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domenica 30 ottobre 2016

Elezioni USA 2016: Clinton-Trump ultimo sondaggio



Il 63% dell'elettorato ritiene che le nuove indagini dell'Fbi circa le mail di Hillary Clinton quando era segretario di Stato non cambiano la loro decisione sul voto. E' quanto emerge da un sondaggio Abc/Washington Post, il primo condotto dopo la comunicazione di James Comey (Fbi) sul ritrovamento di nuove mail legate a Clinton. Il rilevamento conferma inoltre una corsa serrata con il 46% delle preferenze a livello nazionale per la candidata democratica e il 45% per il repubblicano Donald Trump.

Donald Trump supera Hillary Clinton in Florida, Stato cruciale per conquistare la presidenza. Emerge da un sondaggio del New York Times che attribuisce al tycoon un vantaggio di quattro punti percentuali con il 46% delle preferenze sulla ex segretario di Stato, che si attesta al 42%. Il rilevamento è stato effettuato prima che emergessero le nuove mail su Clinton al vaglio dell'Fbi.

E' quanto emerge da un sondaggio Abc/Washington Post, il primo condotto dopo la comunicazione di James Comey (Fbi) s ul ritrovamento di nuove mail legate a Clinton. Il rilevamento conferma inoltre una corsa serrata tra i due candidati con il 46% delle preferenze a livello nazionale per la candidata democratica e il 45% per il repubblicano Donald Trump.

La situazione non sembra modificarsi anche per quanto riguarda gli stati chiave per la vittoria finale. Donald Trump ha quattro punti di vantaggio in Florida, secondo un sondaggio pubblicato oggi dal New York Times. Secondo il 'poll' infatti il repubblicano è al 46% mentre Hillary Clinton sarebbe al 42%. Nel primo rilevamento che il Times ha fatto in Florida - considerato al momento forse lo stato chiave più importante per le sorti delle elezioni dell'otto novembre - un mese fa, Trump era indietro rispetto a Clinton di un punto percentuale.

Anche il sondaggio Nbc/Wall Street Journal vede il candidato repubblicano in rimonta in Florida, anche se rimane indietro, di un solo punto percentuale, rispetto a Hillary Clinton. In particolare il 'poll' sottolinea come la democratica abbia un grande vantaggio, il 54% contro il 37%, tra gli elettori che hanno già votato avvalendosi del sistema dell'early vote. Mentre la situazione si rovescia se si considerano gli elettori che devono ancora votare, con Trump che ha il 51% e Clinton il 42%.

La candidata democratica continua invece ad avere sei punti di vantaggio - 47 a 41 - in North Carolina. Anche in questo stato l'early vote è nettamente in suo favore: il 61% contro il 33% di Trump. Un diverso sondaggio, della Cbs News, dà Clinton in testa solo di 3 punti in North Carolina, dandola in vantaggio anche in Pennsylvania (8 punti) e Colorado (3 punti), mentre Donald Trump sarebbe avanti di due punti in Arizona.

Trump ha definito lo scandalo come il «più grave dall'epoca del Watergate», azzardando un parallelo con il furto organizzato dalla campagna repubblicana di Richard Nixon di documenti dagli uffici del partito democratico a Washington che portò al procedimento di impeachment contro il presidente.

Il direttore dell’Fbi James Comey venerdì, a sorpresa, ha annunciato la riapertura - o meglio un supplemento - delle indagini sulla vicenda delle email della Clinton, quando era segretario di Stato, gestite dal suo server personale. Una decisione presa dopo aver scovato nuovo e non meglio definito materiale nel computer dell’ex marito della stretta collaboratrice di Clinton, Huma Abedin: l’ex deputato Anthony Weiner, la cui carriera è stata bruciata da scandali di sexting e sotto indagine per aver inviato immagini e messaggi osceni a una ragazza di 15 anni in North Carolina. Comey ha affermato che gli agenti non hanno tuttora determinato la rilevanza delle nuove e-mail scoperte, comparse in un conto di posta elettronica che Abedin aveva sul pc del marito, fatto che ha generato ancora più confusione sullo stesso operato dell’Fbi.

Il presidente della campagna elettorale di Clinton, John Podesta, ha criticato esplicitamente Comey, sostenendo che il suo intervento è «straordinario» nella storia delle elezioni americane e che le sue dichiarazioni sono «piene di insinuazioni e povere di fatti». Ha aggiunto che Comey «deve delle spiegazioni all’opinione pubblica» e che, da quanto ha ammesso, «non ci sono prove di violazioni, né accuse e neppure indicazioni che questo materiale abbia davvero a che fare con Hillary». Anche il sospetto che Comey possa aver agito per un eccesso di cautela e per proteggere la sua posizione da futuri attacchi repubblicani e che l’Fbi, formalmente alle dipendenze del Dipartimento della Giustizia, sia vittima di battaglie politiche interne è stato adombrato da alcuni analisti democratici.
Clinton ha chiesto ora all’Fbi e a Comey immediati chiarimenti, a cominciare dal rilascio di tutto il materiale in loro possesso per evitare il pericolo di inquinamenti negli ultimi giorni della campagna. Ha anche indicato di ritenere che gli elettori abbiano ormai tenuto conto del caso delle e-mail, del quale si è scusata ma sempre sostenendo di non aver commesso reati, e che ora è importante evitare distrazioni e «scegliere un presidente».

Ma la paura serpeggia tra i democratici, anche ai vertici della campagna e del partito. «Siamo stati investiti da un autotreno», ha ammesso Donna Brazile, vicina alla Clinton e alla guida del Comitato nazionale del Partito democratico. Il timore è che gli sviluppi, anche se rimanessero avvolti nell'ambiguità e non rivelassero nuovi errori o peggio reati, possano pesare nella dirittura d’arrivo verso le urne. Possono aiutare Trump a mobilitare il suo elettorato, come già dimostrato dai primi rally del fine settimana. E soprattutto potrebbero alienare elettori ancora indecisi e indipendenti, che già vedono nella Clinton un deficit di onestà e trasparenza, e raffreddare gli entusiasmi della stessa base democratica, che fin dalle primarie aveva mostrato scarso entusiasmo per la candidata.


venerdì 21 ottobre 2016

Attacco informatico: Twitter, Spotify e New York Times. Web «down» negli Usa



Prima la notizia della portaerei hackerata, poi tutta una serie di down per alcuni dei siti Internet fra i più importanti del Paese. Non è un bel giorno, questo, per l'America digitale. Un susseguirsi di attacchi hacker violentissimi sta minando le certezze statunitensi. E che possa essere un assaggio di cyber war appare molto più che una semplice ipotesi, soprattutto dopo le polemiche di questi giorni che hanno visto coinvolte la Casa Bianca e la Russia di Putin. Ma andiamo con ordine.

Il Dipartimento americano per la sicurezza nazionale ha aperto un'inchiesta sul maxi-cyber attacco sferrato sulla costa orientale degli Stati Uniti da hacker ai siti web di molte società, da Twitter al New York Times. Lo riporta la Nbc.

 Un enorme cyeberattacco ha colpito il traffico di centinaia di siti web, soprattutto per gli utenti internet della costa est degli Stati Uniti, compresi quelli di Twitter, Financial Times, Spotify, Reddit, e-Bay e New York Times. Lo riportano i media Usa.

Il blocco di alcuni dei principali siti web causato da un attacco hacker negli Stati Uniti e' durato circa due ore, mentre ora il traffico e' ripreso regolarmente. Lo rende noto la societa' Dyn, i cui server sono stati presi di mira - si spiega - da pirati informatici che hanno mandato in tilt il sistema provocando un sovraccarico di traffico.

Il Financial Times lo ha definito «un enorme cyber-attacco», e l’aggettivo non pare esagerato se si pensa al numero – centinaia – di siti coinvolti. E al loro nome: da quello del quotidiano economico stesso al New York Times, da Twitter a Pinterest, da Reddit a Spotify e eBay (qui l’elenco completo). Si è trattato di un vero blackout, pur delimitato a livello geografico: a soffrire dell’inacessibilità sono stati soprattutto gli utenti americani, e in particolar modo quelli residenti nella costa est del Paese.


L’obiettivo dell’attacco in stile Ddos – sigla ormai conosciuta ai più che significa “Distributed denial of service”, un’enorme numero di “chiamate” continue che abbattono i server – è stata l’azienda Dyn del New Hampshire, quello che si può definire un elenco telefonico della Rete. Il lavoro della Dyn è di tradurre gli indirizzi che comunemente digitiamo nei browser – come Corriere.it - negli indirizzi Ip, i numeri di riferimento che la Rete riconosce per “servirci” il sito richiesto.

L’attacco, non rivendicato in alcun modo, sarebbe partito alle 7 del mattino ora locale (le 13 italiane) e come detto ha interessato larga parte della costa est degli Usa, come mostrato dall’immagine sopra. Se i motivi non sono noti, più evidenti sono i danni per milioni di dollari causati da un “buio” di questa portata. Il servizio di distribuzione dei siti richiesti infatti sarebbe stato ripristinato solo tre ore dopo, intorno alle 9.45 della costa est.

Al momento è difficile stabilire la matrice dell'attacco. L'ipotesi russa, visti i rapporti tesissimi fra i due Paesi e le note capacità informatiche degli hacker all'ombra del Cremlino, è sicuramente una pista caldissima. I servizi di Dyn sono stati messi ko da un violento attacco DDoS (distributed denial of service). Ma cos'è un attacco DDoS?

In sostanza è una variante di un attacco DoS, nella quale si impiega un vastissimo numero di computer infetti per sovraccaricare il bersaglio (il sito, o l'insieme di siti) con traffico fasullo. È come se decine di milioni di persone cliccassero contemporaneamente su un sito, andando così a saturare tutte le risorse di banda a disposizione. Il risultato è semplice: sito down. Ovviamente nei casi di attacchi vengono usati botnet in grado di cooptare milioni di computer infetti affinché partecipino - involontariamente - all'attacco.



venerdì 2 settembre 2016

Assange-Snowden, amici di Mosca



Assange, si è trasformato nella "lavanderia" dei servizi segreti russi? Il New York Times lancia l'accusa diretta a Julian Assange il fondatore e direttore di WikiLeaks e Edward Snowden la talpa dell'NSA gate che “Per convenienza o coincidenza i documenti pubblicati da Wikileaks hanno spesso avvantaggiato la Russia”.

In modo diretto lancia critiche contro l’australiano in esilio all'ambasciata dell’Ecuador  a Londra dal  2012, le cui rivelazioni si sono tradotte in benefici alla Russia a spese dell’occidente. Anche se Mosca non rispecchia l’ideale di trasparenza che Assange predica da anni nella sua lotta per esporre il comportamento ”illegale e immorale” dei governi occidentali, la maggior parte delle rivelazioni di Wikileaks ha risparmiato la Russia, concedendole più benefici che danni.

E gli ultimi documenti pubblicati sul partito democratico americano suscitano dubbi sul rapporto fra Assange e la Russia.”Secondo fonti, fra i funzionari americani c’e’ un crescente consenso sul fatto che non ci siano legami diretti fra Wikileaks e i servizi di intelligence russa”, ma la tempistica e le rivelazioni sembrano indicare la direzione opposta, ha sostenuto il NYT.

L'imponente dossier contro Assange è una requisitoria dettagliata, documentata, dove lo stesso imputato ha la parola: Assange ha concesso un'intervista ai tre reporter del quotidiano statunitense che firmano l'inchiesta, risponde alle loro accuse. Il verdetto finale su di lui però resta una condanna, secondo gli autori del rapporto investigativo.

E' la prima volta che contro il creatore di WikiLeaks scende in campo un grande quotidiano indipendente con un lavoro così sistematico di demolizione del personaggio. Alla fine Assange ne esce come una marionetta manipolata dall'intelligence di Vladimir Putin, disposto a riciclare qualsiasi notizia che gli viene data, senza interrogarsi sui moventi della fonte.

Gli basta che le notizie siano "contro" il suo bersaglio numero uno: gli Stati Uniti. Riservare lo stesso trattamento ad altre potenze non lo interessa, ammette lui, perché "tutti criticano la Russia, è noioso". Nello stesso tipo di accanimento unilaterale rientra anche il gioco che Assange sta facendo nella campagna elettorale americana.

Le rivelazioni di WikiLeaks vanno di pari passo con le incursioni di hacker russi; le vittime sono sempre da una parte sola: il partito democratico, l'Amministrazione Obama, i Clinton. Si direbbe che anche dentro la politica americana Assange ha fatto una scelta di campo. La stessa di Putin, peraltro, le cui affinità con Donald Trump sono emerse più volte alla luce del sole.

L'ampio dossier ricorda l'irruzione di WikiLeaks nella scena mediatica fin dal 2010 con la divulgazione di tante comunicazioni secrete fra vari rami del governo Usa, comprese le ambasciate e il Dipartimento di Stato. Ne emergeva una descrizione "cinica" della diplomazia americana, con lo sfondo le guerre in Afghanistan e in Iraq. Di recente Assange ha fatto sapere che "ha ancora molto da dire" sul volto oscuro dell'imperialismo americano, il suo disprezzo per i diritti umani, l'avversione a quelli come lui che osano sfidare l'autorità costituita.

Ma un bilancio dettagliato di tutte le rivelazioni di WikiLeaks porta a questa conclusione: non usa lo stesso criterio e lo stesso rigore nel mettere a nudo altri imperialismi. Certo non quello russo. Anzi, i metodi di governo usati da Putin (fino all'assassinio degli oppositori) godono di una sorta di immunità, non rientrano nei bersagli di WikiLeaks.

Col passare del tempo le rivelazioni di WikiLeaks sembrano avere come fonte proprio lo spionaggio russo. E' il caso del materiale sottratto di recente nei siti del partito democratico Usa in piena campagna elettorale. Una campagna in cui Trump ha più volte appoggiato Putin, facendogli anche delle aperture di credito sull'annessione della Crimea e l'invasione dell'Ucraina e auspicando un disimpegno americano dalla Nato.

La conclusione del New York Times: "Sia che questo accada per convinzione, per convenienza, o per coincidenza, le rivelazioni di documenti da parte di WikiLeaks e molte dichiarazioni di Assange hanno spesso aiutato la Russia a scapito dell'Occidente".

 La risposta dell'accusato? Assange si difende accusando a sua volta i democratici Usa e la Clinton di "aizzare un'isteria neo-maccartista sulla Russia". Aggiunge che "non esistono prove concrete" che WikiLeaks riceva le informazioni da servizi segreti stranieri. Ma anche se fossero loro la fonte, dice, accetterebbe ben volentieri quel materiale.

 A criticare il New York Times è anche Glenn Greenwald, il giornalista americano che custodisce i file della “talpa”del Datagate Edward Snowden. ”Ironicamente l’organo di stampa più accusato negli anni di aver pubblicato informazioni segrete che aiutano la Russia è il New York Times’‘ twitta Greenwald, citando la formula usata dallo stesso quotidiano. ”Secondo fonti i giornalisti del New York Times non hanno probabilmente alcun legame diretto con l’Isis e Al Qaida, ma la maggior parte di quello che pubblicano li aiuta”.



sabato 22 novembre 2014

New York Times: Obama cambia i piani della missione in Afghanistan



A maggio, è giusto ricordarlo, Obama aveva detto che le truppe rimaste in Afghanistan, attualmente 9.800 unità, si sarebbero limitate ad addestrare i soldati afgani e a “dare la caccia ai resti di Al Qaeda”.

Il New York Times ha pubblicato un'inchiesta che porta le firme di Mark Mazzetti ed Eric Schmitt, con la collaborazione di Matthew Rosenberg, con la quale rivela che nelle scorse settimane il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato un ordine segreto con il quale autorizza i soldati americani a un'azione in Afghanistan nel 2015 , che autorizza le truppe statunitensi a combattere di nuovo contro i talebani in Afghanistan almeno per un altro anno. Il nuovo piano prevede anche che i caccia e i droni statunitensi faranno da supporto alle missioni dell’esercito afgano.

Il presidente Obama ha firmato un ordine segreto nelle ultime settimane che ampliare il ruolo delle forze armate statunitensi in Afghanistan.

Nel 2015 rispetto a quanto originariamente previsto la presenza sarà più massiccia, una mossa che dovrebbe garantire alle truppe americane un ruolo diretto nella lotta al terrorismo nel paese devastato dalla guerra, almeno per un altro anno. Così scrive il New York Times.

La decisione di Obama, spiega il quotidiano statunitense, consentirà alle forze americane di effettuare missioni contro la talebani e altri gruppi militanti che minacciano le truppe statunitensi e il governo afghano. La nuova autorizzazione consente anche jet americani, bombardieri e droni per sostenere le truppe afghane in missioni di combattimento.

La mossa arriva dopo la promessa di Obama di lasciare le truppe nel paese con due missioni: per addestrare le forze afgane e di sostenere operazioni antiterrorismo contro al-Qaeda. A maggio, inoltre, aveva detto che era "il momento di voltare pagina" sulle politiche concentrate sul Medio Oriente negli ultimi dieci anni.

Ma questo ultima scelta del presidente Usa rivela un cambiamento di politica estera per l'amministrazione Obama. L'autorizzazione è stata fatta su richiesta di comandanti militari, che vogliono più truppe sul terreno per combattere i talebani, così ha riferito l'Associated Press. Ma entro la fine del prossimo anno, la metà delle 9.800 truppe americane avrà lasciato l'Afghanistan. Il resto sarà consolidato a Kabul e Bagram e poi lascerà alla fine del 2016, consentendo a Obama di dire che ha posto fine alla guerra in Afghanistan prima del suo mandato.

Secondo i giornalisti del NYT, la decisione di cambiare la missione è il risultato di un lungo e acceso dibattito che ha messo a nudo la tensione all'interno dell'amministrazione Obama tra due imperativi spesso in comparizione tra loro: da una parte la promessa di Obama di porre fine alla guerra in Afghanistan, dall'altra le richieste del Pentagono che vuole che le truppe americane possano portare a termine con successo le loro ultime missioni nel Paese che da anni è devastato dalla guerra. A tutto questo si è aggiunto il collasso delle forze di sicurezza irachene davanti all'avanzata dello Stato Islamico. Inoltre, sulla decisione ha inciso anche il trasferimento di potere in Afghanistan al presidente Ashraf Ghani, che è più tollerante del suo predecessore Hamid Karzai per quanto riguarda la presenza americana nel suo Paese. Anzi, secondo un funzionario afgano, pare che sia stato proprio Ghani, insieme con il suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, a chiedere agli Stati Uniti di continuare a combattere contro i talebani anche l'anno prossimo e ha stretto una collaborazione con il generale John F. Campbell. Tra l'altro, anche quando al comando c'era ancora Karzai, i generali afghani hanno spesso chiesto ai soldati Usa di ignorare le direttive del presidente e di aiutarli con i loro aerei quando si trovavano in difficoltà. D'ora in poi, dunque, richieste di questo genere da parte degli afgani non dovranno più essere fatte in segreto.

Il piano degli Usa è comunque quello che entro la fine del 2015 la metà delle 9.800 truppe che sono ancora presenti in Afghanistan lasci il Paese. L'obiettivo di Obama è quello di poter dire, entro la fine del suo mandato, di aver posto fine alla guerra in Afghanistan.



martedì 18 marzo 2014

Volo 370 della Malaysia Airlines: il computer di bordo era stato manomesso



Il cambiamento di rotta del volo 370 della Malaysia Airlines 370, scomparso l’8 marzo mentre viaggiava da Kuala Lumpur a Pechino, è avvenuto attraverso un comando inserito in uno dei computer di bordo e non è stato eseguito manualmente dai sistemi di pilotaggio. Lo riporta il New York Times citando “alti funzionari statunitensi” coinvolti nell’inchiesta.

Secondo i funzionari il codice è stato inserito nel Flight management system che si trova tra il pilota e il copilota. La scoperta ha portato gli investigatori a studiare più a fondo i due uomini. Non è chiaro infatti se la rotta sia stata modificata prima o dopo il decollo. Gli esperti sostengono che chi ha effettuato la modifica dovrebbe avere familiarità con i Boeing, ed è inverosimile che un passeggero possa aver programmato il nuovo percorso.

Intanto il 15 marzo, una settimana dopo la sparizione dell’aereo, le autorità malesi hanno rivelato che un satellite che sorvolava l’oceano Indiano ha raccolto un segnale dal Boeing sette ore e mezzo dopo il suo decollo. Le informazioni provenienti dal satellite non erano però sufficienti a determinare la posizione dell’aereo: è certo solo che il segnale proveniva da un punto che si trova tra due grandi archi lungo cui si sarebbe potuto spostare l’aereo: il primo va dal golfo di Thailandia verso nord, curvando fino quasi al Kazakistan, l’altro verso sud, al largo dell’oceano Indiano.

Proprio lungo uno di questi archi la Cina ha cominciato le ricerche via terra, dopo il fallimento di quelle via mare e le proteste dei parenti delle vittime, che minacciano uno sciopero della fame per la mancanza di trasparenza nelle informazioni sull’incidente.

Intanto il pilota e blogger Patrick Smith continua a rispondere alle varie domande che circolano in rete (il Boeing 777 è un aereo sicuro? Perché è stato spento il trasponder? Perché nessun passeggero ha provato a telefonare a casa? ) ed è scettico riguardo a qualsiasi ipotesi di complotto o dirottamento: secondo lui l’aereo non può essere stato costretto ad atterrare da nessuna parte, ma è precipitato nell’oceano e presto se ne troveranno i relitti.

Anche perché quello dell’8 marzo non è l’unico caso di sparizione di un aereo in volo, come ha ricostruito in una mappa il Sidney Morning Herlad.

È stato il copilota, Fariq Abdul Hamid, l’ultimo a lanciare un messaggio dall’aereo della Malaysia Airlines scomparso l’8 marzo con a bordo 239 persone. Lo ha annunciato il 17 marzo il ministro dei trasporti malese, Hishammuddin Hussein.

Secondo le autorità non è chiaro se le ultime parole arrivate dal copilota (“Tutto bene, buonanotte”) siano state pronunciate prima o dopo lo spegnimento dei sistemi di localizzazione dell’aereo, chiamati Acars. “Queste novità potrebbero sollevare altri interrogativi sulle cause della scomparsa dell’aereo. Oltre all’ipotesi del dirottamento, tornerebbe in gioco anche quella legata a problemi tecnici, che avrebbero bloccato le comunicazioni e causato un cambiamento improvviso della rotta”, scrive il New York Times.

Nel frattempo gli investigatori hanno avviato delle nuove ricerche attraverso due corridoi aerei: uno settentrionale, compreso tra il Kazakistan, il Turkmenistan e la Thailandia, e uno meridionale, tra l’Indonesia e l’oceano Indiano.
La pista principale seguita dalle autorità malesi resta quella del dirottamento. Ma ci sono anche altre ipotesi.

Su YouTube è apparso un filmato, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso dell’aeroporto di Kuala Lumpur, che mostra il pilota Zaharie Ahmad Shah e il copilota Fariq Abdul Hamid poco prima del decollo, durante i controlli di routine. Zaharie Ahmad Shah, che ha cominciato a lavorare per la Malaysia Airlines trent’anni fa, è considerato un pilota molto esperto.


mercoledì 5 marzo 2014

Nsa usa le onde radio per controllare i computer



L’agenzia governativa statunitense Nsa è in grado di sorvegliare anche i computer che non sono connessi a internet, grazie a un software che ha installato in più di 100mila computer in tutto il mondo.

Questa tecnologia, che l’agenzia ha adottato nel 2008, si basa sull’uso di onde radio nascoste, trasmesse da circuiti microscopici e da schede usb installate manualmente nei computer. La rivelazione arriva dal New York Times, che è entrato in possesso di nuovi documenti riservati dell’agenzia.

Stando ai documenti, tra gli obiettivi sorvegliati non ci sarebbero civili. Secondo l’Nsa tutte le operazioni sono state condotte su “obiettivi segreti stranieri per esigenze di intelligence”. L’agenzia ha messo sotto controllo le forze armate cinesi e russe, qualche ente dell’Unione Europea e alcune persone legate ai cartelli della droga in Messico.

“Non abbiamo mai fatto spionaggio industriale per conto delle aziende statunitensi”, ha aggiunto un portavoce dell’agenzia.

Ecco come si svolgeva la sorveglianza secondo il New York Times.

1. Ricetrasmittenti minuscole o piccoli circuiti vengono inseriti dentro una presa usb e collegate al computer.

2. Le ricetrasmittenti si collegano a un ricevitore della Nsa grande come una valigetta, che può essere messo fino a otto chilometri di distanza dal computer.

3. Attraverso il ricevitore i dati vengono trasmessi a uno dei centri di controllo dell’Nsa, che li può leggere e modificare.

4. I dati possono fare anche il percorso inverso: per esempio le stazioni dell’Nsa possono trasmettere al computer sotto controllo un virus malware, come è successo nelle operazioni di sabotaggio degli impianti nucleari iraniani.

Un annuncio importante. Il 17 gennaio Barack Obama dovrebbe annunciare una riforma dell’Nsa. Il presidente statunitense potrebbe proporre una legge per proteggere la privacy anche dei cittadini non americani, per calmare le polemiche dei mesi scorsi sulle attività di spionaggio dell’agenzia all’estero.

Secondo il Wall Street Journal Obama potrebbe anche nominare un advocate for privacy issues, un funzionario che avrà il compito di garantire la privacy dei cittadini e fare da mediatore con la Fisa (Foreign intelligence surveillance act), la corte che autorizza l’Nsa a mettere in piedi le intercettazioni. Attualmente la corte approva le richieste direttamente su sollecitazione del governo, senza passare attraverso l’autorizzazione di un giudice.


domenica 19 gennaio 2014

Obama, NSA e le nuove prospettive dell’intelligence



"Tutti i Paesi lo fanno, è per la sicurezza: però introdurremo limiti". Greenwald e Assange ironizzano: vende fumo, non cambia niente. Con questo e altri esempi storici - ricordando come l'intelligence nazionale abbia aiutato a rendere sicuri «il nostro Paese e la nostra libertà», Barack Obama ha cominciato uno dei discorsi più attesi e preparati del suo secondo mandato: quello sulla raccolta dati della National Security Agency - Nsa - raccontata nei dettagli dalle rivelazioni dei mesi scorsi di Edward Snowden.

Quando il Paese era ancora giovanissimo, la notte, nelle strade di Boston, un piccolo gruppo segreto controllava i movimenti delle truppe britanniche, per raccogliere informazioni su possibili attacchi contro «i primi patrioti americani».

L’agenzia governativa statunitense Nsa è in grado di sorvegliare anche i computer che non sono connessi a internet, grazie a un software che ha installato in più di 100mila computer in tutto il mondo.

Questa tecnologia, che l’agenzia ha adottato nel 2008, si basa sull’uso di onde radio nascoste, trasmesse da circuiti microscopici e da schede usb installate manualmente nei computer. La rivelazione arriva dal New York Times, che è entrato in possesso di nuovi documenti riservati dell’agenzia.

Stando ai documenti, tra gli obiettivi sorvegliati non ci sarebbero civili. Secondo l’Nsa tutte le operazioni sono state condotte su “obiettivi segreti stranieri per esigenze di intelligence”. L’agenzia ha messo sotto controllo le forze armate cinesi e russe, qualche ente dell’Unione Europea e alcune persone legate ai cartelli della droga in Messico.

“Non abbiamo mai fatto spionaggio industriale per conto delle aziende statunitensi”, ha aggiunto un portavoce dell’agenzia.

Ecco come si svolgeva la sorveglianza secondo il New York Times.

1. Ricetrasmittenti minuscole o piccoli circuiti vengono inseriti dentro una presa usb e collegate al computer.

2. Le ricetrasmittenti si collegano a un ricevitore della Nsa grande come una valigetta, che può essere messo fino a otto chilometri di distanza dal computer.

3. Attraverso il ricevitore i dati vengono trasmessi a uno dei centri di controllo dell’Nsa, che li può leggere e modificare.

4. I dati possono fare anche il percorso inverso: per esempio le stazioni dell’Nsa possono trasmettere al computer sotto controllo un virus malware, come è successo nelle operazioni di sabotaggio degli impianti nucleari iraniani.

Un annuncio importante. Il 17 gennaio Barack Obama dovrebbe annunciare una riforma dell’Nsa. Il presidente statunitense potrebbe proporre una legge per proteggere la privacy anche dei cittadini non americani, per calmare le polemiche dei mesi scorsi sulle attività di spionaggio dell’agenzia all’estero.

Secondo il Wall Street Journal Obama potrebbe anche nominare un advocate for privacy issues, un funzionario che avrà il compito di garantire la privacy dei cittadini e fare da mediatore con la Fisa (Foreign intelligence surveillance act), la corte che autorizza l’Nsa a mettere in piedi le intercettazioni. Attualmente la corte approva le richieste direttamente su sollecitazione del governo, senza passare attraverso l’autorizzazione di un giudice.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto una conferenza stampa nella sede del dipartimento di giustizia, a Washington, per annunciare una riforma della National security agency (Nsa), l’agenzia d’intelligence statunitense al centro dello scandalo Datagate.

Le proposte del presidente riepilogate dal Washington Post.
Le agenzie di spionaggio statunitensi non raccoglieranno più i metadati dei tabulati telefonici. Questo significa la fine del programma di sorveglianza dell’Nsa denunciato da Edward Snowden, almeno per come è concepito ora. Ci vorrano mesi per chiuderlo definitivamente. Nel frattempo il presidente ha deciso di mettere dei limiti all’attività delle agenzie.

Obama vuole comunque garantire al governo l’accesso ai tabulati per alcuni casi specifici. Non ha ancora deciso come, ma ha elencato un paio di possibilità: le compagnie telefoniche potrebbero conservare i tabulati dei loro clienti e dare l’accesso al governo solo per ordine di un tribunale. Oppure si potrebbe creare un nuovo ente, in grado di raccogliere e proteggere grandi quantità di metadati.

Il presidente vuole che lo spionaggio degli alleati finisca. I capi di stato “amici” saranno d’ora in poi esclusi dalla sorveglianza elettronica. I funzionari della Casa Bianca hanno detto che le intercettazioni su questi obiettivi in realtà sono già state interrotte. Ma ci sono delle eccezioni.

Obama non ha chiarito cosa intende per “alleati più stretti”, e dalle intercettazioni non verranno comunque esclusi i collaboratori dei leader stranieri.

Obama chiede al congresso di creare un comitato indipendente di public advocates (difensori pubblici) che devono intervenire nei casi di violazione della privacy da parte delle agenzie governative.

Il presidente ha promesso maggiore protezione per la privacy dei cittadini stranieri, aggiungendo che saranno intercettati solo per questioni di sicurezza nazionale

Il presidente stati8unitense ha risposto a sei mesi di polemiche - nazionali e internazionali - presentando una serie di aggiustamenti al programma dell'agenzia di intelligence, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di apparire fermo sulla sicurezza nazionale e allo stesso tempo difensore della privacy dei cittadini. Obama, davanti a un pubblico di deputati e capi delle agenzie di intelligence, ha proposto alcune revisioni delle attività dell'Nsa, alcune dai contorni ancora poco chiari.

Il programma, così come lo conosciamo tramite le rivelazioni dell'ex analista dell'agenzia, avrà fine. La massa di dati raccolta finora non potrà più essere custodita dal governo federale, ma sarà trasferita a un partito terzo - l'Amministrazione deve ancora trovare una soluzione su questo punto - e i funzionari dell'intelligence potranno accedervi soltanto dopo aver ricevuto il consenso di un tribunale segreto. Il Congresso lavorerà alla creazione di un comitato pubblico che avrà - in casi specifici - la possibilità di opporsi alle richieste di monitoraggio di alcune agenzie. I capi di Stato stranieri non saranno più ascoltati e ai cittadini di Paesi terzi saranno garantite alcune delle protezioni di cui già godono gli americani.

Per alcuni analisti che hanno commentato a caldo l'intervento del presidente sulle televisioni americane, il discorso di Obama in un certo senso non ha precedenti. Nessun leader, infatti, si era mai addentrato così tanto in pubblico nei dettagli delle attività delle agenzie di intelligence nazionali. Tuttavia, le sue parole e gli aggiustamenti non garantiscono a Obama la fine dell'era delle polemiche: «È imbarazzante vedere un presidente degli Stati Uniti parlare per 45 minuti per non dire nulla, veramente imbarazzante», ha immediatamente detto il capofila dei critici, il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, in diretta alla Cnn dall'ambasciata ecuadoriana a Londra. E per Glenn Greenwald, il giornalista che sul Guardian ha pubblicato le prime rivelazioni della «talpa» Snowden, la riforma dell'Nsa è «solo un gesto di pubbliche relazioni».

Le riforme, nonostante siano più vaste di quanto previsto, lasciano intatte alcune «pratiche chiave della sorveglianza», ha scritto il Wall Street Journal. E le parole di Obama hanno reso chiaro che gli Stati Uniti non cederanno in nulla sulla sicurezza. Il presidente ha innanzitutto difeso con forza l'attività dei funzionari dell'Nsa - «nulla sta a indicare che la nostra intelligence abbia cercato di violare la legge» - ha spiegato la necessità di una stretta sorveglianza dei servizi segreti soprattutto dopo l'11 settembre, ha ricordato come «il punto delle intelligence sia quello di ottenere informazioni non accessibili al pubblico», ha parlato di come le capacità dei servizi segreti americani siano anche vitali per gli alleati stranieri e, annunciando la fine della sorveglianza delle comunicazioni di alcuni leader amici, ha detto che l'America non smetterà comunque la normale attività di spionaggio, come fanno tutti gli altri Paesi: «Ora, lasciatemi essere chiaro: le nostra agenzie di intelligence continueranno a raccogliere informazioni sulle intenzioni di governi - non privati cittadini - nel mondo, allo stesso modo in cui agiscono i servizi di ogni altra nazione. Non chiederemo scusa semplicemente perché i nostri servizi sono più efficaci».

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mercoledì 20 novembre 2013

Ipotesi di una nuova mappa per gli stati arabi



Un articolo e una mappa pubblicati dal New York Times il 29 settembre 2013 prendevano in considerazione la possibilità che i conflitti e le rivolte in corso potessero provocare la frammentazione di alcuni stati arabi in unità più piccole.

L’articolo di Robin Wright, ex corrispondente a Beirut ed esperta di relazioni internazionali, ha scatenato accesi dibattiti negli Stati Uniti, mentre in Medio Oriente ha fatto nascere congetture su un nuovo piano dell’occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli.

Le rivolte nei paesi arabi hanno modificato gli interessi geostrategici della regione. Ma non sono riuscite a cancellare la lunga rivalità esistente tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Il punto di forza dei movimenti democratici in Medio Oriente è la loro estraneità agli attenzioni geostrategice regionali. Per la prima volta le rivendicazioni dei manifestanti arabi non riguardano una grande causa sovranazionale: panarabismo, panislamismo, socialismo, sostegno alla causa palestinese, anticolonialismo, antisionismo o antimperialismo. Si tratta di movimenti patriottici, non nazionalisti, radicati in un contesto nazionale, che prendono di mira i leader, ma senza accusarli di essere marionette al servizio delle potenze straniere.

Le grandi linee di frattura geostrategiche non si sono eclissate: sopravvivono nelle menti dei potenti ancora in carica che, quando non si accontentano di lottare per la sopravvivenza (come Muammar Gheddafi in Libia o Ali Abdallah Saleh nello Yemen), interpretano le rivolte alla luce delle conseguenze sulla stabilità della regione. È il caso dell’Arabia Saudita e di Israele, che s’interessa alle manifestazioni arabe quasi esclusivamente in quest’ottica. Per quanto riguarda invece l’occidente, da una parte sembra soddisfatto della democratizzazione in corso, ma in realtà è molto attento alla stabilità della regione, come dimostra la scelta di rimanere in silenzio riguardo alla repressione in Bahrein.

Ci troviamo di fronte a una divisione, sconosciuta nella storia recente: fino a pochi anni fa i movimenti rivoluzionari miravano a favorire una grande potenza o un’ideologia. Per molto tempo il punto di riferimento è stata l’Unione Sovietica, poi l’islamismo, ma anche l’occidente ai tempi delle manifestazioni che hanno fatto cadere il muro di Berlino. Oggi  sembrano coesistere due logiche.

Da una parte si vedevano dei siriani che si facevano uccidere pur di manifestare contro il regime di Bashar al Assad, dall’altra dei palestinesi residenti in Siria che, incoraggiati dal regime di Damasco, cercavano di oltrepassare il confine sulle alture del Golan andando incontro alla morte per mano dei soldati israeliani. L’impressione è che questi due gruppi di manifestanti provenissero da due Sirie diverse.

È necessario distinguere tra i paesi dove le poste in gioco geostrategiche sono limitate e quelli dove il rovesciamento del regime può apparire come il preludio a un cambiamento più ampio. Al primo gruppo appartengono paesi come la Tunisia, lo Yemen, la Libia e, paradossalmente, l’Egitto. I primi tre occupano un posto marginale nelle reti di alleanze e nei conflitti mediorientali. Molto probabilmente la Tunisia manterrà una linea filoccidentale e continuerà ad aver bisogno dell’Europa. Il regime di Gheddafi è isolato dal resto del mondo arabo e lo Yemen è importante solo per l’Arabia Saudita.

Il paradosso è l’Egitto, un attore fondamentale nel conflitto israelo-palestinese e il cuore delle tensioni che agitano il mondo arabo. Nonostante ciò, la caduta del regime di Mubarak avrà un impatto molto limitato dal punto di vista geostrategico. In passato l’opinione pubblica egiziana ha duramente criticato l’atteggiamento compiacente di Mubarak nei confronti di Israele e non ha mai appoggiato gli accordi, più o meno segreti, di cooperazione tra Il Cairo e Tel Aviv sulla repressione dei militanti di Hamas, la chiusura della Striscia di Gaza o la vendita di gas a Israele.

Il problema è sapere se di fronte a un’evoluzione simile i futuri governi israeliani, a differenza di quello attuale, saranno pronti a favorire il cambiamento politico. La grande linea di frattura che percorre il mondo arabo, in particolare a est del fiume Giordano, è l’opposizione tra un polo arabo e sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e l’Iran sciita. Da trent’anni Riyadh considera Teheran una minaccia e cerca, con più o meno successo, di sfruttare il nazionalismo arabo e il sunnismo militante per arginare l’ambizione iraniana di diventare la principale potenza regionale.

In questo contesto il movimento democratico in Bahrein (dove la maggioranza sciita della popolazione si è ribellata contro il regime sunnita) è una duplice minaccia per l’Arabia Saudita. È una minaccia interna perché mette in discussione la legittimità della monarchia bahreinita (e, di conseguenza, quella della monarchia dell’Arabia Saudita, dove vive un gruppo consistente di sciiti). Inoltre è una minaccia esterna perché, senza volerlo, mette in pericolo un equilibrio strategico considerato vitale: l’opposizione tra Arabia Saudita e Iran, basata su quella che Riyadh considera la divisione definitiva nel golfo Persico, cioè quella tra sunniti e sciiti. Questo timore è rafforzato dall’evoluzione religiosa degli alawiti siriani (una corrente sciita): considerati alla stregua di “eretici”, gli alawiti sono stati riconosciuti come musulmani solo dagli scii­ti, rafforzando agli occhi dei sauditi l’idea che le divisioni strategiche si basino essenzialmente sull’opposizione tra sunniti e scii­ti.

Ufficialmente l’Iran non sta sfruttando quest’opposizione perché significherebbe confinarsi in un ghetto. Sostenendo i palestinesi ed Hezbollah, Teheran ha cercato di superare questo conflitto religioso, presentandosi come il campione della causa araba. Negli anni ottanta l’Iran era uscito sconfitto dalla contrapposizione tra sciiti e sunniti. Durante la guerra tra Iran e Iraq, solo le minoranze sciite del mondo arabo avevano sostenuto l’Iran (e nemmeno tutte). Saddam Hussein invece aveva potuto contare su una vasta coalizione fondata sul nazionalismo arabo e sul panislamismo sunnita. Invadendo il Kuwait nel 1990, Saddam Hussein ha mandato in frantumi questa coa­lizione. Gli iraniani hanno imparato la lezione: per promuovere la loro causa non hanno puntato sulla rivoluzione islamica, ma sull’antiamericanismo militante, il sostegno ai palestinesi e il nuovo atteggiamento di garante degli equilibri del golfo Persico.

Nel luglio del 2006 la guerra in Libano – in cui Hezbollah, sostenuto dall’Iran, è riuscito a tenere testa all’esercito israeliano – ha segnato il culmine di questa politica e Hassan Nasrallah, il leader del partito islamista, è apparso come il nuovo campione della causa araba. Pochi mesi dopo la situazione è cambiata: la condanna a morte di Saddam Hussein è stata percepita come una rivincita degli sciiti, sostenuti dagli iraniani e allo stesso tempo dagli statunitensi. Gli sciiti arabi non possono essere ridotti a una “quinta colonna” iraniana. Iracheni e bahreiniti hanno compreso da tempo il rischio di essere strumentalizzati da Teheran: si sentono prima di tutto iracheni e bahreiniti, e lottano per il diritto a essere riconosciuti come cittadini a tutti gli effetti. Anche loro, però, come Hezbollah, hanno bisogno di essere tutelati dall’Iran perché vivono in un ambiente sunnita ostile.

È soprattutto l’Arabia Saudita ad alimentare la grande narrazione di una lotta tra persiani sciiti e arabi sunniti, sullo sfondo della quale tutti gli arabi sciiti sono visti principalmente come persiani di lingua araba, ma anche come eretici, secondo i canoni del wahabismo (il movimento religioso sunnita al potere in Arabia Saudita). Questo è uno dei pochi punti della politica estera saudita ad avere una giustificazione religiosa. Spiega, inoltre, l’ambivalenza di Riyadh verso i movimenti radicali sunniti, dai taliban afgani ai jihadisti di Fallujah. Da molto tempo ormai la causa palestinese è marginale nell’ottica dei sauditi. Il problema principale è la “minaccia iraniana”. Una questione che potrebbe assumere i contorni di una profezia che si autoavvera: negando agli sciiti del Bahrein il diritto alla piena cittadinanza, l’Arabia Saudita li relega al loro status di “quinta colonna” dell’Iran.

Resta da affrontare la questione della Siria. Il regime siriano è il principale alleato dell’Iran e tutto il mondo, dai sauditi agli israeliani, dovrebbe gioire della sua caduta. Tuttavia prevale la preoccupazione, perché la caduta di Assad spalancherebbe le porte sull’ignoto. Quale sarà la politica estera di Damasco quando sarà finita la dominazione del partito Baath? È difficile dare una risposta perché il presidente siriano è strettamente condizionato dalla politica interna. Negli ultimi quarant’anni il regime di Damasco ha sviluppato una strategia della tensione permanente con Israele con l’obiettivo di presentarsi come difensore del nazionalismo arabo contro gli israeliani. Allo stesso tempo ha tessuto le fila di una diplomazia basata sulla realpolitik, stando ben attento a non superare mai certi limiti e a tenere le fila di molte alleanze contemporaneamente.





sabato 26 ottobre 2013

Evento storico donne saudite al volante



Gli hacker hanno attaccato il loro sito, i religiosi hanno lanciato un appello al re per fermare il loro movimento. Anche i funzionari del governo hanno fatto di tutto per impedire alle donne saudite di mettersi al volante, è quanto ha riportato il New York Times.

Un piccolo gruppo di donne ha violato ancora uno dei codici sociali dell’Arabia Saudita, che impedisce a qualsiasi persona di genere femminile di mettersi al volante di una macchina. L’ episodio è solo l’ultimo dei tentativi fatti da un gruppo di attiviste che vedono la guida di una macchina come un diritto fondamentale. L’Arabia Saudita, che è una monarchia ereditaria, è l’unico paese al mondo in cui vige questa legge. Il fatto che le attiviste non siano mai riuscite a creare un movimento di massa sottolinea il fatto che la tradizione della società saudita e i conservatori abbiano un peso enorme e che tutto ciò che viene visto come i modo diverso come atteggiamento occidentale sia considerato qualcosa che può sminuire il carattere islamico del regno.

Ma perché hanno deciso di non protestare pubblicamente? Sanno bene che in Arabia ogni manifestazione pubblica è vietata. La via della protesta non a carattere politico e individuale, quella dei video postati su Internet, è apparsa come la via percorribile.

La battaglia, dunque, va avanti. Le donne saudite non vogliono rinunciare. Non esiste una legge che impedisca loro di condurre un veicolo, ripetono. Ma sanno bene che per farlo è necessaria la patente, rilasciata dalle autorità locali. E solo agli uomini è consentito ottenerla.

Certo l'Arabia, non a caso definita banca mondiale del petrolio, è un paese ricco. Spesso le donne possono permettersi un autista. Ma per chi non può la vita senza patente è dura. Al di fuori della città sacra della Mecca, non esistono mezzi pubblici in tutto il Paese.

Non si tratta, poi, solo della patente. Nella culla dell'islam sunnita wahabita (una delle versioni più rigide), le discriminazioni nei confronti del sesso femminile sono ancora molto dure. Lo ha denunciato anche la Banca mondiale in un recente rapporto.

E' una vita fatta di divieti e separazioni. Ma le saudite sembrano averne abbastanza. Non vogliono più essere affidate a quel tutore legale che può trasformare la loro vita in una prigione dorata, quando va bene. E' il tutore, infatti, scelto quasi sempre tra i parenti più stretti, a decidere quando e con chi la donna deve sposarsi. Anche in età molto tenera. Sempre lui a dire l'ultima parola su ogni viaggio all'estero. E ancora lui a dare il consenso sugli studi, sul lavoro, anche sul permesso per una banale visita dal medico.

Le donne credono che il tempo sia dalla loro parte, facendo notare come vi sia un gran numero di sauditi che studiano e viaggiano all’estero e tornano con nuove prospettive di vita, e che l’ascesa dei social media tra i giovani porterà sicuramente alla trasformazione sociale.

Sarà silenziosa , lenta, ma probabilmente graduale, l'ascesa delle donne saudite va comunque avanti . A Jeddah hanno ottenuto due posti nel consiglio d'amministrazione della Camera di commercio, poi una vicepresidenza; poco dopo la carica di vice sindaco. Intanto nella capitale per la prima volta una donna diventava rettore di una università, qualcun'altra assumeva incarichi direttivi negli ospedali, anche nella Borsa. Fino all'affermazione che ha fatto più parlare, quando Nura al-Fayez, è stata designata vice ministro per l'educazione femminile.


lunedì 19 agosto 2013

«La diplomazia esitante di Obama ha fallito» " Roger Cohen


Mentre da tutto il mondo arrivano reazioni e commenti, Obama ha annunciato che gli Stati Uniti cancelleranno le esercitazioni militari congiunte con l'Egitto a seguito delle violenze scoppiate nel Paese nordafricano. Il presidente degli Usa ha parlato da Martha's Vineyard, in Massachusetts, dove si trova in vacanza. «Confermiamo il nostro impegno per l'Egitto e il suo popolo, ma non può continuare l'uccisione di civili per strada», ha sottolineato Obama, aggiungendo che «le autorità egiziane devono rispettare i diritti dei manifestanti. Il popolo egiziano merita di più di quanto abbiamo visto negli ultimi giorni», ha proseguito il presidente. Il tutto mentre Gli Stati Uniti chiedono ai cittadini americani di lasciare l'Egitto in preda alle violenze, o di rinunciare se possibile al viaggio.

«La politica dell’amministrazione Obama sull’Egitto è stata un pasticcio totale. Diventerà un caso di studio sull’inettitudine in campo diplomatico». Così scriveva ieri l’editorialista del New York Times Roger Cohen sul suo account Twitter.

Intervistato da Viviana Mazza per il Corriere della Sera, il giornalista nato a Londra, con un passato di corrispondente estero in quindici paesi, e che continua a viaggiare e scrivere sul Medio Oriente, ricorda l’esitazione mostrata da Washington già durante le proteste di Piazza Tahrir. «All’inizio c’era stata una mediazione perché il presidente egiziano Mubarak restasse al potere per altri sei mesi, prima che fosse chiaro che bisognava lasciarlo andare».

Poi però l’amministrazione Obama ha appoggiato la Fratellanza Musulmana, tanto che è stata accusata dalla piazza di sostenere Morsi come prima aveva fatto con Mubarak.

«La politica americana era stata quella di appoggiare i despoti nella regione perché erano visti come un baluardo contro i jihadisti, mentre invece la radicalizzazione viene a mio parere alimentata da una società senza opportunità. Dopo Mubarak, Obama ha capito che, in effetti, avere elezioni libere e aperte, con la partecipazione degli islamisti, era una via d’uscita dall’impasse. Quando Morsi è salito al potere, gli Stati Uniti hanno cercato di appoggiarlo. Ma Morsi ha fallito, in parte perché la Fratellanza Musulmana era cresciuta come un’organizzazione segreta non abituata alla democrazia liberale, in parte perché i sauditi con fondi e pressioni hanno cercato per tutto il tempo di sovvertirlo, e la società egiziana si è spaccata».

Cosa avrebbero potuto fare gli Stati Uniti?
«Avrebbero dovuto essere chiari sin dall’inizio, agire in modo più determinato per far sì che Morsi aprisse veramente a tutte le forze politiche e sociali, che facesse le scelte giuste in economia, e avrebbero dovuto frenare l’esercito. Avevano i mezzi per farlo. Ma avrebbero dovuto agire prima che Morsi accrescesse i suoi poteri, prima dello scontro sulla costituzione e prima che i gruppi di sinistra e laici restassero fuori. Ma non riesco a pensare a dichiarazioni significative di Obama».

Ma perché tanta esitazione?
«Penso che abbiano avuto un peso le pressioni dei sauditi che spingevano gli alleati americani a tagliare con Morsi. E penso che l’amministrazione non sapesse cosa fare, anche se certo non credo che gli Stati Uniti possano risolvere tutti i problemi».

Come giudica le scelte di Obama rispetto alle promesse fatte al Cairo, appena eletto, di cambiare la politica di Bush sul Medio Oriente?
«Certo Obama non è entrato in guerra come Bush, e io gli do credito per l’intervento in Libia che era giustificato anche se la situazione attuale non è buona. Ma è stato deludente su Israele e i palestinesi, e ha agito in Siria oltre che in Egitto con troppa esitazione».
Il segretario di Stato John Kerry aveva detto che la deposizione di Morsi forse avrebbe evitato la guerra civile.

«Sembra che non avesse ragione».

Washington ha fatto di tutto per non chiamarlo «golpe». Lo è?
«Ovvio che è un colpo di Stato. Certo, c’erano decine di migliaia di persone in strada, e tantissima rabbia, ma se un esercito rovescia un presidente scelto in elezioni libere, l’ultima volta che ho guardato nel dizionario veniva chiamato “colpo di Stato”. L’amministrazione ha fatto di tutto per evitare il termine perché, certo, avrebbe conseguenze in termini di aiuti, ma questo continuo zigzagare e cambiare posizione ha giocato un ruolo negativo».

E adesso cosa possono fare gli Stati Uniti e l’Europa?
«Ora che centinaia di persone sono state uccise, non penso che si possa invertire il corso degli eventi. I Fratelli Musulmani torneranno ad operare in modo sotterraneo. Adesso l’Ue chiede alle autorità egiziane di agire con ritegno, ma mi sembra un po’ tardi».

venerdì 7 giugno 2013

Il Grande Fratello Obama spia, intercetta milioni di telefonate. La fine della privacy

L'amministrazione Obama spia non solo i cellulari ma anche la rete: si allarga lo scandalo attorno all'operato della National security agency (Nsa) e l'Fbi. Dopo lo scoop del Guardian sulle utenze Verizon intercettate, il Washington Post rivela che il governo ha accesso anche ai server dei giganti della web attraverso il programma Prism.

Il Guardian ha rivelato che Verizon deve fornire all'Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa) "in maniera continuativa, quotidianamente" i dati relativi a tutte le chiamate effettuate attraverso i suoi sistemi, sia domestiche che tra gli Stati Uniti e altri Paesi, fornendo all'amministrazione i numeri di telefono delle due parti della chiamata, dati sulla localizzazione, l'ora e la durata della chiamata, ma non i suoi contenuti.

L'ennesima rivelazione al termine di una delle giornate più difficili per l'inquilino della Casa Bianca, attaccato su tutti i fronti, paragonato perfino a George W. Bush. Tanto che su Twitter c'e' chi, approfittando della coincidenza con l'anniversario dello sbarco in Normandia, parla di Dday per la difesa del diritto di privacy. George W. Obama.

Nella sintesi dell'Huffington Post tutta la rabbia, il sarcasmo e la disillusione dei media liberal che si sentono traditi dall'attuale presidente: lui, l'uomo che ha messo fine all'era Bush, non chiude Guantanamo, uccide con i droni e ora spia anche milioni di americani con un Grande Fratello che monitora telefonate e attività sul web. George W. Obama. Nella sintesi spietata dell'Huffington Post tutta la rabbia, il sarcasmo e la disillusione dei media liberal che si sentono traditi dall'attuale presidente: lui, l'uomo che ha messo fine all'era Bush, non chiude Guantanamo, uccide con i droni e ora spia anche milioni di americani con un Grande Fratello che monitora telefonate e attività sul web

Spietato il New York Times: "Poche ore dopo la rivelazione che le autorità federali regolarmente raccolgono i dati sulle telefonate di cittadini americani, indipendentemente dal fatto che abbiano alcuna attinenza con indagini antiterrorismo, l'amministrazione ha risposto con lo stesso luogo comune che ha offerto ogni volta che il presidente Obama è stato pizzicato in un uso troppo disinvolto dei suoi poteri: i terroristi sono una minaccia reale e dovete fidarvi di noi, perché abbiamo meccanismi interni (dei quali non abbiamo intenzione di parlare) per assicurarci che non violino i vostri diritti". Insomma, è l'assenza totale di trasparenza la colpa imperdonabile del presidente: "L'amministrazione ha ormai perso ogni credibilità su questo tema".

"Un giorno, una giovane ragazza guarderà negli occhi di suo padre e chiederà: 'Papà, cosa è la privacy?' Il padre probabilmente non se lo ricorderà. Temo che abbiamo già dimenticato che ci fu un tempo in cui le telefonate di un cittadino degli Stati Uniti erano affar suo e di nessun altro", ha scritto Eugene Robinson sul Washington Post, andando dritto al cuore del problema, il rapporto fra potere e diritti individuali, fra lotta al terrorismo e tutela della privacy.

E' in ballo il curriculum di Obama quale diefnsore delle libertà civili, non si lascia sfuggire il Wall Street Journal, mai tenero con il presidente democratico. Ma poi riconosce: "Grazie per il monitoraggio dei data, la sorveglianza della NSA sui 'metadati' è legale e necessaria".

E il quotidiano conservatore non è l'unica voce in difesa del presidente: molti deputati repubblicani difendono l'efficacia del programma, il presidente della Commissione intelligence alla Camera, Mike Rogers, rivela che la raccolta dei dati sulle telefonate ha permesso di sventare un attacco terroristico negli Stati Uniti. Ma non precisa quale. Per Obama, un assist avvelenato: la difesa dei media repubblicani accentua il nervosismo dei media liberal, che intensificano le critiche fino al parallelo dell' Huffington Post: Obama come Bush, appunto.
E' il caso portato alla luce dal Washington Post: grazie a Prisma, programma top secret del 2007, National Security Agency e l'Fbi hanno 'gettato le reti' nei server di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, YouTube, Apple: da qui pescano audio, video, fotografie, e-mail, documenti e contatti 'sospetti'.

Il direttore della National Security Agency James R. Clapper ha definito le "informazioni raccolte grazie a questo programma tra le più importanti informazioni di intelligence ottenute, usate per proteggere la nostra nazione da una grande varietà di minacce". Di più, "la diffusione non autorizzata di informazioni su questo programma importante e interamente legale mette a rischio tutele essenziali per la sicurezza degli americani".

Altre fonti dell'amministrazione Obama cercano di ridimensionare la portata degli scoop: la raccolta di informazioni sulle comunicazioni di cui parlano Guardian e  Washington Post riguarda "procedure specificatamente approvate dalla Corte per assicurare che solo i cittadini non americani fuori dagli Stati Uniti vengano presi di mira". E oltre tutto queste procedure "riducono al minimo l'acquisizione, la conservazione e la diffusione di informazioni accidentalmente acquisite relative a cittadini americani". Il via libera è stato confermato anche in tempi recenti dal Congresso, con il consenso bipartisan di repubblicani e democratici.

giovedì 28 marzo 2013

A Spamhaus è comparsa la cyber war il più grande attacco della storia

Internet sotto attacco per lo spam. Un vasto attacco informatico ha colpito Spamhaus: è un'organizzazione internazionale che compila gli elenchi dei filtri per bloccare i mittenti di email spazzatura. L'offensiva sta causando effetti a catena. E potrebbe aver rallentato la navigazione su internet in alcune regioni.

A lanciare l'allarme sono i siti della Bbc e del New York Times.Causa della battaglia è lo scontro tra un gruppo che combatte le mail "spazzatura" e un provider olandese accusato di diffondere messaggi spam on line.

Stando alle prime informazioni l'ondata di dati ha raggiunto picchi di 300 Gigabit per secondo, equivalenti a 300 miliardi di bit al secondo. Per la Bbc è il più grande attacco informatico mai avvenuto. Potrebbe aver reso difficili le connessioni degli utenti a piattaforme online. Al momento in cui viene scritto questo articolo il sito web di Spamhaus risulta di nuovo raggiungibile. I sospetti sull'origine dell'offensiva digitale sono indirizzati verso il gruppo di web hosting CyberBunker.

A dare luce su quanto è avvenuto è l’interpretazione presente nel blog della società di sicurezza informatica CloudFlare che in queste ore cerca di fermare l'offensiva. Ha scritto che Spamhaus ha iniziato a sperimentare verso la metà di marzo attacchi di tipo Ddos diventati insostenibili per le sue risorse: sono valanghe di dati che arrivano da più sorgenti, viaggiano verso un singolo sito web e impediscono l'accesso congestionandolo.

L'assalto contro Spamhaus era all'inizio di circa 10 Gigabit al secondo. Come se da più città fossero partite automobili dirette in massa verso un solo casello autostradale: il traffico intenso rallenta l'ingresso per tutti.
La strategia adottata per difendere Spamhaus ha portato alla dispersione dell'ondata dei pacchetti di dati.

La congestione del web e i problemi che questa sta causando a essenziali infrastrutture nel mondo è legata ad uno scontro fra l'organizzazione no profit Spamhaus e il server olandese Cyberbunker, che trae il proprio nome dal suo quartier generale, un ex bunker della Nato. Spamhaus, nelle ultime settimane, ha aggiunto alla sua lista nera, quella dei server che ospitano contenuti non chiari, Cyberbunker. La società di hosting olandese si è difesa: sul sito vengono ospitati tutti i contenuti tranne - riporta il New York Times - quelli legati alla "pedopornografia e al terrorismo".

Un chiarimento che non è servito a cambiare la posizione di Spamhaus e che ha scatenato la vendetta, sotto forma di attacco spam, perpetrato da Cyberbunker inondando i server dell'organizzazione no profit con 'Distributed denial of service' (Ddos), cioé risposte a false richieste inviate dal sito che non si vuole lasciare in condizione di operare. Un attacco con flussi di dati di 300 miliardi di bit al secondo indirizzati verso il sito dell'organizzazione.

"E' un numero reale. Si tratta del maggiore attacco mai denunciato pubblicamente dalla storia di internet" ha affermato Patrick Gilmore del provider di contenuti Akamai Networks, descrivendo tali tipi di attacchi come sparare sulla folla con un mitra avendo come unico obiettivo quello di uccidere una sola determinata persona. A Cyberbunker "sono matti, dovrebbero essere catturati e fermati: ritengono che sia loro permesso di inondare con lo spam" aggiunge Gilmore.