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sabato 3 novembre 2018

Khamenei: Usa in declino, sempre sconfitti nel confronto con l'Iran



L'amministrazione Trump ha annunciato il ripristino di tutte le sanzioni adottate dagli Usa nei confronti dell'Iran e revocate in base all'accordo sul nucleare firmato nel 2015 sotto la presidenza di Barack Obama.

Il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, hanno annunciato le sanzioni che colpiranno in particolare operatori portuali, spedizioni marittime, cantieristica navale, energia e finanze.

Il pacchetto comprende anche l'esenzione per 8 paesi che potranno continuare ad importare petrolio dall'Iran per un periodo massimo di 6 mesi. La situazione verrà rivalutata alla scadenza del provvedimento.

L'Unione europea, la Germania, la Francia e il Regno Unito esprimono "profondo rammarico" la decisione degli Usa. La dichiarazione congiunta è stata firmata dalla responsabile della diplomazia della Ue, Federica Mogherini, e dai ministri degli Esteri e delle Finanze tedeschi, francesi e britannici. Nella dichiarazione congiunta si ribadisce l'impegno a preservare e mantenere "efficaci canali finanziari" con Teheran e lavorare per la "continuazione" delle esportazioni di gas e di petrolio iraniani. "Su queste e su altre materie il nostro lavoro continua, compreso con Russia e Cina,", quali parti dell'accordo nucleare, e con i Paesi terzi interessati.

Il presidente Usa Donald Trump "ha screditato" il prestigio degli Stati uniti, riattivando le sanzioni contro l'Iran che erano state revocate con un accordo internazionale raggiunto sotto la presidenza di Barack Obama. L'ha affermato la guida suprema iraniana Ali Khamenei.

La Casa bianca ieri ha annunciato la riattivazione del "più duro regime di sanzioni mai imposto" su Teheran. Ma ha concesso a otto paesi una deroga. "Questo nuovo presidente Usa...ha screditato quello che rimaneva del prestigio dell'America e quello della liberaldemocrazia", si legge sul Twitter in persiano di Khamenei, in una citazione di un discorso tenuto a Teheran. "Anche l'hard power americano, cioè la sua potenza economica e militare, è in declino", ha continuato l'ayatollah.

Gli Stati Uniti sono in "declino" e Donald Trump "ha messo tutto all'asta, ha buttato via quello che restava della credibilità dell'America e della democrazia liberale". E' quanto ha affermato la Guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, citato dall'iraniana Press Tv. "La potenza degli Stati Uniti è in declino. Oggi gli Stati Uniti sono molto più deboli di quanto non fossero 40 anni fa. Era così durante la presidenza Obama, ma è più evidente con l'attuale presidente degli Stati Uniti. Ogni sua decisione viene contrastata dal mondo, non solo dai popoli ma anche dai governi", ha insistito Khamenei.

"Non sono riusciti a paralizzare l'economia iraniana" "L'obiettivo dell'America con le sanzioni è paralizzare e soffocare l'economia iraniana, ma il risultato è che si è rafforzata nel Paese la spinta verso l'autosufficienza", ha affermato la Guida suprema dell'Iran. "In passato la Nazione iraniana era abituata a importare qualsiasi cosa, mentre ora è propensa a cercare di produrre tutto".

"Usa sempre sconfitti nel confronto con l'Iran" Gli Stati Uniti sono sempre usciti "sconfitti" dal "confronto" con l'Iran, ha detto inoltre l'ayatollah, all'indomani dell'annuncio dell'Amministrazione Trump sul ripristino di tutte le sanzioni contro la Repubblica Islamica che erano state revocate con l'accordo sul nucleare firmato nel 2015. "Per 40 anni è andata avanti la sfida tra l'America e l'Iran", ha detto Khamenei che - citato dall'iraniana Press Tv - ha parlato di "varie mosse da parte del nemico, dalla guerra militare ed economica alla guerra mediatica". "L'obiettivo degli Stati Uniti era riconquistare il dominio che avevano all'epoca della tirannia, ma non ci sono riusciti", ha incalzato Khamenei riferendosi al periodo precedente la Rivoluzione islamica. La Guida Suprema, riportano i media ufficiali di Teheran, ha incontrato "migliaia di studenti" alla vigilia dell'anniversario della 'crisi degli ostaggi', che fece seguito alla presa dell'ambasciata Usa il 4 novembre 1979, sulla scia degli eventi della rivoluzione.



venerdì 3 agosto 2018

Iran, proposto bando ginecologi: "Contatto uomo-donna è peccato"



Un deputato iraniano, Nasrollah Pejmanfar, ha proposto che nella Repubblica islamica gli uomini non possano esercitare le professioni di ginecologo, infermiere o tecnico di laboratorio. Il motivo? Secondo il deputato, questi lavori sono "inappropriati" in un Paese islamico e comparabili al "peccato" perché espongono al contatto tra donne e uomini.

Secondo l'agenzia di stampa semiufficiale Tasnim, Pejmanfar si è spinto anche oltre. Agli uomini, ha chiarito il deputato, non dovrebbe essere permesso di assistere negli ospedali a nascite o ad aborti, sostenendo che ciò "promuove il processo di normalizzazione del peccato in entrambi i generi".

Dal 1979, anno della rivoluzione islamica, in Iran sono state promulgate leggi che hanno imposto la segregazione nei sessi negli ambienti pubblici. La separazione dei sessi avviene nelle scuole, sui pullman e in metropolitana, dove ci sono vagoni per uomini e donne.

In Iran tutto è ambivalente, dentro ogni verità ha messo radici una bugia e tu la abiti come se indossassi scarpe troppo strette o troppo larghe, sei scomoda, ma ti ci abitui, cammini lo stesso. Hai imparato a mentire a scuola, alle maestre che ti chiedevano se i tuoi genitori frequentavano la preghiera del venerdì e alle compagne che si informavano se avevi un fidanzato. A poco a poco hai assorbito le regole del gioco. Ti sei accorta che, intorno a certe linee rosse, si può anche danzare e, all’insegnante che esigeva il tuo compito di algebra, hai detto che è morto tuo fratello, è diventato uno shahid, un altro martire della guerra Iran-Iraq, è volato in Paradiso dall’Imam Hussein, beato lui, ma il dolore ti ha risucchiato in un vortice, non sei riuscita a concentrarti sulle equazioni. La tua performance da Actors Studio è stata accolta con un mormorio, in classe sanno tutte che non hai un fratello, lo sa anche la maestra che ha storto gli angoli della bocca mentre guardava la tua faccia da schiaffi e poi ha fatto finta di niente.

Più diamo voce alla parte femminile della società, più possiamo sperare in una società capace di perdonare, pazientare e accogliere», tanto più necessario oggi ad un mondo che «ha bisogno di perdono». Ne è convinta Shahrazad Houshmand, teologa iraniana, membro della Consulta femminile nata nel giugno del 2015 presso il Pontificio consiglio della Cultura e presentato oggi alla stampa alla vigilia della festa delle donne.

«Abbiamo aspettato un po’ per incontrarvi perché volevamo che il gruppo fosse un vero gruppo», ha spiegato ai giornalisti la coordinatrice Consuelo Corradi, prorettore alla ricerca e ai rapporti internazionali della università Lumsa, nel meeting point presentato in Sala Stampa vaticana dalla vice-direttrice Paloma Ovejero: «In questo anno e mezzo ci siamo conosciute, sono nati gruppi tematici, abbiamo lavorato insieme».

«C’è un poeta persiano che si chiama Ferdowsi, che ha vissuto mille anni fa ed è il padre della lingua persiana, che ha scritto: se il governo del mondo era affidato alle donne, tutte queste guerre potevano essere evitate. Paolo VI diceva che la pace non è la mancanza della guerra, Papa Francesco dice che la pace è la costruzione giorno dopo giorno di una cultura che sia a favore della comunità globale. Anche noi, con le nostre diversità, vogliamo essere questo messaggio: la costruzione di una pace stabile, che non sia solo la mancanza della guerra ma una nuova cultura di accoglienza, perdono, pazienza e anche sapienza».

Basti pensare alla fatwa che era stata emessa del religioso sciita, Seyyed Youssef Tabatabi-nejad, che aveva indicato nel modo di vestire "immorale", ovvero senza il velo islamico, la causa della crisi idrica del Zayandeh-rud, il più grande fiume dell'Iran centrale. "Il mio ufficio ha ricevuto foto di donne accanto al letto asciutto dello Zayandeh-rud vestite come se fossero in Europa. Sono questo genere di cose a prosciugare ulteriormente il fiume". l'ayatollah si è, quindi, rivolto al governo chiedendo che vengano processati quei "network" che incoraggiano le donne dell'Iran all'"indecenza". Tabatabi-nejad, che è membro dell'Assemblea degli Esperti (l'organo che ha il potere di nominare la Guida Suprema ed eventualmente revocarle i poteri), non è il primo religioso in Iran ad affermare che il modo di vestire "immorale" delle donne può causare disastri naturali. Quando nel 2010 l'allora presidente, Mahmoud Ahmadinedjad, mise in guardia dal rischio di un gravissimo sisma nel Paese, l'hojatoleslam Kazem Sedighi spiegò:"Molte donne che non vestono con modestia portano i giovani fuori strada, corrompono la loro castità e diffondono l'adulterio nella società e ciò aumenta i terremoti".



 

sabato 12 maggio 2018

Per l'egemonia nel medio oriente è scontro Iran-Israele



Sale la tensione in Medio Oriente fra Israele e Iran dopo la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo sul nucleare con Teheran. Si teme lo scoppio di un conflitto dalle proporzioni immani, che avrebbe come scenario di guerra la già martoriata Siria, dove Israele punta a rovesciare il regime nemico di Bashar Al Assad protetto invece dall’Iran. Nelle ultime ore si sono viste reciproche provocazioni.

Molti analisti attribuiscono la tensione crescente tra Israele e Iran al ritiro degli Stai Uniti dall'accordo sul nucleare annunciato da Trump giorni fa. I germi dello scontro dietro al recente 'attacco dì in Siria, esistevano già. A sostenerlo nella sua interessante tesi, Lina Khatib sulle pagine del Guardian, in cui spiega che la decisione degli Stati Uniti sul Jcpoa, già critici dell'intesa, è arrivata in un momento in cui il contrasto era già in corso.

Fino a che mancherà un progetto concreto d'intervento in Siria da parte degli Usa e degli alleati occidentali, continua Khatib, Israele e Iran non smetteranno di sfidarsi. Il controllo della terra di Assad per l'Iran è cruciale per mantenere l'egemonia nel Levante ovvero il corridoio sciita che collega l'Iran al mediterraneo passando per Iraq, Siria e Libano dove è sempre più forte il dominio di Hezbollah, la milizia-partito dopo il recente successo alle legislative.

Le immagini diffuse dall'esercito israeliano mostrano i siti militari controllati dall'Iran in Siria, per chiarire "di non tollerare la minaccia armata di Teheran vicino ai propri confini". Le basi corrispondono ad un'area a nord di Damasco tra Palmira e Deir el Zor a circa 700 chilometri da Gerusalemme.

Il pretesto di Israele per la risposta armata, ovvero un attacco da parte di Teheran con 20 missili nelle alture del Golan, è un ennesimo di una lunga serie. Simbolico il pezzo di drone iraniano, abbattuto dalle forze israeliane, sollevato da Netanyahu durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco lo scorso febbraio.

E poi ancora l'attacco alla base aerea T4 in Siria nella provincia di Homs, il 9 aprile condotto dall'esercito israeliano, secondo Russia, Iran e Siria in cui sono morti 7 iraniani. Alla fine dello stesso mese, il raid contro la Brigata 47, le truppe pro-assad, 26 i morti quasi tutti iraniani. per l'Osservatorio dei diritti umani è molto probabile che si sia trattato di nuovo dell'intervento delle forze israeliane.

In Medio Oriente a guidare il gioco non sono gli Stati Uniti ma Israele. Sono stati gli israeliani a scatenare la tensione e Trump, per ovvie ragioni di tenuta interna, non può che seguirli. In pratica Israele ha aperto le ostilità sapendo perfettamente che Trump non potrà non intervenire al fianco di Tel Aviv in una guerra contro l’Iran dalle proporzioni che potrebbero essere enormi. Israele del resto ha già attaccato le postazioni iraniane in Siria, e sarà proprio il territorio siriano il terreno dello scontro. Per altro Israele ha motivato gli attacchi a scopo preventivo per scongiurare di essere a sua volta attaccato dall’Iran. Ma non esistono prove che Teheran voglia attaccare. Piuttosto è Israele a voler cacciare gli iraniani dalla Siria, qui di prove ce ne sono tante.

Siamo ancora nel campo delle ipotesi. Ma le affermazioni di un alto funzionario del Cremlino riguardo la Russia e la Siria vanno comunque prese in considerazione per comprendere le mosse del Cremlino nei confronti dell’escalation fra Iran e Israele.

Come scrive Reuters, secondo il quotidiano Izvestia, che cita Vladimir Kozhin assistente di Vladimir Putin, la Russia non è in trattative con il governo siriano per la fornitura di missili terra-aria S-300 e non pensa che siano necessari. Una notizia che, arrivata dopo la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mosca e l’incontro con il presidente russo, assume un particolare significato.

Il mese scorso, la Russia, dopo gli attacchi alla Siria, aveva detto di essere pronta a fornire immediatamente il nuovo sistema al governo siriano. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, in un incontro successivo ai raid occidentali e israeliani, aveva sostenuto che Mosca non aveva più alcuna reticenza a fornire alla Siria questo supporto fondamentale per la protezione del suo spazio aereo. E quelle frasi furono duramente condannate dal governo israeliano, che considera da sempre la consegna di questo sistema come un pericolo per la sua libertà di manovra nei cieli siriani.

I commenti di Kozhin, che devono chiaramente essere confermati poi dalla realtà dei fatti, suggeriscono che le pressioni di Israele sulla Russia stanno avendo dei buoni risultati. “Per ora, non stiamo parlando di consegne di nuovi sistemi” ha detto Kozhin al quotidiano russo. Ma c’è una postilla a queste dichiarazioni che va presa in considerazione. Il consigliere di Putin ha infatti ricordato che l’esercito siriano ha già “tutto il necessario”.

Israele ha compiuto ogni genere di sforzo per persuadere Mosca a non vendere gli S-300 in Siria. Questo sistema, di fatto, ostacolerebbe (o renderebbe quasi impossibile) all’aviazione israeliana il colpire le postazioni iraniane, siriane o di Hezbollah. L’ombrello sulla Siria non riuscirebbe a garantire l’incolumità dei piloti israeliani. Ma soprattutto metterebbe la parola “fine” alla superiorità aerea di Israele sulla regione.

L’attacco di giovedì mattina, in cui Israele ha dichiarato di aver distrutto quasi tutta l’infrastruttura militare iraniana in Siria, con il sistema S-300 russo sarebbe stato praticamente impossibile. Il sistema missilistico, originariamente sviluppato dall’esercito sovietico, abbatte aerei militari e missili balistici a corto e medio raggio. E questo complicherebbe notevolmente i piani di Israele.

Attualmente, come riporta l’agenzia Reuters, “la Siria fa affidamento su una miscela di sistemi antiaerei meno avanzati di fabbricazione russa per difendere il proprio spazio aereo”. Ma sono comunque sistemi che stanno dando dei risultati discreti, visto che i recenti attacchi contro molte postazioni siriane hanno ricevuto una pronta risposta da parte della contraerea di Damasco.

La decisione del Cremlino, se confermata, potrebbe essere fondamentale per capire le prossime mosse di Putin in Siria. Probabilmente, il vertice di Mosca fra lui e Netanyahu è stato dirimente. I raid israeliani hanno dato una svolta alla guerra e la Russia ora deve riuscire nel difficile intento di mediare fra i desiderata di Israele e dell’Iran. Che seguono due linee diametralmente opposte.

La Russia ha un solo obiettivo: proteggere la Siria, Bashar al Assad e la sua presenza in territorio siriano. Non vuole entrare nella questione fra Teheran e Tel Aviv. E, se non consegnerà gli S-300 a Damasco, probabilmente ha preteso delle garanzie. Ora bisognerà capire fino a che punto le garanzie israeliane siano convincenti e, soprattutto, fino a che punto gli iraniani siano concordi con Mosca.



martedì 1 maggio 2018

Benyamin Netanyahu: l'Iran ha mentito. Vuole 5 bombe atomiche come Hiroshima'



L'Iran non è stato corretto con l'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea). L'Iran ha mentito sfacciatamente sul fatto di non aver un programma per sviluppare armi atomiche. L'Iran punta a dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima», e ha dichiarato inoltre che Israele è entrato in possesso dei "dossier nucleari segreti iraniani", che svelano che, malgrado l'accordo con le potenze occidentali del 2015, ha continuato con lo stesso programma nucleare, puntando a possedere almeno 5 ordigni come quello sganciato su Hiroshima. Si tratta - ha dichiarato Netanyahu nel suo messaggio alla nazione, "di uno dei maggiori successi di intelligence che Israele abbia mai conseguito''.

Scopo del Progetto Amad, elaborato negli anni 1999-2003, era di produrre armi atomiche, ha affermato Netanyahu e studiava anche il sistema per montarli su missili balistici, ed includeva anche la produzione di testate e di centrifughe. Quel progetto non è mai stato abbandonato, ha concluso del premier parlando ancora una volta di menzogne e spigando che è stato solo sostituito il nome ma sono rimasti il capo-progetto ed il personale.

Le accuse del premier israeliano Netanyahu sono durissime. Dopo aver incontrato il nuovo Segretario di Stato americano Mike Pompeo - scelto da Trump anche per le sue posizioni oltranziste nei confronti di Teheran – Netanyahu ha annunciato in tv le sue «prove nuove e conclusive» – 55mila pagine di documenti sottratti dalla sua Intelligence da un luogo «altamente segreto» (di cui tuttavia non si conosce la data) - contro la malafede dello storico nemico di Israele. E lo ha fatto citando il nome del programma segreto - Progetto Amad – con cui Teheran sarebbe in grado di sviluppare un ordigno nucleare.

''L'accordo sul nucleare è basato su menzogne'', ha affermato ancora. ''L'Iran ha mentito quando ha affermato di non aver avuto un programma per la produzione di ordigni nucleari. Anche dopo l'accordo - ha aggiunto - l'Iran ha continuato a proteggere e ad estendere le proprie conoscenze sulle armi atomiche, per uso futuro. L'Iran ha mentito ancora - ha affermato - nel 2015 alla Agenzia internazionale per l'energia atomica''.

"Quello che è successo oggi e che è accaduto di recente mostra che ho avuto ragione al 100%". Lo ha detto il presidente degli stati Uniti Donald Trump rispondendo a domande circa l'accordo del nucleare iraniano dopo l'intervento del premier Israeliano Benjamin Netanyahu. Trump ha definito una "situazione non accettabile" quella relativa al programma iraniano. "L'avrete visto, io l'ho visto in parte", ha aggiunto riferendosi all'intervento di Netanyahu. Sull'imminente scadenza di una sua decisione sull'accordo iraniano, Trump ha ripetuto: "Vedremo cosa succede. Non vi dico cosa farò ma in molti credono di saperlo".

Le parole di Netanyahu arrivano in vista del 12 maggio prossimo, data entro cui gli Stati Uniti dovranno decidere se continuare a lasciare congelate le sanzioni contro Teheran che furono rimosse dal gennaio 2016, quando entrò in vigore l'accordo sul nucleare. Trump ha minacciato di ritirare gli Usa dalla storica intesa e di tornare a imporre sanzioni severe. I partner Ue hanno difeso l'intesa e l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha ripetutamente detto che Teheran sta rispettando gli accordi presi. Nonostante i tentativi per salvare l'accordo presentati dal presidente francese Emmanuel Macron in visita la settimana scorsa negli Stati Uniti, Trump non ha voluto sentire ragioni. Per scongiurare l'uscita degli Usa dal Jcpoa ha imposto ai partner europei le sue condizioni: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano, l'introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano, inglobandolo peraltro nel dossier nucleare, e l'estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare previste dall'intesa. Senza contare un'ulteriore, e quanto mai difficile, richiesta: che l'accordo includesse in qualche modo la limitazione all'espansione iraniana in Medio Oriente, soprattutto in Siria. Il compromesso cercato da Macron, anche un nuovo round di sanzioni europee contro il programma balistico iraniano non ha fatto presa.

Intanto La reazione di Teheran al discorso di Netanyahu non si è fatta attendere. Su twitter il ministro degli Esteri Javad Zarif ha definito il premier israeliano "il ragazzo che grida al lupo al lupo". Sono "pseudo-rivelazioni". Così l'Iran liquida le accuse del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, secondo cui il regime degli ayatollah non ha mai deposto il suo programma nucleare per fabbricare l'atomica, lo stesso ministro che fu tra l'altro il capo negoziatore iraniano all'epoca della firma dell'accordo con le sei potenze mondiali, nel 2015 - parla di "tempistica coordinata" e "presunte rivelazioni di intelligence da parte del ragazzo che grida al lupo al lupo, pochi giorni prima del 12 maggio". "Trump sta approfittando di un rimaneggiamento di vecchie accuse già trattate dall'Aiea per affossare l'accordo".


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lunedì 12 febbraio 2018

Siria: la guerra per il petrolio



Attualmente sono 3 i fronti attivi negli ultimi giorni, con centinaia di vittime civili, mentre gruppuscoli Isis starebbero convergendo nella zona a sud di Idlib.

Dopo la campagna turca ancora in corso nell'enclave curdo siriana di Afrin, un nuovo e più cruento fronte si è aperto nella Ghouta , sobborgo orientale di Damasco, dove i raid aerei di regime avrebbero già ucciso almeno cento civili, tra cui numerose donne e bambini. Ulteriori incursioni si sono verificate inoltre nella zona a sud di Idlib, ultima roccaforte ribelle in cui soltanto qualche giorno fa l'aviazione russa avrebbe lanciato oltre 150 raid.

Se l’esercito turco sta conducendo un’offensiva militare contro il distretto di Afrin, enclave nord occidentale della Siria controllata dai curdi, l’esercito di al-Assad sta ora cercando di riprendersi quei territori controllati dalle Forze democratiche siriane. Il fiume Eufrate rappresenta la linea di confine tra l’esercito siriano, che controlla la parte occidentale al di là del grande corso d’acqua, e le forze dell’opposizione siriana che agiscono sotto la tutela del Syrian Democratic Forces (Sdf), nella parte orientale. Nessuno lo ha reso ufficiale, ma da tempo vige un tacito accordo tra Russia e Stati Uniti secondo cui nelle zone controllate dalle Sdf (e quindi dagli Stati Uniti) l’esercito siriano e i suoi alleati (Russia e Iran) non possono operare, nemmeno con l’aviazione. Viceversa nella regione a occidente del fiume.

Sembrerebbe che i disordini in corso avrebbero dato occasione di rialzare la testa ad alcuni gruppi dell’Isis ancora attivi nella regione, che ora starebbero convergendo proprio verso Idlib.

Quindi tutti contro tutti e col passare del tempo la guerra civile siriana sta assomigliando sempre di più al feroce conflitto che ha lacerato il Libano dal 1975 al 1990. Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno lanciato un raid aereo contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad che avevano a loro volta cercato di attaccare le Sdf, la coalizione multietnica sostenuta e addestrata dal Pentagono nella guerra contro l’Isis, in cui i combattenti curdi siriani rappresentano la forza di gran lunga maggiore. Ci sarebbe da chiedersi perché il regime di Damasco abbia attaccato le Sdf, cosa che non aveva quasi mai fatto, e comunque non con un’aggressione su vasta scala. La spiegazione è da ricercare nella delicatissima fase del dopo Isis. La guerra contro il Califfato aveva unito milizie e potenze regionali con interessi divergenti. D’altronde, sulla carta l’Isis era nemico di tutti. Del regime di Damasco, degli Stati Uniti e delle forze dell'opposizione armata siriana, della Russia e dell’Iran. In teoria anche della Turchia. Una volta venuta meno la minaccia è venuto anche meno il collante che aveva tenute insieme le diverse fazioni armate presenti in Siria.

Insieme all’opposizione araba sunnita, anche altri territori strategici come Raqqa, liberata dalle Sdf in ottobre. Se nell’enclave di Afrin, contro cui la Turchia ha scatenato un’offensiva per spazzare via le Ypg, il regime siriano sostiene le milizie curdo siriane - consentirebbe loro, attraverso un corridoio, di far passare rinforzi dai territori curdi della Siria orientale - l’escalation tra l’esercito siriano e le Sdf rischia ora di degenerare in un guerra aperta. Il motivo è semplice: il controllo dei giacimenti di petroliferi. In quest’area fornivano oltre 300mila barili al giorno. Un capitale a cui nessuno vuole rinunciare.

Nondimeno c’è l’allarme d'Israele all'indirizzo dell'Iran è stato chiaro dopo la battaglia aerea di in cui l'aviazione di Tel Aviv ha perso comunque un F16 che integrava la squadriglia inviata a bombardare postazioni siriane e iraniane in Siria ritenute minacciose, fra queste anche la base da cui è partito il drone di ricognizione iraniano abbattuto in Galilea.

C’è anche da mettere in evidenza che gli analisti dell’International Crisis Group hanno lavorato nei mesi passati al rapporto. «Israele, Hezbollah e Iran: prevenire un’altra guerra in Siria» è stato pubblicato pochi giorni fa e già riusciva a prevedere quel che poi è successo. Il responso premonitore è allarmante: «Questa fase nel conflitto siriano fa presagire un’escalation con Israele. Mentre il regime di Assad sta prendendo il sopravvento, Hezbollah si espande verso il Sud del Paese e l’Iran cerca di aumentare le capacità militari dei suoi alleati, così gli israeliani temono sempre di più che la Siria stia diventando una base iraniana».

«Con Assad sempre più saldo al potere — continua l’International Crisis Group — gli israeliani sono costretti a manovrare per contrastare il deterioramento della loro posizione strategica. Gli ostacoli da superare sono però cresciuti: il regime dipende sempre più dall’Iran, altri nemici (Hezbollah e le milizie sciite) sono ormai arroccati in Siria con la benedizione russa, e gli Stati Uniti — nonostante i proclami retorici di Donald Trump — non stanno facendo nulla per contrastare i successi accumulati da Teheran».

E’ giusto ricordare che Vladimir Putin ha lasciato spazio di manovra nei cieli «per colpire gli interessi militari legati all’Iran e sembra più interessato a tenere in equilibrio le diverse coalizioni combattenti che a far riprendere ad Assad ogni pezzo di territorio perduto. Ma se la Russia vuole arrivare a ritirare o a ridurre le sue truppe dalla Siria deve prima imporre delle nuove regole del gioco, altrimenti le ostilità tra Israele e l’Iran rischiano di mettere in pericolo i risultati che ha ottenuto, in particolare la stabilità del regime».

Gli autori del rapporto sostengono che — almeno nelle prime fasi — la prossima guerra tra Israele, Iran, Hezbollah avrà come campo di scontro la Siria per poi allargarsi al Libano, da dove il gruppo sciita è in grado di colpire le città israeliane con un arsenale di oltre 100 mila missili. «I russi hanno ancora tempo per evitare un conflitto totale proteggendo così l’investimento di questi anni per la sopravvivenza del regime e le vite di siriani, israeliani, libanesi».



venerdì 24 novembre 2017

Putin, missione compiuta in Siria: la regia del dopo Sato Islamico è sua



Gli accordi di Sochi normalizzeranno la situazione in Medio Oriente. Lo ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin che definisce costruttivo l’incontro con il presidente iraniano, Hassan Rohani e quello turco Recep Tayyip Erdogan.

Sulla composizione del Congresso di dialogo nazionale promosso dal Cremlino, la Turchia continua a rifiutare la presenza dei rappresentanti curdi.

“L’azione militare su vasta scala contro i gruppi terroristici in Siria sta volgendo al termine – ha detto Putin – Sottolineo che grazie agli sforzi di Russia, Iran e Turchia, siamo riusciti a prevenire il crollo della Siria”. L’intesa è totale ha aggiunto Erdogan, ma non specifica se siano state prese decisioni sulla presenza dei curdo-siriani. “L’accordo che abbiamo raggiunto è importante, ma non è ancora abbastanza – ha aggiunto Erdogan – è fondamentale che tutte le parti interessate contribuiscano a trovare una soluzione politica permanente e accettabile per il popolo siriano”.

Nei giorni scorsi il presidente siriano Bashar Assad era salito a Sochi, la capitale diplomatica di Putin sul Mar Nero, per rendere omaggio all’uomo che gli ha salvato il regno e il posto. C’è ancora molto da fare prima di ottenere una vittoria completa sui terroristi», ha ammesso Putin. Ma ciò che conta per lui è annunciare che si torna a casa; avviare il ridimensionamento della missione in Siria mantenendo comunque la base navale di Tartous e quella aerea di Latakia. Nel frattempo, l’imperativo di un’uscita di scena di Assad sembra finito in disparte, anche se il leader siriano ha pochi margini di manovra: a Sochi non ha potuto far altro che cedere all’ospite la gestione del dopoguerra nel suo Paese.

E Putin ha iniziato a definirlo due giorni dopo - mercoledì - con gli altri due vincitori: il presidente turco Recep Tayyep Erdogan e l’iraniano Hassan Rohani. L’esito del conflitto li ha portati vicini, strana coppia a cui Putin è riuscito a strappare l’appoggio comune a un Congresso di “dialogo nazionale” che si svolgerà per l’appunto a Sochi, e che mira a riuscire dove americani ed europei finora hanno fallito: mettere di fronte il governo siriano e l’opposizione, fargli costruire la nuova Siria insieme dopo sei anni di massacri.

Dopo aver affiancato Turchia e Iran, convincere a collaborare quel che resta dell’opposizione ad Assad sarà la prova del nove per Putin che in qualche modo vuole strappare l’iniziativa alle Nazioni Unite, affiancandosi ai negoziati che riprenderanno a fine mese a Ginevra. Con il presidente russo parlano tutti: dopo aver visto Assad, Putin ha telefonato a Donald Trump e all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al re saudita Salman. Con ciascuno di loro Putin sottolinea gli interessi comuni, in particolare con l’Arabia che con Mosca sta gestendo una fase delicata di ripresa dei prezzi del petrolio: altro terreno dall’equilibrio scivoloso, dove anche il punto di vista di due grandi produttori come russi e arabi non sempre coincide. In Siria, Putin dovrà far coesistere il consolidamento di Teheran con il ridimensionamento di Riad, che ha armato l’opposizione ad Assad. La guerra starà finendo, ma la partita diplomatica inizia ora.

I vertici della repubblica islamica degli ayatollah, hanno dichiarato che la guerra al Califfato è vinta: un segnale che secondo loro può cominciare la spartizione in zone di influenza.

L’agenda però la dettano i russi, entrati in guerra a fianco di Damasco nel settembre 2015, mentre i turchi sono soddisfatti dalla presenza militare nel Nord della Siria in funzione anti-curda e Israele continuerà a occupare le alture del Golan conquistate nel 1967. Gli iraniani puntano a mantenere quell’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah che rende furibondi i sauditi e nervosi gli israeliani. Il casus belli è sempre questo da oltre tre decenni: la repubblica islamica sciita, persiana ed erede di un impero millenario.

Gli Stati Uniti con la Russia dovrebbero sancire questa spartizione dove convivono in un affollato condominio militare. L’accordo tra Putin e Trump (ieri i due presidenti hanno avuto un colloquio telefonico di circa un’ora) potrebbe essere il risultato della dichiarazione di Da Nang, al vertice asiatico dell’Apec, quando in un raro comunicato congiunto hanno affermato di concordare sull’«integrità della Siria e la sua sovranità». Quanto sarà integra e sovrana la Siria per la verità è nebuloso: i russi hanno insistito con Assad per fare un accordo con l’opposizione e chiudere la partita. Anche se è evidente che Mosca manterrà le basi in Siria e gli Usa un contingente militare, che pur vittorioso con i curdi siriani a Raqqa, appare vulnerabile per la presenza di Assad e delle milizie sciite. Mentre è fuori discussione che gli americani resteranno in Iraq, a maggioranza sciita e alleato dell’Iran, dove sono presenti le truppe di una dozzina di Paesi, Italia compresa.

Da questa ipotesi di spartizione vengono emarginate le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che hanno sostenuto la guerra per procura contro Assad e l’Iran. Possono sperare in qualche compensazione nei negoziati dell’Onu ma sono briciole rispetto all’obiettivo che perseguono dal 1979, quando la rivoluzione di Khomeini fece fuori lo Scià in questa rivalità hanno investito 60 miliardi di dollari nella guerra di Saddam contro Teheran e molti altri ancora sostenendo i gruppi radicali sunniti e jihadisti. Non solo: Riad è impantanata in una guerra in Yemen che non riesce a vincere contro gli Houthi, la tribù sciita zaydita sostenuta da Teheran. Per i Saud, custodi della Mecca e riferimento di un miliardo e mezzo di musulmani, è quasi un’umiliazione.

Gli arabi del Golfo devono però lamentarsi con se stessi e i turchi: sono stati mollati da Erdogan, il quale dopo essersi proposto come il leader dei sunniti, appoggiando i Fratelli Musulmani in Egitto e la guerriglia contro Assad, ha fatto buon viso a cattivo gioco e, pur di sigillare le frontiere all’irredentismo curdo, ha abbandonato il campo occidentale della Nato e gli arabi per mettersi d’accordo con Putin e Teheran. Tutto questo è il risultato dei calcoli sbagliati degli arabi e degli occidentali: nel 1980 Saddam pensava di abbattere Khomeini, sostenuto dai soldi del Golfo, poi ha dovuto firmare una tregua sullo Shatt el Arab. Nel 2001 gli americani in Afghanistan credevano di mettere fine al terrorismo che invece è ancora una spina nel fianco anche dell’Europa. Nel 2003 gli Usa hanno fatto fuori Saddam e regalato all’Iran una vittoria strategica. Nel 2011 puntavano con Turchia e monarchie arabe a eliminare Assad e invece hanno riportato la Russia da protagonista in Medio Oriente.

Vediamo che le possibilità di pace o  di nuove guerre si ponderano. Sono in gran parte legate alla capacità di Usa e Russia di tenere a bada i loro scalpitanti alleati nella regione. Ma dipendono anche da calcoli meno dignitosi rispetto alla necessità di stabilizzare una regione chiave per la sicurezza europea. Gli Usa - ma anche la Francia - sono condizionati da Israele e dalle forniture di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati: hanno innescato, in cambio di miliardi di dollari, una corsa agli armamenti senza freni. Basta scorrere i dati 2016 dei bilanci della difesa: Usa 611 miliardi di dollari, Cina 215, Russia 69, Arabia Saudita 64, Emirati 23, con solo 1,5 milioni di abitanti, Iran 12, con una popolazione di 80 milioni. Questo è un motivo molto significativo perché finita una guerra, un’altra potrebbe cominciare.



giovedì 23 novembre 2017

Libano: il ritorno di Saad Hariri



Su cosa accadrà nei prossimi giorni ci sono soltanto ipotesi, mentre a Beirut esplode la festa per il rientro del Premier. Hariri, che si è fermato a pregare sulla tomba del padre, aveva rassegnato improvvisamente le dimissioni il 4 novembre dall’Arabia Saudita, Paese nel quale è rimasto due settimane e che, secondo lo stesso Presidente libanese Michel Aoun, lo teneva in ostaggio.

Una tesi smentita da Hariri stesso e in ogni caso archiviata dopo l’invito da parte di Emmanuel Macron a Parigi, dove Hariri si è fermato alcuni giorni.

Questi i commenti entusiasti dei sostenitori di Hariri per le strade della capitale: “È impossibile dire quanto siamo contenti” dice un manifestante. “È come se Beirut fosse di nuovo Beirut” ribatte un altro giovane sceso in strada. “È l’intero Libano che è tornato”.

Mohammed Omar Hussein, un altro simpatizzante del Premier: “Quando Saad Hariri è in Libano ci sentiamo vivi. Quando non c‘è siamo come morti. Senza Saad Hariri il Paese chiamato Libano non esiste”.

Il Premier aveva giustificato le dimissioni in polemica con le violazioni di Hezbollah. Il movimento sciita alleato dell’Iran e con un profondo controllo della vita politico-sociale libanese non rispetta l’impegno di dissociarsi dai conflitti in Medio Oriente.

Saad Hariri resta. Almeno per il momento. Il primo ministro libanese, a capo di un governo di unità nazionale, ha accettato la richiesta del presidente Michel Aoun di sospendere le dimissioni. Hariri, 47 anni. “Rimaniamo insieme – ha detto – e continuiamo insieme a difendere il Libano. La stabilità è data dalla natura araba del Libano”.

Il premier, che ha anche passaporto saudita, ha chiesto un passo indietro agli Hezbollah, gli alleati sciiti dell’esecutivo, e ha accusato l’Iran di voler interferire nelle questioni interne libanesi. Per le strade della capitale la gente sembra appoggiarlo.

“Ha portato unità tra la gente – spiega un uomo – fra Cristiani e musulmani. È una brava persona e renderà il Libano migliore”

“Vogliamo Saad – aggiunge un diciassettenne – Non vogliamo che lasci perché lo amiamo. Perché è il nostro leader sunnita. Se se ne va, il Libano andrà in rovina. Vogliamo soltanto Saad”.

Per Hariri la crisi può essere risolta solo con la neutralità del Libano, e il ritiro delle milizie di Hazbollah da tutti i conflitti regionali, in Siria, Iraq, e nello Yemen. Poco prima il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si era espresso in toni concilianti dicendosi aperto al dialogo.

Mercoledì mattina Hariri aveva assistito assieme al capo di Stato alla parata militare per la Festa dell’Indipendenza, 74 anni dopo la fine del mandato francese in Libano.

Ricordiamo che il Libano subisce da decenni l’influenza dei vari attori regionali, di cui spesso si ritrova ad essere il terreno di scontro. Soprattutto dopo il ritiro delle truppe siriane, in seguito all’assassinio di Raifq Hariri nel 2005, sono Arabia Saudita e Iran i due paesi che più di tutti gli altri fanno sentire il proprio peso sulle dinamiche interne al paese. Gli iraniani con la fondazione e il finanziamento di Hezbollah, movimento politico militare nato nel 1982 per respingere l’invasione israeliana del Libano; i secondi soprattutto con la storica cooptazione di esponenti della borghesia sunnita, sin dagli anni ‘40. Quando Riad denuncia le «ingerenze iraniane negli affari libanesi», non lo fa da una posizione imparziale, perché Riad guarda al Libano e lo considera estensione del proprio «cortile di casa» da più di mezzo secolo. Storicamente, buona parte dei primi ministri sunniti del Libano (il primo ministro deve essere sempre sunnita, così come il presidente deve essere cristiano e lo speaker della Camera musulmano sciita) hanno sempre conservato interessi economici e finanziari in Arabia Saudita, della quale spesso hanno la cittadinanza che gli permette di operarvi liberamente (un cittadino straniero può condurre affari solo tramite uno sponsor locale in Arabia Saudita).



lunedì 13 novembre 2017

Hariri, tornerò presto in Libano



Le dimissioni a sorpresa il 4 novembre del primo ministro libanese Saad Hariri sono andate storte a molti abitanti di Beirut. Si tratta infatti di uno scenario senza precedenti: Hariri ha annunciato le sue dimissioni da un paese straniero, l’Arabia Saudita, senza informare preventivamente i suoi collaboratori a Beirut.

"Mi sono dimesso nell'interesse del Libano perché ho visto che molti sviluppi nella regione stavano nuocendo al mio Paese. Tornerò molto presto per rassegnare le dimissioni seguendo il percorso costituzionale". Lo ha detto l'ex premier libanese Saad Hariri nella sua prima intervista dalle sue dimissioni annunciate dall'Arabia Saudita, la scorsa settimana. "Ho completa libertà in Arabia Saudita", ha precisato, come riportano i media internazionali.

"L'ingerenza dell'Iran è un peso per i libanesi", ha aggiunto Hariri. "Io non sono contro Hezbollah in quanto partito politico, sono contrario al fatto che Hezbollah giochi un ruolo esterno che metta in pericolo il Libano".

Poi ha aggiunto: "Sono minacciato. Il regime siriano non mi vuole. Ero contro Nusra, Isis e al Qaida, ci sono molti gruppi che non vogliono Hariri. Volevo creare una rete di salvaguardia ed essere certo che non fosse infiltrata".

Per la maggior parte dei libanesi non c’è dubbio sul fatto che sia stato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Mbs) a costringere Hariri alle dimissioni, nello stesso momento in cui organizzava la sua “notte dei lunghi coltelli” a Riyadh arrestando per corruzione diversi membri della famiglia reale.

Alcuni ritengono che Hariri sia trattenuto come un “ostaggio” a Riyadh, anche se si è recato per breve tempo ad Abu Dhabi e ha incontrato alcuni diplomatici. L’assenza di notizie preoccupa il Libano. Mercoledì sera l’aereo del primo ministro è rientrato a Beirut, ma ci sono volute diverse ore per sapere che Hariri non era a bordo.

“Ho provato un profondo senso di umiliazione”, confida un esponente importante della società civile libanese, che fa il confronto con l’occupazione militare siriana del Libano fino al 2005, periodo durante il quale tutte le decisioni venivano prese a Damasco. “La situazione oggi è la stessa ma senza i soldati: un paese straniero si permette di cacciare il nostro primo ministro come si licenzia un dipendente”.

Questa reazione è rivelatrice del fatto che le dimissioni forzate e la durissima dichiarazione di Hariri contro le ingerenze iraniane non hanno provocato quello sperato sussulto di orgoglio contro l’Iran. Per ora invece al centro di tutte le critiche c’è l’Arabia Saudita, anche tra chi è di solito molto critico nei confronti dell’Iran e del suo alleato libanese, gli hezbollah.

A dimostrazione di questa rabbia, il ministro dell’interno Nohad Machnouk, proveniente dal Movimento del futuro del primo ministro dimissionario, ha reagito alle voci secondo le quali l’Arabia Saudita vorrebbe sostituire Hariri con il fratello maggiore Bahaa, uomo d’affari a Riyadh, dichiarando che i sunniti libanesi non sono “del bestiame che si può trasferire da una stalla a un’altra”.

I libanesi in assenza di informazioni, si lanciano in grandi ipotesi e temono una nuova guerra tra Israele e gli hezbollah dopo quella del 1982 e del 2006, allo scopo di eliminare l’arsenale militare dei miliziani sciiti ricostituito grazie all’aiuto dell’Iran. Gli israeliani sui loro giornali continuano a ripetere che se ci sarà un conflitto non saranno certo i sauditi a dettarne i tempi, ma i libanesi sono convinti della complicità fra Riyadh e Tel Aviv, con la benedizione statunitense

Bisogna dire che gli Hezbollah, che facevano parte della coalizione governativa diretta da Hariri, e che sono alleati del presidente libanese Michel Aoun, si comportano in Libano come se riconoscessero una sola autorità, la loro. La loro forza militare è più potente e più esperta – grazie all’impegno decisivo in Siria a fianco di Bashar al Assad – di quella dell’esercito regolare libanese, e i loro ministri fanno di testa loro andando a Damasco senza neanche avvisare il primo ministro.

Probabilmente i sauditi hanno considerato che l’accordo di un anno fa – al quale avevano dato il loro via libera permettendo l’elezione di un presidente dopo che per molto tempo questa poltrona era rimasta vuota e il ritorno di Hariri come primo ministro – non è stato all’altezza delle loro aspettative e che il capo del governo non ha saputo dimostrare abbastanza autorevolezza nei confronti degli alleati di Teheran in Libano. L’elemento scatenante della rabbia saudita sarebbe stata una dichiarazione di Ali Akbar Velayati, consigliere diplomatico della guida suprema iraniana Ali Khamenei, che ha definito la coalizione al potere in Libano un “successo” per l’Iran.

Questa ipotesi è la più probabile e i sauditi, che tengono sotto controllo il clan Hariri grazie ai loro numerosi affari in Arabia Saudita, hanno scelto di scatenare la crisi libanese contemporaneamente all’arresto dei principi “corrotti”, per far capire bene chi comanda nel mondo sunnita.




martedì 25 luglio 2017

Golfo Persico: nave Marina Usa esplode colpi di avvertimento



Una nave della Marina militare statunitense USS Thunderbolt, nave di pattuglia di classe Cyclone coinvolta in un esercizio nel Golfo Persico, ha sparato un colpo di avvertimento verso un’imbarcazione iraniana, probabilmente dei Guardiani della rivoluzione, in pattugliamento in acque internazionale nella parte settentrionale del Golfo. È quanto riferito da due funzionari della Difesa statunitense all’emittente “Cnn”. Secondo Washington, i colpi sono stati esplosi quando l'imbarcazione iraniana si è avvicinata navigando a grande velocità a soli 150 metri dalla nave statunitense. Le fonti citate dalla “Cnn” riferiscono che gli iraniani non hanno risposto a nessuno degli avvertimenti lanciati dalla nave statunitensi, compresi gli avvisi via radio, l’esplosione di cinque salve di avvertimento, i principali segnali riconosciuti a livello internazionale per segnalare il pericolo. In seguito al comportamento dell’imbarcazione iraniana, la nave della Marina militare statunitense ha esploso dei colpi di avvertimento in acqua per segnalare la possibilità di una collisione. Secondo i funzionari citati dalla “Cnn”, la nave iraniana ha cessato le sue azioni provocatorie, ma è rimasta in zona per alcune ore. Nelle immediate vicinanze dell’incidente vi erano altre navi della Marina militare Usa che svolgevano operazioni di pattuglia di routine in acque internazionali.

La piccola unità iraniana ha ignorato gli avvisi via radio, sonori, ed acustici dell’unità americana e ha continuato ad avvicinarsi alla nave Usa. Il comandante americano ha quindi ordinato di sparare in acqua raffiche di mitragliatore pesante. Dopo questo “ultimo avviso”, l’unità militare iraniana ha interrotto il suo avvicinamento ma non è rientrata alla base per altri 40/60 minuti.

I due paesi hanno frequenti scambi nel Golfo Persico. I colpi di avvertimento provengono da tensioni tra i due paesi, aumentate in parte dalla retorica anti-iraniana del presidente Donald Trump.

Il Presidente USA ha recentemente espresso avvertimenti per l'Iran in occasione di una controversia in corso tra Washington e Teheran sui cittadini americani che sono detenuti in Iran. Il governo iraniano ha criticato gli Stati Uniti per aver tenuto i cittadini iraniani nelle sue prigioni.

Ci saranno "gravi conseguenze" a meno che l'Iran non rilascia i prigionieri americani e smette di usare "l'assunzione di un ostaggio come strumento di politica statale", ha detto recentemente Trump.

Il preesidente USA Donald Trump ha criticato un accordo raggiunto tra il suo predecessore e il governo iraniano, che ha facilitato le sanzioni per promuovere la trasparenza dal programma nucleare iraniano. Tuttavia, anche se il sig. Trump aveva promesso di "strappare" l'accordo con l'Iran, la sua amministrazione ha già ricertificato l'accordo, dimostrando che l'Iran ha rispettato l'accordo finora. Il signor Trump, tuttavia, si è dimostrato imprevedibile e potrebbe decidere che l'accordo non funziona più in nessun momento e potrebbe rifiutarsi di ricercare l'accordo che è richiesto ogni 90 giorni.

domenica 3 gennaio 2016

Iran, il 2016 sarà l'anno della svolta



Nonostante l’embargo economico, l'Iran è stata la base industriale più estesa del Medio Oriente  affermandosi nell’industria siderurgica, del cemento e in quella automobilistica. Leader nel campo della ricerca scientifica in medicina e in ingegneria dopo Turchia e Israele, l’Iran ha ricevuto credito a livello mondiale per le sue realtà accademiche. Ricorda il Premio Nobel per la matematica Maryam Mirzakhani. Ciò di cui ha bisogno ora l’Iran è la tecnologia occidentale e il proprio capitale. Le sanzioni occidentali hanno fatto si che gli unici paesi a interagire economicamente con l’Iran fossero Cina, India e Russia. Questi lo hanno fatto in maniera opportunistica e hanno contribuito all’isolamento del paese.

È indubbio che, dal punto di vista economico, l'Iran sia certamente un Paese ricco, con abbondanza di gas e petrolio, ma il loro sfruttamento è stato penalizzato grazie alle sanzioni dal non trasferimento di know-how e, inoltre, dalle condizioni estremamente svantaggiose imposte dalle leggi locali ai possibili investitori stranieri. Con la revoca delle sanzioni l'Iran modificherà in  maniera significativa le condizioni contrattuali.

Nel frattempo, la popolazione deve oggi convivere con una inflazione vicina al 40%, anche se e nonostante la quale, per cercare di rilanciale almeno gli investimenti interni, il governo ha imposto alla banca una netta riduzione dei tassi di interesse.

L'anno della svolta, è quello che si apre che in realtà celebra la millenaria tradizione del Capodanno persiano il 21 marzo - con l'ormai prossima piena entrata in vigore dello storico accordo sul nucleare del 14 luglio scorso a Vienna. Per l' 'implementation day' di quell'intesa si attende la revoca delle sanzioni che hanno frenato l'economia iraniana soprattutto negli ultimi anni, escludendola in particolare dai circuiti finanziari internazionali e riducendone l'export del petrolio. Le sfide che l'economia iraniana si trova di fronte si chiamano però anche ammodernamento del suo sistema produttivo e rilancio dell'imprenditoria privata, nell'ambito di un sistema ancora dominato dal settore pubblico nelle sue varie forme.

Ma le prove per l'Iran nel 2016 sono molte altre ancora. Il 26 febbraio si terranno le elezioni per il nuovo Parlamento, ora dominato dagli ultraconservatori, e che il fronte del presidente Hassan Rohani, con le ali moderate di riformisti e conservatori, punta a riconquistare. Le quasi 12 mila candidature registrate per i 290 seggi del Majlis andranno al vaglio del Consiglio dei Guardiani, l'organo che ha l'ultima parola sull'idoneità dei candidati: anche qui dominano i conservatori, che hanno già lanciato i primi segnali contro chi sarà riconosciuto come troppo vicino ai sedizionisti del movimento Verde del 2009, e il loro verdetto darà la misura di quanto reale sarà la contesa elettorale. Certo è comunque che il numero delle candidature è oltre il doppio di quelle di quattro anni fa, e segnala un rinnovato interesse degli iraniani per la competizione politica.

Con i nuovi deputati gli iraniani eleggeranno anche la nuova Assemblea degli esperti: l'organo di 88 membri potrà decidere nei prossimi anni la successione, nel ruolo di Guida suprema, di Ali Khamenei, 76 anni, la massima carica religiosa e politica della Repubblica islamica. Il grande manovratore della politica iraniana, l'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, ha lanciato un sasso nello stagno, riaprendo il dibattito sulla possibilità di un collegio al posto di un singolo come Guida, e di un controllo degli Esperti sulla sua attività.

Il tema non è un dettaglio, perché riguarda il principio fondante di quel singolare ibrido tra democrazia e teocrazia nato dalla rivoluzione del 1979, ma per ora resta sullo sfondo, nel rispetto della Guida in carica. Intanto alla nuova Assemblea si sono candidati non solo gli stessi Rohani e Rafsanjani, ma anche Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, che porta in dote il prestigio di un nome ma anche una nota vicinanza ai riformisti.

Il voto di febbraio sarà la nuova arena dello scontro tra forze riformatrici e ultraconservatrici nella Repubblica islamica: un sistema che, nonostante l'accesa dialettica interna, può comunque vantare - nell'epoca dell'Isis e di una instabilità diffusa in tutto il Medio Oriente - di essere l'unico Paese stabile della regione. Rispetto alla quale l'Iran si è visto riconosciuto, dopo l'accordo sul nucleare, anche un ruolo di attore sui tavoli della diplomazia internazionale. Gli ultraconservatori - fra cui le potenti Guardie della rivoluzione ed i sostenitori dell'ex presidente Mahmud Ahmadinejad - hanno osteggiato fino all'ultimo quell'accordo, pur sostenuto ed avallato anche da Khamenei. E tengono in vita l'anti-americanismo che ritualmente echeggia negli slogan di ogni organizzata manifestazione di piazza.  Ma, soprattutto, gli ultraconservatori continuano a tenere in scacco il governo Rohani e il suo programma riformatore, in un gioco di veti dove ha un ruolo di grande peso la magistratura.

Anche in questo quadro vanno letti i nuovi, recenti arresti di attivisti, artisti e giornalisti, gli ormai quasi cinque anni di arresti domiciliari per gli ex candidati presidenti Mir Hossein Mussavi e Mehdi Kharrubi, e il numero record di impiccagioni con cui il 2015 si chiude. Provvedimenti giudiziari su cui pesano leggi severe contro il traffico di droga ma anche norme del codice penale lontane anni luce dalla cultura giuridica occidentale. Certo è che anche sui diritti umani, e sulla capacità dei moderati di allentare la pressione su una società civile giovane e vicina ai modelli occidentali, la Repubblica islamica gioca il suo futuro.

La Russia potrebbe concedere all'Iran un prestito per un importo di 5 miliardi di dollari nel 2016. Lo ha detto il ministro russo dell'Industria e del Commercio Denis Manturov. "Stiamo parlando di concedere un prestito di stato, naturalmente sotto garanzia del governo iraniano... Penso che se tutte le formalità saranno concordate nel primo trimestre del 2016, l'anno prossimo potrà essere parzialmente erogato" ha dichiarato il ministro ai giornalisti nella capitale iraniana.



martedì 12 maggio 2015

Sochi: prove di dialogo tra Vladimir Putin e John Kerry



Dopo due anni di assenza, il segretario di Stato statunitense John Kerry è tornato in Russia.

Vladimir Putin vuole che le relazioni tra Russia e Stati Uniti tornino alla normalità, ha spiegato il suo consigliere Jurij Ushakov. Senza chiarire che cosa intenda fare il capo del Cremlino per arrivare all'obiettivo. Scoprirlo è stata probabilmente la ragione per cui Kerry è volato a Sochi, sul Mar Nero. Nella residenza di Bocharov Ruchei, lui e Putin hanno parlato per quattro ore, si sono scambiati sorrisi, a un certo punto Kerry ha descritto in un tweet la discussione come “franca”: «È importante mantenere aperti i canali di comunicazione», ha aggiunto il capo della diplomazia americana.

La crisi siriana e il fragile cessate il fuoco in Ucraina sono stati al centro dei colloqui del segretario di stato statunitense John Kerry con il presidente russo Vladimir Putin e il suo capo della diplomazia, Sergej Lavrov. L’incontro a Soči tra Kerry e Lavrov, il primo dall’inizio della crisi ucraina nel 2014, è durato quattro ore. Il responsabile della diplomazia di Washington è stato poi ricevuto da Putin nella sua residenza presidenziale nella cittadina sul Mar Nero, dove l’anno scorso si tennero i giochi olimpici invernali.

Dopo aver reso omaggio con una corona di fiori al memoriale della seconda guerra mondiale, Kerry ha voluto mettere alla prova la volontà di Putin sulla tregua in Ucraina tra i separatisti filorussi e l’esercito regolare. Ha voluto inoltre spingere Mosca ad appoggiare una soluzione politica di transizione in Siria, per porre fine alla guerra iniziata nel 2011. Fonti statunitensi hanno espresso l’auspicio che i recenti insuccessi militari dell’esercito del presidente Bashar al Assad possano essere un incentivo per Mosca a cooperare con gli Stati Uniti.

E nonostante i progressi fatti in materia di armi chimiche, resta ancora molto da fare, come hanno notato altre fonti del dipartimento di stato. Tra le questioni sul tavolo anche l’Iran: Kerry vuole convincere Mosca a non proseguire con il progetto di vendere un sistema missilistico alla Repubblica islamica, che aggirerebbe l’embargo sugli armamenti a Teheran. Gli Stati Uniti temono che i missili potrebbero rappresentare un ostacolo nelle trattative sul nucleare iraniano. La Russia è tra i paesi che stanno cercando di negoziare un accordo definitivo che limiti le ambizioni nucleari di Teheran.

Più tardi, in conferenza stampa a fianco del ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, Kerry ha elencato i temi affrontati insieme a Putin: i negoziati sul nucleare iraniano, la minaccia Isis in Siria, la Libia, lo Yemen.E l'Ucraina, naturalmente: Kerry ha sottolineato le divergenze su questo fronte, ma anche i punti di accordo. E ha scandito le condizioni alle quali gli Stati Uniti sarebbero pronti ad avviare una revisione delle sanzioni imposte contro la Russia: pieno rispetto degli accordi di Minsk, del cessate il fuoco e del ritiro degli armamenti, avvio del processo di riforme su cui si appoggerà la futura composizione del conflitto. Per arrivare a questo, gli Stati Uniti promettono un impegno maggiore. E insieme, Russia e Stati Uniti hanno deciso di non prendere misure che possano aggravare ulteriormente il loro legame.

Questo è stato uno degli incontri significativi anche solo per il fatto di essere avvenuti: nel riconoscimento reciproco che, al di là delle distanze ancora incolmabili sull'Ucraina, Stati Uniti e Russia hanno troppi ambiti di interesse comuni per non parlarsi ancora. Obiettivo di Kerry -a parte l'Ucraina - era ragionare sul negoziato nucleare con l'Iran, evitando possibilmente la vendita di sistemi antimissile russi a Teheran; e riprendere insieme le fila della guerra senza speranza in Siria, dove il Cremlino seguita a sostenere il regime di Bashar Assad. Dalla Siria allo Yemen e alla Libia: sono gli incendi senza controllo del Medio Oriente a rendere di nuovo necessaria una collaborazione russo-americana.

L'Ucraina ha reso incolmabile la distanza? Saranno i prossimi giorni a dire se Kerry ha ragione quando spiega che, soprattutto nei momenti di crisi, nulla può sostituire il parlarsi direttamente. Cosa che non ha mai smesso di fare con Lavrov, un rapporto fatto anche di frecciate e di scherzi. In mattinata il ministro russo era arrivato all'hotel “Patria” di Sochi a bordo di una candida “Pobeda”, “Vittoria”.


giovedì 2 aprile 2015

Iran: trovato accordo quadro. Obama: «Accordo storico, mondo più sicuro»



Oltre due terzi dell’attuale capacità di arricchimento dell’uranio sarà congelata. Revocate le sanzioni  di Ue e Usa contro Teheran.

L'accordo sul nucleare iraniano prevede la "revoca di tutte le sanzioni". E' scritto nella dichiarazione congiunta letta da Federica Mogherini a Losanna. "L'Ue - ha proseguito la Mogherini leggendo la dichiarazione congiunta - termineranno l'attuazione di tutte le sanzioni, economiche, energetiche e finanziarie e gli Stati Uniti cesseranno l'applicazione di tutte le sanzioni secondarie, economiche e finanziarie, insieme all'attuazione di tutti gli impegni dell'Iran, come concordato con l'Aiea".

La "soluzione a 360 gradi" trovata a Losanna "garantirà la natura esclusivamente pacifica" del programma nucleare iraniano". "Abbiamo raggiunto un accordo che garantisce che l'Iran non potrà sviluppare l'arma nucleare".

"Non ci saranno altre strutture di arricchimento dell'uranio oltre a Natanz", dice ancora la dichiarazione. Nella centrale iraniana di Fordo non ci sarà materiale fissile.

Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una "storica intesa" che "preverrà la bomba nucleare" e con "l'accordo finale il mondo sarà più sicuro". "L'accordo con l'Iran non si basa sulla fiducia, ma su verifiche senza precedenti", ha aggiunto.

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha confermato dal suo account Twitter che sono state trovate soluzioni sui punti chiave del negoziato sul nucleare iraniano. E ha annunciato che comincia immediatamente la stesura della bozza da concludere con l'accordo tecnico dettagliato – secondo quanto già previsto - entro il 30 giugno.

"Un grande giorno: Unione europea, 5+1 e Iran hanno ora i parametri per risolvere le questioni piu' importanti sul programma nucleare. Presto di nuovo al lavoro per un accordo finale": cosi' twitta il segretario di stato americano, John Kerry.

Saranno sospesi i due terzi della capacità di arricchimento dell'uranio da parte dell'Iran. Lo prevede - secondo indiscrezioni sui media americani - l'accordo raggiunto a Losanna, che indica anche come l'attività nucleare dell'Iran sarà monitorata per 10 anni.

"Ultima plenaria ministeriale delle trattative con l'Iran. Ora incontro con la stampa con Zarif. Good News": cosi' l'Alto Rappresentante europeo per la politica estera, Federica Mogherini, su Twitter.

Per il presidente statunitense , Barack Obama, l'accordo di Losanna sul nucleare iraniano è «storico» ma ha avvertito che le sanzioni saranno reintrodotte se l'intesa non sarà rispettata da Teheran. Questo il primo commento del presidente americano secondo il quale l'accordo quadro raggiunto è «una buona intesa» perché Teheran non potrà più arricchire uranio per ottenere il plutonio necessario a costruire un’atomica. Il presidente americano garantisce che saranno effettuate verifiche senza precedenti sul rispetto dell'intesa da parte iraniana.

È dal 4 novembre 1979, dall’assalto degli studenti iraniani all’ambasciata Usa di Teheran con la presa in ostaggio dei diplomatici americani per 444 giorni, che le relazioni tra Washington e Repubblica islamica sono congelati. Ora si può voltare pagina. Non a caso il segretario di Stato americano John Kerry ha detto: “E’ un grande giorno”.

Con l'intesa di oggi “siamo vicini come mai prima a un accordo che rende impossibile il possesso delle armi atomiche dell'Iran”, ha detto Angela Merkel, in una nota diramata dalla portavoce, sull'accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Losanna.

L'accordo prevede “fasi di 10 anni, altre a 15-20-25 anni: diverse fasi volte anche a costruire una fiducia che prima non c'era”, ha detto l'Alto rappresentante Ue dopo l'accordo sul nucleare iraniano. L'accordo sul nucleare iraniano prevede la “revoca di tutte le sanzioni”, quindi sia quelle finanziarie che quelle energetiche. “L'Ue - ha proseguito la Mogherini leggendo la dichiarazione congiunta - terminerà l'attuazione di tutte le sanzioni, economiche, energetiche e finanziarie e gli Stati Uniti cesseranno l'applicazione di tutte le sanzioni secondarie, economiche e finanziarie, insieme all'attuazione di tutti gli impegni dell'Iran, come concordato con l'Aiea”, l’agenzia sul nucleare delle Nazioni Unite con sede a Vienna.

Si comincierà “immediatamente a lavorare sulla stesura, che verrà completata entro il 30 giugno”.

Dettagliato il programma sulle limitazioni tecniche nei vari siti nucleari iraniani.
“Non ci saranno altre strutture di arricchimento dell'uranio oltre a quello di Natanz” ha detto l'alto rappresentante per la politica estera Ue, parlando di “joint venture internazionale per le strutture dei reattori di acqua pesante”. Non è stato specificato il numero massimo di centrifughe per l’arricchimento ammesse. “L'impianto di Fordo” (collocato sotto una montagna per evitare di essere colpito da raid aerei o missilistici, ndr), ha aggiunto Mogherini, “sarà convertito in un sito per la ricerca in Fisica” e non ci sarà all'interno più materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all'estero: “Le potenze mondiali aiuteranno l'Iran a costruire un nuovo reattore ad Arak”. Non è chiaro se la destinazione del materiale arricchito iraniano possa essere Mosca come al tempo del precedente accordo poi saltato all’ultimo momento a causa di un contrasto tra l’allora capo delegazione iraniana Larijani, favorevole all’intesa, e Ahmadinejad, che lo aveva sabotato su pressione dei Guardiani della Rivoluzione contrari all’intesa con il “Grande Satana” come ebbe a definire gli Stati Uniti l’ayatollah Khomeini nel 1979.

Barack Obama ha tenuto un discorso alla Casa Bianca sul nucleare iraniano. Obama ha dichiarato che è convinto che l’intesa di oggi sul programma nucleare di Teheran , che ha definito “storica”, porterà a un accordo definitivo entro il 30 giugno e che “renderà gli Stati Uniti, i suoi alleati e il mondo più sicuri”. Obama ha aggiunto che le sanzioni contro l’Iran sono state fondamentali per convincere Teheran a sedersi al tavolo delle trattative.

Barack Obama ha parlato anche di Israele, che nei mesi scorsi si è opposta più volte alla firma di un accordo sul nucleare iraniano: “Non è un segreto che io e Benjamin Netanyahu non andiamo d’accordo su questa questione. Ma questa intesa è la migliore opzione possibile per Israele”.



martedì 24 febbraio 2015

Iran: trappola nucleare della Cia con disegni sbagliati



Secondo alcuni documenti l’intelligence Usa aveva fatto cadere in mano iraniana progetti di armi atomiche con errori. La notizia potrebbe ripercuotersi sulla trattativa in corso.

Una notizia su Bloomberg.com pochi giorni fa potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri della trattativa sul nucleare in corso tra Stati Uniti e Iran. In realtà la notizia è scappata da un’aula di tribunale di Alexandra, Virginia, dove il 14 gennaio si teneva il processo a Jeffrey Sterling, ex impiegato della Cia, accusato di aver diffuso informazioni segrete su operazioni contro l’Iran. Da alcuni documenti della Cia risalenti a 15 anni fa, si apprende che l’intelligence americana aveva fatto cadere in mano iraniana progetti di armi atomiche, cucinati in modo che contenessero errori fatali. «L’obiettivo – dice il cablogramma del maggio 1977 presentato come prova in tribunale – è di insinuare delle trappole nel programma iraniano per lo sviluppo di armi nucleari, spingendo gli scienziati in vicoli chiusi, facendo loro perdere tempo e denaro».

I disegni cucinati furono trasferiti in Iran nel 2000. Secondo il più recente U.S. National Intelligence Estimate, che riassume il parere di tutte le 16 agenzie di Intelligence americane (Cia inclusa) l’Iran ha probabilmente smesso di cercare di dotarsi di una bomba atomica nel 2003. Gli Israeliani criticano questa conclusione, anche se non sono mai riusciti a provare le loro tesi.

Perché questa notizia sarebbe così importante, lo hanno spiegato anonimamente due diplomatici occidentali a Bloomberg: adesso l’Aiea,l’agenzia atomica dell’Onu, potrebbe essere costretta a rivedere alcune prove sull’esistenza del programma nucleare militare iraniano. «Questa storia – dice Peter Jenkins, ex inviato britannico all’Aiea di Vienna - suggerisce la possibilità che un’Intelligence ostile potrebbe decidere di infilare una ‘pistola fumante’ in Iran perché l’Aiea la trovi. Ha tutta l’apparenza di essere un grosso problema».

Nell’ultima rapporto trimestrale gli ispettori atomici dicono di essere ancora preoccupati di una possibile dimensione militare del programma iraniano. “L’agenzia resta preoccupata circa l’esistenza in Iran di attività segrete riguardanti il nucleare militare compresa l’attività per sviluppare una testata nucleare per un missile”, dice il documento. L’Iran ha sempre insistito sul fatto che il suo programma nucleare è per scopi completamente pacifici, cioè per uso civile.

Dan Joyner, giurista dell’Università dell’Alabama ha detto a Bloomberg: “La rivelazione illustra il pericolo che l’Aiea si basi su prove fornite da terze parti. Stati la cui agenda politica è antitetica all’Iran”. L’Aiea ha risposto dicendo che le affermazioni nei rapporti si fondano sul vaglio delle prove. La Cia non ha commentato.

Condannato da una Corte federale della Virginia, un ex funzionario della Cia, Jeffrey Sterling, sconterà probabilmente una lunga pena detentiva (rischia decenni di galera, la sentenza definitiva il 24 aprile) per aver fornito notizie segrete al giornalista del New York Times James Risen che in un suo libro raccontò come i servizi segreti americani, anni prima, avevano rallentato i tentativi dell’Iran di dotarsi della bomba atomica tendendo una sorta di «trappola nucleare»: avevano fatto arrivare a Teheran materiali difettosi e piani falsi attraverso uno scienziato russo. Per molto tempo il ministero della Giustizia, temendo di avere prove solo indiziarie contro Sterling, ha messo sotto pressione Risen, minacciato di arresto se non avesse indicato la fonte delle notizie da lui pubblicate. Il giornalista non si è mai piegato, col pieno appoggio del Times .

Alla fine il presidente Barack Obama, durissimo in questi anni sulla fuga di notizie coperte da segreto (quasi tutte quelle non ufficiali, in materia di sicurezza), ha fatto un passo indietro. Il suo ministro della Giustizia Eric Holder, da tempo dimissionario, non voleva lasciare con la fama di persecutore della stampa: ha rinunciato a obbligare Risen a testimoniare contro Sterling e ha rivisto, rendendole meno severe, le direttive interne sull?atteggiamento da tenere coi giornalisti quando si indaga su una fuga di notizie. La giuria si è convinta della colpevolezza di Sterling sulla base delle registrazioni e di altri indizi e lo ha condannato. Alla fine vittoria del governo che ha punito l?ex dipendente infedele che ha messo in pericolo la sicurezza nazionale, ma anche della stampa che ha resistito alle minacce e la ha spuntata.

Responsabilità di Sterling a parte, è lo stesso quotidiano a sottolineare che il ripensamento di un ministro in uscita che ripulisce la sua immagine non basta a capovolgere sei anni di repressione molto dura di ogni fuga di notizie. In altri casi il governo ha spiato e perseguito segretamente l’Associated Press e Fox Tv : quei casi non sono ancora chiusi mentre, in assenza di una legge che tuteli esplicitamente il diritto dei giornalisti di non rivelare le loro fonti, sulla stampa continuerà a pendere la minaccia di una sentenza di due anni fa della Corte d’appello della Virginia: il Primo emendamento della Costituzione, quello garantisce una libertà d?espressione illimitata, non rende i giornalisti inattaccabili.



lunedì 23 dicembre 2013

Hassan Rohani si è rivolto alla Bonino “Italia nostra porta per Europa”



L'Italia vuole vincere la gara di "amicizia e collaborazione" con l'Iran e aprire una nuova stagione di incontri portando con sé gli altri Paesi europei.

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani nel secondo e ultimo giorno della sua visita a Teheran.

Con la sua storica visita a Teheran, la prima di un capo della diplomazia italiana in quasi dieci anni, il ministro degli Esteri Emma Bonino ha assegnato di nuovo all’Italia quel delicato ruolo di interlocutore primario che Roma ha tradizionalmente svolto nei rapporti fra Europa e Iran.

«L’Italia ha giocato il ruolo di partner importante della Repubblica islamica e finora ha funzionato da porta per le relazioni fra Iran ed Europa» e i legami con Roma «possono creare fiducia reciproca» fra Teheran e l’Ue: ha riconosciuto il presidente iraniano Hassan Rohani, nel suo incontro con Bonino. Rohani ha anche sottolineato di essere disponibile a «promuovere le relazioni» con l’Italia «al più alto livello possibile». L’espansione dei rapporti bilaterali dovrebbe puntare - ha indicato - ad «obiettivi di lungo termine» con una cooperazione «a tutti i livelli».

Primo capo di una diplomazia europea a recarsi a Teheran dopo il cambio di guardia alla presidenza, Bonino aveva ieri avocato a sé il compito di «andare a vedere le carte» vantate dall’Iran nell’aprirsi al mondo con il nuovo corso inaugurato da Rohani. Questo compito di interlocutore primario era già stato assolto dall’Italia quasi quindici anni fa con la visita compiuta a Roma dal presidente iraniano Mohammad Khatami, l’uomo che all’epoca tentò di aprire la Repubblica islamica alle riforme e al dialogo con l’Occidente prima della chiusura operata dagli otto anni della presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Quel viaggio del marzo 1999 era stato il primo di un capo di Stato iraniano in un paese dell’Unione europea dopo la Rivoluzione islamica del 1979. La circostanza è stata ricordata a Teheran, nella visita compiuta proprio questa settimana, dal premier di allora, Massimo D’Alema.

Ricordiamo che la preparazione della visita di Bonino era cominciata con la missione a Teheran del viceministro degli Esteri Lapo Pistelli lo scorso 7 agosto, appena due giorni dopo l’insediamento di Rohani vincitore delle presidenziali di giugno: una mossa che suscitò le «perplessità di capitali europee vicine e lontane», ebbe a constatare il mese scorso Bonino ricordando però - con una colorita metafora - che all’Assemblea generale dell’Onu a New York ci fu poi una tale «fila per parlare con Rohani» che non si vede «neanche fuori dal Moma».

Il compito assunto dall’Italia appare difficile e dall’esito non scontato. Da un lato ci sono le resistenze, interne all’Iran ma per ora soprattutto al Congresso americano, nei confronti del completamento dell’accordo provvisorio di Ginevra sul controverso programma nucleare iraniano. Dall’altro ci sono diffidenze iraniane acuite dai 34 anni di assedio americano alla scomoda repubblica islamica. Un riprova sono state le proteste diplomatiche di Teheran per il premio Sakharov che una delegazione di eurodeputati ha consegnato a due dissidenti iraniani di spicco, il regista Jafar Panahi e l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, che l’avevano vinto l’anno scorso ma non erano potuti andare a ritirarlo a Strasburgo perché reclusi.

Con la ripresa del dialogo sulla questione del nucleare iraniano "si apra da parte dell'Ue e dell'Iran un periodo di relazioni normali", ha auspicato il ministro degli Esteri con il collega iraniano Mohamed Zarif. Normalizzazione nei rapporti tra Europa e Iran che molto dipende dalla riuscita dell'intesa sul nucleare. Se da una parte l'Italia esprime l'auspicio che "il piano di azione deciso a Ginevra si trasformi in accordo generale", dall'altra Teheran risponde con un appello a "non sabotare ciò che è stato deciso ai più alti livelli politici". E qui il destinatario del messaggio non è solo l'Unione europea ma anche gli Stati Uniti. Nessun cenno in dettaglio sulle sanzioni se non l'applicazione del piano di Ginevra e, comunque, ha spiegato Bonino, "tutte le volte che si è accennato alle sanzioni è stato fatto per guardare avanti e non tornare su non si quale dossier".

Sul tavolo degli incontri anche gli accordi bilaterali. Dal lato economico, con l'annuncio di una missione a breve di una delegazione della Banca Centrale iraniana in Italia e l'apertura di legami in nuovi settori come quello ferroviario e aeronautico; nel campo culturale.

Ma i rapporti tra Iran e Occidente sono legati a doppio filo anche all'eventuale ruolo che il Paese giocherà nella crisi siriana. Teheran incassa ancora una volta il sostegno dell'Italia che continuerà ad appoggiare la necessità che tutti "i Paesi implicati siano responsabilizzati a dare il loro contributo", come ha ricordato Bonino. Il capo della diplomazia italiana ha ripetuto che "i Paesi della regione che hanno implicazioni nel dramma siriano devono avere la possibilità di assumersene la responsabilità. Tutti coloro che possono dare un contributo - ha auspicato ancora la Bonino - devono essere chiamati a darlo".



sabato 28 settembre 2013

Relazioni USA Iran dal 1979 che erano inesistenti



Evento storico la telefonata tra i presidenti Barack Obama e Hassan Rohani . I presidenti si sono parlati al telefono. Una comunicazione diretta tra un presidente americano e uno iraniano non c'era dalla Rivoluzione islamica del 1979 con l’instaurazione del regime khomeini. Un contatto per arrivare a una soluzione diplomatica sul programma nucleare dell'Iran. "Risolvere e superare le differenze è possibile -ha detto Obama e i team sono già al lavoro". Obama ha chiesto all'Iran "azioni significative che potrebbero portare ad un alleggerimento delle sanzioni". I due leader hanno concordato incontri a breve tra i ministri degli Esteri ed auspicato di risolvere il nodo relativo ai progetti nucleari.

È stato Barack Obama a chiamare: in un messaggio su Twitter il presidente iraniano ha detto di aver espresso al capo della Casa Bianca la sua gratitudine per «l'ospitalità e per la telefonata». Ma l'idea della telefonata sarebbe stata in effetti suggerita dagli iraniani. E secondo fonti vicine al presidente iraniano la chiamata sarebbe giunta del «tutto inattesa». Obama, nel corso della conversazione, si è scusato con Rohani «per il terribile traffico di New York» sulla strada per l'aeroporto. «Have a Nice Day» («Le auguro buona giornata»). «Thank you. Khodahfez». Questo, nel tweet attribuito al presidente iraniano, il saluto tra i due capi di Stato al termine della storica telefonata. «Khodahfez» è un comune messaggio di commiato in farsi, letteralmente «Dio sia il tuo custode». Si è trattato del primo colloquio diretto tra i leader dei due Paesi dal 1979, quando Jimmy Carter telefonò all'allora scià di Persia - storico alleato degli Stati Uniti nella regione - poco prima che la furia popolare lo costringesse a fuggire dal Paese.

«Quella con il presidente iraniano Hasan Rohani è stata la prima comunicazione tra i nostri due Paesi dal 1979: è indicazione che stiamo andando verso il superamento delle difficoltà affrontate nel corso della storia. Credo ci siano le basi per una soluzione» della questione del nucleare, ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Obama ha aggiunto che un accordo con Teheran sul nucleare è possibile e che i team di entrambi i Paesi sono già al lavoro per trovare un'intesa. Il presidente Usa ha poi spiegato che i team di entrambi i Paesi lavoreranno insieme, e con il gruppo del 5+1, per andare verso un accordo. Gli Usa si coordineranno anche con gli alleati, incluso Israele, ha precisato. Il presidente americano ha quindi spiegato come lui e Rohani abbiano invitato i rispettivi team a «lavorare speditamente per raggiungere un accordo» sul nucleare. «La strada per un accordo importante sarà difficile - ha aggiunto - ma questa è l'unica opportunità per fare progressi con il nuovo governo iraniano».

Rohani ha infatti pronunciato una promessa: "Presenteremo un primo piano sul nucleare già a Ginevra''. L'appuntamento è fissato per il 15 e 16 ottobre, quando nella città svizzera si ritroveranno seduti attorno allo stesso tavolo i Paesi del cosiddetto '5+1' (Usa, Francia, Gb, Russia, Cina e Germania) e i rappresentanti di Teheran. Un tavolo al quale, ha assicurato il presidente iraniano, "parteciperemo senza porre alcuna precondizione". Obama ci crede: ''La strada che porta all'accordo è difficile e piena di ostacoli, ma penso che superare le differenze per una soluzione complessiva sul nucleare iraniano sia possibile'', ha affermato, rendendo noto oggi il suo colloquio di 15 minuti con Rohani durante una dichiarazione Tv dalla Casa Bianca


lunedì 16 settembre 2013

La storica lettera di Obama a Rohani



Primi contatti fra il presidente americano Barack Obama e il suo avversario iraniano Hassan Rohani che si sono scambiati lettere, come ha detto Obama in una intervista all'emittente televisiva Abc. "Penso che gli iraniani comprendano che la questione del nucleare è un problema molto più importante per noi di quello delle armi chimiche", ha affermato il presidente. "Ciò che dobbiamo trarre da questa lezione (dalla questione siriana, ndr) è che c'è' il potenziale per risolvere tali questioni in modo diplomatico. Il nuovo presidente non renderà le cose improvvisamente facile, ma se insieme a una minaccia credibile della forza c'e' uno sforzo diplomatico rigoroso, allora si riescono a fare accordi", ha sottolineato.

C'è una data che segna la storia del Medio Oriente: il 4 novembre 1979 quando il sequestro dei 52 ostaggi americani nell'ambasciata Usa a Teheran (rilasciati nel gennaio 1981) sancì la rottura delle relazioni diplomatiche tra l'Iran di Khomeini e gli Stati Uniti. Da quel momento gli Stati Uniti hanno sempre visto nella repubblica sciita degli ayatollah un nemico ostinato che minacciava Israele, principale alleato nella regione, e le monarchie petrolifere sunnite del Golfo.

Lo scambio di lettere tra Barack Obama e il presidente Hassan Rohani può cambiare questa storia, soprattutto se sarà seguito da un incontro tra i due ai margini della prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, come ipotizzano diversi organi di stampa. Obama e Rohani si sono consultati sulla Siria, dove l'Iran rappresenta con gli Hezbollah libanesi il principale sostegno militare del regime di Assad, ma è chiaro che in primo piano c'è il dossier nucleare e il programma iraniano per l'arricchimento dell'uranio, sospettato di avere finalità nucleari.

In questi tre decenni di guerra fredda tra Teheran e Washington iraniani e americani hanno provato a fare diplomazia segreta con risultati disastrosi (l'affare Iran-Contras) o ambigui, durante l'invasione Usa dell'Afghanistan nel 2001 e l'occupazione dell'Iraq nel 2003. Nell'ufficio di Hashemi Rafsanjani, ex presidente e uno dei fondatori della repubblica islamica, un giorno mi fu persino mostrata una Bibbia con una firma di Ronald Reagan (difficile dire se fosse autografa). Ma la questione di fondo è rimasta: non ci può essere stabilità in Medio Oriente fino a quando la superpotenza americana e quella regionale del Golfo non si metteranno d'accordo per ristabilire relazioni diplomatiche.

Certamente anche a Teheran qualche cosa è cambiato: il nuovo presidente Rohani ha nominato uno staff dove sono almeno un paio i ministri che hanno studiato negli Usa e che conoscono bene l'America (uno ha persino la green card e la residenza a New York). Segnali di apertura sono stati colti dal vice ministro degli Esteri italiano Lapo Pistelli, unico rappresentante ufficiale di un governo occidentale a recarsi recentemente a Teheran e con frequenti contatti con la diplomazia americana.

Obama in queste ore ha ridimensionato il tono distensivo usato nella lettera a Rohani che attribuisce un «ruolo decisivo» all'Iran sulla questione siriana: «Credo che gli iraniani comprendano che la questione nucleare è un problema ben più importante per noi che quello delle armi chimiche siriane». Come a dire: ci scriviamo ma resta l'opzione militare per impedire che Teheran abbia l'atomica nei suoi arsenali o la possibilità di costruirla. Eppure questa apertura potrebbe cambiare la direzione degli eventi: se avvenisse davvero sarebbe forse il più importante lascito strategico della politica di Obama in Medio Oriente.

Pubblichiamo l’intervista di George Stephanopoulos su Abc News al presidenete USA Barack Obama

Presidente, solo due settimane fa sembrava pronto ad attaccare la Siria. Ora sta negoziando con la Russia. È quello che si immaginava allora? Crede che ora gli Stati Uniti siano in una situazione migliore? 
«Siamo decisamente in una situazione migliore. Tenga presente che il mio obiettivo è di fare in modo che quello che è successo il 21 agosto non accada ancora. Che non si debbano vedere oltre mille persone, più di 400 bambini, vittime di gas letali. Questa è stata un violazione delle leggi internazionali e della comune decenza. Ora abbiamo l’occasione di fare in modo che non accada più».

Crede che un attacco come quello del 21 agosto non si ripeterà? 
«I russi dicono che il regime di Assad non avrebbe mai potuto fare una cosa simile. L’hanno detto quando gli ispettori non erano nemmeno ancora arrivati. Come conseguenza della nostra pressione delle ultime due settimane la Siria, che per la prima volta ha riconosciuto di possedere armi chimiche, ha accettato di aderire al trattato che ne vieta l’uso. Ora i russi dicono che convinceranno la Siria a eliminare tutte le armi chimiche. Non abbiamo ancora prove concrete e verificate che il processo sia effettivamente iniziato, ma i progressi fatti in queste due settimane sono notevoli. La reazione di Assad a delle proteste pacifiche ha portato a un conflitto interno che ha causato centomila vittime e sei milioni di profughi. Ma gli Stati Uniti non possono entrare nella guerra civile di qualcun altro. Non manderemo truppe da terra, non possiamo insediarci militarmente in Siria». 

In passato ha detto che invece bisognava andarci, in Siria… 
«Quello che possiamo fare ora è accertarci che le armi peggiori, quelle che non distinguono tra un soldato e un bambino, non siano usate. Se riusciamo in questo compito si potrà iniziare un processo internazionale al quale partecipino anche i Paesi vicini ad Assad, soprattutto Iran e Russia, e che venga riconosciuto che la guerra civile è terribile per il popolo siriano. Occorre arrivare, in modo serio, a una qualche soluzione politica». 
Putin ora è diventato un improbabile partner dell’America. Nell’editoriale che ha suscitato moltissime polemiche qui negli Stati Uniti, ha detto: «Non c’è ragione di credere che ad usare le armi chimiche siano stati i ribelli». Lei crede che potrebbe mentire per proteggere Assad? 
«Nessuno al mondo prende seriamente in considerazione l’ipotesi che siano stati i ribelli a usare i gas. È vero che ci sono estremisti, inclusi i gruppi affiliati ad Al Qaeda, che non si farebbero nessun problema a usare armi chimiche in Siria e fuori. In ogni modo, gli Stati Uniti e la Russia devono lavorare insieme».
In Siria avete gli stessi obiettivi? 
«Non penso che Putin abbia gli stessi valori che abbiamo noi. Ma entrambi abbiamo lo stesso interesse nell’evitare che la Siria precipiti nel caos totale e nel prevenire il terrorismo. La situazione in questo momento è insostenibile. Dovremo lavorare insieme per cercare di trovare un modo in cui gli interessi di tutte le parti - gli alawiti, i sunniti, i cristiani - siano rappresentati, e di portare la temperatura verso il basso in modo che le cose orribili che stanno accadendo nel Paese cessino immediatamente. Nonostante tutte le nostre differenze reciproche mi rallegra che la Russia sia coinvolta, e che potenzialmente, lo possa essere anche l’Iran».

Non pensa che Putin si stia prendendo gioco della situazione e di lei? 
«Sa, Ronald Reagan disse “Fidati, ma verifica”. Penso sia sempre andata così, soprattutto quando si interagiva con i leader sovietici un tempo, i russi oggi. Io e Putin abbiamo forti disaccordi su tutta una serie di questioni, ma possiamo parlare. E abbiamo lavorato insieme su temi importanti, come l’Afghanistan e in operazioni antiterrorismo. Questa non è la guerra fredda. Questa non è una gara tra gli Stati Uniti e la Russia. Se Mosca vuole avere qualche influenza nella Siria post Assad, non colpisce i nostri interessi».

Cosa pensa della posizione dell’Iran? 
«Con gli iraniani comunichiamo in via indiretta. Con il presidente Rohani ci siamo scambiati missive inerenti la situazione in Siria. E credo che comprendano che la questione nucleare è un problema ben più importante per noi che quello delle armi chimiche. La mia idea è che gli iraniani abbiano capito che non devono pensare che, poiché non abbiamo colpito la Siria, non colpiremmo l’Iran. Allo stesso tempo credo che dovrebbero capire che c’è una via di uscita diplomatica». 

Parliamo di economia. Cade in questi giorni il quinto anniversario del crollo della Lehman. I sondaggi dimostrano che i due terzi degli americani pensano che stiamo andando nella direzione sbagliata, che l’economia non è stabile.

Che ne dice di chi pensa che Wall Street abbia vinto, ma la gente comune no? 
«Pensiamo a dove eravamo cinque anni fa. Eravamo sull’orlo di una grande depressione. In qualche modo perfino peggiore di quella degli Anni 30. Abbiamo stabilizzato la situazione, ora sono 42 i mesi consecutivi di crescita, sette milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro, 500 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero, 370 mila posti di lavoro in un settore auto che era completamente crollato. Il sistema bancario funziona. Si stanno dando prestiti alle imprese. Il mercato immobiliare ha recuperato. Ma è anche vero che non siamo vicino a dove dovremmo essere». 

Il 95% dei guadagni all’1% della popolazione. È impressionante… 
«Lo è. Nonostante i progressi fatti dopo la crisi, gli americani della classe media e i più poveri non ne hanno beneficiato come l’1% del Paese, i più ricchi. Le classi sociali più basse e la middle class non hanno visto crescere il loro reddito, non solo negli ultimi tre, quattro anni, ma negli ultimi 15. E così tutto quello che ho fatto è stato stabilizzare l’economia e rilanciare la crescita, iniziare a produrre di nuovo posti di lavoro e invertire la tendenza degli ultimi decenni. Ecco perché abbiamo reso il sistema fiscale un po’ più giusto chiedendo ai più ricchi di pagare di più. In questo contesto è inutile che i repubblicani continuino a insistere con altri, eccessivi, tagli al bilancio: produrrebbero solo l’aumento di disparità sul fronte dei redditi».

In un’eventuale sfida alle primarie democratiche tra Hillary Clinton e Joe Biden lei continuerà a rimanere neutrale come ha fatto fino ad ora? 
«È troppo presto per cominciare a parlare delle elezioni presidenziali del 2016. Sono stato rieletto appena da un anno. Adesso il mio interesse è tutto sull’America, lascio a voi preoccuparvi della politica».

domenica 16 giugno 2013

Elezioni 2013 in Iran vittoria della rivoluzione moderata

Hassan Rohani è stato eletto presidente dell'Iran, ha detto il ministro dell'Interno alla tv iraniana. Ha avuto circa il il 53% dei voti. Un risultato che esclude il ricorso ad un ballottaggio

E' "una vittoria della moderazione sull'estremismo" questo il commento a caldo di Hassan Rohani appena eletto nuovo presidente della Repubblica Islamica dell'Iran. Il candidato moderato, che aveva raccolto il consenso del fronte riformista, ha oltrepassato la soglia del 50% dei voti e ha vinto la corsa presidenziale al primo turno.

L'Iran ora deve giocare un ruolo costruttivo all'interno della comunità internazionale: è il messaggio del segretario generale dell'Onu, Ban ki-Moon, a Hassan Rohani, vincitore delle elezioni presidenziali. Ottimismo tra i leader internazionali, scettiscismo in Israele.

A sorpresa il candidato moderato appoggiato dai riformisti ha vinto già al primo turno. Il mondo, tranne Israele, guarda all'Iran del dopo-Ahmadinejad e spera in una svolta dopo il trionfo di Hassan Rohani, il religioso moderato sostenuto dai riformisti che ha sbaragliati i rivali nella corsa alla presidenza della Repubblica Islamica.

Rohani ha ottenuto il 50,68% dei voti, pari a 18,6 milioni di schede (hanno votato in tutto 36,7 milioni di aventi diritto, pari al 72,7% dell'elettorato" e subito ha tenuto a lanciare la parola d'ordine della "moderazione", che ha celebrato "la vittoria contro l'estremismo".

La Germania guarda con speranza al risultato elettorale in Iran e considera la vittoria del moderato Hassan Rohani come il frutto di "un voto per le riforme e per una politica estera costruttiva". Lo afferma stasera il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle. Secondo Westerwelle, "vi ‚ da sperare che il nuovo vertice del Paese collabori per arrivare a risolvere le questioni internazionali e regionali" aperte: a partire - lascia intendere il ministro tedesco - dal dossier nucleare.

Il nuovo presidente della Repubblica islamica Hassan Rohani è stato eletto con il 50,70 per cento di preferenze. Lo ha reso noto il ministro degli Interni iraniano Mostafa Mohammad Najjar, precisando che Rohani ha ottenuto 18.613.329 voti su un totale di 36.704.156. Netto il divario con il suo principale rivale, il sindaco di Teheran Mohammad Qalibaf, che ha potuto contare solo su 6.077.292 preferenze.

Al terzo posto il capo dei negoziatori per il nucleare Saeed Jalili con 4.168.946 voti, seguito dal leader dal leader dei pasdaran Mohsen Rezaei con 3.884.412 preferenze, dal Consigliere per gli affari internazionali della Guida Suprema Ali-Akbar Velayati con 2.268.753 voti e infine dall'indipendente Mohammad Gharazi con 446.015 preferenze.

Subito dopo l'annuncio della vittoria di Hassan Rohani, a Teheran - ad esempio sul lunghissimo viale Vali-e Asr che spacca da nord a sud la città - sono scattati caroselli di auto che suonano il clacson.

"Sono state le elezioni più democratiche del mondo". Parola di Hashemi Rafsanjani, che aveva appoggiato il nuovo presidente Hassan Rohani nella sua corsa elettorale in Iran. "I nemici dell'Iran non potranno dubitarlo", ha scritto su Twitter l'ex presidente della Repubblica, "e adesso spero che il presidente eletto mantenga le promesse fatte e risolva i problemi del popolo".

Hassan Rohani è il nuovo presidente dell'Iran, il successore del "falco" Ahmadinejad. Il candidato moderato-riformista (unico dopo che l'altro candidato ammesso, Mohamamd Reza Aref, si è ritirato) ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali superando di un soffio la soglia necessaria del 50% che gli consente di evitare il ballottaggio. L'annuncio ufficiale è venuto dal ministro degli Interni di Teheran alla fine di una giornata che ha visto Rohani saldamente in testa fin dalle prime schede scrutinate. Rohani ha salutato «la vittoria dell'intelligenza, della moderazione e del progresso sull'estremismo» in un messaggio letto alla televisione di Stato iraniana. Il neo presidente ha ottenuto il 50,68% dei voti, pari a 18,6 milioni di schede. Hanno votato in tutto 36,7 milioni di aventi diritto, pari al 72,7% dell'elettorato. A Teheran e in diverse parti del Paese sono subito cominciate le celebrazioni per la vittoria del candidato moderato.

La Casa Bianca accoglie in modo positivo l'esito del voto e si congratula col coraggio degli iraniani che sono andati a votare «nonostante la censura e l'intimidazione». L'amministrazione Obama auspica che sia l'ora delle «scelte responsabili per un futuro migliore», con un nuovo governo che rispetti la volontà del popolo. Gli Stati Uniti - conclude la nota - sono pronti a un dialogo diretto con Rohani.

Il neo presidente è stato per 16 anni segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Attualmente guida il centro di ricerca strategica ed è membro del Consiglio del Discernimento e dell'Assemblea degli Esperti. Nel 2003 fu nominato capo negoziatore sul nucleare. Le principali forze politiche che lo sostengono sono 'Mosharekat' (Condivisione), i Mojahedin della Rivoluzione Islamica, 'Kargozaran' e l'Associazione del Clero Combattente. Rohani è appoggiato da personalità di spicco quali gli ex presidenti Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Seyyed Mohammad Khatami e dall'hojatoleslam Hassan Khomeini, nipote del defunto leader della Rivoluzione Islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini. In politica estera, il programma dello schieramento moderato-riformista prevede un'apertura verso l'Occidente, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, con l'obiettivo di risolvere la questione nucleare. Prospettive che non convincono Israele, che resta scettico e giudicherà Rohani dalle «sue azioni in materia di nucleare e terrorismo». Lo afferma il portavoce del Ministero degli Esteri sottolineando che «fino a oggi sul programma nucleare iraniano ha deciso la Guida Suprema Ali Khamenei, non il presidente».
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Venerdì gli elettori avevano la possibilità di votare anche all'estero: seggi sono stati allestiti a Dubai, Londra e negli Stati Uniti. L'alta partecipazione al voto suggerisce che le elezioni, per le quali un tempo era considerata scontata la vittoria dell'establishment, siano viste dai riformisti come un'opportunità per tornare a far sentire la propria voce dopo anni di repressione. Tra i sei candidati l'unico riformista era proprio Hassan Rohani, 64 anni, l’unico religioso fra tanti candidati ufficialmente laici, l’unica colomba rimasta fra tanti falchi, l’unico a sperare nel ballottaggio con gli ultraconservatori. La sua vittoria è considerata una piccola battuta d'arresto per l'establishment, ma si tratta comunque di una sfida minore rispetto a quella costituita quattro anni fa dal movimento riformista verde, sul quale fu attuata una brutale repressione nelle proteste che seguirono le ultime elezioni.