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martedì 18 ottobre 2016

Riunione a Parigi il 20 ottobre sul futuro di Mosul



La Francia e l’Iraq hanno invitato una ventina di paesi, tra cui la Turchia e i paesi del Golfo, a “preparare il futuro politico di Mosul” dopo l’offensiva lanciata il 17 ottobre. L’esercito iracheno, i peshmerga curdi e le milizie sciite, sostenute da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, avrebbero già inflitto dure perdite ai jihadisti, che controllano Mosul dal giugno del 2014. Secondo l’Unicef più di mezzo milione di bambini è minacciato dai combattimenti in corso. Si stima che in totale i civili in pericolo siano un milione e mezzo.

Ritirandosi, l’Isis lascia terra bruciata. Dà fuoco ai campi di sterpaglia secca, facili da accendere, come ben sanno i contadini abituati a lavorare d’autunno. Incendia abitazioni, fattorie, distributori di benzina e piccoli carretti carichi di taniche di carburante sparsi nella campagna. Colonne di fumo nero si librano nel cielo.

L’orizzonte è offuscato, l’aria inquinata, si aggiunge sporco allo sporco. «Il fumo li nasconde ai droni e agli elicotteri della coalizione alleata. Sotto la sua protezione i jihadisti del Califfato piazzano le cariche esplosive, le mine anti-uomo, nascondono dietro i muri le loro auto kamikaze pronte lanciarsi contro le nostre colonne», dicono i soldati peshmerga (i battaglioni curdi nell’Iraq settentrionale), legandosi fazzoletti scuri attorno al viso. In alto sfrecciano i jet della coalizione guidata dagli americani, con una forte partecipazione canadese. A terra lo sferragliare dei tank, i tremolii del suolo al loro passaggio, l’eco di esplosioni e raffiche.

«Nessuno sa bene cosa avverrà della maggioranza sunnita della popolazione di Mosul. Quanti di loro stavano davvero con l’Isis? Quanti ne sono invece ostaggi o collaboratori riluttanti? In verità non lo sappiamo e tutto ciò costituisce una gigantesca ipoteca politica», ci dice una vecchia conoscenza tra i diplomatici occidentali che da anni lavorano a Erbil. Si ipotizza oltre un milione di profughi.

Vengono allestiti campi di tende. Il fatto che siano solo poche migliaia sino a ora è così spiegato: l’Isis minaccia di uccidere chiunque cerchi di fuggire. Propaganda e classica confusione delle notizie in guerra vanno a braccetto. Sostiene in modo sorprendentemente diretto Ahmed Meithan, sergente 26enne della Al Furqa al Dhabbiah, traducibile come «L’Unità Dorata», il fior fiore delle forze speciali irachene, mandate specificamente dai comandi di Bagdad per mettersi alla testa delle colonne che prenderanno il centro della città. «Sono oltre tre mesi che ci addestriamo per questo compito.

Abbiamo unità simili alla nostra anche a sud e ad est. Militari curdi, milizie sunnite e soprattutto milizie sciite dovranno evitare di entrare nel cuore di Mosul. Lo faremo invece noi, che siamo soldati iracheni, sciiti o sunniti non importa, abbiamo ordini precisi per risparmiare la popolazione ed evitare scontri settari», spiega Meithan. Con un’aggiunta: «Al momento il nostro attacco a tenaglia mira a guadagnare territorio e isolare Mosul. In meno di due giorni abbiamo liberato una ventina di villaggi, molti dei quali curdi. Ci stiamo avvicinando a quelli cristiani. Ma, una volta dentro Mosul città, la sfida sarà più politica che militare. Dovremo guadagnarci la fiducia della popolazione. E sarà molto complicato. Ci sono partiti, minoranze, interessi diversi ed opposti in gioco».

Secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati le persone in fuga da Mosul potrebbero arrivare a 100.000. Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi. Gli sciiti iracheni protestano contro la partecipazione dell'esercito turco alla battaglia di Mosul. La Croce Rossa Internazionale teme l'uso di armi chimiche .

Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi Secondo il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian i combattimenti per strappare Mosul alle milizie dello Stato Islamico potrebbero anche durare mesi: "potrebbe essere una battaglia lunga, non è una guerra-lampo, un blitzkrieg", ha avvertito Le Drian, che martedì prossimo ospiterà a Parigi un vertice con dodici pari grado di altrettanti Paesi facenti parte della coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Usa. "E' una faccenda di lunga durata, destinata a durare parecchie settimane, forse mesi", ha aggiunto il ministro francese, riprendendo le parole pronunciate ieri dal comandante della coalizione, il generale americano Stephen Townsend.

Intanto a Baghdad migliaia di seguaci del religioso sciita iracheno Muqtada al-Sadr si sono radunati davanti all'ambasciata turca per protestare contro l'intervento di Ankara negli affari interni dell'Iraq e la presenza delle truppe turche nel Paese. Lo sceicco Ali al-Saadi, uno degli organizzatori, ha riferito che i manifestanti hanno intonato degli slogan contro Ankara a cui è stato richiesto più volte di ritirare le sue truppe dalla base di Bashiqa, 14 chilometri a nord della città di Mosul. Il governo iracheno ha più volte chiesto alla Turchia di ritirare le sue truppe da Bashiqa, dove militari turchi formano le milizie sunnite locali. Ankara ha però rifiutato categoricamente di ritirare il contingente, dichiarando che la sua è una missione volta all'addestramento e non a combattere, malgrado la presenza di carri armati e blindati. La protesta di oggi coincide con la notizia, diffusa dal primo ministro turco Binali Yildirim, sulla partecipazione dell'aviazione turca nei raid della coalizione internazionale impegnata nella liberazione di Mosul, roccaforte dell'Isis in Iraq.

In un ulteriore sviluppo la Croce Rossa internazionale ha comunicato di temere l'uso di armi chimiche nella battaglia per Mosul e di essersi preparata a questa evenienza. "Non possiamo escludere l'uso di armi chimiche" nella battaglia per liberare Mosul dal sedicente Stato Islamico (Is), ha ammesso Robert Mardini del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc). Incontrando i giornalisti, Mardini ha spiegato che l'Icrc si sta preparando i propri operatori sanitari e sta inviando equipaggiamento alle strutture sanitarie vicino a Mosul "in modo che possano trattare casi di persone contaminate e provvedere alla decontaminazione".


domenica 21 agosto 2016

Massacro di Speicher: condanne a morte di 36 jihadisti



Erano stati condannati per il cosiddetto “massacro di Speicher” rivendicato dal gruppo Stato islamico: nel giugno 2014 sono state uccise circa 1.700 reclute dell’esercito iracheno, catturate nella base militare di Camp Speicher, vicino Tikrit: i corpi delle vittime, uccise con un colpo alla nuca, furono spinti nel fiume Tigri.

Il 18 febbraio scorso il Tribunale penale centrale iracheno ha condannato a morte 40 persone per coinvolgimento nel massacro di Camp Speicher. Lo scorso 8 luglio il Consiglio giudiziario supremo iracheno ha comminato la pena di morte a 24 detenuti accusati di aver partecipato alla strage. Il massacro di Camp Speicher risale al 12 giugno del 2014. Nella base militare Usa sono state uccise dallo Stato islamico (Is), prevalentemente a colpi di arma da fuoco.

Trentasei jihadisti, condannati per il "massacro di Speicher" del 2014, sono stati giustiziati in un carcere iracheno, dopo che la settimana scorsa il presidente della Repubblica Fuad Masum aveva autorizzato le esecuzioni: lo hanno reso noto fonti governative di Baghdad.

Per mesi la città natale di Saddam Hussein era finita nella mani del Califfato e all'indomani della sua riconquista delle truppe di liberazione emersero le atrocità compiute dai militanti jihadisti durante l'occupazione. E proprio a Tikrit era stato ucciso dalle forze regolari Ibrahim Sabawi Hassan, il nipote di Saddam diventato comandante dell'Is.

Una settimana dopo l'inizio dell'offensiva, il 12 giugno 2014 numerose reclute abbandonarono la base aerea di Camp Speicher, precedentemente sotto il controllo delle forze armate statunitensi e attualmente in uso all'aeronautica militare irachena. Nei giorni successivi vennero diffusi resoconti riguardanti l'uccisione di circa 1700 tra queste reclute. Essi vennero uccisi a colpi di arma da fuoco in esecuzioni di massa da parte dei miliziani dell'Isis. La strage suscitò ampia indignazione e fosse comuni vennero rinvenute un anno dopo.

Il massacro di Camp Speicher è stato documentato anche dall’ONU, che in un rapporto ha messo in evidenza che «un numero tra 1.500 e 1.700 soldati iracheni di Camp Speicher sono stati sommariamente uccisi il 12 giugno dall’ISIS».

I sopravvissuti al massacro – la maggior parte dei quali si sono salvati fingendosi morti – hanno raccontato che i miliziani dell’ISIS fecero marciare i soldati verso il palazzo presidenziale, dicendo loro che una volta portato a termine uno scambio di prigionieri sarebbero stati liberati. Poi però furono separati in gruppi più piccoli, gli sciiti furono separati dai sunniti, furono fatti incolonnare e poi uccisi. I video delle uccisioni furono poi pubblicati online. Ci vorranno settimane o mesi per riesumare tutti i corpi.




mercoledì 6 luglio 2016

Invasione in Iraq, rapporto Chilcot: "Guerra non era necessaria"


Il 6 luglio è stato reso pubblico il rapporto Chilcot sull'intervento del Regno Unito durante la guerra in Iraq. L’invasione dell’Iraq è stato un errore, secondo l’inchiesta ufficiale del governo britannico, .

Il Regno Unito non esaurì tutte le possibili opzioni pacifiche prima di decidere di unirsi nel 2003 agli Stati Uniti nell'invasione dell'Iraq di Saddam Hussein. Queste le attese conclusioni di Sir John Chilcot, a capo della commissione di inchiesta che per 7 anni ha indagato sulle ragioni della guerra e che oggi presenta il suo Rapporto finale.

Per Chilcot, l'allora premier laburista Tony Blair giudicò le informazioni di intelligence sulla minaccia delle presunte armi di distruzione di massa irachene "con una certezza che non era giustificata". I piani per il dopoguerra, inoltre, furono "completamente inadeguati" alla situazione.

L’inchiesta ufficiale del governo britannico sull'intervento armato del 2003 è stata diretta da Sir John Chilcot, uno dei consiglieri privati della regina. Il Regno Unito, secondo il rapporto, è andato in guerra prima che si fossero esaurite tutte le opzioni pacifiche e la minaccia delle armi di distruzione di massa nelle mani del regime di Saddam Hussein, considerata la principale motivazione per l’entrata in guerra, è stata “presentata con una convinzione non giustificata”. L’ex premier britannico Tony Blair, che guidava il governo al tempo del conflitto, ha dichiarato che si assume “piena responsabilità” per la decisione La guerra in Iraq si poteva evitare, il rapporto Gb boccia ex primo ministro

Andare in guerra in Iraq è stata "la decisione più dolorosa che io abbia mai preso": così l'ex premier britannico Tony Blair dopo la pubblicazione del rapporto Chilcot. "Ma il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein", ha aggiunto.

L'ex primo ministro Tony Blair ha detto di aver preso la decisione di entrare in guerra contro l'Iraq nel 2003 "in buona fede" e in quello che riteneva "essere il miglior interesse del paese".

Al tempo dell’invasione dell’Iraq Blair, poi dimessosi nel 2007, sostenne che le informazioni di intelligence dimostrassero che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate. In Iraq sono morti 179 militari inglesi e in molti hanno accusato Tony Blair di essere il diretto responsabile. In un’intervista a Cnn, l’ottobre scorso, Blair si scusò per il fatto che le informazioni a disposizione prima della guerra fossero sbagliate e per gli errori nella pianificazione, ma non per l’operazione destinata a rimuovere Saddam Hussein dal potere.

Ammise che la guerra ha avuto un ruolo nell’ascesa dello Stato islamico, sottolineando però come essa non sia stata l’unico fattore scatenante. Blair si assume la piena responsabilità per ogni errore commesso nella guerra in Iraq ''senza eccezioni o scuse''. E' quanto dirà secondo la Bbc l'ex premier britannico rispondendo al rapporto finale sulla Chilcot Inquiry. Blair resta comunque dell'idea secondo cui ''era meglio rimuovere Saddam Hussein'' e non crede che il conflitto sia stato una causa del terrorismo che vediamo oggi nel Medio Oriente e nel mondo.

E' una critica "devastante", come la definisce il Guardian, quella rivolta nei confronti di Blair dal Rapporto. Per John Chilcot, che per sette anni ha guidato la commissione d'inchiesta, la decisione britannica di invadere uno stato sovrano per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale prima che tutte "le opzioni pacifiche per il disarmo" venissero esplorate, fu della "massima gravità". E se l'azione militare non era all'epoca "l'ultima risorsa" possibile, Chilcot suggerisce che uno dei fattori decisivi nella decisione di unirsi agli Stati Uniti e scendere in guerra, fu proprio il convincimento di Blair.

Secondo il Rapporto, il celebre dossier presentato dal premier alla Camera dei Comuni nel settembre del 2002 non era sufficiente a supportare l'accusa che l'Iraq di Saddam Hussein stava sviluppando armi di distruzione di massa. L'allora governo laburista non riuscì inoltre a prevedere le disastrose conseguenze della guerra, ha detto Chilcot nell'illustrare le conclusioni contenute nei 12 volumi che compongono il Rapporto. Con almeno 150mila morti, molti dei quali civili e "oltre un milione di sfollati", ha ricordato, "il popolo iracheno soffrì enormemente".

Vediamo cosa c’è scritto in breve:

Secondo il documento redatto dalla commissione «le circostante in cui fu deciso che c’era la base legale per l’azione militare britannica furono tutt’altro che soddisfacenti» e «non c’è traccia (nei documenti analizzati, ndr) di nessuna significativa discussione dell’argomento legale» da parte delle autorità.

Il rapporto critica l’ex premier Tony Blair per la presentazione delle informazioni di intelligence ai cittadini, sostenendo che il parere espresso dalla Commissione congiunta di intelligence fu comunicato all'opinione pubblica con modifiche riconducibili alle convinzioni personali di Blair.

Per il rapporto, il Regno Unito scelse di prendere parte all'invasione dell’Iraq prima che tutte le opzioni pacifiche per il disarmo fossero state escluse.

Blair fu messo in guardia circa la minaccia che le attività di al-Qaeda a seguito dell’invasione aumentassero, secondo il rapporto.

Il rapporto critica l’assenza di una pianificazione post-conflitto da parte del governo inglese.


giovedì 26 marzo 2015

Salvi i siti dati per distrutti in Iraq



Salvi i siti dati per distrutti in Iraq. "Lo Stato islamico non li ha toccati". Le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad non avrebbero subito la furia degli estremisti.

Nel lungo elenco di devastazioni messe a segno dal sedicente Stato islamico, almeno tre sarebbero da depennare. Le milizie di al-Baghdadi non si fanno scrupolo di distruggere opere d'arte e reperti archeologici, posto che non possano venderli per finanziare le proprie attività, ma non tutto ciò che gli viene attribuito sarebbe davvero accaduto.

Nello specifico, le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad, tutte e tre in territorio iracheno, non sarebbero state toccate dalla furia del gruppo estremista. Se l'Isis ha certamente fatto scempio nel museo di Mosul, distruggendo alcuni reperti dell'antica città assira di Ninive e diverse copie di statue i cui originali si trovano a Baghdad, altre azioni che gli sono state attribuite non sarebbero invece accadute.

Erano state fonti governative a sottolineare che i miliziani avevano iniziato ad accanirsi contro Hatra, contro Nimrud e Khorsabad. Ma un gruppo di esperti internazionali, del progetto Shirin, ha constatato – immagini satellitari alla mano – che al momento non risultano "distruzioni evidenti", o la presenza di uomini e macchinari atti a distruggere i siti archeologici.

Nel lungo elenco di devastazioni messe a segno dal sedicente Stato islamico, almeno tre sarebbero da depennare. Le milizie di al-Baghdadi non si fanno scrupolo di distruggere opere d'arte e reperti archeologici, posto che non possano venderli per finanziare le proprie attività, ma non tutto ciò che gli viene attribuito sarebbe davvero accaduto.

Nello specifico, le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad, tutte e tre in territorio iracheno, non sarebbero state toccate dalla furia del gruppo estremista. Se l'Isis ha certamente fatto scempio nel museo di Mosul, distruggendo alcuni reperti dell'antica città assira di Ninive e diverse copie di statue i cui originali si trovano a Baghdad, altre azioni che gli sono state attribuite non sarebbero invece accadute.

Erano state fonti governative a sottolineare che i miliziani avevano iniziato ad accanirsi contro Hatra, contro Nimrud e Khorsabad. Ma un gruppo di esperti internazionali, del progetto Shirin, ha constatato - immagini satellitari alla mano - che al momento non risultano "distruzioni evidenti", o la presenza di uomini e macchinari atti a distruggere i siti archeologici.

La notizia può far tirare un sospiro di sollievo alla comunità accademica e a chi dava per perduto un pezzo di storia, ma non può essere sovrastimata.

Se questi siti sono ancora in piedi, al netto di possibili incursioni per depredarli, il sedicente Stato islamico si è però accanito senza distinzione su templi sufi, moschee sciite e antichi monasteri cristiani e nulla fa pensare che smetterà di farlo, forte della convinzione che qualsiasi espressione religiosa al di fuori della propria interpretazione oltranzista dell'islam sunnita sia da eliminare.

mercoledì 14 gennaio 2015

Siria: il paese in cui si addestrano i jihadisti



Nel giugno del 2014 l'Isis ha sbaragliato le truppe governative irachene e si è impiantato nel nord del paese attaccando i confini siriani. È stato un fallimento."Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti integralisti e da laici moderati. Il fallimento di questo progetto ha portato all'orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq". Ha dichiarato l'ex segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in una intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web "The Atlantic".

Piloti militari iracheni unitisi allo Stato islamico (Isis) si trovano in Siria per addestrare alcuni jihadisti a pilotare, utilizzando tre caccia di cui si sono impossessati i miliziani. E' l'allarme lanciato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani che, citando testimoni, riferisce di tre caccia visti alzarsi in volo da un aeroporto militare nella provincia settentrionale di Aleppo. "Hanno addestratori, ufficiali iracheni che erano in precedenza erano piloti per Saddam Hussein", ha affermato Rami Abdulrahman, direttore dell'Ong basata a Londra. "La gente li ha visti alzarsi in volo diverse volte dall'aeroporto" di Aleppo, caduto sotto il controllo degli jihadisti.

Oltre alle pallottole, miete vittime anche il freddo di questo periodo, soprattutto tra i bambiniQuasi 200.000 morti e oltre 3 milioni di rifugiati: è la Siria alla vigilia del quarto anniversario dall'inizio della guerra civile che oppone le forze fedeli al presidente Bashar al Assad e un ventaglio di formazioni ribelli, comprese quelle dell'Isis e di al Qaida.

Solo nell'ultimo anno, le ong stimano oltre 70.000 morti nei combattimenti, che proseguono ogni giorno, mentre il freddo di queste settimane miete altre vittime, soprattutto tra i bambini. Nel 2014, l'Isis ha lanciato un'offensiva che ha portato alla conquista di due nodi strategici, buona parte della regione di Dayr az Zor (est) e Raqqa, aree dove passano gli oleodotti. Grazie a questi, e prima dei raid della coalizione internazionale a guida Usa, si stimava che nel complesso i jihadisti riuscissero a incassare milioni di dollari al giorno con i proventi del petrolio.

Raqqa, considerata la 'capitale del Califfato' e quartier generale dell'Isis in Siria, è anche il luogo dove hanno avuto luogo le barbare decapitazioni di James Foley, Steven Sotfloff e probabilmente anche di un terzo ostaggio occidentale, David Haines.

In città, a Raqqa come negli altri centri urbani sotto il proprio controllo, l'Isis domina con il terrore. L'attenzione degli esperti militari è concentrata da mesi sull'avanzata del gruppo verso nord a Kobane, a ridosso del confine turco, e verso Aleppo, un tempo la più popolosa città siriana, 160 chilometri a est di Raqqa.

A Kobane, nome curdo di Ayn al Arab, che ha catturato per giorni l'attenzione mondiale la scorsa estate - con la famosa immagine della bandiera nera su una collina della città - l'avanzata dei seguaci di Ab Bakr al Baghdadi è stata per ora respinta dai miliziani curdi con l'ausilio dei caccia della coalizione.

Ad Aleppo la situazione è decisamente più confusa: i governativi di Assad, che formalmente controllano la città dopo aver rotto la'assedio dei ribelli un anno fa, danno battaglia sia alle formazioni ribelli legate all'Isis, ma anche a quelle del Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, o ai battaglioni islamici. In campo con i militari di Damasco ci sono anche miliziani libanesi di Hezbollah, gli iraniani e combattenti sciiti arrivati fin dall'Afghanistan. La caduta di Aleppo nelle mani dell'Isis o di al Qaida potrebbe aprire ulteriori drammatici scenari nella regione già duramente martoriata in questi anni di guerra. E Idlib, unica città dove il potere è nelle mani delle formazioni ribelli 'moderate', potrebbe divenire il prossimo obiettivo dei jihadisti.

Il governo siriano, che secondo le agenzie Onu continua a utilizzare il gas cloro nei bombardamenti dal cielo, controlla non senza combattere le regioni chiave di Damasco e Homs fino a quella costiera del nordovest, storica enclave alawita. Patisce a sud di Damasco, nel Golan a due passi da Israele, dove al Nusra è sempre più forte e minacciosa.

La diplomazia internazionale persegue con tenacia la linea della soluzione politica, con in prima fila l'inviato speciale dell'Onu Staffan de Mistura, ma al momento non si intravedono spiragli dopo il fallimento dei colloqui di Montreaux e Ginevra. L'Unicef ammonisce che se non si porrà termine al conflitto, la vita di oltre 8,6 milioni di bambini nella regione sarà distrutta da violenze e sfollamento forzato.



martedì 6 gennaio 2015

Iraq, le celebrazioni di un esercito in grande difficoltà



L’omaggio al monumento ai militi ignoti, nella “zona verde” fortificata di Baghdad è stato il culmine delle celebrazioni per la giornata delle forze armate irachena.

Il primo ministro Haider al-Abadi ha deposto una corona di fiori in ricordo dei caduti.

Una cerimonia in tono minore. L’esercito è impegnato a combattere il sedicente “Stato islamico”. Tra carenze di mezzi e organizzazione, messe a nudo lo scorso anno dagli estremisti.

Come non ha mancato di sottolineare il ministro della Difesa, Khaled al-Obeidi, che ha affermato: “siamo ancora all’inizio e contiamo, con un duro lavoro, di completare la razionalizzazione delle risorse, sia finanziare che materiali. Alcune le conoscete, altre rimarranno segreti militari”.

Negli anni dell’intervento in Iraq, gli Stati Uniti hanno speso circa 30 miliardi di dollari per addestrare ed equipaggiare l’esercito iracheno, che davanti all’avanzata dell’Isis si è precipitosamente ritirato, lasciando molto spesso anche le armi in loro possesso in mano agli estremisti.

Le divisioni tra sunniti e sciiti e l’elevata corruzione all’interno delle forze armate le hanno rese deboli ancor prima che l’organizzazione che ora controlla parte del territorio iracheno e quello siriano portasse la sua offensiva.

La sfida jihadista alle istituzioni irachene ha fatto anche martedì nuove vittime. Almeno 23 persone, tra militari e combattenti tribali che si sono uniti all’esercito, sono rimaste uccise in uno scontro con i miliziani nel governatorato di al Anbar, 180 chilometri a nordovest di Baghdad.

E’ bene ricordare che lo Stato Islamico (Is) ha reclutato un esercito di centinaia di migliaia di uomini, di gran lunga più grande delle precedenti stime della CIA, secondo quanto dichiarato da un importante leader curdo, Fuad Hussein, capo di gabinetto del presidente curdo Mas'ud Barzani, in un’intervista esclusiva al quotidiano inglese The Independent. La capacità dell’Isis di attaccare su fronti ampiamente separati in Iraq e in Siria contemporaneamente dimostra che il numero di combattenti militanti è almeno di 200.000, sette o otto volte più grande rispetto al numero stimato dai servizi segreti stranieri.

Hussein ha stimato che l’Isis comandi su un terzo dell’Iraq e su un terzo della Siria con una popolazione compresa tra i 10 e i 12 milioni di persone che vivono in un’area di 250.000 chilometri quadrati, la stesse dimensioni della Gran Bretagna. Questo fornisce ai jihadisti un vasto bacino di potenziali reclute.

La prova che l’Isis ha creato un grande esercito è che ha lanciato attacchi contro i curdi nell’Iraq settentrionale e contro l’esercito iracheno vicino a Baghdad nello stesso tempo in cui combatte in Siria.

L’alta cifra per le forze combattenti dell’Isis è importante perché sottolinea quanto sarà difficile eliminare l’Isis anche con gli attacchi aerei degli Stati Uniti. A settembre la CIA ha prodotto una stima dei numeri dell’Isis in base ai quali il movimento aveva tra i 20.000 e i 30.000 combattenti. La sottovalutazione delle dimensioni dell’esercito che l’Isis può schierare può spiegare perché gli Stati Uniti e gli altri governi stranieri siano stati ripetutamente colti di sorpresa negli scorsi 5 mesi quando l’Isis ha inflitto una serie di sconfitte all’esercito iracheno, all’esercito siriano, ai ribelli siriani e ai peshmerga curdi.

In un’intervista che ha abbracciato vari argomenti, Hussein ha spiegato chiaramente il nuovo equilibrio del potere in Iraq subito dopo l’offensiva d’estate dei militanti islamici e il nuovo coinvolgimento degli Stati Uniti. Il Governo regionale del Kurdistan affronta ora le unità dell’Isis lungo un fronte di 650 miglia che taglia l’Iraq del nord tra Iran e Siria. Hussein ha detto che l’intervento dell’aviazione statunitense aveva messo in grado i curdi di resistere quando l’assalto inaspettato dell’Isis in agosto aveva sconfitto i peshmerga ed era arrivato quasi a impadronirsi della capitale curda, Irbil: “Combattevano con una strategia della paura che aveva influito sul morale di tutti, compresi i peshmerga.”

Così come terrorizza i suoi avversari pubblicizzando le sue atrocità, l’Isis ha anche sviluppato un efficace cocktail di tattiche che comprendono attentati suicidi, mine, cecchini e l’uso dell’equipaggiamento statunitense preso all’esercito iracheno, come gli Humvee (veicoli militari fuoristrada con quattro ruote motrici.n.d.t.), artiglieria, e carri armati. Per combattere l’Isis Hussein dice che i curdi hanno bisogno di elicotteri Apache e di armamenti pesanti come carri armati e artiglieria.

I capi curdi sono ora molto più rilassati riguardo all’Isis perché hanno una garanzia dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. La triste esperienza degli Stati Uniti nel vedere il crollo del governo e dell’esercito a Baghdad, che gli americani avevano favorito a costi elevatissimi, va anche a favore dei curdi.

Un segno della professionalità militare dell’Isis è la rapidità con cui hanno imparato a impadronirsi dei carri armati statunitensi, dell’artiglieria e di altro equipaggiamento pesante preso dopo la caduta di Mosul avvenuta il 10 giugno. La stessa cosa è accaduta in Siria dove l’Isis si è impadronita delle armi di fabbricazione russa che ha rapidamente cominciato a usare. La spiegazione più probabile di questo fatto è che nei ranghi dell’Isis ci siano ancora molti ex soldati iracheni e siriani le cui abilità sono state riconosciute dall’Isis. Hussein dice che durante i combattimenti i peshmerga erano stati colpiti dall’addestramento e dalla disciplina dell’Isis.

“Combatteranno fino alla morte, e sono pericolosi perché sono addestrati così bene,” ha detto Hussein. “Per esempio, hanno i cecchini migliori, ma per essere un bravo cecchino c’è bisogno non soltanto dell’addestramento per saper sparare, ma la disciplina di stare immobili  fino a 5 ore in modo da poter colpire il proprio obiettivo.”

C’è una prova che supporta l’alta stima dei numeri di militanti dell’Isis fatta da Hussein. Uno studio condotto dall’Ufficio di Baghdad del Consigliere per la Sicurezza Nazionale prima dell’offensiva dell’Isis,dimostrava che, quando 100 jihadisti arrivavano in un distretto, di solito reclutavano un numero di persone 5 o 10 volte superiore al loro numero originario. Ci sono rapporti che parlano di molti giovani uomini che si sono offerti volontariamente di combattere per l’Isis quando il movimento era nel pieno del successo dell’estate. Questo entusiasmo forse è rifluito quando gli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi aerei e la  serie  di vittorie dell’Isis è finita con la mancata conquista di Kobane, nella Siria settentrionale, malgrado un lungo assedio.

In una regione impoverita e con pochi posti di lavoro, anche la paga dell’Isis di 400 dollari (250 sterline) al mese è allettante. Inoltre, Hussein dice che nei luoghi che ha conquistato, l’Isis sta rimodellando la società a sua immagine, con l’obiettivo di educare le persone ad accettare la sua ideologia.

I curdi hanno recuperato la loro autostima in campo militare sapendo di essere appoggiati dagli Stati Uniti e dall’Iran. I peshmerga si sono ripresi alcune città che avevano perduto in agosto, in particolare Zumar, vicina al confine siriano, ma non Tal Afar e Sinjar, dove 8.500 Yazidi sono ancora sotto assedio in cima alla loro montagna. Ci sono però dei limiti riguardo al punto fino al quale i curdi sono disposti ad avanzare. Hussein dice che i curdi possono aiutare un esercito iracheno, supponendo che se ne crei uno non-settario, ma “i curdi non possono liberare le zone arabe sunnite.”

Questo è il grosso problema che deve affrontare una controffensiva contro l’Isis da parte di Baghdad o dei curdi: i 5 o 6 milioni di arabi sunniti in Iraq la considereranno diretta contro tutta la loro comunità. Finora gli Stati Uniti hanno sperato di ripetere il loro successo ottenuto tra il 2006 e il 2008 quando hanno messo molti sunniti contro al-Qaida in Iraq. Hussein elenca i motivi per cui ripetere questo successo sarà molto difficile: gli Americani allora avevano 150.000 soldati in Iraq per appoggiare i capi tribali contrari ad al-Qaida. L’Isis punirà selvaggiamente chiunque si opponga. “Abbiamo visto che cosa è successo ad Anbar alla tribù Albu Nimr [che era insorta contro l’Isis]. Hanno resistito coraggiosamente ai terroristi, ma 500 sono stati uccisi. E’ stato un disastro.”

Nel complesso, Hussein dice che non vede alcun segno convincente di opposizione da parte degli arabi sunniti. Molti di loro forse sono scontenti, specialmente a Mosul, ma questo non si traduce in un’opposizione efficace. Non è neanche chiaro quale forza esterna potrebbe organizzare la resistenza. L’esercito iracheno potrebbe essere accettabile nelle zone sunnite, ma solo se verrà ricostituito in modo da non essere dominato dagli sciiti.



sabato 25 ottobre 2014

Le armi statunitensi in mano allo Stato islamico




L’aviazione statunitense ha paracadutato tra il 19 e il 20 ottobre armi, munizioni e forniture mediche destinate alle forze curde che combattono contro lo Stato islamico nella città siriana di Kobane, al confine con la Turchia.

Si tratta del primo rifornimento di questo tipo, dopo settimane di raid aerei da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti. La notte scorsa l’aviazione ha bombardato per undici volte Kobane.

Il lancio di rifornimenti destinati ai curdi iracheni “mira a consentire la resistenza contro il tentativo dello Stato islamico di conquistare Kobane”, ha spiegato il Comando centrale degli Stati Uniti.

Polat Can, portavoce dei miliziani curdi che combattono lo Stato islamico a Kobane, ha confermato i rifornimenti statunitensi. “Una grande quantità di armi e munizioni è arrivata a Kobane”, ha scritto su Twitter.

“Gli aiuti avranno un impatto positivo sulle operazioni militari e speriamo di avere più supporto”, ha detto Redur Xelil, un portavoce dei curdi.


Alcune delle armi paracadutate dagli Stati Uniti il 20 ottobre nel nord della Siria e destinate ai combattenti curdi potrebbero essere finite nelle mani dello Stato islamico.

È quanto afferma un video che mostra alcuni jihadisti mascherati che recuperano parte dell’equipaggiamento militare che è stato lanciato nelle zone controllate dallo Stato islamico vicino alla città di Kobane, al confine con la Turchia.


Il dipartimento della difesa degli Stati Uniti sta esaminando il video e un portavoce del Pentagono ha detto che la maggioranza delle armi è finita nelle mani dei curdi, ma si sta indagando sulla vicenda.


I rifornimenti comprendono diverse scatole di bombe a mano e razzi, che secondo il comando centrale degli Stati Uniti erano destinati ai combattenti curdi “per continuare la resistenza contro i tentativi dello Stato islamico di conquistare Kobane”.

venerdì 12 settembre 2014

CIA: i combattenti dello Stato islamico sono tra 20 e 31mila



Prima valutazione era di 10.000: reclutamento intenso da giugno. Lo Stato islamico conta tra i suoi ranghi in Siria e Iraq tra 20.000 e 31.500 combattenti: è questa la nuova stima fatta dalla Cia, la cui valutazione precedente era di circa un terzo di jihadisti membri dell’Isis.

La Cia stima che lo Stato islamico conta tra 20.000 e 31.500 combattenti in Iraq e Siria, basandosi su un nuovo studio dei rapporti di tutte le fonti dei servizi di intelligence tra maggio e agosto, ha dichiarato Ryan Trapani, uno dei portavoce dell’agenzia Usa. “Questo aumento si spiega in seguito ai maggiori successi del gruppo sul campo di battaglia da giugno del 2014 e la proclamazione di un califfato. Ma anche con maggiore attenzione da parte dell’intelligence”, ha aggiunto.

L’intelligence Usa attribuisce questo incremento a un reclutamento più energico dal mese di giugno scorso, dopo le vittorie ottenute sul terreno e la proclamazione del califfato nonché a un’attività più intensa nei combattimenti.

Un portavoce dei servizi segreti statunitensi ha dichiarato che la nuova stima è basata su una revisione degli studi fatti dall’intelligence da maggio ad agosto.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 10 settembre ha annunciato l’espansione dei raid aerei statunitensi in Iraq e Siria.

Intanto il segretario di stato statunitense John Kerry è in visita ufficiale in Turchia per cercare alleati nella guerra contro i jihadisti.

Secondo funzionari statunitensi, il generale in pensione John Allen avrà il compito di formare le milizie che combatteranno contro il gruppo terroristico.

L’11 settembre dieci paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, hanno accettato di aiutare gli Stati Uniti contro lo Stato islamico sia in Iraq sia in Siria.

Il 10 settembre il presidente Obama ha delineato un piano per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. Per la prima volta Obama ha autorizzato attacchi aerei contro il gruppo in Siria.

Vediamo le tappe e le date significative dell’avanzata delle milizie dell’Isis, ultra-radicali islamiche, che controllano vaste zone della Siria e dell’Iraq, dove sono accusate di commettere atroci violenze.

2013.
9 aprile: Il leader del principale gruppo legato ad Al Qaeda in Iraq, Abu Bakr al Baghdadi, annuncia l’unione di intenti tra il suo Stato Islamico dell’Iraq e del Fronte al Nusra (un gruppo che combatte il regime del presidente siriano Bashar al Assad, e forma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil o Isis). Un giorno dopo, il Fronte al Nusra – ai piu’ sconosciuto prima della rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 – giura fedelta’ al leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, ma prende le distanze dalla notizia della fusione con lo Stato Islamico dell’Iraq.

19 dicembre: Amnesty International accusa l’Isis di sequestrare, torturare e uccidere detenuti in carceri segreti nelle aree sotto il suo controllo in Siria.

2014.
2-4 gennaio: L’Iraq perde il controllo di Fallujah e di parti di Ramadi nella provincia occidentale di al Anbar, conquistati dai guerriglieri dell’Isis e da componenti di tribù sunnite anti-governative.

3 gennaio: Tre gruppi di ribelli siriani uniscono le forze per uccidere e catturare decine di combattenti dell’Isis, che accusano di crimini ben peggiori di quelli dell’inviso presidente siriano. Circa 6mila vittime il bilancio dei mortali combattimenti tra Isis e ribelli, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh).

14 gennaio: L’Isis conquista la sua roccaforte, la città siriana di Raqa, dopo giorni di violenti combattimenti con ribelli rivali per la capitale della provincia settentrionale. E’ in seguito accusato di aver instaurato un regime del terrore nelle sue roccaforte come Raqa, dove impone la sua personale ed estremistica interpretazione dell’islam, con arresti, lapidazioni e decapitazioni.

3 febbraio: Al Qaeda disconosce l’Isis. Al Zawahiri aveva già ordinato al gruppo nel 2013 di sciogliersi e ritornare in Iraq, annunciando che il Fronte al Nusra rappresentava il ramo ufficiale in Siria di Al Qaeda.

9 giugno: In Iraq, inizia una devastante offensiva di centinaia di guerriglieri jihadisti, appoggiati da fedelissimi dell’ex dittatore Saddam Hussein, gruppi salafiti e alcune tribu’: si impadroniscono di vaste zone del territorio iracheno. Avanzano inoltre verso la regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq, cacciando dalle proprie citta’ miglira di membri delle minoranze cristiane e yazidi di lingua curda.

29 giugno: L’Isis proclama un “califfato islamico che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, nordest di Baghdad. Si da’ una nuova denominazione, Stato Islamico (Is, anche se molti continueranno a chiamarlo Isis), dichiara “califfo” e “leader dei musulmani di tutto il mondo” il suo capo Baghdadi. La maggior parte dei movimenti islamisti in Siria respinge questa iniziativa.

8 agosto: I caccia statunitensi bombardano le posizioni jihadiste nel nord dell’Iraq, la prima operazione militare americana nel Paese dal ritiro delle truppe americane, nel 2011. Da allora Washington sferra raid aerei quotidiani e annuncia la fornitura di armi ai peshmerga curdi, come la Francia e l’Italia.

15 agosto: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità una risoluzione mirata a indebolire le milizie jihadiste bloccando loro fondi e afflusso di combattenti stranieri.

19 agosto: L’Isis annuncia la decapitazione del giornalista americano James Foley, rapito nel 2012 nel nord della Siria, e minaccia di uccidere un suo connazionale in rappresaglia agli attacchi aerei americani in Iraq. Il giorno successivo, il presidente Barack Obama definisce l’Isis “un cancro” che “non puo’ trovare posto nel 21esimo secolo”.

2 settembre: L’Isis annuncia di aver decapitato un altro reporter americano, Steven Sotloff, in un video che come il precedente su Foley scatena lo sdegno e la condanna di tutto il mondo. Il gruppo minaccia anche questa volta di uccidere un ostaggio britannico, identificato come David Cawthorne Haines. La Casa Bianca giudica entrambi i video “autentici”. Washington comunica l’invio di altri 350 militari in Iraq.

3 settembre: Obama assicura che gli Stati Uniti non si faranno intimidire dall’Isis.

mercoledì 20 novembre 2013

Ipotesi di una nuova mappa per gli stati arabi



Un articolo e una mappa pubblicati dal New York Times il 29 settembre 2013 prendevano in considerazione la possibilità che i conflitti e le rivolte in corso potessero provocare la frammentazione di alcuni stati arabi in unità più piccole.

L’articolo di Robin Wright, ex corrispondente a Beirut ed esperta di relazioni internazionali, ha scatenato accesi dibattiti negli Stati Uniti, mentre in Medio Oriente ha fatto nascere congetture su un nuovo piano dell’occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli.

Le rivolte nei paesi arabi hanno modificato gli interessi geostrategici della regione. Ma non sono riuscite a cancellare la lunga rivalità esistente tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Il punto di forza dei movimenti democratici in Medio Oriente è la loro estraneità agli attenzioni geostrategice regionali. Per la prima volta le rivendicazioni dei manifestanti arabi non riguardano una grande causa sovranazionale: panarabismo, panislamismo, socialismo, sostegno alla causa palestinese, anticolonialismo, antisionismo o antimperialismo. Si tratta di movimenti patriottici, non nazionalisti, radicati in un contesto nazionale, che prendono di mira i leader, ma senza accusarli di essere marionette al servizio delle potenze straniere.

Le grandi linee di frattura geostrategiche non si sono eclissate: sopravvivono nelle menti dei potenti ancora in carica che, quando non si accontentano di lottare per la sopravvivenza (come Muammar Gheddafi in Libia o Ali Abdallah Saleh nello Yemen), interpretano le rivolte alla luce delle conseguenze sulla stabilità della regione. È il caso dell’Arabia Saudita e di Israele, che s’interessa alle manifestazioni arabe quasi esclusivamente in quest’ottica. Per quanto riguarda invece l’occidente, da una parte sembra soddisfatto della democratizzazione in corso, ma in realtà è molto attento alla stabilità della regione, come dimostra la scelta di rimanere in silenzio riguardo alla repressione in Bahrein.

Ci troviamo di fronte a una divisione, sconosciuta nella storia recente: fino a pochi anni fa i movimenti rivoluzionari miravano a favorire una grande potenza o un’ideologia. Per molto tempo il punto di riferimento è stata l’Unione Sovietica, poi l’islamismo, ma anche l’occidente ai tempi delle manifestazioni che hanno fatto cadere il muro di Berlino. Oggi  sembrano coesistere due logiche.

Da una parte si vedevano dei siriani che si facevano uccidere pur di manifestare contro il regime di Bashar al Assad, dall’altra dei palestinesi residenti in Siria che, incoraggiati dal regime di Damasco, cercavano di oltrepassare il confine sulle alture del Golan andando incontro alla morte per mano dei soldati israeliani. L’impressione è che questi due gruppi di manifestanti provenissero da due Sirie diverse.

È necessario distinguere tra i paesi dove le poste in gioco geostrategiche sono limitate e quelli dove il rovesciamento del regime può apparire come il preludio a un cambiamento più ampio. Al primo gruppo appartengono paesi come la Tunisia, lo Yemen, la Libia e, paradossalmente, l’Egitto. I primi tre occupano un posto marginale nelle reti di alleanze e nei conflitti mediorientali. Molto probabilmente la Tunisia manterrà una linea filoccidentale e continuerà ad aver bisogno dell’Europa. Il regime di Gheddafi è isolato dal resto del mondo arabo e lo Yemen è importante solo per l’Arabia Saudita.

Il paradosso è l’Egitto, un attore fondamentale nel conflitto israelo-palestinese e il cuore delle tensioni che agitano il mondo arabo. Nonostante ciò, la caduta del regime di Mubarak avrà un impatto molto limitato dal punto di vista geostrategico. In passato l’opinione pubblica egiziana ha duramente criticato l’atteggiamento compiacente di Mubarak nei confronti di Israele e non ha mai appoggiato gli accordi, più o meno segreti, di cooperazione tra Il Cairo e Tel Aviv sulla repressione dei militanti di Hamas, la chiusura della Striscia di Gaza o la vendita di gas a Israele.

Il problema è sapere se di fronte a un’evoluzione simile i futuri governi israeliani, a differenza di quello attuale, saranno pronti a favorire il cambiamento politico. La grande linea di frattura che percorre il mondo arabo, in particolare a est del fiume Giordano, è l’opposizione tra un polo arabo e sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e l’Iran sciita. Da trent’anni Riyadh considera Teheran una minaccia e cerca, con più o meno successo, di sfruttare il nazionalismo arabo e il sunnismo militante per arginare l’ambizione iraniana di diventare la principale potenza regionale.

In questo contesto il movimento democratico in Bahrein (dove la maggioranza sciita della popolazione si è ribellata contro il regime sunnita) è una duplice minaccia per l’Arabia Saudita. È una minaccia interna perché mette in discussione la legittimità della monarchia bahreinita (e, di conseguenza, quella della monarchia dell’Arabia Saudita, dove vive un gruppo consistente di sciiti). Inoltre è una minaccia esterna perché, senza volerlo, mette in pericolo un equilibrio strategico considerato vitale: l’opposizione tra Arabia Saudita e Iran, basata su quella che Riyadh considera la divisione definitiva nel golfo Persico, cioè quella tra sunniti e sciiti. Questo timore è rafforzato dall’evoluzione religiosa degli alawiti siriani (una corrente sciita): considerati alla stregua di “eretici”, gli alawiti sono stati riconosciuti come musulmani solo dagli scii­ti, rafforzando agli occhi dei sauditi l’idea che le divisioni strategiche si basino essenzialmente sull’opposizione tra sunniti e scii­ti.

Ufficialmente l’Iran non sta sfruttando quest’opposizione perché significherebbe confinarsi in un ghetto. Sostenendo i palestinesi ed Hezbollah, Teheran ha cercato di superare questo conflitto religioso, presentandosi come il campione della causa araba. Negli anni ottanta l’Iran era uscito sconfitto dalla contrapposizione tra sciiti e sunniti. Durante la guerra tra Iran e Iraq, solo le minoranze sciite del mondo arabo avevano sostenuto l’Iran (e nemmeno tutte). Saddam Hussein invece aveva potuto contare su una vasta coalizione fondata sul nazionalismo arabo e sul panislamismo sunnita. Invadendo il Kuwait nel 1990, Saddam Hussein ha mandato in frantumi questa coa­lizione. Gli iraniani hanno imparato la lezione: per promuovere la loro causa non hanno puntato sulla rivoluzione islamica, ma sull’antiamericanismo militante, il sostegno ai palestinesi e il nuovo atteggiamento di garante degli equilibri del golfo Persico.

Nel luglio del 2006 la guerra in Libano – in cui Hezbollah, sostenuto dall’Iran, è riuscito a tenere testa all’esercito israeliano – ha segnato il culmine di questa politica e Hassan Nasrallah, il leader del partito islamista, è apparso come il nuovo campione della causa araba. Pochi mesi dopo la situazione è cambiata: la condanna a morte di Saddam Hussein è stata percepita come una rivincita degli sciiti, sostenuti dagli iraniani e allo stesso tempo dagli statunitensi. Gli sciiti arabi non possono essere ridotti a una “quinta colonna” iraniana. Iracheni e bahreiniti hanno compreso da tempo il rischio di essere strumentalizzati da Teheran: si sentono prima di tutto iracheni e bahreiniti, e lottano per il diritto a essere riconosciuti come cittadini a tutti gli effetti. Anche loro, però, come Hezbollah, hanno bisogno di essere tutelati dall’Iran perché vivono in un ambiente sunnita ostile.

È soprattutto l’Arabia Saudita ad alimentare la grande narrazione di una lotta tra persiani sciiti e arabi sunniti, sullo sfondo della quale tutti gli arabi sciiti sono visti principalmente come persiani di lingua araba, ma anche come eretici, secondo i canoni del wahabismo (il movimento religioso sunnita al potere in Arabia Saudita). Questo è uno dei pochi punti della politica estera saudita ad avere una giustificazione religiosa. Spiega, inoltre, l’ambivalenza di Riyadh verso i movimenti radicali sunniti, dai taliban afgani ai jihadisti di Fallujah. Da molto tempo ormai la causa palestinese è marginale nell’ottica dei sauditi. Il problema principale è la “minaccia iraniana”. Una questione che potrebbe assumere i contorni di una profezia che si autoavvera: negando agli sciiti del Bahrein il diritto alla piena cittadinanza, l’Arabia Saudita li relega al loro status di “quinta colonna” dell’Iran.

Resta da affrontare la questione della Siria. Il regime siriano è il principale alleato dell’Iran e tutto il mondo, dai sauditi agli israeliani, dovrebbe gioire della sua caduta. Tuttavia prevale la preoccupazione, perché la caduta di Assad spalancherebbe le porte sull’ignoto. Quale sarà la politica estera di Damasco quando sarà finita la dominazione del partito Baath? È difficile dare una risposta perché il presidente siriano è strettamente condizionato dalla politica interna. Negli ultimi quarant’anni il regime di Damasco ha sviluppato una strategia della tensione permanente con Israele con l’obiettivo di presentarsi come difensore del nazionalismo arabo contro gli israeliani. Allo stesso tempo ha tessuto le fila di una diplomazia basata sulla realpolitik, stando ben attento a non superare mai certi limiti e a tenere le fila di molte alleanze contemporaneamente.





venerdì 24 agosto 2012

Febbre siriana si diffonde il contagio

“Gli scontri in Libano fra i sostenitori di Bashar Assad e le forze ribelli evidenziano la necessità di un’azione internazionale»: l’allarme per il contagio delle violenze armate dalla Siria al Paese dei Cedri viene da Jeffrey Feldman, sottosegretario dell’Onu per gli Affari Politici, intervenendo ad una seduta del Consiglio di Sicurezza con una relazione sulle violenze in corso a Tripoli in Libano.

Esercito contro disertori, milizie filogovernative degli shabiha contro fondamentalisti islamici stranieri, sciiti contro sunniti: è uno scontro furioso e la guerra diventa febbrile, contagiosa. Infatti la vera battaglia adesso sta varcando i confini stessi della Siria.

La dinamica del febbre contagiosa, della guerra civile dalla Siria al Libano segue vari binari. Quello dei rapimenti: il 15 agosto una fazione sciita libanese, alleata di Damasco, ha sequestrato almeno venti sunniti siriani espatriati con un gesto di ritorsione contro l’azione dei ribelli che dentro i confini siriani avevano catturato una dozzina di “pellegrini sciiti libanesi” rivelatisi poi, in almeno cinque casi, miliziani dei pasdaran e di Hezbollah inviati da Teheran per sostenere la repressione del regime di Assad. Vi è un braccio di ferro in atto fra sciiti e sunniti nei due Paesi, così come resta aperta l’indagine senza precedenti della polizia di Beirut su un leader cristiano molto vicino a Damasco. La cui consistenza è legata al personaggio in questione ovvero Michel Samaha, ex ministro del Lavoro appartenente al partito falangista cristiano rivelatosi dall’indomani della fine della guerra civile nel 1991 uno dei più importanti alleati politici di Damasco nei governi libanesi.

Ufficialmente sono 37.240, probabilmente superano i cinquantamila, i profughi siriani in Libano e vengono riconosciuti come un pericoloso problema di sicurezza interna. Rispetto agli altri Stati che confinano con la Siria, solo il Paese dei cedri si è rifiutato di preparare campi e tendopoli, temendo non solo di mettere a repentaglio il proprio equilibrio confessionale, con nuove ondate di sunniti, ma anche un esodo di palestinesi siriani verso i già sovraffollati campi profughi dei loro compatrioti in Libano.

Secondo le stime dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi palestinesi, sarebbero giunte più di tremila persone nelle ultime settimane. Si tratta per lo più di profughi scappati dopo i violenti bombardamenti nel campo palestinese di Yarmouk, nella periferia di Damasco.

Qualcuno dice che: «Erdogan ci aveva promesso “zero problemi con i vicini, ma oggi siamo ai ferri corti con tutti i paesi confinanti, Iraq, Iran, Armenia, Grecia, Cipro, e siamo sull'orlo della guerra con Damasco”. Sulla frontiera con la Siria, molti sono convinti che la guerra sia a un passo. La tensione cresce e così la rivolta contro la politica muscolare sulla crisi siriana del premier islamico sunnita Recep Tayyip Erdogan, che ha sposato la causa dei ribelli sunniti rompendo l'amicizia personale con l'alawita Bashar al Assad.

Ricordiamo, inoltre, che due turchi sono stati rapiti in Libano dai miliziani sciiti dell'Hezbollah, vicino al regime di Damasco, per ritorsione contro il sequestro in Siria di un loro compagno da parte dei ribelli. Ankara ha chiesto ai propri cittadini di non andare in Libano. Altri turchi, simpatizzanti di Al Qaida, sono stati uccisi dalle forze governative ad Aleppo. E sul lato turco della frontiera, dove gli alawiti sono maggioranza, continuano ad arrivare migliaia di profughi e disertori siriani sunniti.

Ankara sta moltiplicando le manovre militari sul confine e minaccia di intervenire in Siria per impedire che il nord curdo diventi un rifugio per i separatisti curdi del Pkk, che vogliono l'autonomia del Kurdistan turco. Ma i sondaggi mostrano che non solo gli alawiti della frontiera ora temono una guerra. Il 60% dei turchi non appoggia la linea dura di Erdogan sulla Siria e non vuole un coinvolgimento militare.

Per David Schenker, l’ex consigliere del Pentagono sul Medio Oriente oggi in forza al «Washington Institute» il Libano si trova al bivio fra una “guerra etnica” combattuta nelle strade e una “guerra fredda” fra le maggiori potenze arabe, con Teheran e Riad alla guida di opposte coalizioni ripetendo il duello strategico già in atto in Siria. È uno scenario confermato dalla decisione di Beirut di incriminare assieme a Samaha due alti militari siriani, con un inedito atto di aperta sfida al regime di Damasco.

venerdì 17 agosto 2012

Agosto 2012: principali notizie dal’estero

Le principali notizie di metà agosto che provengono dal problematico panorama internazionale.

Strage di minatori, trenta le vittime in Sudafrica. Si sta aggravando il bilancio degli scontri tra i lavoratori in sciopero con la polizia. Sono più di 30 i minatori rimasti uccisi ieri in scontri con le forze dell'ordine nei pressi della miniera di platino di Marikana, in Sudafrica. Lo ha annunciato il ministero della Polizia. Un precedente bilancio fornito dai servizi di emergenza regionale parlava di 25 morti.

Ecuador minaccia Londra dando l’asilo ad Assange. Quito ha concesso a Julian Assange l'asilo politico ma l'australiano di Wikileaks rischia l'arresto se osa mettere il naso fuori dall'ambasciata ecuadoregna a Londra. Cosa che intende fare puntualmente domenica prossima mentre il capo del suo collegio legale, l'ex giudice spagnolo Baltasar Garzon, minaccia il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia se al suo cliente sarà torto un capello. Il braccio di ferro diplomatico si complica: Garzon ha chiesto per Assange un salvacondotto, ma il Foreign Office, dopo aver minacciato nella notte l'ambasciata ecuadoregna a Knightsbridge di un possibile raid per arrestare l'australiano (per poi fare dietrofront), ha ribadito la volontà di dar seguito all'estradizione in Svezia a dispetto della decisione di Quito annunciata dal ministro degli esteri Ricardo Patino all'insegna dell'orgoglio nazionale: "Non siamo una colonia britannica"

Caccia allo sciita, 200 morti in Iraq nel Ramadan. Almeno 26 persone sono rimaste uccise ieri a Baghdad, in Iraq, in una serie di attentati sferrati in diverse località della città a pochi giorni dalla Eid al-fitr, la festività religiosa islamica che celebra la chiusura del Ramadan.

Pussy Riot, attesa mondiale per verdetto. In attesa del verdetto nel processo contro il trio rock 'Pussy Riot', previsto per il 17 agosto a Mosca alle 15 (le 13 in Italia), i sostenitori della band di tutto il mondo hanno in programma una serie di manifestazioni in 30 città, da Parigi a Varsavia.
E’ quanto ha riferito la Radio Echo di Mosca. Il coordinamento è avvenuto in via spontanea via Facebook e sul sito web freepussyriot.org. A Mosca i fan si riuniranno alle 14 davanti al tribunale di Khamovniki dove si svolge il processo contro il trio autore di una scandalosa "preghiera punk" che potrebbe costargli fino a 3 anni di galera. Attesi volti noti dell'opposizione e politici, sicurezza rafforzata in città per timore di disordini e proteste. A San Pietroburgo, i supporter del gruppo si ritroveranno in un'azione concordata con le autorità cittadine: niente bandiere partitiche, solo lo slogan "per un processo equo". Iniziative previste anche in altre città russe da Perm a Rostov. Dall'altra parte dell'oceano, a New York si svolgeranno cinque cortei a favore della band, che sfioreranno chiese ortodosse e consolato russo per poi convogliare a Times Square dove celebri attori, scrittori e musicisti leggeranno brani tratti dalle ultime parole delle imputate. A Londra scende in campo il teatro della Royal Court; a Vilnius, in Lituania, verrà innalzato un cellulare della polizia gonfiabile da cui si libreranno via capsule piccole mongolfiere a forma di passamontagna; a Praga un festival musicale sarà dedicato alle Pussy Riot.

Femmen protesta a seno nudo e armate di una motosega hanno tagliato un monumento religioso nel centro di Kiev: una croce in memoria dei milioni di vittime dello stalinismo. Le 'Femen', note per le loro eclatanti proteste a seno nudo dal forte impatto mediatico, hanno dichiarato di aver tagliato la croce in segno di solidarietà con le tre rocker della band 'Pussy Riot'.

Siria: attivisti, nuova strage in sobborgo Damasco. Onu accusa regime di crimini contro umanità. Ribelli: 'Accordo con Al Qaida se non ci saranno aiuti da Occidente'. Onu: 2,5 milioni di persone colpite da emergenza umanitaria. Gli attivisti siriani anti-regime denunciano un nuovo orrendo massacro e puntano l'indice contro le forze fedeli al presidente Bashar al Assad. I cadaveri di 60 persone, affermano i comitati di coordinamento locale (Lcc), "tutti con le mani legate", sono stati trovati in una discarica a Qatana, un sobborgo di Damasco. Omar Hamza, portavoce del consiglio della rivoluzione nella regione della periferia della capitale non ha dubbi: "Si tratta di un'esecuzione sommaria". Non è possibile verificare indipendentemente la notizia, a maggior ragione con gli osservatori Onu che fanno le valigie e si preparano a lasciare il Paese.

mercoledì 25 febbraio 2009

Instabilità globalizzata: il momento del caos



Il presidente statunitense Bush nel suo discorso alla nazione, ormai sette anni fa, lanciò l'allarme sull' “asse del male” che rappresentava “una minaccia per la pace nel mondo”. Questo nuovo club esclusivo vantava tre membri di pimaria impotanza: Iran, Iraq e Corea del Nord. La cattiva notizia per il successore di Bush, Barack Obama, è che oggi si ritrova a fronteggiare un asse assai più esteso e forse anche più preoccupante: l'«asse del caos» globalizzato. Questo asse conta su almeno nove membri, se non di più. Ciò che li accomuna non è l'intento malvagio, quanto l'instabilità, aggravata ogni giorno che passa dalla crisi finanziaria globale. Sfortunatamente, la crisi stessa rende più difficile programmare una risposta americana davanti al nuovo pericolo.

L’instabilità globalizzzata è styata creata da fattori di per sé ..Il primo fattore è stato la disgregazione etnica: la violenza è stata infatti più intensa laddove ribollivano tensioni etniche incontrollabili. Il secondo va ricercato nell'instabilità economica: più grande la magnitudine degli scossoni economici, più probabile lo scoppio del conflitto. E il terzo fattore si annida nel declino degli imperi: il progressivo sgretolamento delle loro strutture ha portato a un inasprimento delle lotte per il potere politico. In almeno una regione del pianeta — il Medio Oriente — due di questi fattori sono presenti già da tempo: gli scontri etnici si susseguono da decenni e a seguito delle difficoltà e degli insuccessi riportati in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti sembrano sul punto di ridimensionare la loro presenza quasi imperiale nella regione. Una ritirata che proseguirà anche sotto il mandato di Obama. La terza variabile, l'instabilità economica, si riaffaccia oggi sulla scena globale con maggior virulenza che in passato. Dopo quasi un decennio di crescita senza precedenti, si vedrà una sostanziale impennata della disoccupazione in gran parte delle economie nel corso di quest'anno, accompagnata da un doloroso calo dei redditi. E sofferenze economiche di tale portata quasi sempre scatenano conseguenze geopolitiche.

L'incessante anarchia che turba la Somalia, la nuova aggressività russa ed i disordini innescati in Messico dalle guerre tra narcotrafficanti. E siamo solo a tre esempi dei nove sopra menzionati. A Gaza, Israele ha lanciato un raid sanguinoso per indebolire Hamas. Ma qualunque siano i presunti risultati militari, di gran lunga superiore è stato il danno inflitto da Israele alla sua immagine internazionale con la morte di civili innocenti, che i miliziani di Hamas usano come scudi umani. Peggio ancora, le condizioni socioeconomiche a Gaza, già disastrose, oggi appaiono catastrofiche, circostanze che non contribuiranno affatto a rafforzare le posizioni moderate tra i palestinesi. Nel frattempo, l'Iran continua a spalleggiare tanto Hamas quanto la sua controparte sciita in Libano, Hezbollah, e va avanti con il programma di armamenti nucleari che gli israeliani vedono giustamente come minaccia alla loro stessa esistenza. Sul confine orientale dell'Iran, il generale David Petraeus, nuovo comandante in capo dell'esercito americano, oggi si dibatte con il problema molto spinoso di riportare la pace in Afghanistan. Il compito è reso più difficile dall'anarchia che regna nel vicino Pakistan. L'India, intanto, punta il dito contro alcuni vertici in Pakistan, accusandoli di aver organizzato gli attentati terroristici di Mumbai. E non dimentichiamo che le sciabole agitate da indiani e pakistani sono dotate di testate nucleari.

I governi democratici a Kabul e Islamabad sono i più deboli del pianeta. Tra i rischi maggiori che oggi minacciano il mondo c'è quello che uno di questi due Paesi si disintegri sotto crescenti ondate di violenza. La crisi economica AVRà un ruolo cruciale. La classe media pakistana è Già stata stata travolta dal crollo del mercato azionario. Nel frattempo, buona parte dell'immensa popolazione maschile rischia di perdere il lavoro. Non è questo il modo per assicurare la stabilità politica. Il nostro club non è affatto esclusivo. Tra i candidati all'ammissione ricordiamo Indonesia, Thailandia e Turchia, dove già si avvertono i primi segnali che la crisi economica sta esacerbando i conflitti interni. E non dimentichiamo la ripresa della guerra civile nella Repubblica democratica del Congo, la violenza mai sopita nella regione del Darfur in Sudan e il cuore di tenebra rappresentato dallo Zimbabwe sotto la dittatura di Robert Mugabe. L'asse del caos vanta molti membri e non c'è dubbio che la lista si allungherà ancora nel corso dell'anno. Il problema è che, come negli anni Trenta, i Paesi oggi sono troppo preoccupati per i loro affari interni, alle prese con la crisi economica, e non hanno tempo per prestare attenzione alle difficoltà ben più gravi in cui si dibatte il resto del mondo.

Questo è vero anche negli Stati Uniti, talmente assorti dai guai della loro economia che l'idea di intervenire per contrastare gli sconvolgimenti globali sembra un lusso eccessivamente oneroso. Con la previsione di una contrazione del Pil americano tra 2-3 punti percentuali quest'anno e con il tasso ufficiale di disoccupazione che si teme raggiungerà il 10 %, tutta l'attenzione di Washington resterà focalizzata sul pacchetto di aiuti all'economia. Le risorse disponibili per controllare il pianeta subiranno certamente una contrazione, soprattutto se gli investitori stranieri pretenderanno dividendi più elevati sulle obbligazioni statunitensi o se preferiranno addirittura sbarazzarsi dei dollari a favore di altre valute. La volatilità economica va a sommarsi ai conflitti etnici e a un impero in declino: in geopolitica, siamo davanti a una miscela altamente esplosiva. Oggi vediamo una convergenza di tutti e tre i fattori di rischio: l'era del caos comincia adesso.