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mercoledì 26 dicembre 2018
ONU: 70esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani
Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Veniva quindi riconosciuta la dignità a tutti i membri della famiglia umana e i loro diritti, uguali ed inalienabili. Un fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Ma la fotografia di tali diritti nel 2018, fatta da Amnesty, non sembra correre in questa direzione.
Amnesty: in Italia "gestione repressiva" migrazioni" - "Gestione repressiva del fenomeno migratorio", "erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", "retorica xenofoba nella politica", "sgomberi forzati senza alternative". Non è un quadro positivo dell'Italia, quello delineato dal rapporto "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019", pubblicato da Amnesty International in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il governo Conte, scrive la ong, "si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio", in cui "le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo". Parlando del Dl sicurezza, Amnesty afferma che contiene misure che "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia".
Amnesty: nel 2018 aumentato odio in Europa - Ma la bacchettata coinvolge tutta l'Europa: il 2018 è stato caratterizzato "dall'aumento dell'intolleranza, dell'odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile" e in cui "richiedenti asilo, rifugiati e migranti sono stati respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati criminalizzati". Secondo Amnesty a guidare questa tendenza sono stati "Ungheria, Polonia e Russia mentre nel più ampio contesto regionale in stati come Bielorussia, Azerbaigian e Tagikistan vi sono stati nuovi giri di vite nei confronti della libertà d'espressione e in Turchia ha proseguito a espandersi un clima di paura". Tuttavia, Amnesty sottolinea che in Europa "l'ottimismo è rimasto invariato e sono cresciuti attivismo e proteste: un coro di persone ordinarie dotate di una passione straordinaria chiede giustizia e uguaglianza".
Papa: "Parte dell'umanità vive nella ricchezza, altra senza diritti" - "Mentre una parte dell'umanità vive nell'opulenza, un'altra parte vede la propria dignità disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati". Lo ha affermato Papa Francesco nel messaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale sui diritti umani. Per Bergoglio esistono "numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l'eguale dignità di tutti gli esseri umani sia riconosciuta in ogni circostanza".
Mattarella: "Il rispetto della dignità della persona è un obbligo" - In occasione dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Sergio Matterella, che ha sottolineato: "Il riconoscimento a livello globale che tutti gli esseri umani nascono liberi e godono di inalienabili e uguali diritti rappresenta oggi un principio che precede gli stessi ordinamenti statali. Il rispetto della dignità della persona non è, infatti, dovere esclusivo degli Stati, bensì un obbligo che interpella la coscienza di ciascuno. Tutti sono chiamati a darne quotidiana e concreta testimonianza".
Il 10 dicembre 1948, 70 anni fa, a Parigi, l’Assemblea delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo come "ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e tutte le Nazioni".
Parlando a Marrakech nel corso della conferenza sulla migrazione, il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, l'ha definita un "faro globale per la dignità, l'uguaglianza e il benessere".
António Guterres, Segretario Generale Nazioni Unite:
"Da oltre sette decenni, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha ispirato milioni di donne e uomini a rivendicare i loro diritti e contestare le forze di oppressione, sfruttamento, discriminazione e ingiustizia".
L'anniversario è stato commemorato nelle città di tutto il mondo: a Roma, centinaia di persone hanno preso parte alla fiaccolata.
Amnesty International, in un rapporto diffuso in coincidenza dell'anniversario, critica l'Italia per il trattamento riservato ai richiedenti asilo.
"Questa politica di porti chiusi e criminalizzazione delle ONG che aiutano migranti e richiedenti asilo - dice un affiliato - non applica l'articolo 14 della Dichiarazione Universale, per il quale tutti hanno il diritto di chiedere asilo per persecuzione".
Il rapporto lamenta "l'erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", in seguito all'approvazione del Decreto sicurezza e immigrazione da parte del Governo.
Il metodo di risoluzione dei conflitti della Rondine Cittadella della Pace si presenta alle Nazioni Unite nel giorno del 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti umani. “Mentre assistiamo al crescere di estremismi e di violazione dei diritti di protezione dei minori e delle minoranze, l’esperienza di Rondine si presenta come un modello e la Missione italiana supporta e promuove questa metodologia di pace e la volontà di investire nei giovani leaders di pace”, ha dichiarato Mariangela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu. “Non avremmo potuto immaginare miglior modo per celebrare l’anniversario della Dichiarazione dei diritti umani e proprio nella sala dove si discute di sviluppo per l’Onu – ha continuato l’ambasciatrice Zappia -. Rondine è un esempio di come, mettendo insieme giovani di culture diverse e provenienti da situazioni di conflitto, si possa imparare attraverso il dialogo a superare quelle situazioni di inimicizia che sono poi il fondamento di incomprensioni e guerre. L’Italia sostiene i progetti portati avanti dalla società civile e questo è un modo per tenere alta la bandiera dei diritti umani e per superare discriminazioni e indifferenze”. Mariangela Zappia ha concluso il suo intervento incoraggiando i giovani presenti ad “essere custodi della Dichiarazione dei diritti. Sta a voi tenerla viva e incoraggiare ogni occasione di comprensione e accoglienza verso tutti. Sono i giovani ad avere iniziato e continuato i reali cambiamenti del mondo”.
lunedì 25 giugno 2018
Giornata degli oceani: un mare da salvare
Gli oceani coprono il 71% del nostro pianeta, forniscono circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo, assorbono approssimativamente il 26% dell’anidride carbonica generata dalle attività umane, sono fonte di cibo e sostanze nutritive e sono fondamentali nel controllo del clima.
Tappi al posto delle conchiglie, mozziconi di sigaretta come alghe, cotton fioc a simulare i legnetti di mare. Sulle spiagge di tutto il mondo è questo che si trova, ed è solo una minima parte dei rifiuti che galleggiano in superficie e ricoprono i fondali.
Allarme a cui risponde una mobilitazione che dalle coste africane a quelle asiatiche, passando per Europa, Americhe e Oceania vede scendere in campo migliaia di volontari per pulire i litorali del Pianeta. L'invito a darsi da fare arriva direttamente dalle Nazioni Unite: oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici entrano ogni anno nei nostri oceani e uccidono centomila animali marini. "Se non cambiamo rotta, presto in mare potrebbe esserci più plastica che pesci. Dobbiamo lavorare individualmente e collettivamente per evitare questa tragedia", sottolinea il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres.
"La plastica soffoca corsi d'acqua, danneggia le comunità che dipendono dalla pesca e dal turismo, uccide tartarughe e uccelli, balene e delfini, si fa strada nelle zone più remote della Terra e lungo tutta la catena alimentare", avverte Guterres, che chiama ciascuno a "fare la propria parte" evitando la plastica monouso e dando una mano a ripulire.
La pulizia di spiagge è l'attività più usata ad ogni latitudine per celebrare la Giornata degli oceani. Le iniziative in programma sono centinaia, da Fortaleza in Brasile a Mayo in Irlanda, dalla spiaggia californiana di Santa Monica all'estuario portoghese del fiume Sado, dalle coste di sabbia dorata del Queensland, in Australia, al greco Pireo, dove si bonifica al tramonto. E ancora l'atollo Baa nelle Maldive, le Canarie e il Sudafrica.
In Italia l'Ufficio regionale Unesco per la scienza e la cultura in Europa, con sede a Venezia, ha organizzato un evento che vedrà i volontari impegnati a ripulire laguna e canali. Pescara, Reggio Calabria, Oristano e Palermo sono invece alcune delle città in cui nel weekend si puliranno i litorali insieme al Wwf, che con l'iniziativa "Spiagge Plastic Free" organizza appuntamenti in tutto il mese di giugno. Ma in spiaggia c'è solo una frazione del problema. Mentre la Ong Oceana lancia l'allarme sui rifiuti di plastica in acque profonde anche nel Mediterraneo, Legambiente con l'università di Siena dimostra in uno studio che la plastica galleggiante in mare fa da ricettacolo di sostanze tossiche. Contaminanti, come il mercurio, che rischiano di entrare nella catena alimentare.
Ed è per fermare questa grave situazione che l’ONU ha cercato di richiamare l’attenzione di cittadini e governi. «Uno degli aspetti più interessanti – ha spiegato Francesca Santoro, specialista di programma della Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco – è dato dal fatto che alla conferenza si formeranno dei partenariati. Quindi i paesi, rappresentati da oltre 40 capi di stato, il settore privato, le organizzazioni internazionali e le ONG si impegneranno a compiere delle azioni definendo tempistiche e risultati attesi ben precisi, attraverso impegni volontari. Alcuni partenariati sono nati in base all’area geografica, altri in relazione ad una tematica specifica». Questi progetti rientreranno nel quadro più generale degli obiettivi di sviluppo sostenibile, già approvati nel 2015 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, tra i quali al numero 14 trova posto proprio la conservazione e l’utilizzo sostenibile degli oceani, dei mari e delle risorse marine. «A luglio – prosegue l’esperta Unesco – gli stati dovranno presentare già il primo rapporto per dimostrare come stanno lavorando e proseguiranno con queste azioni di aggiornamento fino alla prossima conferenza che si terrà tra tre anni».
Secondo l’ONU circa l’80% dell’inquinamento marino deriva da attività svolte a terra. Nello specifico la mancanza di impianti di depurazione delle acque di scarico è ancora una minaccia per gli oceani, in particolare vicino agli insediamenti urbani molto grandi. Inoltre, la crescita della produzione e di conseguenza degli scarichi, aumenta il rischio di immissione di metalli pesanti e di altre sostanze pericolose. Anche la plastica resta un problema ed infatti rappresenta l’80% dei rifiuti. Ne entrano negli oceani più di 8 milioni di tonnellate all’anno, l’equivalente di un camion al minuto e più di 51 trilioni di particelle microplastiche, 500 volte più delle stelle nella nostra galassia, minacciano seriamente la fauna selvatica. I detriti marini infatti stanno danneggiando più di 800 specie e diventano ogni anno causa di morte per 1 milione di uccelli, 100.000 mammiferi marini, tartarughe e innumerevoli pesci.
Per questa ragione è nato anche in Italia Ocean Literacy, una rete già presente in altri paesi, che unisce ricercatori, tecnici, esperti, educatori e divulgatori ed ha lo scopo di creare collaborazioni a più livelli e di diffondere la consapevolezza dell’importanza sociale, economica e culturale del mare e degli oceani nelle scuole e più in generale tra i decisori, i cittadini e i rappresentati del settore privato. L’obiettivo è indurre a prendere delle decisioni responsabili quotidianamente e favorire così la salvaguardia e la conservazione. E se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, oggi si può iniziare partecipando a una delle tante iniziative organizzate in tutto il paese ad esempio da Lega Navale e CNR sulla costa romagnola, dall’Istituto di scienze Marine a Venezia, dal Centro-Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici in Salento, dall’European Research Institute a Torino o dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, l’Area Marina Protetta di Miramare e WWF a Trieste.
venerdì 24 novembre 2017
Putin, missione compiuta in Siria: la regia del dopo Sato Islamico è sua
Gli accordi di Sochi normalizzeranno la situazione in Medio Oriente. Lo ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin che definisce costruttivo l’incontro con il presidente iraniano, Hassan Rohani e quello turco Recep Tayyip Erdogan.
Sulla composizione del Congresso di dialogo nazionale promosso dal Cremlino, la Turchia continua a rifiutare la presenza dei rappresentanti curdi.
“L’azione militare su vasta scala contro i gruppi terroristici in Siria sta volgendo al termine – ha detto Putin – Sottolineo che grazie agli sforzi di Russia, Iran e Turchia, siamo riusciti a prevenire il crollo della Siria”. L’intesa è totale ha aggiunto Erdogan, ma non specifica se siano state prese decisioni sulla presenza dei curdo-siriani. “L’accordo che abbiamo raggiunto è importante, ma non è ancora abbastanza – ha aggiunto Erdogan – è fondamentale che tutte le parti interessate contribuiscano a trovare una soluzione politica permanente e accettabile per il popolo siriano”.
Nei giorni scorsi il presidente siriano Bashar Assad era salito a Sochi, la capitale diplomatica di Putin sul Mar Nero, per rendere omaggio all’uomo che gli ha salvato il regno e il posto. C’è ancora molto da fare prima di ottenere una vittoria completa sui terroristi», ha ammesso Putin. Ma ciò che conta per lui è annunciare che si torna a casa; avviare il ridimensionamento della missione in Siria mantenendo comunque la base navale di Tartous e quella aerea di Latakia. Nel frattempo, l’imperativo di un’uscita di scena di Assad sembra finito in disparte, anche se il leader siriano ha pochi margini di manovra: a Sochi non ha potuto far altro che cedere all’ospite la gestione del dopoguerra nel suo Paese.
E Putin ha iniziato a definirlo due giorni dopo - mercoledì - con gli altri due vincitori: il presidente turco Recep Tayyep Erdogan e l’iraniano Hassan Rohani. L’esito del conflitto li ha portati vicini, strana coppia a cui Putin è riuscito a strappare l’appoggio comune a un Congresso di “dialogo nazionale” che si svolgerà per l’appunto a Sochi, e che mira a riuscire dove americani ed europei finora hanno fallito: mettere di fronte il governo siriano e l’opposizione, fargli costruire la nuova Siria insieme dopo sei anni di massacri.
Dopo aver affiancato Turchia e Iran, convincere a collaborare quel che resta dell’opposizione ad Assad sarà la prova del nove per Putin che in qualche modo vuole strappare l’iniziativa alle Nazioni Unite, affiancandosi ai negoziati che riprenderanno a fine mese a Ginevra. Con il presidente russo parlano tutti: dopo aver visto Assad, Putin ha telefonato a Donald Trump e all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al re saudita Salman. Con ciascuno di loro Putin sottolinea gli interessi comuni, in particolare con l’Arabia che con Mosca sta gestendo una fase delicata di ripresa dei prezzi del petrolio: altro terreno dall’equilibrio scivoloso, dove anche il punto di vista di due grandi produttori come russi e arabi non sempre coincide. In Siria, Putin dovrà far coesistere il consolidamento di Teheran con il ridimensionamento di Riad, che ha armato l’opposizione ad Assad. La guerra starà finendo, ma la partita diplomatica inizia ora.
I vertici della repubblica islamica degli ayatollah, hanno dichiarato che la guerra al Califfato è vinta: un segnale che secondo loro può cominciare la spartizione in zone di influenza.
L’agenda però la dettano i russi, entrati in guerra a fianco di Damasco nel settembre 2015, mentre i turchi sono soddisfatti dalla presenza militare nel Nord della Siria in funzione anti-curda e Israele continuerà a occupare le alture del Golan conquistate nel 1967. Gli iraniani puntano a mantenere quell’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah che rende furibondi i sauditi e nervosi gli israeliani. Il casus belli è sempre questo da oltre tre decenni: la repubblica islamica sciita, persiana ed erede di un impero millenario.
Gli Stati Uniti con la Russia dovrebbero sancire questa spartizione dove convivono in un affollato condominio militare. L’accordo tra Putin e Trump (ieri i due presidenti hanno avuto un colloquio telefonico di circa un’ora) potrebbe essere il risultato della dichiarazione di Da Nang, al vertice asiatico dell’Apec, quando in un raro comunicato congiunto hanno affermato di concordare sull’«integrità della Siria e la sua sovranità». Quanto sarà integra e sovrana la Siria per la verità è nebuloso: i russi hanno insistito con Assad per fare un accordo con l’opposizione e chiudere la partita. Anche se è evidente che Mosca manterrà le basi in Siria e gli Usa un contingente militare, che pur vittorioso con i curdi siriani a Raqqa, appare vulnerabile per la presenza di Assad e delle milizie sciite. Mentre è fuori discussione che gli americani resteranno in Iraq, a maggioranza sciita e alleato dell’Iran, dove sono presenti le truppe di una dozzina di Paesi, Italia compresa.
Da questa ipotesi di spartizione vengono emarginate le monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che hanno sostenuto la guerra per procura contro Assad e l’Iran. Possono sperare in qualche compensazione nei negoziati dell’Onu ma sono briciole rispetto all’obiettivo che perseguono dal 1979, quando la rivoluzione di Khomeini fece fuori lo Scià in questa rivalità hanno investito 60 miliardi di dollari nella guerra di Saddam contro Teheran e molti altri ancora sostenendo i gruppi radicali sunniti e jihadisti. Non solo: Riad è impantanata in una guerra in Yemen che non riesce a vincere contro gli Houthi, la tribù sciita zaydita sostenuta da Teheran. Per i Saud, custodi della Mecca e riferimento di un miliardo e mezzo di musulmani, è quasi un’umiliazione.
Gli arabi del Golfo devono però lamentarsi con se stessi e i turchi: sono stati mollati da Erdogan, il quale dopo essersi proposto come il leader dei sunniti, appoggiando i Fratelli Musulmani in Egitto e la guerriglia contro Assad, ha fatto buon viso a cattivo gioco e, pur di sigillare le frontiere all’irredentismo curdo, ha abbandonato il campo occidentale della Nato e gli arabi per mettersi d’accordo con Putin e Teheran. Tutto questo è il risultato dei calcoli sbagliati degli arabi e degli occidentali: nel 1980 Saddam pensava di abbattere Khomeini, sostenuto dai soldi del Golfo, poi ha dovuto firmare una tregua sullo Shatt el Arab. Nel 2001 gli americani in Afghanistan credevano di mettere fine al terrorismo che invece è ancora una spina nel fianco anche dell’Europa. Nel 2003 gli Usa hanno fatto fuori Saddam e regalato all’Iran una vittoria strategica. Nel 2011 puntavano con Turchia e monarchie arabe a eliminare Assad e invece hanno riportato la Russia da protagonista in Medio Oriente.
Vediamo che le possibilità di pace o di nuove guerre si ponderano. Sono in gran parte legate alla capacità di Usa e Russia di tenere a bada i loro scalpitanti alleati nella regione. Ma dipendono anche da calcoli meno dignitosi rispetto alla necessità di stabilizzare una regione chiave per la sicurezza europea. Gli Usa - ma anche la Francia - sono condizionati da Israele e dalle forniture di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati: hanno innescato, in cambio di miliardi di dollari, una corsa agli armamenti senza freni. Basta scorrere i dati 2016 dei bilanci della difesa: Usa 611 miliardi di dollari, Cina 215, Russia 69, Arabia Saudita 64, Emirati 23, con solo 1,5 milioni di abitanti, Iran 12, con una popolazione di 80 milioni. Questo è un motivo molto significativo perché finita una guerra, un’altra potrebbe cominciare.
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mercoledì 4 ottobre 2017
Rohingya tra il Myanmar e Bangladesh
La leader birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha rotto il silenzio sulla questione dei Rohingya, la minoranza musulmana pesantemente discriminata nel Paese, e oggetto - secondo le Nazioni Unite - di un «chiaro caso di pulizia etnica». Dallo scorso mese oltre 400mila Rohingya, infatti, sono fuggiti in Bangladesh a seguito di violenze compiute dall’esercito di Rangoon, nel più totale silenzio delle istituzioni birmane. La leader birmana, dal canto suo , ha detto che «più della metà» dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya in Myanmar, non sono stati fatti oggetto di violenze, invitando i diplomatici riuniti a Naypyitaw a visitarli. San Suu Kyi ha dichiarato di non temere il giudizio internazionale sulla gestione della crisi ma nemmeno di «attribuire colpe o evadere le proprie responsabilità. Condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani e la violenza contro la legge», ha detto in un discorso trasmesso dalle tv nazionali.
L'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein, ha denunciato come "pulizia etnica da manuale". La prima versione di Aung San Suu kyi: "E' solo disinformazione" Aung San Suu Kyi, in una telefonata con il Presidente turco Erdogan nei giorni scorsi aveva denunciato la "disinformazione" sulla crisi dei Rohingya. La 'Lady', come è conosciuta dai birmani, aveva parlato di "pesante iceberg di disinformazione", che deforma il racconto di quel che sta accadendo. "Questo tipo di false informazioni è solo la parte più visibile di un enorme iceberg di disinformazione", ha detto la San Suu Kyi.
La voce più alta che si è levata contro la leader birmana è quella di un altro Nobel per la Pace. L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva infatti aspramente criticato la leader birmana per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya. "Ogni volta che leggo le notizie il mio cuore si spezza per le sofferenze del musulmani Rohingya in Myanmar", ha denunciato Malala, sopravvissuta miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani locali in Pakistan quando a soli 15 anni nel 2012 lottava per dell'educazione femminile. "Nel corso degli ultimi anni ho ripetutamente condannato questa trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia collega premio Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso", ha denunciato Malala, che conquistò il Nobel per la pace nel 2014. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa dalla giunta militare, è ormai dal 2016 ministro degli Esteri e Consigliere di Stato (carica creata apposta per lei) che la pone di fatto, sempre con il placet dei generali, alla guida dello Stato. Ma Suu Kyi, buddista, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i mussulmani.
«Abbiamo avuto un incontro produttivo sulla terribile situazione in Birmania, ma non vediamo ancora miglioramenti sul terreno e continuiamo ad avere segnalazioni di violenze e sofferenze», ha detto a tal proposito l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, dopo un incontro organizzato dalla Gran Bretagna a margine dell'Assemblea Generale a cui hanno partecipato anche funzionari del governo di Rangoon.
L’esodo dei Rohingya dal Myanmar al Bangladesh ha attirato l’attenzione della comunità internazionale dalle Nazioni Unite a Papa Francesco, ma chi sono i Rohingya?
La comunità Rohingya, minoranza etnica di fede musulmana che vive nello stato nord-occidentale di Rakhine, in Myanmar, custodisce gelosamente il suo nome e lo considera parte integrante della sua identità di minoranza perseguitata. I problemi dei Rohingya iniziano proprio dal loro nome che viene utilizzato da loro stessi e dalla comunità internazionale – Nazioni Unite comprese – ma non dal Myanmar che li definisce immigrati clandestini dal Bangladesh, ossia bengalesi. Ufficialmente, i Rohingya non vengono elencati tra le 135 “razze nazionali” elencate nella legge sulla cittadinanza del Myanmar, in vigore dal 1982. Si tratta di una legge che risale al periodo della dittatura militare del generale Ne Win, ma che non è mai stata aggiornata dai governi che lo hanno succeduto.
Il vero problema sociale dei Rohingya è quello di non essere considerati cittadini del Myanmar e di non godere dei diritti che la cittadinanza comporta. Nel paese esistono tre tipologie di cittadinanza: piena, associata e naturalizzata. Hanno diritto alla cittadinanza piena coloro le cui famiglie hanno vissuto nel paese da prima del 1823, sono cittadini associati coloro che hanno ottenuto la cittadinanza con la legge in materia del 1948. I naturalizzati sono coloro che vivevano nel paese da prima del 4 gennaio 1948, ma che hanno fatto domanda di cittadinanza dopo il 1982. Molti Rohingya non rientrano in nessuna delle tre categorie poiché non riescono a produrre le prove documentali necessarie per fare domanda di cittadinanza.
La campagna militare dell’esercito del Myanmar nello stato di Rakhine è iniziata nell’ottobre 2016, in seguito a una serie di attentati alle stazioni di polizia di confine perpetrati dall’ARSA, un’organizzazione terroristica islamista formata da militanti di etnia Rohingya. Per il popolo birmano quanto è accaduto nello stato di Rakhine rappresenta una lotta contro i terroristi estremisti islamici che si sono infiltrati in Myanmar e tentano di spaccare la società birmana per creare uno stato indipendente – a maggioranza islamica – a Rakhine.
Le tensioni tra i musulmani Rohingya e la maggioranza buddista del Myanmar risalgono al maggio 2012, quando una donna buddista è stata violentata e uccisa dai musulmani Rohingya, secondo le accuse. L’ incidente è stato seguito dall’uccisione di 10 musulmani Rohingya da parte di un gruppo di buddisti.
In questi giorni un gruppo di lavoro per pianificare il rimpatrio dei Rohingya. È l’accordo a cui sono giunti le autorità di Myanmar e Bangladesh.
Non è la prima volta che il Myanmar trova un accordo sul rimpatrio dei rifugiati con i Paesi confinanti. Ma il problema di base, che rimane irrisolto, è lo status dei Rohingya: privi di cittadinanza, vengono classificati e trattati alla stregua di immigrati clandestini.
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mercoledì 6 settembre 2017
Corea: sale la tensione tra Seul e Pyongyang rischio di una catastrofe globale
La sfida nucleare che la Corea del Nord ha lanciato alla comunità internazionale continua a inquietare. La marina della Corea del Sud ha compiuto delle esercitazioni militari con l’uso di fuoco reale, 48 ore dopo il test da parte di Pyongyang di una bomba all’idrogeno. L’obiettivo di Seul è quello di dissuadere il vicino settentrionale dal proseguire sulla strada delle provocazioni.
L’ultima esercitazione si è tenuta nel mar del Giappone ed ha coinvolto la fregata Gangwon, un pattugliatore e una nave lanciamissili. Intanto è stato abolito il limite di carico dei missili balistici sud coreani stabilito nel 2001 dagli Stati Uniti e dal governo di Seul.
Per decenni i cinesi hanno ripetuto che il rapporto con Nord Corea era come quello tra le labbra di una persona: «Se quelle superiori si allontanassero da quelle inferiori la bocca soffrirebbe il freddo». Ma da quando c’è Kim Jong-un al potere il freddo è arrivato.
La strategia militare sulla Corea del Nord rischia di portare a “una catastrofe planetaria”. Vladimir Putin avverte che non c‘è altra via che il dialogo per risolvere la crisi nucleare. “Mangeranno erba – dice il presidente russo – ma non fermeranno i loro programmi fintanto che non si sentiranno sicuri”.
“La Russia condanna questi test nordcoreani perché sono provocatori, ma l’imposizione di sanzioni più severe è inutile e inefficace”, aggiunge Putin. Favorevole alle sanzioni, invece, la Germania. Mentre il capo del Cremlino si prepara a incontrare il premier giapponese, Shinzo Abe, Angela Merkel delinea la strategia dell’Unione europea.
“Il fatto che la Corea del Nord sia a una certa distanza da noi non ci impedisce di chiedere una soluzione diplomatica. L’Europa ha una voce importante nel mondo e dobbiamo usare quella voce in questa situazione”, dice la Cancelliera tedesca.
I missili nordcoreani potrebbero essere in grado di raggiungere l'Europa «prima del previsto». Lo ha detto la ministra francese della Difesa, Florence Parly, nel corso di un intervento dinanzi ai militari a Tolone. «Lo scenario di una escalation verso un grande conflitto non può essere scartato», ha affermato la ministra, aggiungendo che «l'Europa rischia di essere alla portata dei missili di Kim Jong Un prima del previsto». Il presidente Trump ha detto con un tweet che sta armando Giappone e Sud Corea, i due Paesi alleati nell’area più direttamente minacciati, con strumenti militari altamente sofisticati made in Usa.
Intanto, secondo fonti di stampa sudcoreane, Pyongyang starebbe trasportando verso la costa occidentale un razzo che sembrerebbe essere un missile balistico intercontinentale (Icbm) cioè a lungo raggio. Gli spostamenti avverrebbero solo di notte per evitare la sorveglianza indiscreta dei satelliti spia, riporta l'Asia Business Daily, confermata da un deputato sudcoreano. Le operazioni sarebbero già iniziate. La circostanza non è stata confermata dai militari di Seul che, sempre ieri, hanno riferito però come Pyongyang sia in grado di lanciare un Icbm in qualsiasi momento.
L'intelligence di Seul, Nis, ha invece messo in guardia dai rischi di un nuovo test nucleare, anche in questo caso possibile in ogni momento, e di lanci di altri missili balistici intercontinentali individuando il 9 settembre, anniversario della fondazione dello Stato, e il 10 ottobre, giorno della nascita del Partito dei Lavoratori, come date sensibili. In un'audizione parlamentare, l'agenzia ha chiarito che l'analisi su due dei quattro tunnel del sito atomico di Punggye-ri mostrano «che una detonazione è sempre possibile».
Sul piano politico, la Cina e gli Stati Uniti non trovano un terreno comune da cui partire. I cinesi anzi attaccano l’idea di Trump di interrompere gli scambi commerciali con tutti i paesi che hanno rapporti con la Nord Corea, la Cina in primis ovviamente che definisce «inaccettabile» l’idea di Trump. Putin definisce invece le possibili nuove sanzioni pur pesantissime «inutili».
Il Consiglio di sicurezza Onu ha discusso la possibilità di nuove sanzioni che nelle parole della ambasciatrice Usa Nikki Haley «devono essere le più pesanti di sempre» . La stessa Haley ha detto che la NordCorea con quel test «ci implora di fare la guerra».
I test della Corea del Nord sono una “violazione flagrante” delle convenzioni, e Angela Merkel ha ribadito che un rafforzamento delle sanzioni contro il paese è «urgente e necessario». Il fatto che si tratti di un'area geograficamente molto lontana non evita all'Europa di fare la sua parte nel conflitto nordcoreano: «L'Europa ha una voce importante nel mondo, deve usarla» dice Merkel al Bundestag, e sottolineando che ci possa essere «solo una soluzione diplomatica e pacifica per la quale ci si deve impegnare con tutte le forze».
Come ha affermato molto chiaramente Serghej Rjabkov, il numero due della diplomazia russa, non vede in Pyongyang una minaccia nucleare per la Russia, malgrado la vicinanza. Il grande pericolo, per Mosca, è che l’acquisizione di capacità nucleari da parte del regime di Kim Jong-un conduca a una corsa all’atomica a Seul e a Tokyo. E prima ancora, allo schieramento in Corea del Sud e in Giappone dei detestati sistemi di difesa anti-missile forniti dagli Stati Uniti.
Questi sì, ha rimarcato Rjabkov, «potrebbero provocare un’esplosione» perché scardinerebbero gli equilibri militari nella regione. Ecco perché, malgrado il riconoscimento dello status nucleare a Pyongyang sia considerato «inaccettabile» dai russi, il loro dito non è puntato tanto su Kim - peraltro nipote di un maggiore dell’Armata rossa sovietica, il fondatore dello Stato nordcoreano Kim Il-sung - quanto sulla Casa Bianca. E sui «passi maldestri» che potrebbe compiere unilateralmente quando invece, ha detto ancora Rjabkov dal vertice dei Brics in Cina, «spetta a chi è più forte dimostrare equilibrio».
È in uno scenario estremamente complesso, fatto di intrecci di interessi e non di alleanze, che Vladimir Putin vorrebbe trasformare la crisi nordcoreana in un’opportunità di rilancio di Mosca come grande potenza anche in Asia-Pacifico. Cosa che naturalmente dà fastidio a Pechino, che da tempo ha preso il posto dell’Urss come punto di riferimento principale per Pyongyang: e tuttavia, almeno per il momento, le priorità di russi e cinesi in chiave anti-americana combaciano, raccolte in una roadmap che ha come punto di arrivo una penisola coreana denuclearizzata, e non certo il crollo di un regime che porti l’intera penisola sotto il controllo di Seul (e degli Usa).
«I problemi della regione dovrebbero essere risolti solo attraverso un dialogo diretto di tutte le parti», ripete Putin. Che si sta ritagliando il ruolo di grande mediatore, negli spazi lasciati aperti dalle oscillazioni di Washington. A cominciare da Seul: in settimana Putin vedrà Moon Jae-in, il presidente sudcoreano, proprio a Vladivostok.
Pyongyang minaccia di passare alla "controffensiva" in caso di nuove sanzioni con "conseguenze catastrofiche". In una dichiarazione del ministero degli Esteri divulgata dall'agenzia Kcna il regime nordcoreano annuncia: "risponderemo alle efferate sanzioni e pressioni degli Stati Uniti con il nostro personale modo di passare alla controffensiva e gli Stati Uniti dovranno essere considerati totalmente responsabili per le catastrofiche conseguenze che ne deriveranno".
giovedì 5 gennaio 2017
Stanislav Petrov: l' eroe dimenticato che salvò il mondo
Stanislav Evgrafovic Petrov è un militare sovietico, tenente colonnello dell’Armata Rossa durante la Guerra Fredda. È noto soprattutto per aver identificato nel 1983 un falso allarme missilistico e, contravvenendo al codice che gli avrebbe imposto di informarne i superiori e rispondere al presunto attacco, aver sventato così lo scoppio di un conflitto nucleare che avrebbe probabilmente assunto dimensioni mondiali. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti».
Il 26 settembre del 1983, al culmine della guerra fredda, Petrov era l’ufficiale di servizio al bunker Serpuchov 15, vicino a Mosca con il compito di monitorare il sistema satellitare posto a sorveglianza dei siti missilistici USA, interpretando e verificandone i dati, onde notificare ai suoi superiori un eventuale attacco nucleare contro l’URSS. Nel caso si fosse presentato un attacco, la strategia dell’Unione Sovietica era quella di lanciare immediatamente un contrattacco nucleare su vasta scala contro gli Stati Uniti, secondo la dottrina della distruzione mutua assicurata.
Alle 00:15 (ora di Mosca) il sistema satellitare diede l’allarme segnalando un missile lanciato dalla base di Malmstrom in Montana e in viaggio verso il territorio sovietico. Petrov – ritenendo inverosimile un attacco con un unico missile – pensò ad un errore del sistema e non segnalò ai suoi superiori l’accaduto, ma pochi minuti dopo il satellite segnalò – via via – altre quattro volte un uguale report per un totale di 5 missili nucleari potenzialmente in viaggio verso l’URSS; lanciare l’allarme – assecondando quanto riportato dal sistema – avrebbe potuto significare dar avvio alla risposta nucleare verso gli USA da parte Sovietica, ma Petrov – che conosceva bene le peculiarità del sistema satellitare sovietico OKO, e anche considerando quale incredibilmente esiguo l’attacco missilistico potenzialmente in corso rispetto alla dotazione statunitense – ritenne che si stesse trattando di una serie di errori, e alla fine delle analisi decise di segnalare il tutto ai superiori come un malfunzionamento del sistema, anziché un attacco nucleare dagli USA all’URSS; la decisione si rivelò giusta. Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi. Il gensek segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell'occasione a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.
Venne poi accertato che si trattava di un falso allarme dovuto ad una rara congiunzione astronomica tra la Terra, il Sole e il sistema satellitare OKO, coincidente con l’equinozio autunnale in corso. In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Pensava di venir premiato, e invece gli arrivò un richiamo: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema. E tutto venne insabbiato.
Petrov aveva interpretato i dati e gli ordini nel modo più esatto, con beneficio per tutto il pianeta; tuttavia tale evento metteva in pessima luce la tecnologia delle apparecchiature impegnate nel monitoraggio dei siti missilistici USA, e venne adeguatamente silenziato. In seguito il colonnello fu redarguito, ufficialmente per altre ragioni, e la sua carriera militare terminò con la pensione anticipata.
L’episodio che lo vide protagonista fu tenuto segreto a lungo, approdando all'opinione pubblica quasi 10 anni dopo, mentre Petrov si era nel frattempo ritirato a Frjazino, un piccolo villaggio vicino Mosca.
Nel 2004 l’Associazione Cittadini del Mondo, con base a San Francisco, gli ha consegnato un riconoscimento e un premio simbolico di mille dollari, uno tra i diversi encomi che nel tempo gli vennero giustamente conferiti.
Tuttavia egli afferma sempre di non considerarsi un eroe, di aver fatto ciò che gli sembrava più logico. I suoi superiori non la pensarono così: fu obbligato ad andare in pensione anticipatamente, ebbe un esaurimento nervoso per lo stress. La sua storia è venuta alla luce solo molti anni dopo, anche perché, come ama dire lui, “in fondo, ho deciso solo di non fare niente!”.
In onore del tenente colonnello Stanislav Evgrafovic Petrov l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha introdotto nel 2013 la Giornata Internazionale per l’eliminazione totale di tutte le armi nucleari, che viene celebrato ogni anno il 26 settembre.
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lunedì 2 gennaio 2017
Kim Jong-un: vicini a missili intercontinentali
Nel 2016 il Paese ha svolto più di 20 test missilistici, due dei quali con testate atomiche. Secondo esperti il 2017 è il “momento opportuno” per completare l’arsenale nucleare. Lo sviluppo da parte della Corea del Nord di missili a lungo raggio è in "fase finale", ha detto nel suo discorso di fine anno il leader nordcoreano Kim Jong-un, annunciando che lo sviluppo di missili a lungo raggio da parte di Pyongyang è in fase finale e di aver predisposto gli ultimi test per il lancio del primo missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari (ICBM).
Immediata la reazione della vicina rivale Corea del Sud nelle parole del suo Ministro per l’Unificazione, Jeong Joon-Hee: “La percezione è che la dichiarazione fatta da Kim Jong Un nel primo giorno dell’anno non offra nessuna nuova visione. Kim ha dimostrato ancora una volta la sua determinazione nel continuare con le provocazioni nucleari minacciando di avere un importante arsenale, di essere alla fase finale dei test per il lancio del primo missile balistico intercontinentale e di voler dare il via ad attacchi preventivi”.
Nel suo discorso di fine anno, infatti, Kim ha minacciato anche di aumentare la capacità militare del suo Paese se gli Stati Uniti non metteranno fine alle esercitazioni militari con la Corea del Sud.
Il leader nordcoreano ha anche spinto di nuovo gli Stati Uniti ad abolire la loro “anacronistica e ostile politica” nei confronti di Pyongyang. Da anni la Corea del Nord è soggetta a pesanti sanzioni imposte dalle Nazioni Unite a causa del programma nucleare e degli esperimenti missilistici fuori da ogni regola internazionale. Nonostante ciò, nel 2016 la Corea del Nord ha svolto più di 20 test missilistici, due dei quali con testate nucleari. Gli sforzi di Pyongyang, volti a miniaturizzare e diversificare il proprio arsenale missilistico, hanno anche l’obiettivo di sviluppare una tipologia di missile atomico a lungo raggio capace di percorrere migliaia di chilometri.
Thae Yong-ho è un ex diplomatico nordcoreano che lo scorso luglio è fuggito in Corea del Sud. Secondo lui, il 2017 rappresenta il “momento opportuno” per la Corea del Nord di portare a compimento il proprio arsenale atomico. Thae ritiene anche che Seoul e Washington non saranno più in grado di opporsi alle aspirazioni nucleari di Pyongyang a causa delle loro situazioni politiche interne.
Contro gli esperimenti di Pyongyang sono in vigore sanzioni dell’Onu rafforzate dopo l’ultimo test atomico condotto a settembre. Ad inizio dicembre, Giappone e la Corea del Sud a seguito degli ultimi test hanno chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare le sanzioni contro il regime in Corea del Nord. Il leader Kim Jong-un ha risposto alla decisione con una mega esercitazione militare in cui ha simulato un attacco a Seul e annunciato di avere tunnel in grado di portare 30mila soldati oltreconfine in appena un’ora.
Questa la risposta di Pyongyang, diramata attraverso l’agenzia di stampa del regime, che ha sottolineato come dal 1 dicembre scorso gli attacchi a Seoul e ad altre città ed isole considerati obiettivi militari siano stati simulati con l’impiego di numerose unità di artiglieria pesante.
Dopo il discorso, una folla di persone si è radunata in piazza Kim Il Sung per il tradizionale spettacolo di fuochi d'artificio, seguito nella mattinata del primo giorno dell'anno dal tradizionale saluto del popolo al Mansu Hill Grand Monument dove in tanti hanno deposto fiori ai piedi delle statue degli ultimi due presidenti della Corea del Nord.
sabato 24 dicembre 2016
L'Onu vota contro le colonie di Israele
Per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite l’America non ha usato il suo diritto di veto e non si è allineata a favore di Israele in una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. In questo caso la risoluzione era di condanna per gli insediamenti nei territori occupati, insediamenti definiti “illegali” e controproducenti per il negoziato di pace che si propone di creare due stati. Gli Stati Uniti si sono astenuti consentendo così il passaggio di fatto della risoluzione, la prima in 36 anni contro gli insediamenti israeliani, un esito senza precedenti sotto molti punti di vista.
L’ira di Israele - che aveva già definito «vergognosa» l’attesa mossa di Obama alla vigilia del voto - non si è fatta attendere, con l’ambasciatore presso il Palazzo di Vetro che ha parlato di «risoluzione scandalosa». Mentre l’annuncio dell’ astensione Usa da parte dell’ambasciatrice americana Samantha Power è stata accolta nella sala dei Quindici con un’ovazione: «Gli Stati Uniti - ha detto - non possono sostenere allo stesso tempo gli insediamenti israeliani e la soluzione dei due Stati, uno israeliano e uno palestinese».
Per Obama si tratta di una piccola rivincita dopo aver fallito nel favorire i negoziati tra israeliani e palestinesi, fin dal 2009 la sua priorità numero uno in politica estera. Con la decisione di dare carta bianca al segretario di stato John Kerry la cui missione era di portare a casa una storica pace. Così non è stato, anche a causa dei gelidi rapporti tra Obama e Netanyahu che hanno fatto precipitare le relazioni tra Usa e Israele ai minimi di sempre.
A distanza di poche ore sono stati altri quattro Paesi a ripresentare il testo (Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela). A quel punto i giochi erano fatti. La risoluzione è passata con 14 voti e l’astensione degli Usa. E dire che nel 2011 l’amministrazione Obama era invece ricorsa al veto contro una simile condanna della politica israeliana sulle colonie. Mentre ha posto il veto in Consiglio di sicurezza altre 40 volte su risoluzioni critiche verso Israele. L’unica astensione Usa che si ricordi risale all'amministrazione Bush nel 2009, quando gli Usa non posero il veto sui un testo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.
Dopo il voto, Donald Trump ha twittato: «Per quel che riguarda l’Onu, le cose andranno diversamente dopo il 20 gennaio».
«Israele respinge la risoluzione dell’Onu», definisce il voto del Consiglio di Sicurezza «vergognoso» e annuncia che non la rispetterà. Lo ha detto l’ufficio del premier Benyamin Netanyahu, citato dai media locali. Israele «respinge la risoluzione dell'Onu» sulle colonie e fa sapere che non la rispetterà. La vicenda comincia quando l'Egitto, membro a rotazione del consiglio di Sicurezza dell'ONU decide di presentare una mozione di condanna di Israele per nuovi insediamenti in particolare nei vecchi territori della Cisgiordania (West Bank). Negli anni Israele, contravvenendo secondo i paesi arabi ad accordi che facevano parte dei protocolli del processo di pace che garantivano lo status quo. «L’amministrazione Obama non solo ha fallito nel proteggere Israele dall'ossessione dell’Onu, ma ha collaborato con l’Onu alle sue spalle. Israele non vede l’ora di lavorare con il presidente Trump per arginare gli effetti di questa risoluzione assurda», conclude l’ufficio del premier.
Diametralmente opposte le parole del portavoce di Abu Mazen, secondo cui il voto del Consiglio di Sicurezza contro le colonie in Cisgiordania «rappresenta un grande schiaffo alla politica israeliana ed è un’unanime condanna internazionale delle colonie», oltre ad essere «un forte sostegno allo soluzione a due Stati».
Il Presidente Barack Obama frustrato dallo stato dei negoziati di pace, era determinato a chiudere la sua amministrazione con un messaggio negativo molto forte contro l'attuale governo israeliano e contro Israele anche se questo capita a meno di un mese dalla sua uscita dalla scena politica. C’è stata una spinta statunitense a riprendere in mano la risoluzione adottata a quel punto da altri membri a rotazione del Consiglio di Sicurezza, tra cui , la Nuova Zelanda, il Senegal, la Malesia e il Venezuela. Si è così verificata una improbabile alleanza diplomatica fra Washington e Caracas, il Presidente Maduro infatti ha ereditato il suo incarico da Chavez, nemico di sempre degli Stati Uniti e di Obama in particolare. Ma per la Casa Bianca era troppo importante lasciare questo messaggio forte come eredità dell'amministrazione Obama e bloccare allo stesso tempo il tentativo irrituale di un presidente eletto di interferire in una scelta politica dell'amministrazione ancora in carica.
Netanyahu ha richiamato per consultazioni gli ambasciatori in Senegal e Nuova Zelanda, due tra i paesi promotori della risoluzione Onu.
Il voto del Consiglio di Sicurezza contro le colonie in Cisgiordania "rappresenta un grande schiaffo alla politica israeliana ed è una unanime condanna internazionale delle colonie", oltre ad essere "un forte sostegno allo soluzione a due Stati". Lo ha detto il portavoce del presidente dell'autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, Nabil Abu Rudeineh, all'agenzia di stampa ufficiale Wafa.
È stato a quel punto, dopo la profonda irritazione americana e di altri paesi per l'intervento irrituale di Trump, che si è trovato il modo di ripresentarla. Alcuni senatori repubblicani a Washington, contrari all'azione di Obama, hanno anticipato che taglieranno fondi di cooperazione ai paesi che hanno ripresentato la risoluzione.
sabato 29 ottobre 2016
Crimea qual è la situazione oggi?
La penisola della Crimea, o più semplicemente Crimea, si trova a nord del Mar Nero e a sud dell’Ucraina. In questo territorio convivono 175 nazionalità (solo per fare un paragone, in Russia in totale vivono 193 popoli). Secondo un censimento del 2015, buona parte dei cittadini sono russi (un milione e mezzo, ovvero il 68%), seguiti da ucraini (344.500, 15,7%) e tatari di Crimea (232.300, 10,6%).
E’ stato un plebiscito annunciato e che nessuno può contestare: 1.233.002 persone, il 96,77% degli elettori della Repubblica autonoma di Crimea (dichiaratasi indipendente) hanno deciso di tornare con Santa Madre Russia, dalla quale in una notte di bagordi alcolici la aveva separata nel 1954 l’allora presidente (ucraino) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Nikita Krusciov. Visto questo precedente viene da chiedersi come mai nelle piazze della Crimea che festeggiavano la vittoria e la riannessione dopo 60 anni ci fossero, nel mare di bandiere tricolori russe, anche molte bandiere dell’Urss di kruscioviana memoria, e perché ancora di più bandiere rosse con la falce e martello e la stella ne sventolino e innalzino sui palazzi pubblici i russi delle regioni dell’Ucraina del sud-est.
A chi appartiene?
Secondo la legislazione russa, appartiene alla Federazione Russa. L’Ucraina e la comunità internazionale (il G7, la Nato e l’Unione Europea) ritengono però che la penisola faccia ancora parte dell’Ucraina. L’adesione della Crimea alla Russia è avvenuta dopo una serie di manifestazioni di massa a Kiev nell’inverno 2013-2014 (il cosiddetto Euromaidan), seguite dalla salita al potere dell’opposizione in parlamento e dalla cacciata del Presidente ucraino Viktor Yanukovich. La Crimea si è opposta al “cambiamento anticostituzionale del potere a Kiev” e si è staccata dall’Ucraina, condannando il sentimento antirusso nel Paese.
Le autorità della Crimea hanno adottato una Dichiarazione di indipendenza e organizzato un referendum, al termine del quale è risultato che il 95,6% degli abitanti ha votato per l’adesione della penisola alla Russia.
Perché molti Paesi considerano la Crimea parte dell’Ucraina?
Cento Paesi membri delle Nazioni Unite non riconoscono la legittimità del referendum della Crimea, sostenendo che esso violi la Costituzione ucraina. Secondo loro, nessuna decisione in merito alle frontiere ucraine può essere presa sulla base di un referendum nazionale. Secondo la legge ucraina, la Russia si sarebbe annessa un parte di territorio di uno Stato confinante. In segno di protesta, gli Usa e i Paesi dell’Unione Europea hanno introdotto delle sanzioni nei confronti di alcuni alti funzionari russi e contro alcuni settori dell’economia russa.
La Crimea ha sempre fatto parte dell’Ucraina?
La penisola è appartenuta alla Russia dal 1783 al 1954, prima che il governo sovietico decidesse di consegnarla alla Repubblica di Ucraina come “regalo” per l’anniversario dell’annessione dell’Ucraina alla Russia, avvenuta nel 1654. Per la maggior parte degli abitanti della Crimea, questa decisione all’epoca non aveva alcun tipo di conseguenza, poiché tutta la procedura era avvenuta all’interno dell’Unione Sovietica. Con la caduta dell’Urss e l’indipendenza dell’Ucraina, la Crimea è rimasta in suo possesso.
Cosa è successo con l’elettricità?
Dopo l’adesione alla Russia, la penisola ha subito un blackout. Tutto è partito con l’acqua: Kiev ha fermato i rifornimenti in Crimea (prima di allora, l’Ucraina copriva l’85% del fabbisogno di acqua potabile nella penisola).
Successivamente la Crimea è stata privata delle forniture e dei prodotti ucraini. I tatari di Crimea, gli attivisti ucraini e alcuni membri di un’organizzazione di estrema destra hanno bloccato le strade fra la Crimea e l’Ucraina, rendendo impossibile l’accesso ai camion che trasportavano cibo. Nel novembre 2015, la penisola si è vista costretta a dichiarare lo stato di emergenza a causa di un blocco di energia: alcuni individui non identificati, vicini alla parte ucraina, avrebbero fatto saltare le linee elettriche che alimentavano la penisola.
Oggi il problema dell’approvvigionamento di acqua è stato parzialmente risolto e anche il deficit alimentare, grazie ai prodotti russi, è stato ristabilito. Il 2 dicembre è stato avviato un ponte energetico con la regione di Krasnodar.
I sistemi di pagamento Visa e Mastercard nella penisola non funzionano a causa delle sanzioni e, al momento della stesura di questo articolo, tali carte potevano essere utilizzate solo se emesse da banche russe.
I russi sono contenti dell’adesione della Crimea?
Sì, anche se l’euforia per il ritorno della Crimea è logicamente calata in due anni: se nel 2014 la decisione era stata accolta positivamente dal 79% della popolazione, in un anno è calata al 69%, secondo il centro Levada. A livello generale, il consenso su questo tema regge ancora, sia a livello di governo, sia all’interno della società.
Si può circolare legalmente tra la Crimea e l’Ucraina?
I cittadini ucraini possono entrare in Crimea con il proprio passaporto. Kiev infatti considera che i confini non siano altro che una separazione amministrativa, e Mosca non ha introdotto limitazioni: tra i due Paesi esiste infatti un regime senza visti, così come già avveniva prima degli eventi che hanno interessato la Crimea.
Gli stranieri, invece, devono ricevere dai servizi ucraini per l’immigrazione un’autorizzazione particolare per recarsi in Crimea attraverso l’Ucraina e devono rientrare passando per lo stesso punto dal quale sono partiti.
Scambio di accuse fra i leader dei due Paesi. Kiev allerta le truppe. Mosca: "Azioni di terrorismo". Gli Usa: "Nessuna prova per le parole del Cremlino"
Torna a salire la tensione fra Mosca e Kiev, con scambi di accuse durissime fra i presidenti russo e ucraino Vladimir Putin e Petro Poroshenko. Il tutto accompagnato da movimenti di truppe sui confini dei due Stati. Al centro, di nuovo, la penisola di Crimea.
Della questione si occuperà il Consiglio di sicurezza dell'Onu che si riunisce d'urgenza su richiesta di Kiev. "Siamo pronti ad affrontare nuovi sviluppi provocatori e quando verrà superato un certo punto chiederemo la convocazione del Cds", aveva anticipato ieri l'ambasciatore ucraino all'Onu Volodymyr Yelchenko parlando ai giornalisti.
Sempre ieri era stato Vladimir Putin ad accusare l'Ucraina di aver tentato di effettuare un'incursione nella penisola di Crimea, annessa da Mosca dopo il controverso referendum del 16 marzo 2014. "Si tratta di una notizia estremamente preoccupante. Infatti i nostri servizi di sicurezza sono riusciti ad ostacolare un'incursione nel (nostro) territorio ad opera di una squadra di sabotatori del ministero della Difesa ucraino" aveva dichiarato il presidente russo accusando le autorità di Kiev di "agire come terroristi".
Per il servizio di sicurezza russo (Fsb) gli attentati "orchestrati dalla Direzione generale di intelligence del ministero della Difesa ucraino, avevano come obiettivo infrastrutture vitali per la penisola" di Crimea. "I terroristi - secondo i servizi russi - vogliono destabilizzare la situazione sociopolitica durante le elezioni federali e regionali" convocate per il prossimo 18 settembre".
Le accuse che Mosca rivolge a Kiev sono "fantasie" nonché "un pretesto per ulteriori minacce militari contro l'Ucraina", ha dichiarato ieri sera il presidente ucraino Petro Poroshenko. "La Russia accusa l'Ucraina di terrorismo nella Crimea occupata nello stesso modo insensato e cinico col quale sostiene che non ci sono truppe russe nel Donbass", ha aggiunto Poroshenko che oggi ha disposto "l'allerta massima", per prepararsi al combattimento, per tutte le unità militari al confine con la Crimea e nel Donbass. Ne ha dato notizia lo stesso Poroshenko su Twitter.
Putin ha riunito il consiglio di sicurezza russo e ha fatto sapere che "misure supplementari sono state discusse per la sicurezza dei cittadini e delle infrastrutture vitali in Crimea". I membri del Consiglio, ha riferito il Cremlino, "hanno studiato nel dettaglio gli scenari che riguardano le misure antiterrorismo per proteggere la frontiera terrestre, le acque territoriali e lo spazio aereo della Crimea". "Siamo pronti a tutto, anche ad una possibile invasione russa", ha detto alla France presse un alto responsabile dei servizi di sicurezza ucraini.
Gli Stati Uniti non hanno al momento alcuna prova che confermi le accuse russe di incursioni ucraine e di possibili attacchi terroristici in Crimea, ha scritto su Twitter l'ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, ricordando che "in passato la Russia ha spesso lanciato false accuse all'Ucraina per distogliere l'attenzione dalle proprie azioni illegali". L'ambasciatore ha poi escluso che le sanzioni americane contro Mosca per l'annessione della Crimea possano essere revocate se la penisola non tornerà sotto sovranità ucraina.
La marina russa prevede di tenere esercitazioni nel mar Nero per respingere attacchi da parte dei sabotatori. L'annuncio è stato dato dalle agenzie di stampa russe citando una nota del ministero della Difesa secondo cui le esercitazioni sono state previste per respingere un attacco sottomarino da parte di sabotatori via mare.
Secondo il portavoce delle guardie di frontiera di Kiev, Oleg Slobodian, negli ultimi giorni la Russia ha concentrato un numero maggiore di militari ben equipaggiati in Crimea nei pressi del confine de facto con l'Ucraina: "Queste truppe arrivano con equipaggiamenti moderni e ci sono unità d'assalto aereo", ha dichiarato Slobodian.
Il presidente ucraino ha avvertito di voler parlare direttamente con il presidente russo Vladimir Putin e con alcuni leader occidentali dopo l'aumento delle tensioni tra Kiev e Mosca. Poroshenko ha chiesto al suo ministro degli Esteri di organizzare conversazioni telefoniche con Putin e con i leader di Germania e Francia, con il vicepresidente Usa Joe Biden e con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.
Lo scontro di queste ore tra Mosca e Kiev è il più grave dai tempi dell'arrivo al potere di un governo filo occidentale in Ucraina al posto del presidente russo Viktor Ianoukovitch. Il conflitto ucraino ha già fatto più di 9.500 morti. Funzionari della Nato hanno fatto sapere che anche l'Alleanza atlantica è preoccupata per l'aumentare della tensione e sta monitorando la situazione da vicino.
L’esercito russo ha installato nella zona dei missili S-400, una mossa che rischia di aumentare la tensione con l’Ucraina, in un momento in cui diversi osservatori denunciano un’intensificazione degli scontri armati tra filorussi ed esercito ucraino. La Russia nei giorni scorsi ha accusato l’esercito di Kiev di aver ucciso due soldati russi in due operazioni avvenute nel weekend in Crimea.
La Crimea è persa per l’Ucraina perché non è mai stata sua, perché ospita la base della Flotta Russa del Mar Nero a Sebastopoli , una città dove il potere ucraino non è mai arrivato, perché sulle barricate di Kiev è ricomparso, appena schermato dalle bandiere dell’unione europea, lo spettro del nazismo ucraino, dell’eterno fascismo anti-russo incarnato dai militanti incappucciati di Svoboda e di Pravy Sektor e di altre milizie neo-nazi che, mentre la Crimea votava, organizzavano sanguinose provocazioni nelle regioni orientali russofone dell’Ucraina.
Queste cose le sa anche Barack Obama che in una telefonata con Putin ha detto che «Il referendum in Crimea viola la Costituzione ucraina», che è stata appena ripristinata dai vincitori della guerra civile di Kiev che hanno sostituito quella approvata dallo stesso Parlamento ucraino. La Crimea è perduta ed Obama quando disse che comunque esisteva ancora «Una via diplomatica per risolvere la crisi che permetterebbe di rispettare gli interessi della Russia e del popolo ucraino», più che ad un’impossibile ritorno indietro di Mosca sulla Crimea pensa probabilmente a come non far subire all’Ucraina la sorte della Yugoslavia, dove furono Washington, la Nato ed i suoi alleati europei (Italia compresa) a sbriciolare uno Stato federale sovrano (e poi la Serbia) nel nome della sovranità popolare e dell’appartenenza etnica.
Infatti Putin ha risposto ad Obama che «La tenuta del referendum in Crimea è conforme alle norme del diritto internazionale e della carta della Nazioni Unite e tiene conto del precedente del Kosovo». Mosca che si è battuta contro l’indipendenza del Kosovo che ancora non riconosce, la sbatte ora in faccia agli occidentali ricordandogli che, italiani compresi, hanno ancora truppe armate a controllare la situazione in un Paese strappato alla Serbia con un intervento militare diretto nel quale hanno combattuto contro l’esercito di un Paese sovrano.
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martedì 18 ottobre 2016
Riunione a Parigi il 20 ottobre sul futuro di Mosul
La Francia e l’Iraq hanno invitato una ventina di paesi, tra cui la Turchia e i paesi del Golfo, a “preparare il futuro politico di Mosul” dopo l’offensiva lanciata il 17 ottobre. L’esercito iracheno, i peshmerga curdi e le milizie sciite, sostenute da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, avrebbero già inflitto dure perdite ai jihadisti, che controllano Mosul dal giugno del 2014. Secondo l’Unicef più di mezzo milione di bambini è minacciato dai combattimenti in corso. Si stima che in totale i civili in pericolo siano un milione e mezzo.
Ritirandosi, l’Isis lascia terra bruciata. Dà fuoco ai campi di sterpaglia secca, facili da accendere, come ben sanno i contadini abituati a lavorare d’autunno. Incendia abitazioni, fattorie, distributori di benzina e piccoli carretti carichi di taniche di carburante sparsi nella campagna. Colonne di fumo nero si librano nel cielo.
L’orizzonte è offuscato, l’aria inquinata, si aggiunge sporco allo sporco. «Il fumo li nasconde ai droni e agli elicotteri della coalizione alleata. Sotto la sua protezione i jihadisti del Califfato piazzano le cariche esplosive, le mine anti-uomo, nascondono dietro i muri le loro auto kamikaze pronte lanciarsi contro le nostre colonne», dicono i soldati peshmerga (i battaglioni curdi nell’Iraq settentrionale), legandosi fazzoletti scuri attorno al viso. In alto sfrecciano i jet della coalizione guidata dagli americani, con una forte partecipazione canadese. A terra lo sferragliare dei tank, i tremolii del suolo al loro passaggio, l’eco di esplosioni e raffiche.
«Nessuno sa bene cosa avverrà della maggioranza sunnita della popolazione di Mosul. Quanti di loro stavano davvero con l’Isis? Quanti ne sono invece ostaggi o collaboratori riluttanti? In verità non lo sappiamo e tutto ciò costituisce una gigantesca ipoteca politica», ci dice una vecchia conoscenza tra i diplomatici occidentali che da anni lavorano a Erbil. Si ipotizza oltre un milione di profughi.
Vengono allestiti campi di tende. Il fatto che siano solo poche migliaia sino a ora è così spiegato: l’Isis minaccia di uccidere chiunque cerchi di fuggire. Propaganda e classica confusione delle notizie in guerra vanno a braccetto. Sostiene in modo sorprendentemente diretto Ahmed Meithan, sergente 26enne della Al Furqa al Dhabbiah, traducibile come «L’Unità Dorata», il fior fiore delle forze speciali irachene, mandate specificamente dai comandi di Bagdad per mettersi alla testa delle colonne che prenderanno il centro della città. «Sono oltre tre mesi che ci addestriamo per questo compito.
Abbiamo unità simili alla nostra anche a sud e ad est. Militari curdi, milizie sunnite e soprattutto milizie sciite dovranno evitare di entrare nel cuore di Mosul. Lo faremo invece noi, che siamo soldati iracheni, sciiti o sunniti non importa, abbiamo ordini precisi per risparmiare la popolazione ed evitare scontri settari», spiega Meithan. Con un’aggiunta: «Al momento il nostro attacco a tenaglia mira a guadagnare territorio e isolare Mosul. In meno di due giorni abbiamo liberato una ventina di villaggi, molti dei quali curdi. Ci stiamo avvicinando a quelli cristiani. Ma, una volta dentro Mosul città, la sfida sarà più politica che militare. Dovremo guadagnarci la fiducia della popolazione. E sarà molto complicato. Ci sono partiti, minoranze, interessi diversi ed opposti in gioco».
Secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati le persone in fuga da Mosul potrebbero arrivare a 100.000. Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi. Gli sciiti iracheni protestano contro la partecipazione dell'esercito turco alla battaglia di Mosul. La Croce Rossa Internazionale teme l'uso di armi chimiche .
Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi Secondo il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian i combattimenti per strappare Mosul alle milizie dello Stato Islamico potrebbero anche durare mesi: "potrebbe essere una battaglia lunga, non è una guerra-lampo, un blitzkrieg", ha avvertito Le Drian, che martedì prossimo ospiterà a Parigi un vertice con dodici pari grado di altrettanti Paesi facenti parte della coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Usa. "E' una faccenda di lunga durata, destinata a durare parecchie settimane, forse mesi", ha aggiunto il ministro francese, riprendendo le parole pronunciate ieri dal comandante della coalizione, il generale americano Stephen Townsend.
Intanto a Baghdad migliaia di seguaci del religioso sciita iracheno Muqtada al-Sadr si sono radunati davanti all'ambasciata turca per protestare contro l'intervento di Ankara negli affari interni dell'Iraq e la presenza delle truppe turche nel Paese. Lo sceicco Ali al-Saadi, uno degli organizzatori, ha riferito che i manifestanti hanno intonato degli slogan contro Ankara a cui è stato richiesto più volte di ritirare le sue truppe dalla base di Bashiqa, 14 chilometri a nord della città di Mosul. Il governo iracheno ha più volte chiesto alla Turchia di ritirare le sue truppe da Bashiqa, dove militari turchi formano le milizie sunnite locali. Ankara ha però rifiutato categoricamente di ritirare il contingente, dichiarando che la sua è una missione volta all'addestramento e non a combattere, malgrado la presenza di carri armati e blindati. La protesta di oggi coincide con la notizia, diffusa dal primo ministro turco Binali Yildirim, sulla partecipazione dell'aviazione turca nei raid della coalizione internazionale impegnata nella liberazione di Mosul, roccaforte dell'Isis in Iraq.
In un ulteriore sviluppo la Croce Rossa internazionale ha comunicato di temere l'uso di armi chimiche nella battaglia per Mosul e di essersi preparata a questa evenienza. "Non possiamo escludere l'uso di armi chimiche" nella battaglia per liberare Mosul dal sedicente Stato Islamico (Is), ha ammesso Robert Mardini del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc). Incontrando i giornalisti, Mardini ha spiegato che l'Icrc si sta preparando i propri operatori sanitari e sta inviando equipaggiamento alle strutture sanitarie vicino a Mosul "in modo che possano trattare casi di persone contaminate e provvedere alla decontaminazione".
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martedì 27 settembre 2016
Accordo di pace tra la Colombia e le Farc
L’intesa, che mette fine a una guerra civile cominciata nel 1964, è stata siglata dal capo delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia Rodrigo Londoño, detto Timochenko, e il Presidente Juan Manuel Santos.
Nel corso di una grande cerimonia, avvenuta a Cartagena - la città del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez e tutt'e due hanno usato l'immagine delle farfalle gialle che incarnavano l'amore di Mauricio Babilonia, uno dei personaggi di "cent'anni di solitudine", come metafora della speranza per il futuro del paese.
Alla presenza del segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon, a cui hanno partecipato più di 2.500 invitati. Il presidente Santos e il comandante delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), Londoño, detto Timochenko, hanno sottoscritto un documento che “porterà alla costruzione di una pace stabile e duratura”. L’accordo sarà sottoposto a referendum il 2 ottobre.
Il testo dell'intesa è stato sottoscritto con un "baligrafo", cioè una pallottola (bala) trasformata in penna stilografica, gesti simbolici di questo tipo hanno segnato la breve cerimonia. In una scenografia interamente bianca Santos, accompagnato da due bambini, ha aperto una "porta del futuro" per fare salire sul podio i negoziatori dell'accordo e i capi di stato invitati per la storica occasione.
Da parte sua, Timochenko ha offerto una dichiarazione senza precedenti, chiedendo perdono a nome delle Farc "a tutte le vittime, per tutto il dolore che abbiamo causato con questa guerra". Durante il suo discorso, il leader guerrigliero è stato interrotto dal passaggio di una pattuglia di esibizione dell'aeronautica e, guardando in aria, ha commentato con un sorriso: "questa volta vengono a celebrare la pace, non a buttarci addosso le bombe".
Sottolineando che l'accordo di pace colombiano deve servire come esempio per la soluzione di tutti i conflitti del mondo, il capo delle Farc ha lanciato un appello a favore di una trattativa di pace per porre fine alla guerra in Siria, e al conflitto fra israeliani e palestinesi.
L'unico oratore nella cerimonia, oltre ai due firmatari dell'accordo, è stato il segretario generale delle nazioni unite, Ban Ki-Moon, che ha dichiarato ufficialmente aperto il monitoraggio ONU dell'implementazione dell'intesa, commentando che considerava un onore essere presente "nel momento in cui un popolo ha deciso di cominciare a sanare le sue ferite".
Forse il momento più emozionante della cerimonia è stato l'intervento di un coro di donne della comunità afro di bojayà, nel nordest del paese, scenario di una strage di civili nel 2002, durante uno scontro fra le Farc e gruppi paramilitari, nella quale morirono un centinaio di persone, uccise da una bomba lanciata dai guerriglieri dentro a una chiesa. Da allora, le donne di Bojayà, sempre vestite di nero, cantavano il lamento per i loro parenti uccisi. Oggi, per la prima volta vestite di bianco, hanno cantato a cappella per celebrare la pace.
mercoledì 21 settembre 2016
Obama, ultimo discorso all'ONU: il mondo deve cambiare rotta
No ai muri. No ai populismi e ai nazionalismi. E soprattutto no al mito degli uomini forti. "In otto anni abbiamo compiuto enormi progressi. Non sarebbe stato possibile se non avessimo lavorato insieme", dice Barack Obama rivolgendosi per l'ultima volta all'Assemblea generale dell'Onu. "Sono davanti a voi per l'ultima volta". Nel suo discorso anche un appello sui migranti. Poi l'attacco a Putin: "Cerca la gloria attraverso la forza".
Obama apre così il suo intervento. Nel ricapitolare i "progressi" compiuti negli anni in cui è stato presidente, ricorda la crisi finanziaria e come dopo questa "abbiamo evitato la catastrofe".
Il mondo è a un bivio "Il mondo oggi si trova davanti a una scelta: o andare avanti o tornare indietro. E noi dobbiamo andare avanti", ha detto il presidente Usa sottolineando la necessità di rafforzare la fiducia dei popoli. Perché "è più difficile governare se la gente perde la fiducia".
Mosca "cerca la gloria con l'uso della forza" "Abbiamo visto la Russia cercare di ottenere la gloria perduta con l'uso della forza", ma il mondo è troppo piccolo per far risorgere "le vecchie mentalità". "Lo abbiamo visto in Medio Oriente, dove i leader perseguono gli oppositori politici o le minoranze. E questo ha aiutato a far crescere l'Isis", sostiene il capo della Casa Bianca.
"Respingere fondamentalismo, razzismo, autoritarismo" "Dobbiamo correggere la globalizzazione, ma no ai nazionalismi e ai populismi", è l'appello lanciato da Obama. "Un Paese circondato dai muri - ha aggiunto - imprigionerebbe se stesso". "No agli uomini forti e a modelli di società guidate dall'alto. La democrazia resta il vero percorso da compiere. E la strada verso la vera democrazia è meglio dell'autoritarismo". ''Dobbiamo respingere qualsiasi forma di razzismo, fondamentalismo e di idee superiorità di razza. Bisogna abbracciare la tolleranza e il rispetto di tutti gli esseri umani e di tutte le culture''.
La critica a Israele "La diplomazia è la vera chiave per fermare la violenza", dice ancora Obama, facendo l'esempio di Israele. "Non si può affermare la propria leadership sminuendo gli altri. Israele sa che non può occupare in via permanente la terra palestinese". Obama ha poi parlato della necessità di lavorare sulla democrazia, «vera chiave per fermare la violenza», facendo l’esempio di Israele. E spiegando che entrambe le parti trarrebbero vantaggio se Israele riconoscesse che non può occupare in modo permanente il territorio palestinese. «Non si può affermare la propria leadership sminuendo gli altri. Israele sa che non può occupare in via permanente la terra palestinese» ha precisato parlando alla 71ma Assemblea Onu.
L’accordo sui rifugiati ''Dobbiamo fare di più per aiutare i rifugiati''. E' l'appello che Barack Obama lancia dall'Assemblea generale dell'Onu. ''Dobbiamo aprire i nostri cuori per accogliere i rifugiati nelle nostre case". "Ci sono tante nazioni che stanno facendo la cosa giusta ma molte nazioni, specialmente quelle benedette dalla loro ricchezza e dalla loro posizione geografica, devono fare di più". Obama ha annunciato l’accordo tra le oltre 50 nazioni che partecipano al Summit. «Verrà raddoppiata l’accoglienza dei profughi arrivando ad accoglierne 360 mila» ha detto il presidente Usa parlando del reinsediamento dei rifugiati.
Corea del Nord "terra desolata" La Corea del Nord è una "terra desolata" afferma Obama. "C'è un forte contrasto fra il successo della Corea del Sud e la terra desolata della Corea del Nord, che mostra come l'economia controllata dalla Stato è una strada senza uscita.
Obama ha ripetuto che negli ultimi otto anni sono stati raggiunti molti risultati, ma che gli Usa non possono essere i gendarmi del mondo. Solo la collaborazione fra gli Stati potrà davvero portare a un miglioramento globale della vita delle persone.
Invita tutti, poi, a non cedere al pessimismo e al cinismo di fronte alle difficoltà. Perché se è vero che la globalizzazione va corretta questo va fatto andando avanti: "Il mondo oggi è di fronte a una scelta, e il rischio è che si possa tornare indietro". Ecco di nuovo lo spettro dei muri, il termine più usato da Obama nel suo intervento. Un lungo applauso lo saluta. Il prossimo anno dal palco dell'Assemblea generale dell'Onu sarà la volta di Hillary Clinton o di Donald Trump.
martedì 30 agosto 2016
L'Alto Commissario ONU per i diritti umani ai comuni francesi: "revocate il divieto di burkini"
Il Consiglio di Stato francese si è pronunciato contro il provvedimento anti-burkini di Villeneuve-Loubet, uno dei circa 30 comuni francesi che avevano vietato di indossare sulle spiagge il costume integrale islamico.
Per i giudici del supremo tribunale amministrativo le ordinanze contro il burkini in spiaggia sono "gravemente e chiaramente illegali" poiché "vìolano le libertà fondamentali di movimento, la libertà di fede religiosa e la libertà personale".
L'Onu "accoglie con favore" la decisione del Consiglio di Stato in Francia che ha sospeso il divieto di indossare il burkini. "Le persone che indossano il burkini non possono essere ritenute responsabili per le reazioni violente od ostili di altri", afferma il portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Rupert Colville.
L'Alto commissariato Onu per i diritti umani chiede ai Comuni francesi in cui è in vigore il divieto del burkini di revocarlo immediatamente, in base alla sentenza del Consiglio di Stato francese di venerdì 26 agosto, che ha sospeso il provvedimento nel Comune di Villeneuve-Loubet, sulla Costa azzurra. "Chiediamo a tutte le autorità locali che hanno adottato divieti simili di revocarli immediatamente", ha detto il portavoce dell'ufficio Onu per i diritti umani, Rupert Colville.
Il 26 agosto il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, tramite il suo portavoce Stephane Dujarric aveva espresso la sua soddisfazione per la decisione del Consiglio di Stato francese. La polemica è esplosa in Francia all'inizio di agosto, quando per prima Cannes ha introdotto il divieto di indossare il burkini sulle sue spiagge. Altri Comuni hanno poi seguito l'iniziativa di Cannes, introducendo lo stesso divieto. Venerdì il Consiglio di Stato francese ha appunto revocato il divieto introdotto da uno di questi Comuni, Villeneuve Loubet, sulla Costa azzurra.
Ma in risposta il sindaco di Villeneuve-Loubet, Lionnel Luca, ha annunciato che non ritirerà il divieto anti burkini e anzi ha anticipato che al rientro in Parlamento presenterà una proposta di legge per vietare il burkini. Domenica il ministro dell'Interno francese, Bernard Cazeneuve, in un'intervista al quotidiano La Croix, ha detto che il governo francese si rifiuta di legiferare sull'uso del burkini perché una legge per introdurre un divieto di portare questo tipo di costume sarebbe "incostituzionale e inefficace". E ieri l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy ha promesso che, se verrà rieletto alla presidenza, cambierà la Costituzione per introdurre un divieto nazionale di usare il burkini.
La decisione, presa dai tre giudici del collegio esaminante, dispone l'annullamento dell'ordinanza del Tar di Nizza che convalidava quella del comune della Costa azzurra.
Negli altri comuni che hanno adottato la stessa decisione i divieti restano in vigore fin quando non saranno contestati davanti alla giustizia. La presa di posizione di oggi farà ovviamente giurisprudenza e le ordinanze di divieto potranno essere tutte annullate.
Nei giorni scorsi aveva fatto scalpore una serie di immagini scattate in una spiaggia francese dove dei poliziotti ordinavano a una bagnante con burkini di spogliarsi. La polemica sul costume inventato in Australia da una stilista ha assunto proporzioni planetarie.
Proprio in queste ore l'ex presidente Nicholas Sarkozy ha promesso che in caso venisse rieletto l'anno prossimo estenderà il divieto di burkini in tutte le spiagge francesi. In questo momento, infatti, il costume coprente utilizzato quasi esclusivamente dalle donne musulmane è vietato in 30 comuni rivieraschi della Francia. Il primo ministro Manuel Valls aveva dichiarato nei giorni scorsi di essere d'accordo con il divieto definendo il burkini "incompatibile con i valori" francesi.
"Giusta decisione contro norma che confonde vittime e colpevoli e promuove l'umiliazione pubblica", ha commentato il portavoce italiano di Amnesty International, Riccardo Noury.
domenica 21 agosto 2016
Massacro di Speicher: condanne a morte di 36 jihadisti
Erano stati condannati per il cosiddetto “massacro di Speicher” rivendicato dal gruppo Stato islamico: nel giugno 2014 sono state uccise circa 1.700 reclute dell’esercito iracheno, catturate nella base militare di Camp Speicher, vicino Tikrit: i corpi delle vittime, uccise con un colpo alla nuca, furono spinti nel fiume Tigri.
Il 18 febbraio scorso il Tribunale penale centrale iracheno ha condannato a morte 40 persone per coinvolgimento nel massacro di Camp Speicher. Lo scorso 8 luglio il Consiglio giudiziario supremo iracheno ha comminato la pena di morte a 24 detenuti accusati di aver partecipato alla strage. Il massacro di Camp Speicher risale al 12 giugno del 2014. Nella base militare Usa sono state uccise dallo Stato islamico (Is), prevalentemente a colpi di arma da fuoco.
Trentasei jihadisti, condannati per il "massacro di Speicher" del 2014, sono stati giustiziati in un carcere iracheno, dopo che la settimana scorsa il presidente della Repubblica Fuad Masum aveva autorizzato le esecuzioni: lo hanno reso noto fonti governative di Baghdad.
Per mesi la città natale di Saddam Hussein era finita nella mani del Califfato e all'indomani della sua riconquista delle truppe di liberazione emersero le atrocità compiute dai militanti jihadisti durante l'occupazione. E proprio a Tikrit era stato ucciso dalle forze regolari Ibrahim Sabawi Hassan, il nipote di Saddam diventato comandante dell'Is.
Una settimana dopo l'inizio dell'offensiva, il 12 giugno 2014 numerose reclute abbandonarono la base aerea di Camp Speicher, precedentemente sotto il controllo delle forze armate statunitensi e attualmente in uso all'aeronautica militare irachena. Nei giorni successivi vennero diffusi resoconti riguardanti l'uccisione di circa 1700 tra queste reclute. Essi vennero uccisi a colpi di arma da fuoco in esecuzioni di massa da parte dei miliziani dell'Isis. La strage suscitò ampia indignazione e fosse comuni vennero rinvenute un anno dopo.
Il massacro di Camp Speicher è stato documentato anche dall’ONU, che in un rapporto ha messo in evidenza che «un numero tra 1.500 e 1.700 soldati iracheni di Camp Speicher sono stati sommariamente uccisi il 12 giugno dall’ISIS».
I sopravvissuti al massacro – la maggior parte dei quali si sono salvati fingendosi morti – hanno raccontato che i miliziani dell’ISIS fecero marciare i soldati verso il palazzo presidenziale, dicendo loro che una volta portato a termine uno scambio di prigionieri sarebbero stati liberati. Poi però furono separati in gruppi più piccoli, gli sciiti furono separati dai sunniti, furono fatti incolonnare e poi uccisi. I video delle uccisioni furono poi pubblicati online. Ci vorranno settimane o mesi per riesumare tutti i corpi.
giovedì 11 agosto 2016
«Aleppo è allo stremo, manca tutto dall'acqua al sangue per le trasfusioni»
Ad Aleppo la popolazione agonizza sotto i bombardamenti dell’ultima settimana che stanno riducendo la città allo stremo: “Siamo intrappolati in casa, non c’è via di fuga e non possiamo muoverci. Sta iniziando a mancare tutto, e da quattro giorni non c’è più acqua”. Il grido di dolore proviene dallo staff siriano di Gvc,l’unica associazione italiana presente nella città mediorientale straziata dalla guerra civile: qui, fra mille difficoltà, una squadra di cinque volontari che ne coordinano altre decine fanno formazione rivolta agli insegnanti, oltre a intervenire nella riparazione dei pozzi d’acqua e a fornire taniche e cisterne.
La città siriana di Aleppo è stata nuovamente colpita da un attacco chimico, probabilmente a base di cloro, che se confermato costituirebbe un crimine di guerra oltre che un allarmante segnale dell'intensificato uso, da parte del governo siriano, delle armi chimiche contro la popolazione civile. L'attacco, avvenuto ad al-Zibdiye, un quartiere controllato dai gruppi armati che si oppongono al governo di Damasco, è il terzo portato a termine nel giro di due settimane nel nord della Siria. Le persone morte sono almeno quattro. Amnesty International ha avuto conferma del ricovero di almeno 60 persone, tra cui 40 bambini, con sintomi caratteristici di un attacco col cloro.
Sì, perché una delle tante emergenze riguarda i 2-300mila bambini (solo ad Aleppo, in tutta la Siria sono alcuni milioni) che da alcuni anni non riescono ad andare a scuola: “I nostri volontari lavorano alla costruzione di punti studio e alla formazione dei professori – spiega Dina Taddia, presidente di Gvc Italia, ong bolognese – Ci sono bambini che da cinque anni sono impossibilitati a seguire studi normali e che necessitano anche di aiuto psicologico, perché soffrono di disturbi etichettati come post-traumatic stress desorders, quelli provocati dal fatto di rimanere chiusi in casa per giorni mentre intorno cadono le bombe.
Condizioni estreme, aggravate dalla mancanza di cibo e di acqua, che portano a problemi del sonno e a sofferenze psicologiche di varia natura e gravità”. Il quadro apocalittico di una città da due milioni di abitanti dove si affrontano quattro fazioni armate – le truppe governative, le milizie di Al Nusra, di Free Syrian Army e dell’Isis – negli ultimi giorni si è ulteriormente aggravato: “Aleppo è circondata ed è diventata una trappola mortale per la popolazione civile sotto assedio – aggiungono i responsabili di Gvc -. I nostri colleghi ci raccontano che non possono muoversi nelle aree ad ovest dove sono sempre andati, come ad Al Hamadaniah, dove risiede il maggior numero di rifugiati interni, a causa dei colpi e del fumo dei pneumatici bruciati per nascondere gli obiettivi. Non ci sono carne, frutta né carburante. I prezzi di quel poco che c’è sono alle stelle”.
Per portare un minimo di sollievo alla gente, ripristinando almeno le forniture d’acqua ed elettricità, servirebbe ben di più delle tre ore di cessate il fuoco concordate da ieri mattina, fra le 10 e le 13: “Abbiamo sentito i nostri collaboratori ad Aleppo, non riescono ad uscire di casa per il fumo dei bombardamenti e dei pneumatici bruciati – dice la Taddia -. Il cessate il fuoco, è del tutto insufficiente per ripristinare le forniture d’acqua, intervenendo sugli impianti elettrici o a gasolio. Ci vogliono almeno 48 ore di tregua, per questo ci uniamo all'appello dell’Onu: è il minimo indispensabile, in tre ore non si riesce neanche ad arrivare nel centro della città”.
Gli aiuti di Gvc alla popolazione assetata si sono tradotti nella distribuzione di 61mila taniche, straordinariamente preziose in una situazione del genere, e nell'installazione di 75 cisterne da cinquemila litri per lo stoccaggio dell’acqua. Ora però bisogna fare presto: “Se le reti idroelettriche non verranno rimesse in uso rapidamente, le conseguenze per la popolazione saranno catastrofiche. Soprattutto i bambini sono a grave rischio di malattie infettive, specialmente con l’aumento delle temperature estive”.
Le Nazioni unite hanno aperto un’indagine dopo che i ribelli hanno accusato il regime di Assad di aver fatto un attacco con il cloro contro le forze di opposizione ad Aleppo, causando quattro morti e diversi feriti. L’inviato dell’Onu in Siria ha dichiarato che, se l’uso del cloro venisse confermato, si tratterebbe di “un crimine di guerra”. L’attacco sarebbe confermato anche da un video ottenuto dalla Bbc.
Un medico di Aleppo ha riferito ad Amnesty International che tutti i ricoverati presentavano gli stessi sintomi (difficoltà di respirazione e tosse) e che l'odore di cloro sui loro vestiti era evidente. Secondo il medico, se gli attacchi proseguiranno le scorte di medicinali sono destinate a esaurirsi rapidamente. L'attacco ha avuto luogo poco prima che la Russia annunciasse tre ore al giorno di cessate il fuoco per consentire l'ingresso di aiuti umanitari in alcune zone di Aleppo ove ce n'è disperato bisogno. "Chiediamo l'immediata cessazione dei raid aerei sugli obiettivi civili di Aleppo. Gli attacchi chimici e altri crimini di guerra devono finire. Chiediamo inoltre che gli aiuti possano arrivare senza incontrare ostacoli alle decine di migliaia di persone intrappolate nella zona orientale della città" - ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Tre ore al giorno sono del tutto insufficienti per far arrivare gli aiuti, data la dimensione della crisi umanitaria in corso, i pericoli lungo il percorso e il tempo necessario per la consegna", ha commentato Mughrabi. Il 1° agosto due barili bomba presumibilmente contenenti cloro erano stati sganciati sulla città di Saraqeb, nella provincia di Idlib, causando danni ad almeno 28 civili. Secondo fonti di stampa, un altro attacco chimico sarebbe avvenuto il 2 agosto ad Aleppo.
Esattamente un anno fa il Consiglio di sicurezza aveva disposto, con una risoluzione, un'indagine per individuare l'origine e i responsabili degli attacchi chimici in Siria. La Russia è disposta a discutere un allungamento della "pausa umanitaria" di tre ore proposta nella zona di Aleppo per permettere la consegna degli aiuti umanitari alla città assediata: lo hanno reso noto le Nazioni Unite, che avevano invece chiesto una tregua di 48 ore. "Tre ore non sono sufficienti: i russi ci hanno ascoltato e sono pronti a discutere per migliorare la loro proposta originale", ha spiegato l'inviato dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura. Il responsabile delle operazioni umanitarie dell'Onu, Stephen O'Brien, aveva dichiarato ieri che "per poter soddisfare i bisogni umanitari alla scala necessaria servirebbero due diversi corridoi e circa 48 ore per poter far entrare un numero sufficiente di camion".
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mercoledì 29 giugno 2016
ONU: per il Consiglio di sicurezza accordo tra Italia e Olanda
Compromesso raggiunto alle Nazioni Unite tra Italia e Olanda che propongono di dividersi un anno per uno il seggio come membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri olandese Bert Koenders, dopo l’accordo raggiunto con l’italiano Paolo Gentiloni.
L’intesa - che ha precedenti rarissimi - è stata raggiunta dopo cinque “fumate nere”, infatti il seggio diviso tra due paesi è una evenienza rarissima: è successo la prima volta nel 1955 con Jugoslavia e Filippine e pochissime altre volte.
L’Olanda ha tenuto duro fino a tarda notte quando l’esito della partita restava ancora incerto. Un confronto difficile, denso di incertezze e costellato di accordi dietro le quinte fin dalla prima mattinata, quando i tre concorrenti, Italia, Svezia e Olanda per i due seggi destinati all’Europa occidentale si sono presentati all’Assemblea generale dell’Onu riunita in seduta plenaria per un voto che riguardava anche altre geografiche.
Al primo turno, la Svezia, che vanta grandi tradizioni alle Nazioni Unite, ha ottenuto 134 voti, molto al di sopra dei 127 necessari per il quorum. Fonti diplomatiche dicono che ha molto aiutato l’avere al Palazzo di Vetro il numero il numero due della prima organizzazione multilaterale al mondo, Jan Eliasson, vice di Ban Ki-moon. In quel voto l’Italia ha avuto 113 voti e l’Olanda 123.
Per i capi delegazione chiamati al voto la scelta non è stata facile anche alla luce del ruolo significativo rivendicato da entrambi i Paesi. L’Olanda è un Paese che ha dedicato negli ultimi anni molti più fondi di quanto non abbiamo fatto noi alla cooperazione, questo le ha consentito di intessere stretti rapporti con numerosi Paesi in via di sviluppo. L’Italia invece è il settimo contributore in termini di fondi alle Nazioni Unite ed è il primo fra i paesi europei per partecipazione alle missioni di peacekeeping e di addestramento. Inoltre il nostro Paese mancava da dieci anni dal Consiglio, pur vantando una forte esperienza al suo interno sulla base di sei mandati ottenuti in passato. Infine, dopo Brexit vi è la necessità di riaffermare l’importanza del multilateralismo e potrebbe anche riaprirsi la battaglia per la riforma del Consiglio, fronte su cui l’Italia ha giocato partite importanti.
Ad attendere il risultato all'interno dell'aula, insieme all'ambasciatore Sebastiano Cardi, c'era anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che negli ultimi mesi ha portato avanti una decisa campagna per sostenere la candidatura dell'Italia. Per il Paese quella dell'Onu è un'occasione importante per gli sforzi in atto sui fronti caldi dell'immigrazione ma, soprattutto, della stabilizzazione della Libia. Non solo, il Paese è impegnato anche su altri capitoli importanti della politica estera, come la Siria e il cambiamento climatico. Intanto i cinque seggi a disposizione per il prossimo biennio sono stati ricoperti, oltre che dalla Svezia, dall'Etiopia e dalla Bolivia. Infine per l'area asiatica ha spuntato un seggio il Kazakistan che ha battuto la Thailandia.
martedì 7 giugno 2016
8 giugno 2016. Giornata mondiale oceani, plastica nemico numero uno
La Giornata Mondiale degli Oceani è un giorno di festa globale per un futuro migliore, nata per contribuire alla sensibilizzazione di tutti, associazioni e singoli, verso lo stato dei nostri mari. Gli oceani coprono tre quarti della superficie terrestre e garantiscono la sopravvivenza a 3 miliardi di persone. La salute del globo dipende anche dalla salute dei suoi mari: gli oceani coprono tre quarti della superficie terrestre, garantiscono sopravvivenza a 3 miliardi di persone e generano circa 3 mila miliardi di dollari all'anno in termini di risorse e industrie, il 5% del Pil globale. Lo ricorda l'Onu in occasione della Giornata mondiale degli oceani che si celebra l'8 giugno.
Quest’anno il tema della ricorrenza è “Oceani sani, pianeta sano” e l’impegno delle Nazioni Unite è particolarmente concentrato sula lotta all'inquinamento da plastica, una delle principali piaghe dei mari dei nostri giorni. “C’e’ bisogno di azioni urgenti su scala globale per alleviare gli oceani dalle molte pressioni che devono affrontare e per proteggerli da pericoli futuri“, ha affermato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Ogni anno nelle acque del pianeta finiscono circa 8 milioni di tonnellate di plastica. . Rifiuti che si scompongono in pezzi sempre più piccoli fino a diventare microplastiche
Prevenire l’inquinamento marino dalla piaga della plastica è l’impegno delle Nazioni Unite che promuove, per i festeggiamenti, eventi in tutto il mondo. L’interesse verso questo tema è cresciuto enormemente in ogni luogo da quando Ocean Project è nato, nel lontano 2002, raggiungendo milioni di persone in tutto il mondo con centinaia di partner coinvolti.
L'inquinamento prodotto dalla plastica è una minaccia seria, sottolinea l'Onu, perché ha un impatto notevole sulla salute degli animali marini. Solo pochi giorni fa uno studio su Science evidenziava che le larve di alcuni pesci preferiscono le microplastiche al loro cibo naturale (il plancton), assuefatte come i ragazzi allo 'junk food'. Tendenza che ha influito sul loro sviluppo, portando le larve anche alla morte.
L’occasione della celebrazione di questa giornata giunge a favore per ricordarci lo stato di sofferenza in cui versano i mari del pianeta e la vegetazione e le bellezze marine viventi che ospitano, alle prese con cambiamenti climatici dall'impatto devastante, allevamenti intensivi, e un radicato inquinamento dovuto alla presenza di rifiuti.
Come detto in cima a questa triste classifica c’e la plastica, e in particolare la prima risulta essere una presenza costante nei mari di tutta la Terra: bottiglie e sacchetti riempiono coste e litorali come le acque profonde. Provando a dare un’occhiata ad esempio ai principali rifiuti presenti nell’area del Mediterraneo, vediamo che subito dopo plastica e metalli abbiamo in ordine di diffusione nasse, reti, strumenti da pesca e cassette per il pesce, poi al quarto posto mozziconi di sigaretta e subito dopo i rifiuti da mancata depurazione, come assorbenti, cotton fioc e preservativi, tutte cose che gettiamo nel water non tenendo conto delle conseguenze.
È quanto emerge dall'analisi effettuata nel 2015 da Legambiente con il dossier Beach Litter monitorando l’area del Mediterraneo, ma il discorso è valido in qualsiasi altra area geografica del pianeta, poiché lo studio dimostra come siano le cattive abitudini della popolazione la principale causa di inquinamento marino, coadiuvate da carente o mancante attività di depurazione e residui di attività produttive.
Possiamo fare molto per evitare di trasformare le spiagge in discariche e il mare in un’immensa colata di spazzatura, che danneggia gravemente le acque, le biodiversità presenti, rischiando anche di infettare l’intera catena alimentare, ritorcendosi perciò contro di noi. Il consiglio è sempre di effettuare una corretta raccolta differenziata e riciclare il più possibile, e ricordarci banalmente quando andiamo in spiaggia d’estate di non lasciare le tracce del nostro passaggio: aumentando la nostra soglia di attenzione tutti quanti, riusciremmo a ridurre l’impatto della presenza umana sulla vita degli oceani.
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