, sul Mar Nero. Nella residenza di Bocharov Ruchei, lui e Putin hanno parlato per quattro ore, si sono scambiati sorrisi, a un certo punto Kerry ha descritto in un tweet la discussione come “franca”: «È importante mantenere aperti i canali di comunicazione», ha aggiunto il capo della diplomazia americana.

La crisi siriana e il fragile cessate il fuoco in Ucraina sono stati al centro dei colloqui del segretario di stato statunitense John Kerry con il presidente russo Vladimir Putin e il suo capo della diplomazia, Sergej Lavrov. L’incontro a Soči tra Kerry e Lavrov, il primo dall’inizio della crisi ucraina nel 2014, è durato quattro ore. Il responsabile della diplomazia di Washington è stato poi ricevuto da Putin nella sua residenza presidenziale nella cittadina sul Mar Nero, dove l’anno scorso si tennero i giochi olimpici invernali.

Dopo aver reso omaggio con una corona di fiori al memoriale della seconda guerra mondiale, Kerry ha voluto mettere alla prova la volontà di Putin sulla tregua in Ucraina tra i separatisti filorussi e l’esercito regolare. Ha voluto inoltre spingere Mosca ad appoggiare una soluzione politica di transizione in Siria, per porre fine alla guerra iniziata nel 2011. Fonti statunitensi hanno espresso l’auspicio che i recenti insuccessi militari dell’esercito del presidente Bashar al Assad possano essere un incentivo per Mosca a cooperare con gli Stati Uniti.

E nonostante i progressi fatti in materia di armi chimiche, resta ancora molto da fare, come hanno notato altre fonti del dipartimento di stato. Tra le questioni sul tavolo anche l’Iran: Kerry vuole convincere Mosca a non proseguire con il progetto di vendere un sistema missilistico alla Repubblica islamica, che aggirerebbe l’embargo sugli armamenti a Teheran. Gli Stati Uniti temono che i missili potrebbero rappresentare un ostacolo nelle trattative sul nucleare iraniano. La Russia è tra i paesi che stanno cercando di negoziare un accordo definitivo che limiti le ambizioni nucleari di Teheran.

Più tardi, in conferenza stampa a fianco del ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, Kerry ha elencato i temi affrontati insieme a Putin: i negoziati sul nucleare iraniano, la minaccia Isis in Siria, la Libia, lo Yemen.E l'Ucraina, naturalmente: Kerry ha sottolineato le divergenze su questo fronte, ma anche i punti di accordo. E ha scandito le condizioni alle quali gli Stati Uniti sarebbero pronti ad avviare una revisione delle sanzioni imposte contro la Russia: pieno rispetto degli accordi di Minsk, del cessate il fuoco e del ritiro degli armamenti, avvio del processo di riforme su cui si appoggerà la futura composizione del conflitto. Per arrivare a questo, gli Stati Uniti promettono un impegno maggiore. E insieme, Russia e Stati Uniti hanno deciso di non prendere misure che possano aggravare ulteriormente il loro legame.

Questo è stato uno degli incontri significativi anche solo per il fatto di essere avvenuti: nel riconoscimento reciproco che, al di là delle distanze ancora incolmabili sull'Ucraina, Stati Uniti e Russia hanno troppi ambiti di interesse comuni per non parlarsi ancora. Obiettivo di Kerry -a parte l'Ucraina - era ragionare sul negoziato nucleare con l'Iran, evitando possibilmente la vendita di sistemi antimissile russi a Teheran; e riprendere insieme le fila della guerra senza speranza in Siria, dove il Cremlino seguita a sostenere il regime di Bashar Assad. Dalla Siria allo Yemen e alla Libia: sono gli incendi senza controllo del Medio Oriente a rendere di nuovo necessaria una collaborazione russo-americana.

L'Ucraina ha reso incolmabile la distanza? Saranno i prossimi giorni a dire se Kerry ha ragione quando spiega che, soprattutto nei momenti di crisi, nulla può sostituire il parlarsi direttamente. Cosa che non ha mai smesso di fare con Lavrov, un rapporto fatto anche di frecciate e di scherzi. In mattinata il ministro russo era arrivato all'hotel “Patria” di Sochi a bordo di una candida “Pobeda”, “Vittoria”.


mercoledì 14 gennaio 2015

Siria: il paese in cui si addestrano i jihadisti



Nel giugno del 2014 l'Isis ha sbaragliato le truppe governative irachene e si è impiantato nel nord del paese attaccando i confini siriani. È stato un fallimento."Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti integralisti e da laici moderati. Il fallimento di questo progetto ha portato all'orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq". Ha dichiarato l'ex segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in una intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web "The Atlantic".

Piloti militari iracheni unitisi allo Stato islamico (Isis) si trovano in Siria per addestrare alcuni jihadisti a pilotare, utilizzando tre caccia di cui si sono impossessati i miliziani. E' l'allarme lanciato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani che, citando testimoni, riferisce di tre caccia visti alzarsi in volo da un aeroporto militare nella provincia settentrionale di Aleppo. "Hanno addestratori, ufficiali iracheni che erano in precedenza erano piloti per Saddam Hussein", ha affermato Rami Abdulrahman, direttore dell'Ong basata a Londra. "La gente li ha visti alzarsi in volo diverse volte dall'aeroporto" di Aleppo, caduto sotto il controllo degli jihadisti.

Oltre alle pallottole, miete vittime anche il freddo di questo periodo, soprattutto tra i bambiniQuasi 200.000 morti e oltre 3 milioni di rifugiati: è la Siria alla vigilia del quarto anniversario dall'inizio della guerra civile che oppone le forze fedeli al presidente Bashar al Assad e un ventaglio di formazioni ribelli, comprese quelle dell'Isis e di al Qaida.

Solo nell'ultimo anno, le ong stimano oltre 70.000 morti nei combattimenti, che proseguono ogni giorno, mentre il freddo di queste settimane miete altre vittime, soprattutto tra i bambini. Nel 2014, l'Isis ha lanciato un'offensiva che ha portato alla conquista di due nodi strategici, buona parte della regione di Dayr az Zor (est) e Raqqa, aree dove passano gli oleodotti. Grazie a questi, e prima dei raid della coalizione internazionale a guida Usa, si stimava che nel complesso i jihadisti riuscissero a incassare milioni di dollari al giorno con i proventi del petrolio.

Raqqa, considerata la 'capitale del Califfato' e quartier generale dell'Isis in Siria, è anche il luogo dove hanno avuto luogo le barbare decapitazioni di James Foley, Steven Sotfloff e probabilmente anche di un terzo ostaggio occidentale, David Haines.

In città, a Raqqa come negli altri centri urbani sotto il proprio controllo, l'Isis domina con il terrore. L'attenzione degli esperti militari è concentrata da mesi sull'avanzata del gruppo verso nord a Kobane, a ridosso del confine turco, e verso Aleppo, un tempo la più popolosa città siriana, 160 chilometri a est di Raqqa.

A Kobane, nome curdo di Ayn al Arab, che ha catturato per giorni l'attenzione mondiale la scorsa estate - con la famosa immagine della bandiera nera su una collina della città - l'avanzata dei seguaci di Ab Bakr al Baghdadi è stata per ora respinta dai miliziani curdi con l'ausilio dei caccia della coalizione.

Ad Aleppo la situazione è decisamente più confusa: i governativi di Assad, che formalmente controllano la città dopo aver rotto la'assedio dei ribelli un anno fa, danno battaglia sia alle formazioni ribelli legate all'Isis, ma anche a quelle del Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, o ai battaglioni islamici. In campo con i militari di Damasco ci sono anche miliziani libanesi di Hezbollah, gli iraniani e combattenti sciiti arrivati fin dall'Afghanistan. La caduta di Aleppo nelle mani dell'Isis o di al Qaida potrebbe aprire ulteriori drammatici scenari nella regione già duramente martoriata in questi anni di guerra. E Idlib, unica città dove il potere è nelle mani delle formazioni ribelli 'moderate', potrebbe divenire il prossimo obiettivo dei jihadisti.

Il governo siriano, che secondo le agenzie Onu continua a utilizzare il gas cloro nei bombardamenti dal cielo, controlla non senza combattere le regioni chiave di Damasco e Homs fino a quella costiera del nordovest, storica enclave alawita. Patisce a sud di Damasco, nel Golan a due passi da Israele, dove al Nusra è sempre più forte e minacciosa.

La diplomazia internazionale persegue con tenacia la linea della soluzione politica, con in prima fila l'inviato speciale dell'Onu Staffan de Mistura, ma al momento non si intravedono spiragli dopo il fallimento dei colloqui di Montreaux e Ginevra. L'Unicef ammonisce che se non si porrà termine al conflitto, la vita di oltre 8,6 milioni di bambini nella regione sarà distrutta da violenze e sfollamento forzato.



sabato 22 novembre 2014

I disaccordi sulla Siria rovinano le relazioni tra USA e Turchia



La Turchia è lo Stato cardine dei rapporti tra l’Europa e il Medio Oriente, non solo per la posizione geografica, ma anche per la fiorente economia che consente ai turchi di essere i primi partner commerciali di praticamente tutti i Paesi mediorientali e una considerevole influenza culturale che è stata veicolata, negli ultimi anni, dalla massiccia produzione e diffusione di telenovela e sceneggiati televisivi di varia fattura.

Recep Tayyp Erdoğan, Primo Ministro turco, conservatore ultimamente in vena di polemiche, ha aspramente criticato una di queste telenovela, Muhteşem Yüzyıl (“Il secolo magnifico”), poiché rappresenterebbe il glorioso Sultano Solimano I, detto “il Magnifico”, come dedito alle donne e all’alcol, e ciò offenderebbe i valori dello Stato turco, fatto che costituisce reato. Erdoğan vive il valore dell’epopea dei sultani ottomani in maniera totale, tanto che ha dichiarato che il suo Governo è mosso dallo “spirito fondatore dell’Impero ottomano” e che vorrebbe “un nuovo ordine mondiale nel quale la Turchia è non solo una superpotenza regionale ma ha anche un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gestisce le antiche terre ottomane non con la forza della spada ma con un potere più morbido, influisce sulle politiche regionali e globali con un mix inedito di pragmatismo e di supremazia dell’Islam sunnita turco”. Tutta questa fiducia sulla “supremazia dell’Islam sunnita turco” sta portando il Primo Ministro a dire ciò che pensa, senza remore, su molti dei propri vicini di casa.

Scricchiolano i rapporti tra Stati Uniti e Turchia, in disaccordo sulla strategia da adottare per affrontare i miliziani islamici dell’ISIL in Siria ed Iraq.

In visita ad Istanbul, il vicepresidente statunitense Joe Biden ha velatamente criticato il presidente turco, l’islamico Recep Tayyip Erdogan. “Pericoloso accentrare troppo potere”, ha detto.

Dal canto suo Erdogan ha contestato l’efficacia occidentale in Medio Oriente.

“La pace mondiale è minacciata, ma in quest’area le istituzioni internazionali stanno fallendo nel loro ruolo di moderazione e stabilizzazione” ha detto.

La Turchia è in disaccordo con la strategia americana in Siria, centrata sugli attacchi aerei e sull’alleanza implicita con il presidente siriano Bashar Al Assad, favorendo un intervento più diretto e la rimozione di Assad e del suo regime.

Il gelo tra Ankara e Washington riflette il sentimento della piazza. La visita di Biden è stata contestata da alcune centinaia di nazionalisti turchi. Un recente sondaggio ha rivelato che tra i turchi neanche uno su cinque vede favorevolmente gli Stati Uniti.



sabato 25 ottobre 2014

Le armi statunitensi in mano allo Stato islamico




L’aviazione statunitense ha paracadutato tra il 19 e il 20 ottobre armi, munizioni e forniture mediche destinate alle forze curde che combattono contro lo Stato islamico nella città siriana di Kobane, al confine con la Turchia.

Si tratta del primo rifornimento di questo tipo, dopo settimane di raid aerei da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti. La notte scorsa l’aviazione ha bombardato per undici volte Kobane.

Il lancio di rifornimenti destinati ai curdi iracheni “mira a consentire la resistenza contro il tentativo dello Stato islamico di conquistare Kobane”, ha spiegato il Comando centrale degli Stati Uniti.

Polat Can, portavoce dei miliziani curdi che combattono lo Stato islamico a Kobane, ha confermato i rifornimenti statunitensi. “Una grande quantità di armi e munizioni è arrivata a Kobane”, ha scritto su Twitter.

“Gli aiuti avranno un impatto positivo sulle operazioni militari e speriamo di avere più supporto”, ha detto Redur Xelil, un portavoce dei curdi.


Alcune delle armi paracadutate dagli Stati Uniti il 20 ottobre nel nord della Siria e destinate ai combattenti curdi potrebbero essere finite nelle mani dello Stato islamico.

È quanto afferma un video che mostra alcuni jihadisti mascherati che recuperano parte dell’equipaggiamento militare che è stato lanciato nelle zone controllate dallo Stato islamico vicino alla città di Kobane, al confine con la Turchia.


Il dipartimento della difesa degli Stati Uniti sta esaminando il video e un portavoce del Pentagono ha detto che la maggioranza delle armi è finita nelle mani dei curdi, ma si sta indagando sulla vicenda.


I rifornimenti comprendono diverse scatole di bombe a mano e razzi, che secondo il comando centrale degli Stati Uniti erano destinati ai combattenti curdi “per continuare la resistenza contro i tentativi dello Stato islamico di conquistare Kobane”.

venerdì 12 settembre 2014

CIA: i combattenti dello Stato islamico sono tra 20 e 31mila



Prima valutazione era di 10.000: reclutamento intenso da giugno. Lo Stato islamico conta tra i suoi ranghi in Siria e Iraq tra 20.000 e 31.500 combattenti: è questa la nuova stima fatta dalla Cia, la cui valutazione precedente era di circa un terzo di jihadisti membri dell’Isis.

La Cia stima che lo Stato islamico conta tra 20.000 e 31.500 combattenti in Iraq e Siria, basandosi su un nuovo studio dei rapporti di tutte le fonti dei servizi di intelligence tra maggio e agosto, ha dichiarato Ryan Trapani, uno dei portavoce dell’agenzia Usa. “Questo aumento si spiega in seguito ai maggiori successi del gruppo sul campo di battaglia da giugno del 2014 e la proclamazione di un califfato. Ma anche con maggiore attenzione da parte dell’intelligence”, ha aggiunto.

L’intelligence Usa attribuisce questo incremento a un reclutamento più energico dal mese di giugno scorso, dopo le vittorie ottenute sul terreno e la proclamazione del califfato nonché a un’attività più intensa nei combattimenti.

Un portavoce dei servizi segreti statunitensi ha dichiarato che la nuova stima è basata su una revisione degli studi fatti dall’intelligence da maggio ad agosto.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 10 settembre ha annunciato l’espansione dei raid aerei statunitensi in Iraq e Siria.

Intanto il segretario di stato statunitense John Kerry è in visita ufficiale in Turchia per cercare alleati nella guerra contro i jihadisti.

Secondo funzionari statunitensi, il generale in pensione John Allen avrà il compito di formare le milizie che combatteranno contro il gruppo terroristico.

L’11 settembre dieci paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, hanno accettato di aiutare gli Stati Uniti contro lo Stato islamico sia in Iraq sia in Siria.

Il 10 settembre il presidente Obama ha delineato un piano per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. Per la prima volta Obama ha autorizzato attacchi aerei contro il gruppo in Siria.

Vediamo le tappe e le date significative dell’avanzata delle milizie dell’Isis, ultra-radicali islamiche, che controllano vaste zone della Siria e dell’Iraq, dove sono accusate di commettere atroci violenze.

2013.
9 aprile: Il leader del principale gruppo legato ad Al Qaeda in Iraq, Abu Bakr al Baghdadi, annuncia l’unione di intenti tra il suo Stato Islamico dell’Iraq e del Fronte al Nusra (un gruppo che combatte il regime del presidente siriano Bashar al Assad, e forma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil o Isis). Un giorno dopo, il Fronte al Nusra – ai piu’ sconosciuto prima della rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 – giura fedelta’ al leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, ma prende le distanze dalla notizia della fusione con lo Stato Islamico dell’Iraq.

19 dicembre: Amnesty International accusa l’Isis di sequestrare, torturare e uccidere detenuti in carceri segreti nelle aree sotto il suo controllo in Siria.

2014.
2-4 gennaio: L’Iraq perde il controllo di Fallujah e di parti di Ramadi nella provincia occidentale di al Anbar, conquistati dai guerriglieri dell’Isis e da componenti di tribù sunnite anti-governative.

3 gennaio: Tre gruppi di ribelli siriani uniscono le forze per uccidere e catturare decine di combattenti dell’Isis, che accusano di crimini ben peggiori di quelli dell’inviso presidente siriano. Circa 6mila vittime il bilancio dei mortali combattimenti tra Isis e ribelli, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh).

14 gennaio: L’Isis conquista la sua roccaforte, la città siriana di Raqa, dopo giorni di violenti combattimenti con ribelli rivali per la capitale della provincia settentrionale. E’ in seguito accusato di aver instaurato un regime del terrore nelle sue roccaforte come Raqa, dove impone la sua personale ed estremistica interpretazione dell’islam, con arresti, lapidazioni e decapitazioni.

3 febbraio: Al Qaeda disconosce l’Isis. Al Zawahiri aveva già ordinato al gruppo nel 2013 di sciogliersi e ritornare in Iraq, annunciando che il Fronte al Nusra rappresentava il ramo ufficiale in Siria di Al Qaeda.

9 giugno: In Iraq, inizia una devastante offensiva di centinaia di guerriglieri jihadisti, appoggiati da fedelissimi dell’ex dittatore Saddam Hussein, gruppi salafiti e alcune tribu’: si impadroniscono di vaste zone del territorio iracheno. Avanzano inoltre verso la regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq, cacciando dalle proprie citta’ miglira di membri delle minoranze cristiane e yazidi di lingua curda.

29 giugno: L’Isis proclama un “califfato islamico che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, nordest di Baghdad. Si da’ una nuova denominazione, Stato Islamico (Is, anche se molti continueranno a chiamarlo Isis), dichiara “califfo” e “leader dei musulmani di tutto il mondo” il suo capo Baghdadi. La maggior parte dei movimenti islamisti in Siria respinge questa iniziativa.

8 agosto: I caccia statunitensi bombardano le posizioni jihadiste nel nord dell’Iraq, la prima operazione militare americana nel Paese dal ritiro delle truppe americane, nel 2011. Da allora Washington sferra raid aerei quotidiani e annuncia la fornitura di armi ai peshmerga curdi, come la Francia e l’Italia.

15 agosto: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità una risoluzione mirata a indebolire le milizie jihadiste bloccando loro fondi e afflusso di combattenti stranieri.

19 agosto: L’Isis annuncia la decapitazione del giornalista americano James Foley, rapito nel 2012 nel nord della Siria, e minaccia di uccidere un suo connazionale in rappresaglia agli attacchi aerei americani in Iraq. Il giorno successivo, il presidente Barack Obama definisce l’Isis “un cancro” che “non puo’ trovare posto nel 21esimo secolo”.

2 settembre: L’Isis annuncia di aver decapitato un altro reporter americano, Steven Sotloff, in un video che come il precedente su Foley scatena lo sdegno e la condanna di tutto il mondo. Il gruppo minaccia anche questa volta di uccidere un ostaggio britannico, identificato come David Cawthorne Haines. La Casa Bianca giudica entrambi i video “autentici”. Washington comunica l’invio di altri 350 militari in Iraq.

3 settembre: Obama assicura che gli Stati Uniti non si faranno intimidire dall’Isis.

mercoledì 20 novembre 2013

Ipotesi di una nuova mappa per gli stati arabi



Un articolo e una mappa pubblicati dal New York Times il 29 settembre 2013 prendevano in considerazione la possibilità che i conflitti e le rivolte in corso potessero provocare la frammentazione di alcuni stati arabi in unità più piccole.

L’articolo di Robin Wright, ex corrispondente a Beirut ed esperta di relazioni internazionali, ha scatenato accesi dibattiti negli Stati Uniti, mentre in Medio Oriente ha fatto nascere congetture su un nuovo piano dell’occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli.

Le rivolte nei paesi arabi hanno modificato gli interessi geostrategici della regione. Ma non sono riuscite a cancellare la lunga rivalità esistente tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Il punto di forza dei movimenti democratici in Medio Oriente è la loro estraneità agli attenzioni geostrategice regionali. Per la prima volta le rivendicazioni dei manifestanti arabi non riguardano una grande causa sovranazionale: panarabismo, panislamismo, socialismo, sostegno alla causa palestinese, anticolonialismo, antisionismo o antimperialismo. Si tratta di movimenti patriottici, non nazionalisti, radicati in un contesto nazionale, che prendono di mira i leader, ma senza accusarli di essere marionette al servizio delle potenze straniere.

Le grandi linee di frattura geostrategiche non si sono eclissate: sopravvivono nelle menti dei potenti ancora in carica che, quando non si accontentano di lottare per la sopravvivenza (come Muammar Gheddafi in Libia o Ali Abdallah Saleh nello Yemen), interpretano le rivolte alla luce delle conseguenze sulla stabilità della regione. È il caso dell’Arabia Saudita e di Israele, che s’interessa alle manifestazioni arabe quasi esclusivamente in quest’ottica. Per quanto riguarda invece l’occidente, da una parte sembra soddisfatto della democratizzazione in corso, ma in realtà è molto attento alla stabilità della regione, come dimostra la scelta di rimanere in silenzio riguardo alla repressione in Bahrein.

Ci troviamo di fronte a una divisione, sconosciuta nella storia recente: fino a pochi anni fa i movimenti rivoluzionari miravano a favorire una grande potenza o un’ideologia. Per molto tempo il punto di riferimento è stata l’Unione Sovietica, poi l’islamismo, ma anche l’occidente ai tempi delle manifestazioni che hanno fatto cadere il muro di Berlino. Oggi  sembrano coesistere due logiche.

Da una parte si vedevano dei siriani che si facevano uccidere pur di manifestare contro il regime di Bashar al Assad, dall’altra dei palestinesi residenti in Siria che, incoraggiati dal regime di Damasco, cercavano di oltrepassare il confine sulle alture del Golan andando incontro alla morte per mano dei soldati israeliani. L’impressione è che questi due gruppi di manifestanti provenissero da due Sirie diverse.

È necessario distinguere tra i paesi dove le poste in gioco geostrategiche sono limitate e quelli dove il rovesciamento del regime può apparire come il preludio a un cambiamento più ampio. Al primo gruppo appartengono paesi come la Tunisia, lo Yemen, la Libia e, paradossalmente, l’Egitto. I primi tre occupano un posto marginale nelle reti di alleanze e nei conflitti mediorientali. Molto probabilmente la Tunisia manterrà una linea filoccidentale e continuerà ad aver bisogno dell’Europa. Il regime di Gheddafi è isolato dal resto del mondo arabo e lo Yemen è importante solo per l’Arabia Saudita.

Il paradosso è l’Egitto, un attore fondamentale nel conflitto israelo-palestinese e il cuore delle tensioni che agitano il mondo arabo. Nonostante ciò, la caduta del regime di Mubarak avrà un impatto molto limitato dal punto di vista geostrategico. In passato l’opinione pubblica egiziana ha duramente criticato l’atteggiamento compiacente di Mubarak nei confronti di Israele e non ha mai appoggiato gli accordi, più o meno segreti, di cooperazione tra Il Cairo e Tel Aviv sulla repressione dei militanti di Hamas, la chiusura della Striscia di Gaza o la vendita di gas a Israele.

Il problema è sapere se di fronte a un’evoluzione simile i futuri governi israeliani, a differenza di quello attuale, saranno pronti a favorire il cambiamento politico. La grande linea di frattura che percorre il mondo arabo, in particolare a est del fiume Giordano, è l’opposizione tra un polo arabo e sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e l’Iran sciita. Da trent’anni Riyadh considera Teheran una minaccia e cerca, con più o meno successo, di sfruttare il nazionalismo arabo e il sunnismo militante per arginare l’ambizione iraniana di diventare la principale potenza regionale.

In questo contesto il movimento democratico in Bahrein (dove la maggioranza sciita della popolazione si è ribellata contro il regime sunnita) è una duplice minaccia per l’Arabia Saudita. È una minaccia interna perché mette in discussione la legittimità della monarchia bahreinita (e, di conseguenza, quella della monarchia dell’Arabia Saudita, dove vive un gruppo consistente di sciiti). Inoltre è una minaccia esterna perché, senza volerlo, mette in pericolo un equilibrio strategico considerato vitale: l’opposizione tra Arabia Saudita e Iran, basata su quella che Riyadh considera la divisione definitiva nel golfo Persico, cioè quella tra sunniti e sciiti. Questo timore è rafforzato dall’evoluzione religiosa degli alawiti siriani (una corrente sciita): considerati alla stregua di “eretici”, gli alawiti sono stati riconosciuti come musulmani solo dagli scii­ti, rafforzando agli occhi dei sauditi l’idea che le divisioni strategiche si basino essenzialmente sull’opposizione tra sunniti e scii­ti.

Ufficialmente l’Iran non sta sfruttando quest’opposizione perché significherebbe confinarsi in un ghetto. Sostenendo i palestinesi ed Hezbollah, Teheran ha cercato di superare questo conflitto religioso, presentandosi come il campione della causa araba. Negli anni ottanta l’Iran era uscito sconfitto dalla contrapposizione tra sciiti e sunniti. Durante la guerra tra Iran e Iraq, solo le minoranze sciite del mondo arabo avevano sostenuto l’Iran (e nemmeno tutte). Saddam Hussein invece aveva potuto contare su una vasta coalizione fondata sul nazionalismo arabo e sul panislamismo sunnita. Invadendo il Kuwait nel 1990, Saddam Hussein ha mandato in frantumi questa coa­lizione. Gli iraniani hanno imparato la lezione: per promuovere la loro causa non hanno puntato sulla rivoluzione islamica, ma sull’antiamericanismo militante, il sostegno ai palestinesi e il nuovo atteggiamento di garante degli equilibri del golfo Persico.

Nel luglio del 2006 la guerra in Libano – in cui Hezbollah, sostenuto dall’Iran, è riuscito a tenere testa all’esercito israeliano – ha segnato il culmine di questa politica e Hassan Nasrallah, il leader del partito islamista, è apparso come il nuovo campione della causa araba. Pochi mesi dopo la situazione è cambiata: la condanna a morte di Saddam Hussein è stata percepita come una rivincita degli sciiti, sostenuti dagli iraniani e allo stesso tempo dagli statunitensi. Gli sciiti arabi non possono essere ridotti a una “quinta colonna” iraniana. Iracheni e bahreiniti hanno compreso da tempo il rischio di essere strumentalizzati da Teheran: si sentono prima di tutto iracheni e bahreiniti, e lottano per il diritto a essere riconosciuti come cittadini a tutti gli effetti. Anche loro, però, come Hezbollah, hanno bisogno di essere tutelati dall’Iran perché vivono in un ambiente sunnita ostile.

È soprattutto l’Arabia Saudita ad alimentare la grande narrazione di una lotta tra persiani sciiti e arabi sunniti, sullo sfondo della quale tutti gli arabi sciiti sono visti principalmente come persiani di lingua araba, ma anche come eretici, secondo i canoni del wahabismo (il movimento religioso sunnita al potere in Arabia Saudita). Questo è uno dei pochi punti della politica estera saudita ad avere una giustificazione religiosa. Spiega, inoltre, l’ambivalenza di Riyadh verso i movimenti radicali sunniti, dai taliban afgani ai jihadisti di Fallujah. Da molto tempo ormai la causa palestinese è marginale nell’ottica dei sauditi. Il problema principale è la “minaccia iraniana”. Una questione che potrebbe assumere i contorni di una profezia che si autoavvera: negando agli sciiti del Bahrein il diritto alla piena cittadinanza, l’Arabia Saudita li relega al loro status di “quinta colonna” dell’Iran.

Resta da affrontare la questione della Siria. Il regime siriano è il principale alleato dell’Iran e tutto il mondo, dai sauditi agli israeliani, dovrebbe gioire della sua caduta. Tuttavia prevale la preoccupazione, perché la caduta di Assad spalancherebbe le porte sull’ignoto. Quale sarà la politica estera di Damasco quando sarà finita la dominazione del partito Baath? È difficile dare una risposta perché il presidente siriano è strettamente condizionato dalla politica interna. Negli ultimi quarant’anni il regime di Damasco ha sviluppato una strategia della tensione permanente con Israele con l’obiettivo di presentarsi come difensore del nazionalismo arabo contro gli israeliani. Allo stesso tempo ha tessuto le fila di una diplomazia basata sulla realpolitik, stando ben attento a non superare mai certi limiti e a tenere le fila di molte alleanze contemporaneamente.





martedì 1 ottobre 2013

Bashar al Assad: volontà eliminare armi chimiche'



Intervista eslusiva di RaiNews24
"Non si tratta della risoluzione Onu ma della nostra volontà di eliminare le armi chimiche".

E' quanto ha detto il presidente siriano Assad in un'intervista a Rai News 24. "Abbiamo aderito all'accordo internazionale contro le armi chimiche prima della risoluzione", ha aggiunto. "Siamo pronti all'eventualità di una Conferenza di pace Ginevra 2 ma non possiamo decidere chi guiderà la nostra delegazione fino a quando non conosceremo contesto e criteri sui quali si baserà la Conferenza". "Se i ribelli sono armati non sono opposizione ma terroristi e quindi non possiamo discutere con i teroristi e con al Qaeda".

"Non abbiamo riserve sull'accordo sulle armi chimiche. Il nostro compito è fornire dati e agevolare la procedura, ma i problemi sono di aspetto tecnico: come raggiungere quei luoghi in presenza di terroristi pronti a porre qualunque ostacolo e come sbarazzarsi di quei materiali". "Non abbiamo usato noi i gas ma i terroristi".

E' quanto ha detto il presidente siriano Assad in un'intervista a RaiNews24, aggiungendo:"E' inaccettabile il dispiegamento di una forza internazionale di interposizione perché non funzionerebbe, non ci sono due Paesi in lotta". "La Ue parla di aiuti ma poi impone l'embargo".

"Quando c'è una tempesta, non si abbandona la nave, la mia missione è di portarla in porto, non di abbandonarla" Lo ha detto il presidente siriano Assad nell'intervista a RaiNews24.

Assad ha parlato anche del futuro: "Se abbandonare il mio incarico migliorasse la situazione, lo farei, ma devo restare al mio posto". Quanto alle elezioni del 2014, "deciderò alla vigilia se ricandidarmi: se capirò che il popolo lo vorrà, lo farò". "Dopo questa crisi potremo costruire una Siria di gran lunga migliore a quella precedente, l'unica opzione rimasta è difendere il Paese e liberarci dei terroristi e della loro ideologia".

martedì 27 agosto 2013

Siria: 'tre giorni di raid' Nbc, si colpirà da giovedì




La notizia dell'attacco diffusa dalla Nbc, ma il presidente Barack Obama non ha preso una decisione su eventuali azioni militari.

La crisi siriana sta spingendo le varie diplomazie internazionali a schierarsi, spinte dalle dure parole del segretario di Stato John Kerry nei confronti del regime di Assad. E da Londra arrivano segnali di un imminente attacco occidentale alla Siria

''A fronte di ogni tentativo di colpirci, risponderemo e risponderemo con forza''. Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu riferendosi alla tensione in Siria. ''Lo stato di Israele è pronto - ha aggiunto - ad ogni scenario''. Netanyahu ha detto anche che Israele non ''è parte alla guerra civile in Siria''.

La Francia non ha nessun dubbio sul fatto che un attacco chimico sia avvenuto in Siria e che sia stato sferrato dalle forze di Assad. Lo dicono fonti diplomatiche di Parigi, aggiungendo che "è inaccettabile" e "la Francia non verrà meno alle sue responsabilità per rispondere".

Una serie di attacchi limitati contro la Siria in rappresaglia per l'uso di armi chimiche potrebbero essere lanciati "a partire da giovedì". Lo ha detto alla Nbc una fonte dell'amministrazione Usa. "Tre giorni di raid" sarebbero limitati nell'obiettivo e mirati a mandare un messaggio al regime di Damasco, ha detto la fonte.

Le potenze occidentali hanno detto all'opposizione siriana di attendere un attacco nei prossimi giorni. Lo riferiscono alla Reuters fonti che hanno partecipato ad un meeting con la coalizione nazionale siriana.

La Lega Araba denuncia: Il regime di Bashar al Assad "ha la piena responsabilità" per l'uso di armi chimiche in Siria, e il Consiglio di sicurezza Onu deve "superare le divergenze e adottare misure dissuasive".

Hagel, a Obama opzioni per tutte evenienze - ''Abbiamo spostato gli asset per essere in grado onorare e assecondare qualsiasi opzione il presidente'' decidesse di seguire. Lo afferma il segretario alla difesa, Chuck Hagel, in un'intervista alla Bbc, sottolineando che sono state offerte al presidente ''le opzioni per tutte le evenienze''.

'La comunità internazionale deve rispondere'' al presunto attacco chimico in Siria. Ne 'è convinto il premier britannico David Cameron, fa sapere un portavoce di Downing Street. ''Qualsiasi decisione deve essere presa rigorosamente in un ambito internazionale. Qualsiasi uso di armi chimiche è completamente e assolutamente aberrante e la comunità' internazionale deve rispondere'', ha dichiarato il portavoce di David Cameron. Le forze armate britanniche stanno mettendo a punto un piano di emergenza nell'eventualità di una risposta militare al presunto attacco chimico in Siria. Lo fa sapere Downing Street.

Bonino, Italia non parteciperà al di fuori Onu - "L'Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu". Lo ha detto il ministro degli Esteri Emma Bonino alle Commissioni Esteri congiunte. Per l'Italia un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu è "l'unico quadro di riferimento giuridico" per un intervento militare contro la Siria, ha detto il ministro degli Esteri, spiegando il no dell'Italia a intervenire senza un via libera dei 15.

Una riunione a livello ministeriale dei Paesi "Amici della Siria" e dell'opposizione siriana si terrà il 4 settembre. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Emma Bonino, senza precisare il luogo dell'incontro.

Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato che sarà rinviato l'incontro previsto con la Russia domani, 28 agosto. La decisione è messa in relazione alla necessità di elaborare una risposta adeguata all'uso delle armi chimiche in Siria.

L'incontro rinviato era in programma per domani a L'Aia tra i diplomatici di Stati Uniti e Russia. Si puntava a discutere il progetto di una conferenza di pace per porre fine alla guerra civile in Siria. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ha però annunciato il rinvio a causa delle ''consultazioni in corso per trovare una risposta appropriata dopo l'attacco con armi chimiche in Siria, il 21 agosto''. L'incontro più in dettaglio doveva essere tra Wendy Sherman, sottosegretario per gli affari politici al Dipartimento di Stato, l'ambasciatore degli Stati Uniti in Siria Robert Ford, e i ministri russi Gennady Gatilov e Mikhail Bogdanov. ''Lavoreremo con i nostri colleghi russi per riprogrammare l'incontro'', ha detto l'alto funzionario, aggiungendo che l'uso recente di sostanze chimiche nel paese dimostra la necessità di arrivare ad una soluzione politica definitiva e duratura per porre fine allo spargimento di sangue in Siria.

E tra i favorevoli ad un intervento militare (Usa, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita) si aggiunge anche la Turchia che per bocca del ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha definito un «crimine contro l'umanità» a cui va data «risposta» il presunto attacco lealista con armi chimiche del 21 agosto alla periferia est di Damasco, e ha ammonito che per la comunità internazionale si tratta di un «test» vero e proprio. «Questo è un crimine contro l'umanità, e un crimine contro l'umanità non deve rimanere senza risposta», ha insistito Davutoglu. «Ciò che occorre sia fatto, va fatto», ha avvertito. Lunedì lo stesso ministro aveva affermato che la Turchia

Mosca si rammarica per la decisione degli Usa di cancellare l'incontro bilaterale russo-americano per la discussione della convocazione della conferenza di pace sulla Siria: lo ha twittato il viceministro degli esteri Ghennadi Gatilov. L'incontro era previsto domani all'Aia ma Washington ha comunicato la decisione di rinviarlo.

Il dipartimento di Stato Usa, riferisce Itar-Tass, ha deciso di rinviare l'incontro perchè sono in corso consultazioni sulla risposta adeguata all'attacco con l'uso di armi chimiche. ''L'elaborazione dei parametri per la soluzione politica in Siria sarebbe molto utile proprio ora in cui su questo Paese incombe un'azione militare'', si legge nell'account twitter di Gatilov, che esprime rammarico per la cancellazione dell'incontro.

Gli ispettori dell'Onu sull'uso di armi chimiche non si sono potuti recare oggi in una località vicino a Damasco dove volevano accedere a causa di un mancato accordo tra diversi gruppi ribelli, ha affermato il ministro degli Esteri siriano Walid al Moallem.

Si potrebbe tenere domani una riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu sulla situazione in Siria. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Emma Bonino alle Commissioni congiunte, aggiungendo che esiste una proposta in tal senso "di cui attendiamo conferma". La Nato discuterà del caso Siria giovedì, a Bruxelles. Lo ha riferito il ministro degli esteri Emma Bonino.

Iran, attacco avrebbe gravi conseguenze in Mo - L'Iran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, ha ribadito che un attacco alla Siria avrebbe ''gravi conseguenze'' in ''tutta la regione mediorientale''. Serve una ''soluzione politica'' alla crisi siriana e ha espresso la speranza di Teheran che i ''leader europei'' prendano ''sagge decisioni'' evitando l'attacco.

Il portavoce, Abbas Araqchi, ha precisato che le "gravi conseguenze" sarebbero provocate da "qualsiasi azione militare" contro la Siria e ha sottolineato che questo è il momento di essere cauti per evitare che la situazione vada "fuori controllo": uno sviluppo, ha detto il portavoce iraniano, "che speriamo non accada". Teheran comunque, ha annunciato Araqchi, farà "del suo meglio" per evitare un conflitto e "speriamo che tutti tornino indietro" alla ricerca di una "soluzione politica".

Siria: Russia, aggirare Onu conseguenze catastrofiche - Per la Russia i tentativi di aggirare il Consiglio di Sicurezza Onu “creano per l’ennesima volta pretesti artificiali infondati per un intervento militare nella regione, gravidi di nuove sofferenze in Siria e conseguenze catastrofiche per Medio Oriente e Nord Africa Nord”. Lo dichiara oggi Alexander Lukashevich, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

Riguardo alle prove ''inconfutabili'' sull'uso da parte del regime di Damasco di armi chimiche di cui gli Stati Uniti sarebbero in possesso secondo quanto dichiarato ieri dal segretario di Stato americano John Kerry, queste secondo Lukashevich ''non sono state tuttavia ancora presentate''. Ieri in una telefonata con il premier britannico David Cameron, il presidente russo Vladimir Putin aveva affermato che a suo avviso ''non ci sono ancora prove che l'attacco del 21 agosto sia stato opera delle forze di Assad''.

L'Egitto mette in guardia contro nuovi spargimenti di sangue come in "Libia, Iraq e Afghanistan, e invita le parti alla saggezza e a trovare una soluzione politica al conflitto in Siria.