Visualizzazione post con etichetta Ong. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ong. Mostra tutti i post
lunedì 24 aprile 2017
Mar Mediterraneo: ONG sotto attacco
Nel fine settimana del 15 e 16 aprile sono state soccorse al largo della Libia 8.300 persone in 55 diverse operazioni condotte dalle navi delle organizzazioni non governative e dalle navi militari, i soccorsi sono stati coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera di Roma. L’aumento degli arrivi è in parte da attribuire al miglioramento delle condizioni del mare, tuttavia ha riacceso le polemiche che negli ultimi mesi hanno coinvolto le organizzazioni umanitarie che si occupano di soccorrere i migranti nel Mediterraneo. Il leader della Lega nord Matteo Salvini ha minacciato di “denunciare il governo italiano” per aver soccorso migliaia di persone al largo della Libia. Anche il leader dei cinquestelle Beppe Grillo sul suo blog ha parlato “del ruolo oscuro delle ong”.
Comunque il numero dei migranti disposto a rischiare la vita per attraversare il Mediterraneo cresce di anno in anno, ma cala il numero di chiamate di soccorso arrivate alle forze dell'ordine italiane dai telefoni satellitari a bordo delle carrette del mare.
Eppure, fin dai tempi di Mare Nostrum, i trafficanti avevano capito che il mezzo più semplice per recapitare a destinazione il proprio carico di uomini era metterli in mare su una barca scadente e poi chiedere aiuto alle autorità navali italiane. Il rapporto 2017 dell'agenzia europea Frontex fornisce una spiegazione della nuova tendenza: sempre più spesso i trafficanti fanno soccorrere i gommoni dalle navi delle organizzazioni umanitarie che si sono aggiunte a quelle militari nella missione di salvare i migranti. Le operazioni in mare in cui sono coinvolte le navi umanitarie sono cresciute dal 5 al 40 per cento. E nei mesi tra luglio e novembre 2016 gli interventi delle organizzazione sono stati più numerosi delle chiamate di soccorso dei telefoni satellitari al Centro di coordinamento del soccorso marittimo. La conclusione di Frontex è durissima: «Così, anche non intenzionalmente, si aiutano i criminali a raggiungere i loro obiettivi a costi minimi, rafforzando il loro modello di business». Ancora più duro era un precedente documento riservato, svelato dal «Financial Times» il 15 dicembre del 2016, secondo cui il personale delle navi delle Ong istruisce i migranti a non cooperare con la polizia, e venivano denunciati i legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Le ipotesi del Financial Times sono state rafforzate da alcune dichiarazioni del direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, che qualche settimana dopo in un’intervista a Die Welt ha accusato le ong di essere un fattore di attrazione (pull factor) per i migranti in fuga dalla Libia.
Se a questo si aggiunge che le missioni navali, dopo le pesanti critiche a «Mare Nostrum», hanno adottato una linea più ferma nei confronti dei trafficanti, con centinaia di arresti e imbarcazioni confiscate, si capisce come mai i trafficanti preferiscano rivolgersi ai volontari delle Ong.
Le accuse più diffuse contro le organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi (Proactiva open arms, Medici senza frontiere, Sos Méditerranée, Moas, Save the children, Jugend Rettet, Sea watch, Sea eye e Life boat) sono quattro: le navi delle ong si spingono troppo vicino alle coste libiche e rappresentano un fattore di attrazione per i migranti, le missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo hanno determinato un aumento delle morti e dei naufragi, le ong si finanziano in maniera opaca e potrebbero essere in collegamento con i trafficanti, le ong portano i migranti in Italia perché vogliono alimentare il business dell’accoglienza.
I sospetti di Frontex sono stati accolti dalla procura di Catania, città in cui ha sede l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, che a sua volta ha aperto un’indagine conoscitiva – senza indagati né capi di accusa – sull’origine dei finanziamenti che permettono alle ong di sostenere le loro attività di ricerca e soccorso in mare. L’indagine è stata ripresa da diversi mezzi d’informazione italiani che ne hanno amplificato la portata. Mentre alcuni senatori della Lega nord e di Forza Italia hanno chiesto alla commissione difesa del senato di aprire un’indagine conoscitiva sull’operato delle organizzazioni umanitarie nel Mediterraneo centrale.
Qualcosa è cambiato nell’opinione pubblica europea: in pochi mesi si è passati da un’atmosfera di favore a un clima di sospetto.
Le navi delle ong sono un fattore di attrazione per i migranti?
Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, in un’intervista a Die Welt il 27 febbraio del 2017 ha accusato le navi delle ong di spingersi troppo vicino alle coste libiche: “Dobbiamo evitare di sostenere il business dei trafficanti andando a prendere i migranti davanti alle coste libiche”. La presenza delle navi umanitarie a 12 miglia dalle coste, sostiene Frontex in un rapporto, ha indotto i trafficanti a usare mezzi di trasporto più economici e più pericolosi come i gommoni di plastica, invece dei pescherecci usati in passato per la traversata. Le operazioni in prossimità della costa “inducono i trafficanti a una pianificazione e agiscono da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”.
Marco Bertotto di Medici senza frontiere spiega che la “retorica del fattore di attrazione” non è una cosa nuova. “È la stessa che ha portato alla chiusura della missione di ricerca e soccorso Mare nostrum, serve per giustificare in generale un abbassamento degli standard di accoglienza”. Tuttavia, secondo Bertotto, non si basa su evidenze scientifiche: “I numeri non forniscono nessuna prova del fatto che esistano delle connessioni tra la presenza dei mezzi di soccorso e il numero delle partenze dalla Libia”, spiega Msf.
“Per esempio, nei mesi successivi all’interruzione di Mare nostrum c’è stato un aumento delle partenze, eppure non c’erano mezzi pronti al soccorso”, dice Bertotto. “Sono diversi i fattori che determinano i picchi di arrivi e questo ci porta a dire che a prevalere è comunque il fattore di spinta (push factor) rispetto al fattore di attrazione (pull factor). Sono le ragioni per cui fuggono che spingono queste persone a mettersi in mare non certo la possibilità – che non è certezza – di essere salvati”.
Alle dichiarazioni di Msf fa eco il comunicato del Moas, un’altra ong che opera in mare dal 2014. “Il lancio delle operazioni del Moas all’inizio del periodo estivo coincide con il miglioramento delle condizioni climatiche e, di conseguenza, con il numero di attraversamenti che da queste dipendono. È necessario partire da questo presupposto per comprendere l’aumento del numero di operazioni di soccorso condotte da Moas e dalle altre ong a partire da giugno, come riportato nel rapporto Frontex, e per comprendere che questo dato non costituisce in nessun modo una prova del cosiddetto pull factor”.
L’unico vero pull factor è la presenza dell’Europa a poche miglia dalla costa africana.
In un lungo articolo dedicato all’argomento la ricercatrice e giornalista Daniela Padoan dell’Associazione diritti e frontiere (Adif) ribadisce: “L’accusa di fungere da pull factor era già stata mossa a Mare nostrum, il 4 settembre 2014, dall’allora direttore esecutivo di Frontex Gil Arias-Fernandéz durante una presentazione davanti a una commissione del parlamento europeo”. Il viceministro degli esteri italiano Mario Giro ha replicato a questo tipo di accuse contro le ong dicendo: “Chi spiega tutto con presunti pull factor dovrebbe fare un’analisi più seria: l’unico vero pull factor che esiste è la presenza dell’Europa a poche miglia marine dalla costa africana. Frontex vuole forse spostare l’Europa? In un periodo storico in cui l’Europa rischia di perdere la sua anima tra muri e sovranismo, le parole di Leggeri sviano solo il problema: si pensi piuttosto al fatto che tutti i salvati vengono lasciati all’Italia e che nessun altro paese s’impegna, per ora”.
Le ong fanno un servizio di taxi per i trafficanti?
Il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro nella sua relazione davanti alla commissione parlamentare di controllo per l’attuazione di Schengen il 22 marzo, ha sollevato dei dubbi sull’origine dei finanziamenti di cui beneficiano le ong che sono impegnate nei soccorsi e ha accusato le organizzazioni di non collaborare con l’attività investigativa della procura per l’individuazione degli scafisti durante gli sbarchi. “A partire dal settembre-ottobre del 2016 abbiamo registrato un improvviso proliferare di unità navali delle ong che fanno il lavoro che prima gli organizzatori [del traffico di migranti] svolgevano: accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti. Abbiamo registrato la presenza, nei momenti di maggior picco, di tredici assetti navali. Ci siamo voluti interrogare sulle evoluzioni del fenomeno e perché ci sia stato un proliferare così intenso di queste unità navali e come si potessero affrontare costi così elevati senza disporre di un ritorno in termini di profitto economico”, ha detto Zuccaro.
Le ong si difendono dicendo che i loro bilanci sono trasparenti e i finanziatori sono donatori privati. Nicola Stalla, portavoce della nave Aquarius di Sos Méditerranée, afferma: “Le attività di Sos Méditerranée sono finanziate al 99 per cento da donatori privati e una piccola parte dei contributi arriva dal comune di Parigi”. Stalla aggiunge che “nell’ultimo anno i donatori sono stati 13.800” e definisce infondate le accuse di collaborare con i trafficanti. “Il costo dell’Aquarius, la nostra nave, è sostenuto da Sos Méditerranée e dal suo partner a bordo, Medici senza frontiere”. Una risposta simile danno anche gli altri portavoce delle ong. All’accusa di ricevere finanziamenti opachi, si aggiunge quella di portare i migranti in Italia per favorire “il business dell’accoglienza”.
Etichette:
Financial Times,
Frontex,
Jugend Rettet,
Life boat,
Mar Mediterraneo,
Mare Nostrum,
Medici senza frontiere,
Moas,
Ong,
Proactiva open arms,
Save the children,
Sea eye,
Sea watch,
Sos Méditerranée
giovedì 11 agosto 2016
«Aleppo è allo stremo, manca tutto dall'acqua al sangue per le trasfusioni»
Ad Aleppo la popolazione agonizza sotto i bombardamenti dell’ultima settimana che stanno riducendo la città allo stremo: “Siamo intrappolati in casa, non c’è via di fuga e non possiamo muoverci. Sta iniziando a mancare tutto, e da quattro giorni non c’è più acqua”. Il grido di dolore proviene dallo staff siriano di Gvc,l’unica associazione italiana presente nella città mediorientale straziata dalla guerra civile: qui, fra mille difficoltà, una squadra di cinque volontari che ne coordinano altre decine fanno formazione rivolta agli insegnanti, oltre a intervenire nella riparazione dei pozzi d’acqua e a fornire taniche e cisterne.
La città siriana di Aleppo è stata nuovamente colpita da un attacco chimico, probabilmente a base di cloro, che se confermato costituirebbe un crimine di guerra oltre che un allarmante segnale dell'intensificato uso, da parte del governo siriano, delle armi chimiche contro la popolazione civile. L'attacco, avvenuto ad al-Zibdiye, un quartiere controllato dai gruppi armati che si oppongono al governo di Damasco, è il terzo portato a termine nel giro di due settimane nel nord della Siria. Le persone morte sono almeno quattro. Amnesty International ha avuto conferma del ricovero di almeno 60 persone, tra cui 40 bambini, con sintomi caratteristici di un attacco col cloro.
Sì, perché una delle tante emergenze riguarda i 2-300mila bambini (solo ad Aleppo, in tutta la Siria sono alcuni milioni) che da alcuni anni non riescono ad andare a scuola: “I nostri volontari lavorano alla costruzione di punti studio e alla formazione dei professori – spiega Dina Taddia, presidente di Gvc Italia, ong bolognese – Ci sono bambini che da cinque anni sono impossibilitati a seguire studi normali e che necessitano anche di aiuto psicologico, perché soffrono di disturbi etichettati come post-traumatic stress desorders, quelli provocati dal fatto di rimanere chiusi in casa per giorni mentre intorno cadono le bombe.
Condizioni estreme, aggravate dalla mancanza di cibo e di acqua, che portano a problemi del sonno e a sofferenze psicologiche di varia natura e gravità”. Il quadro apocalittico di una città da due milioni di abitanti dove si affrontano quattro fazioni armate – le truppe governative, le milizie di Al Nusra, di Free Syrian Army e dell’Isis – negli ultimi giorni si è ulteriormente aggravato: “Aleppo è circondata ed è diventata una trappola mortale per la popolazione civile sotto assedio – aggiungono i responsabili di Gvc -. I nostri colleghi ci raccontano che non possono muoversi nelle aree ad ovest dove sono sempre andati, come ad Al Hamadaniah, dove risiede il maggior numero di rifugiati interni, a causa dei colpi e del fumo dei pneumatici bruciati per nascondere gli obiettivi. Non ci sono carne, frutta né carburante. I prezzi di quel poco che c’è sono alle stelle”.
Per portare un minimo di sollievo alla gente, ripristinando almeno le forniture d’acqua ed elettricità, servirebbe ben di più delle tre ore di cessate il fuoco concordate da ieri mattina, fra le 10 e le 13: “Abbiamo sentito i nostri collaboratori ad Aleppo, non riescono ad uscire di casa per il fumo dei bombardamenti e dei pneumatici bruciati – dice la Taddia -. Il cessate il fuoco, è del tutto insufficiente per ripristinare le forniture d’acqua, intervenendo sugli impianti elettrici o a gasolio. Ci vogliono almeno 48 ore di tregua, per questo ci uniamo all'appello dell’Onu: è il minimo indispensabile, in tre ore non si riesce neanche ad arrivare nel centro della città”.
Gli aiuti di Gvc alla popolazione assetata si sono tradotti nella distribuzione di 61mila taniche, straordinariamente preziose in una situazione del genere, e nell'installazione di 75 cisterne da cinquemila litri per lo stoccaggio dell’acqua. Ora però bisogna fare presto: “Se le reti idroelettriche non verranno rimesse in uso rapidamente, le conseguenze per la popolazione saranno catastrofiche. Soprattutto i bambini sono a grave rischio di malattie infettive, specialmente con l’aumento delle temperature estive”.
Le Nazioni unite hanno aperto un’indagine dopo che i ribelli hanno accusato il regime di Assad di aver fatto un attacco con il cloro contro le forze di opposizione ad Aleppo, causando quattro morti e diversi feriti. L’inviato dell’Onu in Siria ha dichiarato che, se l’uso del cloro venisse confermato, si tratterebbe di “un crimine di guerra”. L’attacco sarebbe confermato anche da un video ottenuto dalla Bbc.
Un medico di Aleppo ha riferito ad Amnesty International che tutti i ricoverati presentavano gli stessi sintomi (difficoltà di respirazione e tosse) e che l'odore di cloro sui loro vestiti era evidente. Secondo il medico, se gli attacchi proseguiranno le scorte di medicinali sono destinate a esaurirsi rapidamente. L'attacco ha avuto luogo poco prima che la Russia annunciasse tre ore al giorno di cessate il fuoco per consentire l'ingresso di aiuti umanitari in alcune zone di Aleppo ove ce n'è disperato bisogno. "Chiediamo l'immediata cessazione dei raid aerei sugli obiettivi civili di Aleppo. Gli attacchi chimici e altri crimini di guerra devono finire. Chiediamo inoltre che gli aiuti possano arrivare senza incontrare ostacoli alle decine di migliaia di persone intrappolate nella zona orientale della città" - ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Tre ore al giorno sono del tutto insufficienti per far arrivare gli aiuti, data la dimensione della crisi umanitaria in corso, i pericoli lungo il percorso e il tempo necessario per la consegna", ha commentato Mughrabi. Il 1° agosto due barili bomba presumibilmente contenenti cloro erano stati sganciati sulla città di Saraqeb, nella provincia di Idlib, causando danni ad almeno 28 civili. Secondo fonti di stampa, un altro attacco chimico sarebbe avvenuto il 2 agosto ad Aleppo.
Esattamente un anno fa il Consiglio di sicurezza aveva disposto, con una risoluzione, un'indagine per individuare l'origine e i responsabili degli attacchi chimici in Siria. La Russia è disposta a discutere un allungamento della "pausa umanitaria" di tre ore proposta nella zona di Aleppo per permettere la consegna degli aiuti umanitari alla città assediata: lo hanno reso noto le Nazioni Unite, che avevano invece chiesto una tregua di 48 ore. "Tre ore non sono sufficienti: i russi ci hanno ascoltato e sono pronti a discutere per migliorare la loro proposta originale", ha spiegato l'inviato dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura. Il responsabile delle operazioni umanitarie dell'Onu, Stephen O'Brien, aveva dichiarato ieri che "per poter soddisfare i bisogni umanitari alla scala necessaria servirebbero due diversi corridoi e circa 48 ore per poter far entrare un numero sufficiente di camion".
Etichette:
Aleppo,
Amnesty International,
Gvc,
Ong,
onlus di Bologna,
Onu,
Siria
lunedì 26 gennaio 2015
La robustezza curda manda via l’Isis da Kobane
Nuovo appello del portavoce dell'Isis, Muhammad al Adnani, che ha esortato i lupi solitari a colpire in Europa. «Die in your rage» (Muori nella tua furia), è il titolo del nuovo messaggio.
"Colpite i crociati nel loro territorio e ovunque si trovino": è il nuovo appello ai jihadisti dell'Isis in Europa che arriva in un nuovo messaggio del portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al Adnani. Lo riferisce il Site. Il messaggio si intitola "Die in your rage" (muori nella tua furia). «In effetti avete visto cosa un singolo musulmano è stato in grado di fare con il Canada e il suo Parlamento, e cosa i nostri fratelli hanno fatto in Francia, Australia e Belgio», ha ggiungto Adnani.
«Presto questa campagna crociata sarà sconfitta e dopo, se Dio vuole, ci incontreremo a Gerusalemme, poi l'appuntamento è a Roma. Ma prima gli eserciti della croce saranno sconfitti a Dabiq», in Siria. E' la nuova minaccia del portavoce dell'Isis, Abu Muhammad al Adnani, nell'ultimo audio messaggio diffuso sul web.
L’appello giunge proprio nel giorno in cui le truppe irachene hanno ripreso il controllo della provincia di Diyala dagli jihadisti sunniti dello Stato islamico (Isis). Lo ha riferito il generale Abdulamir al-Zaidi, annunciando «la liberazione» della provincia orientale irachena. «Le forze irachene hanno il completo controllo di tutte le città e dei distretti della provincia di Diyala», ha aggiunto.
Durante gli scontri, le forze di sicurezza irachene hanno ucciso il comandante militare dello Stato islamico a Ramadi, nella provincia occidentale di Anbar, insieme ad altri quattro jihadisti. È quanto ha riferito ai media una fonte militare locale, secondo cui il leader ucciso sarebbe di nazionalità siriana.
I combattenti curdi hanno strappato Kobane all'Isis dopo 4 mesi scontri. E’ quanto ha affermato l'osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra. L'Ong segnala sporadici combattimenti in due sobborghi, dove c'è una residua presenza dei jihadisti. Gli attivisti pubblicano su Twitter le foto della bandiera curda sulla collina di Kobane.
I curdi stanno per riconquistare Kobane dopo mesi d'assedio. In questi giorni in cui parla tanto d'Europa, questo modesto e dimenticato borgo siriano è il vero centro della resistenza europea, non soltanto perché al confine della Turchia, Paese cardine della Nato, ma anche perché uomini e donne della resistenza curda hanno difeso i valori dell'Europa, di libertà, di indipendenza e laicismo contro l'oscurantismo delle orde del Califfato. Non dimentichiamo che i curdi stanno ancora combattendo contro tutto e contro tutti, anche se nelle ultime settimane i raid della coalizione internazionale anti-Isil si sono rivelati finalmente efficaci nell'indebolire le postazioni del Califfato.
Il governo islamico della coppia Erdogan-Davutoglu ha bastonato duramente i curdi per impedire che passassero la frontiera provocando nei mesi scorsi un'ondata nazionale di proteste con 35 morti. Poi anche il governo turco ha ceduto alle pressioni interne e internazionali lasciando che andassero a farsi massacrare nella trincea di Kobane. Il messaggio di Ankara ai curdi è stato questo: fatevi pure ammazzare contro il Califfato ma non sperate di ottenere nulla, né autonomia né tanto meno indipendenza.
La Turchia ha come obiettivo la caduta di Assad e contenere i curdi, non eliminare lo Stato Islamico. Washington e l'Occidente devono decidere chi deve combattere sul campo: i riluttanti alleati degli americani non hanno nessuna voglia di farlo. I curdi non vanno bene alla Turchia, le milizie sciite sono troppo filo-iraniane e ostili ai sunniti. E allora chi mandiamo? Eserciti che per ora sono soltanto sulla carta?
Per vincere la guerra al Califfato bisogna essere convinti non soltanto della retorica sui valori occidentali che abbiamo sentito dopo gli attentati di Parigi. Serve anche un progetto per rimettere insieme i pezzi dell'Iraq e della Siria o per disegnare nuovi confini ed entità politiche nel vuoto lasciato da stati falliti. I curdi stanno salvando se stessi e il loro destino ma intanto ci stanno dando una lezione.
La gendarmeria algerina ha smantellato una rete di 'reclutatori' di combattenti per l'Isis che agiva in cinque città del Paese, tra cui la capitale, facendo opera di proselitismo soprattutto tra i giovani. I 'reclutatori', organizzati in due distinte reti, agivano, oltre che ad Algeri, anche a Tlemcen, Ghardaïa, Guelma e Oued Souf, dove sono state arrestate complessivamente 27 persone. Tra esse c'è anche una ragazza di 22 anni, studentessa dell'Università di Tlemcen, che secondo l'accusa indottrinava dei colleghi per convincerli ad arruolarsi nelle file dell'Isis. Il ''cervello' della rete sarebbe stato individuato in Marocco, dove sarebbe stata organizzata la creazione di quattro cellule di reclutamento anche in altri Paesi oltre all'Algeria. Secondo quello che oggi anticipano alcuni media algerini, il reclutamento vero e proprio era preceduto da un indottrinamento fatto grazie al web e che aveva come principali destinatari i giovani algerini, sia studenti che tra i ragazzi meno abbienti e quindi più permeabili alla incessante propaganda islamista.
Stando alle indagini dell'intelligence algerina, l'opera di ''formazione'' dei combattenti avrebbe attecchito soprattutto tra i giovani della minoranza mozabita,da tempo contrapposta alla maggioranza araba, tanto che la sua rabbia sfocia spesso in dure proteste. I giovani mozabiti, in particolare, sarebbero stati indirizzati verso le formazioni combattenti dell'Isis in Siria. Il califfato proclamato da Abu Bakr al Baghdadi è già presente in Algeria con il gruppo Djound El Khilafa, che ha rivendicato il rapimento e la decapitazione del turista francese Hervé Gourdel. Dopo l'uccisione dell'ostaggio (che fu l'occasione per il gruppo di proclamare la sua affiliazione all'Isis) l'Esercito algerino ha scatenato una offensiva che ha portato alla decimazione degli effettivi della milizia, con l'uccisione del suo capo, Abdelmalek Gouri.
domenica 2 febbraio 2014
Scarlett Johansson non sarà più ambasciatrice dell’Oxfam
L'attrice Usa Scarlett Johansson non sarà più 'ambasciatrice' di Oxfam, gruppo umanitario internazionale con il quale ha collaborato negli ultimi otto anni. La decisione segue le critiche rivolte dall’organizzazione umanitaria a una pubblicità dell’aziende israeliana SodaStream, a cui l’attrice ha partecipato. Per la Ong incompatibile suo ruolo di testimonial dell'israeliana SodaStream.
All’inizio di gennaio Johansson ha firmato un contratto come testimonial della ditta, che produce un macchinario per gassare l’acqua e vende anche aromi e sciroppi concentrati da aggiungere alle bevande. Lo spot che l’attrice ha girato per l’azienda andrà in onda anche al Super Bowl, il 2 febbraio.
La SodaStream però ha un grande impianto nei territori occupati in Cisgiordania. Per questo ha attirato le accuse degli attivisti palestinesi e della Oxfam che, appellandosi al diritto internazionale, considerano gli insediamenti illegali e contrari ai diritti del popolo palestinese.
Il portavoce dell’attrice ha dichiarato: “Scarlett Johansson ha scelto di rinunciare al suo ruolo di ambasciatrice dell’Oxfam. Lei e la Oxfam hanno un’opinione diversa sul boicottaggio degli insediamenti israeliani in Cisgiordania”.
Johansson è stata ambasciatrice della Oxfam per otto anni, ricorda Al Arabiya. Ha raccolto fondi per la lotta alla povertà, visitando paesi come India, Sri Lanka e Kenya.
L’attrice ha detto: “Sono una sostenitrice della collaborazione tra gli israeliani democratici e i palestinesi”. La Johansson era ambasciatrice globale dell'Oxfam sin dal 2005, e si era impegnata a più riprese in campagne di raccolta fondi e di sensibilizzazione sulla povertà globale. Nei giorni scorsi, in una dichiarazione rilasciata all'Huffington Post, l'attrice aveva affermato di "non aver mai avuto l'intenzione di essere il volto di un movimento sociale o politico come parte della mia affiliazione alla SodaStream International.
Iscriviti a:
Post (Atom)