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venerdì 24 novembre 2017

Putin, missione compiuta in Siria: la regia del dopo Sato Islamico è sua



Gli accordi di Sochi normalizzeranno la situazione in Medio Oriente. Lo ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin che definisce costruttivo l’incontro con il presidente iraniano, Hassan Rohani e quello turco Recep Tayyip Erdogan.

Sulla composizione del Congresso di dialogo nazionale promosso dal Cremlino, la Turchia continua a rifiutare la presenza dei rappresentanti curdi.

“L’azione militare su vasta scala contro i gruppi terroristici in Siria sta volgendo al termine – ha detto Putin – Sottolineo che grazie agli sforzi di Russia, Iran e Turchia, siamo riusciti a prevenire il crollo della Siria”. L’intesa è totale ha aggiunto Erdogan, ma non specifica se siano state prese decisioni sulla presenza dei curdo-siriani. “L’accordo che abbiamo raggiunto è importante, ma non è ancora abbastanza – ha aggiunto Erdogan – è fondamentale che tutte le parti interessate contribuiscano a trovare una soluzione politica permanente e accettabile per il popolo siriano”.

Nei giorni scorsi il presidente siriano Bashar Assad era salito a Sochi, la capitale diplomatica di Putin sul Mar Nero, per rendere omaggio all’uomo che gli ha salvato il regno e il posto. C’è ancora molto da fare prima di ottenere una vittoria completa sui terroristi», ha ammesso Putin. Ma ciò che conta per lui è annunciare che si torna a casa; avviare il ridimensionamento della missione in Siria mantenendo comunque la base navale di Tartous e quella aerea di Latakia. Nel frattempo, l’imperativo di un’uscita di scena di Assad sembra finito in disparte, anche se il leader siriano ha pochi margini di manovra: a Sochi non ha potuto far altro che cedere all’ospite la gestione del dopoguerra nel suo Paese.

E Putin ha iniziato a definirlo due giorni dopo - mercoledì - con gli altri due vincitori: il presidente turco Recep Tayyep Erdogan e l’iraniano Hassan Rohani. L’esito del conflitto li ha portati vicini, strana coppia a cui Putin è riuscito a strappare l’appoggio comune a un Congresso di “dialogo nazionale” che si svolgerà per l’appunto a Sochi, e che mira a riuscire dove americani ed europei finora hanno fallito: mettere di fronte il governo siriano e l’opposizione, fargli costruire la nuova Siria insieme dopo sei anni di massacri.

Dopo aver affiancato Turchia e Iran, convincere a collaborare quel che resta dell’opposizione ad Assad sarà la prova del nove per Putin che in qualche modo vuole strappare l’iniziativa alle Nazioni Unite, affiancandosi ai negoziati che riprenderanno a fine mese a Ginevra. Con il presidente russo parlano tutti: dopo aver visto Assad, Putin ha telefonato a Donald Trump e all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al re saudita Salman. Con ciascuno di loro Putin sottolinea gli interessi comuni, in particolare con l’Arabia che con Mosca sta gestendo una fase delicata di ripresa dei prezzi del petrolio: altro terreno dall’equilibrio scivoloso, dove anche il punto di vista di due grandi produttori come russi e arabi non sempre coincide. In Siria, Putin dovrà far coesistere il consolidamento di Teheran con il ridimensionamento di Riad, che ha armato l’opposizione ad Assad. La guerra starà finendo, ma la partita diplomatica inizia ora.

I vertici della repubblica islamica degli ayatollah, hanno dichiarato che la guerra al Califfato è vinta: un segnale che secondo loro può cominciare la spartizione in zone di influenza.

L’agenda però la dettano i russi, entrati in guerra a fianco di Damasco nel settembre 2015, mentre i turchi sono soddisfatti dalla presenza militare nel Nord della Siria in funzione anti-curda e Israele continuerà a occupare le alture del Golan conquistate nel 1967. Gli iraniani puntano a mantenere quell’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah che rende furibondi i sauditi e nervosi gli israeliani. Il casus belli è sempre questo da oltre tre decenni: la repubblica islamica sciita, persiana ed erede di un impero millenario.

Gli Stati Uniti con la Russia dovrebbero sancire questa spartizione dove convivono in un affollato condominio militare. L’accordo tra Putin e Trump (ieri i due presidenti hanno avuto un colloquio telefonico di circa un’ora) potrebbe essere il risultato della dichiarazione di Da Nang, al vertice asiatico dell’Apec, quando in un raro comunicato congiunto hanno affermato di concordare sull’«integrità della Siria e la sua sovranità». Quanto sarà integra e sovrana la Siria per la verità è nebuloso: i russi hanno insistito con Assad per fare un accordo con l’opposizione e chiudere la partita. Anche se è evidente che Mosca manterrà le basi in Siria e gli Usa un contingente militare, che pur vittorioso con i curdi siriani a Raqqa, appare vulnerabile per la presenza di Assad e delle milizie sciite. Mentre è fuori discussione che gli americani resteranno in Iraq, a maggioranza sciita e alleato dell’Iran, dove sono presenti le truppe di una dozzina di Paesi, Italia compresa.

Da questa ipotesi di spartizione vengono emarginate le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che hanno sostenuto la guerra per procura contro Assad e l’Iran. Possono sperare in qualche compensazione nei negoziati dell’Onu ma sono briciole rispetto all’obiettivo che perseguono dal 1979, quando la rivoluzione di Khomeini fece fuori lo Scià in questa rivalità hanno investito 60 miliardi di dollari nella guerra di Saddam contro Teheran e molti altri ancora sostenendo i gruppi radicali sunniti e jihadisti. Non solo: Riad è impantanata in una guerra in Yemen che non riesce a vincere contro gli Houthi, la tribù sciita zaydita sostenuta da Teheran. Per i Saud, custodi della Mecca e riferimento di un miliardo e mezzo di musulmani, è quasi un’umiliazione.

Gli arabi del Golfo devono però lamentarsi con se stessi e i turchi: sono stati mollati da Erdogan, il quale dopo essersi proposto come il leader dei sunniti, appoggiando i Fratelli Musulmani in Egitto e la guerriglia contro Assad, ha fatto buon viso a cattivo gioco e, pur di sigillare le frontiere all’irredentismo curdo, ha abbandonato il campo occidentale della Nato e gli arabi per mettersi d’accordo con Putin e Teheran. Tutto questo è il risultato dei calcoli sbagliati degli arabi e degli occidentali: nel 1980 Saddam pensava di abbattere Khomeini, sostenuto dai soldi del Golfo, poi ha dovuto firmare una tregua sullo Shatt el Arab. Nel 2001 gli americani in Afghanistan credevano di mettere fine al terrorismo che invece è ancora una spina nel fianco anche dell’Europa. Nel 2003 gli Usa hanno fatto fuori Saddam e regalato all’Iran una vittoria strategica. Nel 2011 puntavano con Turchia e monarchie arabe a eliminare Assad e invece hanno riportato la Russia da protagonista in Medio Oriente.

Vediamo che le possibilità di pace o  di nuove guerre si ponderano. Sono in gran parte legate alla capacità di Usa e Russia di tenere a bada i loro scalpitanti alleati nella regione. Ma dipendono anche da calcoli meno dignitosi rispetto alla necessità di stabilizzare una regione chiave per la sicurezza europea. Gli Usa - ma anche la Francia - sono condizionati da Israele e dalle forniture di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati: hanno innescato, in cambio di miliardi di dollari, una corsa agli armamenti senza freni. Basta scorrere i dati 2016 dei bilanci della difesa: Usa 611 miliardi di dollari, Cina 215, Russia 69, Arabia Saudita 64, Emirati 23, con solo 1,5 milioni di abitanti, Iran 12, con una popolazione di 80 milioni. Questo è un motivo molto significativo perché finita una guerra, un’altra potrebbe cominciare.



domenica 3 gennaio 2016

Iran, il 2016 sarà l'anno della svolta



Nonostante l’embargo economico, l'Iran è stata la base industriale più estesa del Medio Oriente  affermandosi nell’industria siderurgica, del cemento e in quella automobilistica. Leader nel campo della ricerca scientifica in medicina e in ingegneria dopo Turchia e Israele, l’Iran ha ricevuto credito a livello mondiale per le sue realtà accademiche. Ricorda il Premio Nobel per la matematica Maryam Mirzakhani. Ciò di cui ha bisogno ora l’Iran è la tecnologia occidentale e il proprio capitale. Le sanzioni occidentali hanno fatto si che gli unici paesi a interagire economicamente con l’Iran fossero Cina, India e Russia. Questi lo hanno fatto in maniera opportunistica e hanno contribuito all’isolamento del paese.

È indubbio che, dal punto di vista economico, l'Iran sia certamente un Paese ricco, con abbondanza di gas e petrolio, ma il loro sfruttamento è stato penalizzato grazie alle sanzioni dal non trasferimento di know-how e, inoltre, dalle condizioni estremamente svantaggiose imposte dalle leggi locali ai possibili investitori stranieri. Con la revoca delle sanzioni l'Iran modificherà in  maniera significativa le condizioni contrattuali.

Nel frattempo, la popolazione deve oggi convivere con una inflazione vicina al 40%, anche se e nonostante la quale, per cercare di rilanciale almeno gli investimenti interni, il governo ha imposto alla banca una netta riduzione dei tassi di interesse.

L'anno della svolta, è quello che si apre che in realtà celebra la millenaria tradizione del Capodanno persiano il 21 marzo - con l'ormai prossima piena entrata in vigore dello storico accordo sul nucleare del 14 luglio scorso a Vienna. Per l' 'implementation day' di quell'intesa si attende la revoca delle sanzioni che hanno frenato l'economia iraniana soprattutto negli ultimi anni, escludendola in particolare dai circuiti finanziari internazionali e riducendone l'export del petrolio. Le sfide che l'economia iraniana si trova di fronte si chiamano però anche ammodernamento del suo sistema produttivo e rilancio dell'imprenditoria privata, nell'ambito di un sistema ancora dominato dal settore pubblico nelle sue varie forme.

Ma le prove per l'Iran nel 2016 sono molte altre ancora. Il 26 febbraio si terranno le elezioni per il nuovo Parlamento, ora dominato dagli ultraconservatori, e che il fronte del presidente Hassan Rohani, con le ali moderate di riformisti e conservatori, punta a riconquistare. Le quasi 12 mila candidature registrate per i 290 seggi del Majlis andranno al vaglio del Consiglio dei Guardiani, l'organo che ha l'ultima parola sull'idoneità dei candidati: anche qui dominano i conservatori, che hanno già lanciato i primi segnali contro chi sarà riconosciuto come troppo vicino ai sedizionisti del movimento Verde del 2009, e il loro verdetto darà la misura di quanto reale sarà la contesa elettorale. Certo è comunque che il numero delle candidature è oltre il doppio di quelle di quattro anni fa, e segnala un rinnovato interesse degli iraniani per la competizione politica.

Con i nuovi deputati gli iraniani eleggeranno anche la nuova Assemblea degli esperti: l'organo di 88 membri potrà decidere nei prossimi anni la successione, nel ruolo di Guida suprema, di Ali Khamenei, 76 anni, la massima carica religiosa e politica della Repubblica islamica. Il grande manovratore della politica iraniana, l'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, ha lanciato un sasso nello stagno, riaprendo il dibattito sulla possibilità di un collegio al posto di un singolo come Guida, e di un controllo degli Esperti sulla sua attività.

Il tema non è un dettaglio, perché riguarda il principio fondante di quel singolare ibrido tra democrazia e teocrazia nato dalla rivoluzione del 1979, ma per ora resta sullo sfondo, nel rispetto della Guida in carica. Intanto alla nuova Assemblea si sono candidati non solo gli stessi Rohani e Rafsanjani, ma anche Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, che porta in dote il prestigio di un nome ma anche una nota vicinanza ai riformisti.

Il voto di febbraio sarà la nuova arena dello scontro tra forze riformatrici e ultraconservatrici nella Repubblica islamica: un sistema che, nonostante l'accesa dialettica interna, può comunque vantare - nell'epoca dell'Isis e di una instabilità diffusa in tutto il Medio Oriente - di essere l'unico Paese stabile della regione. Rispetto alla quale l'Iran si è visto riconosciuto, dopo l'accordo sul nucleare, anche un ruolo di attore sui tavoli della diplomazia internazionale. Gli ultraconservatori - fra cui le potenti Guardie della rivoluzione ed i sostenitori dell'ex presidente Mahmud Ahmadinejad - hanno osteggiato fino all'ultimo quell'accordo, pur sostenuto ed avallato anche da Khamenei. E tengono in vita l'anti-americanismo che ritualmente echeggia negli slogan di ogni organizzata manifestazione di piazza.  Ma, soprattutto, gli ultraconservatori continuano a tenere in scacco il governo Rohani e il suo programma riformatore, in un gioco di veti dove ha un ruolo di grande peso la magistratura.

Anche in questo quadro vanno letti i nuovi, recenti arresti di attivisti, artisti e giornalisti, gli ormai quasi cinque anni di arresti domiciliari per gli ex candidati presidenti Mir Hossein Mussavi e Mehdi Kharrubi, e il numero record di impiccagioni con cui il 2015 si chiude. Provvedimenti giudiziari su cui pesano leggi severe contro il traffico di droga ma anche norme del codice penale lontane anni luce dalla cultura giuridica occidentale. Certo è che anche sui diritti umani, e sulla capacità dei moderati di allentare la pressione su una società civile giovane e vicina ai modelli occidentali, la Repubblica islamica gioca il suo futuro.

La Russia potrebbe concedere all'Iran un prestito per un importo di 5 miliardi di dollari nel 2016. Lo ha detto il ministro russo dell'Industria e del Commercio Denis Manturov. "Stiamo parlando di concedere un prestito di stato, naturalmente sotto garanzia del governo iraniano... Penso che se tutte le formalità saranno concordate nel primo trimestre del 2016, l'anno prossimo potrà essere parzialmente erogato" ha dichiarato il ministro ai giornalisti nella capitale iraniana.



giovedì 2 aprile 2015

Iran: trovato accordo quadro. Obama: «Accordo storico, mondo più sicuro»



Oltre due terzi dell’attuale capacità di arricchimento dell’uranio sarà congelata. Revocate le sanzioni  di Ue e Usa contro Teheran.

L'accordo sul nucleare iraniano prevede la "revoca di tutte le sanzioni". E' scritto nella dichiarazione congiunta letta da Federica Mogherini a Losanna. "L'Ue - ha proseguito la Mogherini leggendo la dichiarazione congiunta - termineranno l'attuazione di tutte le sanzioni, economiche, energetiche e finanziarie e gli Stati Uniti cesseranno l'applicazione di tutte le sanzioni secondarie, economiche e finanziarie, insieme all'attuazione di tutti gli impegni dell'Iran, come concordato con l'Aiea".

La "soluzione a 360 gradi" trovata a Losanna "garantirà la natura esclusivamente pacifica" del programma nucleare iraniano". "Abbiamo raggiunto un accordo che garantisce che l'Iran non potrà sviluppare l'arma nucleare".

"Non ci saranno altre strutture di arricchimento dell'uranio oltre a Natanz", dice ancora la dichiarazione. Nella centrale iraniana di Fordo non ci sarà materiale fissile.

Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una "storica intesa" che "preverrà la bomba nucleare" e con "l'accordo finale il mondo sarà più sicuro". "L'accordo con l'Iran non si basa sulla fiducia, ma su verifiche senza precedenti", ha aggiunto.

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha confermato dal suo account Twitter che sono state trovate soluzioni sui punti chiave del negoziato sul nucleare iraniano. E ha annunciato che comincia immediatamente la stesura della bozza da concludere con l'accordo tecnico dettagliato – secondo quanto già previsto - entro il 30 giugno.

"Un grande giorno: Unione europea, 5+1 e Iran hanno ora i parametri per risolvere le questioni piu' importanti sul programma nucleare. Presto di nuovo al lavoro per un accordo finale": cosi' twitta il segretario di stato americano, John Kerry.

Saranno sospesi i due terzi della capacità di arricchimento dell'uranio da parte dell'Iran. Lo prevede - secondo indiscrezioni sui media americani - l'accordo raggiunto a Losanna, che indica anche come l'attività nucleare dell'Iran sarà monitorata per 10 anni.

"Ultima plenaria ministeriale delle trattative con l'Iran. Ora incontro con la stampa con Zarif. Good News": cosi' l'Alto Rappresentante europeo per la politica estera, Federica Mogherini, su Twitter.

Per il presidente statunitense , Barack Obama, l'accordo di Losanna sul nucleare iraniano è «storico» ma ha avvertito che le sanzioni saranno reintrodotte se l'intesa non sarà rispettata da Teheran. Questo il primo commento del presidente americano secondo il quale l'accordo quadro raggiunto è «una buona intesa» perché Teheran non potrà più arricchire uranio per ottenere il plutonio necessario a costruire un’atomica. Il presidente americano garantisce che saranno effettuate verifiche senza precedenti sul rispetto dell'intesa da parte iraniana.

È dal 4 novembre 1979, dall’assalto degli studenti iraniani all’ambasciata Usa di Teheran con la presa in ostaggio dei diplomatici americani per 444 giorni, che le relazioni tra Washington e Repubblica islamica sono congelati. Ora si può voltare pagina. Non a caso il segretario di Stato americano John Kerry ha detto: “E’ un grande giorno”.

Con l'intesa di oggi “siamo vicini come mai prima a un accordo che rende impossibile il possesso delle armi atomiche dell'Iran”, ha detto Angela Merkel, in una nota diramata dalla portavoce, sull'accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Losanna.

L'accordo prevede “fasi di 10 anni, altre a 15-20-25 anni: diverse fasi volte anche a costruire una fiducia che prima non c'era”, ha detto l'Alto rappresentante Ue dopo l'accordo sul nucleare iraniano. L'accordo sul nucleare iraniano prevede la “revoca di tutte le sanzioni”, quindi sia quelle finanziarie che quelle energetiche. “L'Ue - ha proseguito la Mogherini leggendo la dichiarazione congiunta - terminerà l'attuazione di tutte le sanzioni, economiche, energetiche e finanziarie e gli Stati Uniti cesseranno l'applicazione di tutte le sanzioni secondarie, economiche e finanziarie, insieme all'attuazione di tutti gli impegni dell'Iran, come concordato con l'Aiea”, l’agenzia sul nucleare delle Nazioni Unite con sede a Vienna.

Si comincierà “immediatamente a lavorare sulla stesura, che verrà completata entro il 30 giugno”.

Dettagliato il programma sulle limitazioni tecniche nei vari siti nucleari iraniani.
“Non ci saranno altre strutture di arricchimento dell'uranio oltre a quello di Natanz” ha detto l'alto rappresentante per la politica estera Ue, parlando di “joint venture internazionale per le strutture dei reattori di acqua pesante”. Non è stato specificato il numero massimo di centrifughe per l’arricchimento ammesse. “L'impianto di Fordo” (collocato sotto una montagna per evitare di essere colpito da raid aerei o missilistici, ndr), ha aggiunto Mogherini, “sarà convertito in un sito per la ricerca in Fisica” e non ci sarà all'interno più materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all'estero: “Le potenze mondiali aiuteranno l'Iran a costruire un nuovo reattore ad Arak”. Non è chiaro se la destinazione del materiale arricchito iraniano possa essere Mosca come al tempo del precedente accordo poi saltato all’ultimo momento a causa di un contrasto tra l’allora capo delegazione iraniana Larijani, favorevole all’intesa, e Ahmadinejad, che lo aveva sabotato su pressione dei Guardiani della Rivoluzione contrari all’intesa con il “Grande Satana” come ebbe a definire gli Stati Uniti l’ayatollah Khomeini nel 1979.

Barack Obama ha tenuto un discorso alla Casa Bianca sul nucleare iraniano. Obama ha dichiarato che è convinto che l’intesa di oggi sul programma nucleare di Teheran , che ha definito “storica”, porterà a un accordo definitivo entro il 30 giugno e che “renderà gli Stati Uniti, i suoi alleati e il mondo più sicuri”. Obama ha aggiunto che le sanzioni contro l’Iran sono state fondamentali per convincere Teheran a sedersi al tavolo delle trattative.

Barack Obama ha parlato anche di Israele, che nei mesi scorsi si è opposta più volte alla firma di un accordo sul nucleare iraniano: “Non è un segreto che io e Benjamin Netanyahu non andiamo d’accordo su questa questione. Ma questa intesa è la migliore opzione possibile per Israele”.



lunedì 23 dicembre 2013

Hassan Rohani si è rivolto alla Bonino “Italia nostra porta per Europa”



L'Italia vuole vincere la gara di "amicizia e collaborazione" con l'Iran e aprire una nuova stagione di incontri portando con sé gli altri Paesi europei.

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani nel secondo e ultimo giorno della sua visita a Teheran.

Con la sua storica visita a Teheran, la prima di un capo della diplomazia italiana in quasi dieci anni, il ministro degli Esteri Emma Bonino ha assegnato di nuovo all’Italia quel delicato ruolo di interlocutore primario che Roma ha tradizionalmente svolto nei rapporti fra Europa e Iran.

«L’Italia ha giocato il ruolo di partner importante della Repubblica islamica e finora ha funzionato da porta per le relazioni fra Iran ed Europa» e i legami con Roma «possono creare fiducia reciproca» fra Teheran e l’Ue: ha riconosciuto il presidente iraniano Hassan Rohani, nel suo incontro con Bonino. Rohani ha anche sottolineato di essere disponibile a «promuovere le relazioni» con l’Italia «al più alto livello possibile». L’espansione dei rapporti bilaterali dovrebbe puntare - ha indicato - ad «obiettivi di lungo termine» con una cooperazione «a tutti i livelli».

Primo capo di una diplomazia europea a recarsi a Teheran dopo il cambio di guardia alla presidenza, Bonino aveva ieri avocato a sé il compito di «andare a vedere le carte» vantate dall’Iran nell’aprirsi al mondo con il nuovo corso inaugurato da Rohani. Questo compito di interlocutore primario era già stato assolto dall’Italia quasi quindici anni fa con la visita compiuta a Roma dal presidente iraniano Mohammad Khatami, l’uomo che all’epoca tentò di aprire la Repubblica islamica alle riforme e al dialogo con l’Occidente prima della chiusura operata dagli otto anni della presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Quel viaggio del marzo 1999 era stato il primo di un capo di Stato iraniano in un paese dell’Unione europea dopo la Rivoluzione islamica del 1979. La circostanza è stata ricordata a Teheran, nella visita compiuta proprio questa settimana, dal premier di allora, Massimo D’Alema.

Ricordiamo che la preparazione della visita di Bonino era cominciata con la missione a Teheran del viceministro degli Esteri Lapo Pistelli lo scorso 7 agosto, appena due giorni dopo l’insediamento di Rohani vincitore delle presidenziali di giugno: una mossa che suscitò le «perplessità di capitali europee vicine e lontane», ebbe a constatare il mese scorso Bonino ricordando però - con una colorita metafora - che all’Assemblea generale dell’Onu a New York ci fu poi una tale «fila per parlare con Rohani» che non si vede «neanche fuori dal Moma».

Il compito assunto dall’Italia appare difficile e dall’esito non scontato. Da un lato ci sono le resistenze, interne all’Iran ma per ora soprattutto al Congresso americano, nei confronti del completamento dell’accordo provvisorio di Ginevra sul controverso programma nucleare iraniano. Dall’altro ci sono diffidenze iraniane acuite dai 34 anni di assedio americano alla scomoda repubblica islamica. Un riprova sono state le proteste diplomatiche di Teheran per il premio Sakharov che una delegazione di eurodeputati ha consegnato a due dissidenti iraniani di spicco, il regista Jafar Panahi e l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, che l’avevano vinto l’anno scorso ma non erano potuti andare a ritirarlo a Strasburgo perché reclusi.

Con la ripresa del dialogo sulla questione del nucleare iraniano "si apra da parte dell'Ue e dell'Iran un periodo di relazioni normali", ha auspicato il ministro degli Esteri con il collega iraniano Mohamed Zarif. Normalizzazione nei rapporti tra Europa e Iran che molto dipende dalla riuscita dell'intesa sul nucleare. Se da una parte l'Italia esprime l'auspicio che "il piano di azione deciso a Ginevra si trasformi in accordo generale", dall'altra Teheran risponde con un appello a "non sabotare ciò che è stato deciso ai più alti livelli politici". E qui il destinatario del messaggio non è solo l'Unione europea ma anche gli Stati Uniti. Nessun cenno in dettaglio sulle sanzioni se non l'applicazione del piano di Ginevra e, comunque, ha spiegato Bonino, "tutte le volte che si è accennato alle sanzioni è stato fatto per guardare avanti e non tornare su non si quale dossier".

Sul tavolo degli incontri anche gli accordi bilaterali. Dal lato economico, con l'annuncio di una missione a breve di una delegazione della Banca Centrale iraniana in Italia e l'apertura di legami in nuovi settori come quello ferroviario e aeronautico; nel campo culturale.

Ma i rapporti tra Iran e Occidente sono legati a doppio filo anche all'eventuale ruolo che il Paese giocherà nella crisi siriana. Teheran incassa ancora una volta il sostegno dell'Italia che continuerà ad appoggiare la necessità che tutti "i Paesi implicati siano responsabilizzati a dare il loro contributo", come ha ricordato Bonino. Il capo della diplomazia italiana ha ripetuto che "i Paesi della regione che hanno implicazioni nel dramma siriano devono avere la possibilità di assumersene la responsabilità. Tutti coloro che possono dare un contributo - ha auspicato ancora la Bonino - devono essere chiamati a darlo".



sabato 28 settembre 2013

Relazioni USA Iran dal 1979 che erano inesistenti



Evento storico la telefonata tra i presidenti Barack Obama e Hassan Rohani . I presidenti si sono parlati al telefono. Una comunicazione diretta tra un presidente americano e uno iraniano non c'era dalla Rivoluzione islamica del 1979 con l’instaurazione del regime khomeini. Un contatto per arrivare a una soluzione diplomatica sul programma nucleare dell'Iran. "Risolvere e superare le differenze è possibile -ha detto Obama e i team sono già al lavoro". Obama ha chiesto all'Iran "azioni significative che potrebbero portare ad un alleggerimento delle sanzioni". I due leader hanno concordato incontri a breve tra i ministri degli Esteri ed auspicato di risolvere il nodo relativo ai progetti nucleari.

È stato Barack Obama a chiamare: in un messaggio su Twitter il presidente iraniano ha detto di aver espresso al capo della Casa Bianca la sua gratitudine per «l'ospitalità e per la telefonata». Ma l'idea della telefonata sarebbe stata in effetti suggerita dagli iraniani. E secondo fonti vicine al presidente iraniano la chiamata sarebbe giunta del «tutto inattesa». Obama, nel corso della conversazione, si è scusato con Rohani «per il terribile traffico di New York» sulla strada per l'aeroporto. «Have a Nice Day» («Le auguro buona giornata»). «Thank you. Khodahfez». Questo, nel tweet attribuito al presidente iraniano, il saluto tra i due capi di Stato al termine della storica telefonata. «Khodahfez» è un comune messaggio di commiato in farsi, letteralmente «Dio sia il tuo custode». Si è trattato del primo colloquio diretto tra i leader dei due Paesi dal 1979, quando Jimmy Carter telefonò all'allora scià di Persia - storico alleato degli Stati Uniti nella regione - poco prima che la furia popolare lo costringesse a fuggire dal Paese.

«Quella con il presidente iraniano Hasan Rohani è stata la prima comunicazione tra i nostri due Paesi dal 1979: è indicazione che stiamo andando verso il superamento delle difficoltà affrontate nel corso della storia. Credo ci siano le basi per una soluzione» della questione del nucleare, ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Obama ha aggiunto che un accordo con Teheran sul nucleare è possibile e che i team di entrambi i Paesi sono già al lavoro per trovare un'intesa. Il presidente Usa ha poi spiegato che i team di entrambi i Paesi lavoreranno insieme, e con il gruppo del 5+1, per andare verso un accordo. Gli Usa si coordineranno anche con gli alleati, incluso Israele, ha precisato. Il presidente americano ha quindi spiegato come lui e Rohani abbiano invitato i rispettivi team a «lavorare speditamente per raggiungere un accordo» sul nucleare. «La strada per un accordo importante sarà difficile - ha aggiunto - ma questa è l'unica opportunità per fare progressi con il nuovo governo iraniano».

Rohani ha infatti pronunciato una promessa: "Presenteremo un primo piano sul nucleare già a Ginevra''. L'appuntamento è fissato per il 15 e 16 ottobre, quando nella città svizzera si ritroveranno seduti attorno allo stesso tavolo i Paesi del cosiddetto '5+1' (Usa, Francia, Gb, Russia, Cina e Germania) e i rappresentanti di Teheran. Un tavolo al quale, ha assicurato il presidente iraniano, "parteciperemo senza porre alcuna precondizione". Obama ci crede: ''La strada che porta all'accordo è difficile e piena di ostacoli, ma penso che superare le differenze per una soluzione complessiva sul nucleare iraniano sia possibile'', ha affermato, rendendo noto oggi il suo colloquio di 15 minuti con Rohani durante una dichiarazione Tv dalla Casa Bianca


lunedì 16 settembre 2013

La storica lettera di Obama a Rohani



Primi contatti fra il presidente americano Barack Obama e il suo avversario iraniano Hassan Rohani che si sono scambiati lettere, come ha detto Obama in una intervista all'emittente televisiva Abc. "Penso che gli iraniani comprendano che la questione del nucleare è un problema molto più importante per noi di quello delle armi chimiche", ha affermato il presidente. "Ciò che dobbiamo trarre da questa lezione (dalla questione siriana, ndr) è che c'è' il potenziale per risolvere tali questioni in modo diplomatico. Il nuovo presidente non renderà le cose improvvisamente facile, ma se insieme a una minaccia credibile della forza c'e' uno sforzo diplomatico rigoroso, allora si riescono a fare accordi", ha sottolineato.

C'è una data che segna la storia del Medio Oriente: il 4 novembre 1979 quando il sequestro dei 52 ostaggi americani nell'ambasciata Usa a Teheran (rilasciati nel gennaio 1981) sancì la rottura delle relazioni diplomatiche tra l'Iran di Khomeini e gli Stati Uniti. Da quel momento gli Stati Uniti hanno sempre visto nella repubblica sciita degli ayatollah un nemico ostinato che minacciava Israele, principale alleato nella regione, e le monarchie petrolifere sunnite del Golfo.

Lo scambio di lettere tra Barack Obama e il presidente Hassan Rohani può cambiare questa storia, soprattutto se sarà seguito da un incontro tra i due ai margini della prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, come ipotizzano diversi organi di stampa. Obama e Rohani si sono consultati sulla Siria, dove l'Iran rappresenta con gli Hezbollah libanesi il principale sostegno militare del regime di Assad, ma è chiaro che in primo piano c'è il dossier nucleare e il programma iraniano per l'arricchimento dell'uranio, sospettato di avere finalità nucleari.

In questi tre decenni di guerra fredda tra Teheran e Washington iraniani e americani hanno provato a fare diplomazia segreta con risultati disastrosi (l'affare Iran-Contras) o ambigui, durante l'invasione Usa dell'Afghanistan nel 2001 e l'occupazione dell'Iraq nel 2003. Nell'ufficio di Hashemi Rafsanjani, ex presidente e uno dei fondatori della repubblica islamica, un giorno mi fu persino mostrata una Bibbia con una firma di Ronald Reagan (difficile dire se fosse autografa). Ma la questione di fondo è rimasta: non ci può essere stabilità in Medio Oriente fino a quando la superpotenza americana e quella regionale del Golfo non si metteranno d'accordo per ristabilire relazioni diplomatiche.

Certamente anche a Teheran qualche cosa è cambiato: il nuovo presidente Rohani ha nominato uno staff dove sono almeno un paio i ministri che hanno studiato negli Usa e che conoscono bene l'America (uno ha persino la green card e la residenza a New York). Segnali di apertura sono stati colti dal vice ministro degli Esteri italiano Lapo Pistelli, unico rappresentante ufficiale di un governo occidentale a recarsi recentemente a Teheran e con frequenti contatti con la diplomazia americana.

Obama in queste ore ha ridimensionato il tono distensivo usato nella lettera a Rohani che attribuisce un «ruolo decisivo» all'Iran sulla questione siriana: «Credo che gli iraniani comprendano che la questione nucleare è un problema ben più importante per noi che quello delle armi chimiche siriane». Come a dire: ci scriviamo ma resta l'opzione militare per impedire che Teheran abbia l'atomica nei suoi arsenali o la possibilità di costruirla. Eppure questa apertura potrebbe cambiare la direzione degli eventi: se avvenisse davvero sarebbe forse il più importante lascito strategico della politica di Obama in Medio Oriente.

Pubblichiamo l’intervista di George Stephanopoulos su Abc News al presidenete USA Barack Obama

Presidente, solo due settimane fa sembrava pronto ad attaccare la Siria. Ora sta negoziando con la Russia. È quello che si immaginava allora? Crede che ora gli Stati Uniti siano in una situazione migliore? 
«Siamo decisamente in una situazione migliore. Tenga presente che il mio obiettivo è di fare in modo che quello che è successo il 21 agosto non accada ancora. Che non si debbano vedere oltre mille persone, più di 400 bambini, vittime di gas letali. Questa è stata un violazione delle leggi internazionali e della comune decenza. Ora abbiamo l’occasione di fare in modo che non accada più».

Crede che un attacco come quello del 21 agosto non si ripeterà? 
«I russi dicono che il regime di Assad non avrebbe mai potuto fare una cosa simile. L’hanno detto quando gli ispettori non erano nemmeno ancora arrivati. Come conseguenza della nostra pressione delle ultime due settimane la Siria, che per la prima volta ha riconosciuto di possedere armi chimiche, ha accettato di aderire al trattato che ne vieta l’uso. Ora i russi dicono che convinceranno la Siria a eliminare tutte le armi chimiche. Non abbiamo ancora prove concrete e verificate che il processo sia effettivamente iniziato, ma i progressi fatti in queste due settimane sono notevoli. La reazione di Assad a delle proteste pacifiche ha portato a un conflitto interno che ha causato centomila vittime e sei milioni di profughi. Ma gli Stati Uniti non possono entrare nella guerra civile di qualcun altro. Non manderemo truppe da terra, non possiamo insediarci militarmente in Siria». 

In passato ha detto che invece bisognava andarci, in Siria… 
«Quello che possiamo fare ora è accertarci che le armi peggiori, quelle che non distinguono tra un soldato e un bambino, non siano usate. Se riusciamo in questo compito si potrà iniziare un processo internazionale al quale partecipino anche i Paesi vicini ad Assad, soprattutto Iran e Russia, e che venga riconosciuto che la guerra civile è terribile per il popolo siriano. Occorre arrivare, in modo serio, a una qualche soluzione politica». 
Putin ora è diventato un improbabile partner dell’America. Nell’editoriale che ha suscitato moltissime polemiche qui negli Stati Uniti, ha detto: «Non c’è ragione di credere che ad usare le armi chimiche siano stati i ribelli». Lei crede che potrebbe mentire per proteggere Assad? 
«Nessuno al mondo prende seriamente in considerazione l’ipotesi che siano stati i ribelli a usare i gas. È vero che ci sono estremisti, inclusi i gruppi affiliati ad Al Qaeda, che non si farebbero nessun problema a usare armi chimiche in Siria e fuori. In ogni modo, gli Stati Uniti e la Russia devono lavorare insieme».
In Siria avete gli stessi obiettivi? 
«Non penso che Putin abbia gli stessi valori che abbiamo noi. Ma entrambi abbiamo lo stesso interesse nell’evitare che la Siria precipiti nel caos totale e nel prevenire il terrorismo. La situazione in questo momento è insostenibile. Dovremo lavorare insieme per cercare di trovare un modo in cui gli interessi di tutte le parti - gli alawiti, i sunniti, i cristiani - siano rappresentati, e di portare la temperatura verso il basso in modo che le cose orribili che stanno accadendo nel Paese cessino immediatamente. Nonostante tutte le nostre differenze reciproche mi rallegra che la Russia sia coinvolta, e che potenzialmente, lo possa essere anche l’Iran».

Non pensa che Putin si stia prendendo gioco della situazione e di lei? 
«Sa, Ronald Reagan disse “Fidati, ma verifica”. Penso sia sempre andata così, soprattutto quando si interagiva con i leader sovietici un tempo, i russi oggi. Io e Putin abbiamo forti disaccordi su tutta una serie di questioni, ma possiamo parlare. E abbiamo lavorato insieme su temi importanti, come l’Afghanistan e in operazioni antiterrorismo. Questa non è la guerra fredda. Questa non è una gara tra gli Stati Uniti e la Russia. Se Mosca vuole avere qualche influenza nella Siria post Assad, non colpisce i nostri interessi».

Cosa pensa della posizione dell’Iran? 
«Con gli iraniani comunichiamo in via indiretta. Con il presidente Rohani ci siamo scambiati missive inerenti la situazione in Siria. E credo che comprendano che la questione nucleare è un problema ben più importante per noi che quello delle armi chimiche. La mia idea è che gli iraniani abbiano capito che non devono pensare che, poiché non abbiamo colpito la Siria, non colpiremmo l’Iran. Allo stesso tempo credo che dovrebbero capire che c’è una via di uscita diplomatica». 

Parliamo di economia. Cade in questi giorni il quinto anniversario del crollo della Lehman. I sondaggi dimostrano che i due terzi degli americani pensano che stiamo andando nella direzione sbagliata, che l’economia non è stabile.

Che ne dice di chi pensa che Wall Street abbia vinto, ma la gente comune no? 
«Pensiamo a dove eravamo cinque anni fa. Eravamo sull’orlo di una grande depressione. In qualche modo perfino peggiore di quella degli Anni 30. Abbiamo stabilizzato la situazione, ora sono 42 i mesi consecutivi di crescita, sette milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro, 500 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero, 370 mila posti di lavoro in un settore auto che era completamente crollato. Il sistema bancario funziona. Si stanno dando prestiti alle imprese. Il mercato immobiliare ha recuperato. Ma è anche vero che non siamo vicino a dove dovremmo essere». 

Il 95% dei guadagni all’1% della popolazione. È impressionante… 
«Lo è. Nonostante i progressi fatti dopo la crisi, gli americani della classe media e i più poveri non ne hanno beneficiato come l’1% del Paese, i più ricchi. Le classi sociali più basse e la middle class non hanno visto crescere il loro reddito, non solo negli ultimi tre, quattro anni, ma negli ultimi 15. E così tutto quello che ho fatto è stato stabilizzare l’economia e rilanciare la crescita, iniziare a produrre di nuovo posti di lavoro e invertire la tendenza degli ultimi decenni. Ecco perché abbiamo reso il sistema fiscale un po’ più giusto chiedendo ai più ricchi di pagare di più. In questo contesto è inutile che i repubblicani continuino a insistere con altri, eccessivi, tagli al bilancio: produrrebbero solo l’aumento di disparità sul fronte dei redditi».

In un’eventuale sfida alle primarie democratiche tra Hillary Clinton e Joe Biden lei continuerà a rimanere neutrale come ha fatto fino ad ora? 
«È troppo presto per cominciare a parlare delle elezioni presidenziali del 2016. Sono stato rieletto appena da un anno. Adesso il mio interesse è tutto sull’America, lascio a voi preoccuparvi della politica».

domenica 16 giugno 2013

Elezioni 2013 in Iran vittoria della rivoluzione moderata

Hassan Rohani è stato eletto presidente dell'Iran, ha detto il ministro dell'Interno alla tv iraniana. Ha avuto circa il il 53% dei voti. Un risultato che esclude il ricorso ad un ballottaggio

E' "una vittoria della moderazione sull'estremismo" questo il commento a caldo di Hassan Rohani appena eletto nuovo presidente della Repubblica Islamica dell'Iran. Il candidato moderato, che aveva raccolto il consenso del fronte riformista, ha oltrepassato la soglia del 50% dei voti e ha vinto la corsa presidenziale al primo turno.

L'Iran ora deve giocare un ruolo costruttivo all'interno della comunità internazionale: è il messaggio del segretario generale dell'Onu, Ban ki-Moon, a Hassan Rohani, vincitore delle elezioni presidenziali. Ottimismo tra i leader internazionali, scettiscismo in Israele.

A sorpresa il candidato moderato appoggiato dai riformisti ha vinto già al primo turno. Il mondo, tranne Israele, guarda all'Iran del dopo-Ahmadinejad e spera in una svolta dopo il trionfo di Hassan Rohani, il religioso moderato sostenuto dai riformisti che ha sbaragliati i rivali nella corsa alla presidenza della Repubblica Islamica.

Rohani ha ottenuto il 50,68% dei voti, pari a 18,6 milioni di schede (hanno votato in tutto 36,7 milioni di aventi diritto, pari al 72,7% dell'elettorato" e subito ha tenuto a lanciare la parola d'ordine della "moderazione", che ha celebrato "la vittoria contro l'estremismo".

La Germania guarda con speranza al risultato elettorale in Iran e considera la vittoria del moderato Hassan Rohani come il frutto di "un voto per le riforme e per una politica estera costruttiva". Lo afferma stasera il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle. Secondo Westerwelle, "vi ‚ da sperare che il nuovo vertice del Paese collabori per arrivare a risolvere le questioni internazionali e regionali" aperte: a partire - lascia intendere il ministro tedesco - dal dossier nucleare.

Il nuovo presidente della Repubblica islamica Hassan Rohani è stato eletto con il 50,70 per cento di preferenze. Lo ha reso noto il ministro degli Interni iraniano Mostafa Mohammad Najjar, precisando che Rohani ha ottenuto 18.613.329 voti su un totale di 36.704.156. Netto il divario con il suo principale rivale, il sindaco di Teheran Mohammad Qalibaf, che ha potuto contare solo su 6.077.292 preferenze.

Al terzo posto il capo dei negoziatori per il nucleare Saeed Jalili con 4.168.946 voti, seguito dal leader dal leader dei pasdaran Mohsen Rezaei con 3.884.412 preferenze, dal Consigliere per gli affari internazionali della Guida Suprema Ali-Akbar Velayati con 2.268.753 voti e infine dall'indipendente Mohammad Gharazi con 446.015 preferenze.

Subito dopo l'annuncio della vittoria di Hassan Rohani, a Teheran - ad esempio sul lunghissimo viale Vali-e Asr che spacca da nord a sud la città - sono scattati caroselli di auto che suonano il clacson.

"Sono state le elezioni più democratiche del mondo". Parola di Hashemi Rafsanjani, che aveva appoggiato il nuovo presidente Hassan Rohani nella sua corsa elettorale in Iran. "I nemici dell'Iran non potranno dubitarlo", ha scritto su Twitter l'ex presidente della Repubblica, "e adesso spero che il presidente eletto mantenga le promesse fatte e risolva i problemi del popolo".

Hassan Rohani è il nuovo presidente dell'Iran, il successore del "falco" Ahmadinejad. Il candidato moderato-riformista (unico dopo che l'altro candidato ammesso, Mohamamd Reza Aref, si è ritirato) ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali superando di un soffio la soglia necessaria del 50% che gli consente di evitare il ballottaggio. L'annuncio ufficiale è venuto dal ministro degli Interni di Teheran alla fine di una giornata che ha visto Rohani saldamente in testa fin dalle prime schede scrutinate. Rohani ha salutato «la vittoria dell'intelligenza, della moderazione e del progresso sull'estremismo» in un messaggio letto alla televisione di Stato iraniana. Il neo presidente ha ottenuto il 50,68% dei voti, pari a 18,6 milioni di schede. Hanno votato in tutto 36,7 milioni di aventi diritto, pari al 72,7% dell'elettorato. A Teheran e in diverse parti del Paese sono subito cominciate le celebrazioni per la vittoria del candidato moderato.

La Casa Bianca accoglie in modo positivo l'esito del voto e si congratula col coraggio degli iraniani che sono andati a votare «nonostante la censura e l'intimidazione». L'amministrazione Obama auspica che sia l'ora delle «scelte responsabili per un futuro migliore», con un nuovo governo che rispetti la volontà del popolo. Gli Stati Uniti - conclude la nota - sono pronti a un dialogo diretto con Rohani.

Il neo presidente è stato per 16 anni segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Attualmente guida il centro di ricerca strategica ed è membro del Consiglio del Discernimento e dell'Assemblea degli Esperti. Nel 2003 fu nominato capo negoziatore sul nucleare. Le principali forze politiche che lo sostengono sono 'Mosharekat' (Condivisione), i Mojahedin della Rivoluzione Islamica, 'Kargozaran' e l'Associazione del Clero Combattente. Rohani è appoggiato da personalità di spicco quali gli ex presidenti Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Seyyed Mohammad Khatami e dall'hojatoleslam Hassan Khomeini, nipote del defunto leader della Rivoluzione Islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini. In politica estera, il programma dello schieramento moderato-riformista prevede un'apertura verso l'Occidente, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, con l'obiettivo di risolvere la questione nucleare. Prospettive che non convincono Israele, che resta scettico e giudicherà Rohani dalle «sue azioni in materia di nucleare e terrorismo». Lo afferma il portavoce del Ministero degli Esteri sottolineando che «fino a oggi sul programma nucleare iraniano ha deciso la Guida Suprema Ali Khamenei, non il presidente».
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Venerdì gli elettori avevano la possibilità di votare anche all'estero: seggi sono stati allestiti a Dubai, Londra e negli Stati Uniti. L'alta partecipazione al voto suggerisce che le elezioni, per le quali un tempo era considerata scontata la vittoria dell'establishment, siano viste dai riformisti come un'opportunità per tornare a far sentire la propria voce dopo anni di repressione. Tra i sei candidati l'unico riformista era proprio Hassan Rohani, 64 anni, l’unico religioso fra tanti candidati ufficialmente laici, l’unica colomba rimasta fra tanti falchi, l’unico a sperare nel ballottaggio con gli ultraconservatori. La sua vittoria è considerata una piccola battuta d'arresto per l'establishment, ma si tratta comunque di una sfida minore rispetto a quella costituita quattro anni fa dal movimento riformista verde, sul quale fu attuata una brutale repressione nelle proteste che seguirono le ultime elezioni.