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venerdì 26 dicembre 2014

USA-Cuba: relazioni Obama Raul Castro. Visto da Yoani Sanchez



Dopo oltre 50 anni di rottura ufficiale delle relazioni diplomatiche, il 17 dicembre Stati Uniti e Cuba hanno posto una svolta ai propri rapporti riaprendo un canale di dialogo ufficiale.

Crolla un altro muro e comincia una nuova era dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. "L'isolamento non ha funzionato", è giunto il momento di "un nuovo approccio" tra i due Paesi che porti anche alla fine dell'embargo: con una mossa storica, che a sorpresa archivia mezzo secolo di tensioni.

Il primo atto della svolta è stata la liberazione del contractor americano Alan Gross da una prigione a Cuba. Collaboratore di Usaid (l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale che fa parte del Dipartimento di Stato Usa) Gross era stato arrestato 5 anni fa mentre distribuiva materiale elettronico alla comunità ebrea all’Avana con l'obiettivo di creare una rete informatica alternativa e condannato a 15 anni di prigione per spionaggio. Per il rilascio di Gross , gli Usa hanno accettato di liberare per motivi umanitari 3 agenti cubani detenuti negli Stati Uniti, meglio noti come i Miami Five, dopo un processo controverso che li ha condannati per spionaggio nei confronti di gruppi anti-Castro a Miami.

In pratica per il momento il disgelo si traduce nella normalizzazione delle relazioni e nell’apertura di una sede diplomatica statunitense a L'Avana. Ma successivamente in prospettiva arriverà la fine dell'embargo e la cooperazione tra i due paesi su varie questioni, compresa la lotta al crimine e l'eliminazione di Cuba dalla lista nera degli stati terroristi. Da subito, gli Usa si impegnano a facilitare l'accesso alle telecomunicazioni e a internet dei cubani. «Siamo separati da 90 miglia di acqua ma speriamo entrambi in un futuro migliore per Cuba», si legge nel comunicato stampa della Casa Bianca in cui però non viene fatto nessun cenno alla base di Guantanamo.

“Il castrismo ha vinto, anche se il risultato positivo è che Alan Gross è uscito vivo da una prigione che rischiava di diventare la sua tomba” è il primo commento della blogger dissidente Yoani Sanchez sul sito 14y Medio, prima ancora degli attesi discorsi di Raul Castro e Barack Obama. Secondo la Sanchez lo scambio di Gross per gli ultimi tre dei “Miami Five” agenti dell’intelligence cubano condannati negli USA –dimostra che “nel gioco della politica i totalitarismi riescono sempre ad imporsi sulle democrazie”. Questo scrive la blogger, perché controllano l’opinione pubblica all’interno dei loro paesi, determinano i risultati legali a loro piacere e possono mantenersi tre lustri spendendo le risorse di tutta una nazione per ottenere la liberazione delle loro talpe, inviate del terreno dell’avversario, mentre “le democrazie finiscono per cedere perché devono dare una risposta ai loro cittadini, convivere con una stampa incisiva che può rimproverare ai governanti se prendono o non prendono determinate decisioni e sono obbligate a fare tutto il possibile per riportare a casa i loro vivi e i loro morti”.

La presa di posizione della blogger testimonia della sorpresa e dello stordimento di buona parte degli esuli cubani in Florida. Si tratta di un’opposizione che ha anche consolidati rapporti, anche economici con gli Stati Uniti. E che è sempre stata trattata duramente dal castrismo. Infatti a pochi giorni fa la notizia dell’arresto a Cuba di una ventina di militanti dell’organizzazione Damas de Blanco colpevoli di partecipare ad una marcia silenziosa di protesta.

La fine dell’embargo non sarà la fine del dolore. Basta pensare il tempo per capire che la Rivoluzione del 1 gennaio del 1959 non avrebbe liberato Cuba, ma semplicemente sostituito un odiato dittatore con un altro di cognome Castro.

La blogger è stata a Perugia nell’aprile 2013, al Festival internazionale del giornalismo,  e con queste parole espresse il suo pensiero sulla politica castrista: “assaporare la libertà, rendermi conto che in ogni luogo dove sono stata non avevo la polizia alle calcagna, che nessuno mi avrebbe chiesto di mostrare i documenti, che non mi avrebbero mai domandato il motivo per cui mi trovavo  in quel posto. Ecco, questa è stata una scoperta straordinaria: sentirmi libera.
A Cuba provo a comportarmi da libera cittadina, ma devo sopportare tutte le conseguenze negative. Quel che mi manca è tornare a Cuba, ma lo farò presto, perchè la mia vita non è altrove ma in un altra Cuba.

Sta cambiando qualcosa per la generazione Y?
La generazione Y sta cambiando Cuba, non il contrario. Le riforme di Raul Castro sono briciole. Quel che sta cambiando è l’atteggiamento dei cubani, che si stanno togliendo la maschera dell’apatia e dell’indifferenza per chiedere a gran voce un cambiamento sociale ed economico.

Come sono i giovani cubani di oggi?
I giovani cubani è un concetto astratto, una generalizzazione che non mi appartiene. I giovani sono giovani a ogni latitudine, non solo a Cuba. I giovani cubani non sono un’entità monocolore e uniforme come pretenderebbe  il governo. Ci sono giovani comunisti che sostengono il regime, ci sono giovani contestatari, ci sono giovani apatici che pensano solo alla fuga, ci  sono giovani rapper e rockettari… La speranza è che un numero sempre maggiore di giovani prenda coscienza che il cambiamento di Cuba è nelle loro mani, quindi che abbandonino il sogno della fuga per restare in una terra che senza il loro apporto non ha futuro.

C’è un conflitto generazionale a Cuba? In che settori?
La mia generazione è apatica, non crede all’utopia del passato, che ha fallito il suo scopo. I giovanissimi sono ancora più indifferenti alla politica, sono cresciuti con l’idea che “occuparsi di politica” procura guai. A parte questo, vale il discorso che ho fatto prima. Non tutti sono uguali. Ci sono giovani brillanti che formano

Pensi mai alla morte di Fidel? Cambierà qualcosa oppure no?
C’è stato un periodo in cui pensavo che la morte di Fidel avrebbe contribuito a cambiare le cose. Adesso non ci penso più di tanto. Fidel fa parte del passato. Io penso al futuro. Certo, una volta scomparsa la sua pesante ombra verdeoliva su di noi, ci sentiremo tutti più liberi.

Lo stesso senso del giornalismo che muove la Sanchez , che intende il giornalismo come il contrario di quello dell’entomologo: «Noi non possiamo stare lontani dalla realtà, osservare dall’alto la vita delle formiche, usando la lente di ingrandimento per avere l’illusione di essere vicini. Noi dobbiamo invece assumere il punto di vista delle formiche, stare con i piedi ben ancorati a terra: essere cronisti del reale».





mercoledì 5 novembre 2014

Elezioni midterm Usa, dal governo del Presidente al governo del Congresso



Dopo le elezioni di midterm il presidente Obama si trova contro tutto il Congresso. Per lui due anni in salita.

I repubblicani nella notte delle elezioni di midterm conquistano dopo otto anni il controllo dell'intero Congresso, strappando ai democratici anche il Senato. Si apre così una fase politica nuova negli Stati Uniti, con un presidente democratico che dovrà affrontare gli ultimi due anni del suo mandato da 'anatra zoppa', senza poter contare su una maggioranza parlamentare che appoggi le sue riforme. Un presidente che l'elettorato americano porto' al trionfo nel 2008 e nel 2012 e che oggi, deluse gran parte delle aspettative, ha sconfessato. "Ripudiato", come titola il Washington Post. La vittoria della destra era stata ampiamente annunciata dai sondaggi. Ma alla fine è stata più ampia del previsto. Wall Street brinda e vola: DowJones +0,35%.

Il segnale del cambiamento è arrivato chiaro e forte dagli statunitensi. Il partito dell'Elefantino controllerà il Congresso degli Stati Uniti che si insedierà il prossimo 3 gennaio. Entrambi i rami saranno in mano al Grand Old Party (Gop) che ha strappato ai democratici sette Stati (West Virginia, Arkansas, South Dakota, Montana, Colorado, Idaho e North Carolina), arrivando a controllare 52 seggi su 100.

I segni della gravità della sconfitta democratica e dalla portata della disfatta personale di Obama si ritrovano in tutti gli angoli di questa complicatissima tornata elettorale. I repubblicani stravincono, come previsto, alla Camera, ma, soprattutto, strappa al partito di Obama anche il Senato: un’impresa che ancora una settimana fa sembrava proibitiva e che alla vigilia del voto, dopo i nuovi sondaggi favorevoli ai conservatori, veniva vista da molti come possibile ma solo grazie a una vittoria sul filo di lana, da proclamare dopo aver contato fino all’ultimo voto. Ed hanno conquistato uno dopo l’altro 7 collegi dai quali sino stati scalzati i senatori democratici: il primo a cadere è stato il West Virginia. Poi è toccato a Colorado, Arkansas, South Dakota, Montana, North Carolina, Iowa. La destra è arrivata a quota 52 prima ancora della chiusura delle urne in Alaska, l’ultimo Stato a votare per motivi di fuso orario e nonostante che il risultato della Louisiana, dove sarà necessario andare al ballottaggio, il seggio senatoriale verrà assegnato solo il 6 dicembre.

Contro ogni previsioni i democratici hanno perso anche il governatore dell’Illinois, lo Stato del presidente. Obama, che durante la campagna ha evitato di farsi vedere in collegi “difficili”, data la sua scarsa popolarità attuale, era andato a offrire il suo appoggio a Pat Quinn, che si sentiva sicuro della sua riconferma. E, invece, è stato sonoramente bocciato, come molti altri suoi colleghi di partito, in una giornata davvero nera per la sinistra, abbandonata anche dai gruppi sociali che l’hanno sempre sostenuta: non ci sono ancora i dati finali nazionali, ma in molti Stati è evidente che a mancare ai democratici sono stati soprattutto i voti delle donne, dei neri e delle altre minoranze.

In molti casi a impressionare casi sono anche le differenze numeriche. In Kentucky Mitch McConnell, che sarà il leader della nuova maggioranza al Senato, era favorito, ma si pensava che avrebbe prevalso di tre o quattro punti percentuali, non di 15. Democratici sconfitti anche non North Carolina, lo Stato che ha ospitato la loro “convention” di due anni fa, mentre nel momento in cui scriviamo è ancora testa a testa in Virginia tra il democratico Mark Warner e il repubblicano Ed Gillespie. E pure questa è una notizia che mozza il fiato al partito di Obama perché l’ex governatore democratico avrebbe dovuto vincere con ampio margine.

Ora il presidente tenterà di correre ai ripari convocando per venerdì alla Casa Bianca una riunione “bipartisan” coi leader dei due schieramenti politici. Sicuramente ci saranno dichiarazioni di umiltà, tutti si diranno aperti alla collaborazione. Ma è difficile che si riesca ad andare molto al di là di un’agenda minima sui provvedimenti di spesa di fine anno e, forse, sui negoziati per la conclusione di trattati di libero scambio con l’Europa e gli alleati degli Usa in Asia e nel Pacifico. Difficile che si trovi un’intesa sulle misure principali – riforma fiscale, immigrazione, scuola – che servono al Paese. Troppo profonde le divisioni tra i due schieramenti. Obama potrebbe anche essere tentato di governare negli ultimi due anni a colpi di decreti basati sui poteri esecutivi presidenziali. Ma si tratterebbe comunque di interventi di portata limitata. Provvidenziale arriva, per il presidente, la pausa di una lunga missione internazionale in Cina, Birmania e in Australia per il G-20. Ma sarà un Obama azzoppato quello che verrà ricevuto a Pechino dalla nuova dirigenza cinese, che incontrerà il presidente russo Putin e discuterà al vertice di Brisbane del futuro del mondo.

Adesso il presidente sconfitto dovrà scendere al compromesso sui singoli provvedimenti (sicuramente molto più di quanto ha fatto fino ad ora), oppure forzare la mano a colpi di decreti, ma con il rischio di vedersi bocciare sistematicamente ogni misura approvata. Potrebbe anche scegliere di percorrere entrambe le strade, per cercare di barcamenarsi fino alla prossima estate (quando inizierà il tourbillon della corsa per le presidenziali) e provare in qualche modo a tirare la volata ai democratici, addossando la colpa dello stallo agli avversari.

I repubblicani si sono imposti non solo negli stati più deboli controllati fino a ieri dai loro avversari, ma anche in molte zone che Obama aveva conquistato, cambiando la geografia politica degli Stati Uniti.



venerdì 12 settembre 2014

CIA: i combattenti dello Stato islamico sono tra 20 e 31mila



Prima valutazione era di 10.000: reclutamento intenso da giugno. Lo Stato islamico conta tra i suoi ranghi in Siria e Iraq tra 20.000 e 31.500 combattenti: è questa la nuova stima fatta dalla Cia, la cui valutazione precedente era di circa un terzo di jihadisti membri dell’Isis.

La Cia stima che lo Stato islamico conta tra 20.000 e 31.500 combattenti in Iraq e Siria, basandosi su un nuovo studio dei rapporti di tutte le fonti dei servizi di intelligence tra maggio e agosto, ha dichiarato Ryan Trapani, uno dei portavoce dell’agenzia Usa. “Questo aumento si spiega in seguito ai maggiori successi del gruppo sul campo di battaglia da giugno del 2014 e la proclamazione di un califfato. Ma anche con maggiore attenzione da parte dell’intelligence”, ha aggiunto.

L’intelligence Usa attribuisce questo incremento a un reclutamento più energico dal mese di giugno scorso, dopo le vittorie ottenute sul terreno e la proclamazione del califfato nonché a un’attività più intensa nei combattimenti.

Un portavoce dei servizi segreti statunitensi ha dichiarato che la nuova stima è basata su una revisione degli studi fatti dall’intelligence da maggio ad agosto.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 10 settembre ha annunciato l’espansione dei raid aerei statunitensi in Iraq e Siria.

Intanto il segretario di stato statunitense John Kerry è in visita ufficiale in Turchia per cercare alleati nella guerra contro i jihadisti.

Secondo funzionari statunitensi, il generale in pensione John Allen avrà il compito di formare le milizie che combatteranno contro il gruppo terroristico.

L’11 settembre dieci paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, hanno accettato di aiutare gli Stati Uniti contro lo Stato islamico sia in Iraq sia in Siria.

Il 10 settembre il presidente Obama ha delineato un piano per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. Per la prima volta Obama ha autorizzato attacchi aerei contro il gruppo in Siria.

Vediamo le tappe e le date significative dell’avanzata delle milizie dell’Isis, ultra-radicali islamiche, che controllano vaste zone della Siria e dell’Iraq, dove sono accusate di commettere atroci violenze.

2013.
9 aprile: Il leader del principale gruppo legato ad Al Qaeda in Iraq, Abu Bakr al Baghdadi, annuncia l’unione di intenti tra il suo Stato Islamico dell’Iraq e del Fronte al Nusra (un gruppo che combatte il regime del presidente siriano Bashar al Assad, e forma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil o Isis). Un giorno dopo, il Fronte al Nusra – ai piu’ sconosciuto prima della rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 – giura fedelta’ al leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, ma prende le distanze dalla notizia della fusione con lo Stato Islamico dell’Iraq.

19 dicembre: Amnesty International accusa l’Isis di sequestrare, torturare e uccidere detenuti in carceri segreti nelle aree sotto il suo controllo in Siria.

2014.
2-4 gennaio: L’Iraq perde il controllo di Fallujah e di parti di Ramadi nella provincia occidentale di al Anbar, conquistati dai guerriglieri dell’Isis e da componenti di tribù sunnite anti-governative.

3 gennaio: Tre gruppi di ribelli siriani uniscono le forze per uccidere e catturare decine di combattenti dell’Isis, che accusano di crimini ben peggiori di quelli dell’inviso presidente siriano. Circa 6mila vittime il bilancio dei mortali combattimenti tra Isis e ribelli, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh).

14 gennaio: L’Isis conquista la sua roccaforte, la città siriana di Raqa, dopo giorni di violenti combattimenti con ribelli rivali per la capitale della provincia settentrionale. E’ in seguito accusato di aver instaurato un regime del terrore nelle sue roccaforte come Raqa, dove impone la sua personale ed estremistica interpretazione dell’islam, con arresti, lapidazioni e decapitazioni.

3 febbraio: Al Qaeda disconosce l’Isis. Al Zawahiri aveva già ordinato al gruppo nel 2013 di sciogliersi e ritornare in Iraq, annunciando che il Fronte al Nusra rappresentava il ramo ufficiale in Siria di Al Qaeda.

9 giugno: In Iraq, inizia una devastante offensiva di centinaia di guerriglieri jihadisti, appoggiati da fedelissimi dell’ex dittatore Saddam Hussein, gruppi salafiti e alcune tribu’: si impadroniscono di vaste zone del territorio iracheno. Avanzano inoltre verso la regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq, cacciando dalle proprie citta’ miglira di membri delle minoranze cristiane e yazidi di lingua curda.

29 giugno: L’Isis proclama un “califfato islamico che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, nordest di Baghdad. Si da’ una nuova denominazione, Stato Islamico (Is, anche se molti continueranno a chiamarlo Isis), dichiara “califfo” e “leader dei musulmani di tutto il mondo” il suo capo Baghdadi. La maggior parte dei movimenti islamisti in Siria respinge questa iniziativa.

8 agosto: I caccia statunitensi bombardano le posizioni jihadiste nel nord dell’Iraq, la prima operazione militare americana nel Paese dal ritiro delle truppe americane, nel 2011. Da allora Washington sferra raid aerei quotidiani e annuncia la fornitura di armi ai peshmerga curdi, come la Francia e l’Italia.

15 agosto: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità una risoluzione mirata a indebolire le milizie jihadiste bloccando loro fondi e afflusso di combattenti stranieri.

19 agosto: L’Isis annuncia la decapitazione del giornalista americano James Foley, rapito nel 2012 nel nord della Siria, e minaccia di uccidere un suo connazionale in rappresaglia agli attacchi aerei americani in Iraq. Il giorno successivo, il presidente Barack Obama definisce l’Isis “un cancro” che “non puo’ trovare posto nel 21esimo secolo”.

2 settembre: L’Isis annuncia di aver decapitato un altro reporter americano, Steven Sotloff, in un video che come il precedente su Foley scatena lo sdegno e la condanna di tutto il mondo. Il gruppo minaccia anche questa volta di uccidere un ostaggio britannico, identificato come David Cawthorne Haines. La Casa Bianca giudica entrambi i video “autentici”. Washington comunica l’invio di altri 350 militari in Iraq.

3 settembre: Obama assicura che gli Stati Uniti non si faranno intimidire dall’Isis.

mercoledì 26 marzo 2014

National Security Agency: avvertimento di Obama a Putin



Il presidente statunitense al termine del vertice: "Nuove misure se la Russia non si fermerà". Il primo ministro olandese Mark Rutte: "Eviteremo le conseguenze delle sanzioni sugli altri paesi"

Parla soprattutto della crisi ucraina Barack Obama, nella conferenza di chiusura del vertice all'Aja sulla sicurezza nucleare. Il presidente americano avverte la Russia: "Se non si fermerà ci saranno altre conseguenze e altri costi" e ribadisce l'unità dell'alleanza atlantica. "Ci stiamo organizzando -assicura - in modo ancora più intenso per fare in modo che ci siano piani di emergenza e garanzie a tutti gli alleati". È stato proprio Obama a sostenere sin da subito la linea dura - stemperata dall'Europa preoccupata dalle possibili ricadute delle sanzioni - e a spingere perché a margine dei colloqui sul nucleare i leader del G7 si confrontassero sulla crisi in Crimea.

"La Russia è una potenza regionale che sta minacciando alcuni paesi limitrofi sulla base della debolezza" afferma Obama. "Non c'e' bisogno di invadere i propri vicini per avere rapporti stretti di collaborazione tra loro" aggiunge.

"Sta alla Russia agire in modo responsabile dimostrandosi disponibile a rispettare le norme internazionali: se non lo farà dovrà aspettarsi costi ulteriori" spiega il presidente Obama che ammette che non esiste una soluzione semplice per risolvere la situazione in Crimea. "Con le sanzioni economiche che potremo decidere se non ci sarà una de-escalation cerchiamo di essere sicuri che tutto questo per la Russia avrà un costo".

"Ogni alleato della Nato ha la rassicurazione che tutti noi, inclusi gli Stati Uniti, ribadiamo pieno sostegno al concetto di difesa collettiva previsto dall'art.5 del Patto Atlantico" a proposito di possibili minacce sui paesi baltici. "Ci sono momenti in cui l'azione militare può essere giustificata".

Le sanzioni occidentali saranno fatte in modo "da colpire in modo mirato soprattutto la Russia" ed evitare conseguenze per gli altri paesi, in particolare Europa e Canada, assicura il premier olandese Mark Rutte. La decisione dei sette grandi viene comunicata al mondo lunedì sera dopo una riunione di un’ora e mezza: se la Russia non cambia strategia resta fuori, temporaneamente, dal G8 che da Sochi si trasferisce a Bruxelles. Il documento ufficiale si poggia su due pilastri la minaccia di sanzioni più dure e l’isolamento internazionale di Mosca.

«Sta alla Russia agire in modo responsabile dimostrandosi disponibile a rispettare le norme internazionali: se non lo farà dovrà aspettarsi costi ulteriori». Così il presidente Usa Barack Obama sulla crisi in Ucraina parlando in conferenza stampa all'Aja per il G7 e in occasione del Nuclear Security Summit (Nss), il Summit sulla sicurezza nucleare.

«Siamo preoccupati per ulteriori violazioni della Russia e sarebbe disonesto indicare che esiste una soluzione semplice», ha detto Obama. «Se Mosca dovesse continuare faremo sanzioni più settoriali, sull'energia o sulla finanza», ha ribadito, continuando a parlare della crisi Ucraina e dell'annessione della Crimea a Mosca. Il presidente ha detto comunque di voler continuare a seguire la via diplomatica.

«Bisogna raddoppiare gli sforzi sulla ripresa dell'economia ucraina», ha poi aggiunto Obama. «Spero che il Fondo monetario internazionale riesca a preparare un pacchetto di aiuti per l'Ucraina al più presto» e comunque «non appena si terranno le elezioni l'economia dovrebbe stabilizzarsi». Oggi il nuovo governo ucraino ha stimato che nel 2014 il Pil subirà un arretramento del 3 per cento.

Obama non ha escluso alcuna opzione quando ha sottolineato che «ogni alleato della Nato ha la rassicurazione che tutti noi, inclusi gli Stati Uniti, ribadiamo pieno sostegno al concetto di difesa collettiva previsto dall'articolo 5 del Patto Atlantico». Conclusione: «Ci sono momenti in cui l'azione militare può essere giustificata».

Il Congresso «dovrà agire in fretta» per approvare la riforma della National Security Agency statunitense. Parlando in conferenza stampa a L'Aia, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ricordato la proposta che la sua amministrazione si prepara a presentare in risposta allo scandalo del Datagate. Anche se si trova in Olanda per un summit sul nucleare e per il G7 sull'Ucraina, Obama ha parlato della sua riforma sui sistemi di controllo dell'intelligence americana dopo le anticipazioni pubblicate oggi dai media americani.

Affrontando il tema del datagate, Obama ha poi aggiunto che sia negli Stati Uniti che all'estero, «alcune delle notizie sui programmi di sorveglianza dell'Nsa sono state riportate con toni sensazionalistici». Il presidente si è comunque detto «ottimista» per il futuro, convinto che l'America sarà in grado di garantire il rispetto della privacy dei suoi cittadini.

"Accolgo con favore i passi degli Stati Uniti in risposta alle azioni sconsiderate e illegali della Russia in Ucraina". Lo ha dichiarato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha incontrato a Bruxelles il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, secondo quanto si legge sul suo profilo Twitter. "La Nato è una forza di pace. Non cerchiamo lo scontro, ma non cediamo se sfidati", scrive Rasmussen in una serie di quattro messaggi twitter dopo l'incontro col presidente Obama.

Il segretario generale Nato aggiunge che in vista del summit di settembre "rivedremo la vitalità della relazione con la Russia" e "mi unisco a Obama nel considerare misure Nato addizionali: aggiornamento dei piani di difesa, aumento delle esercitazioni e dispiegamenti adeguati" e che "la difesa collettiva è il nocciolo della Nato".

A

domenica 19 gennaio 2014

Obama, NSA e le nuove prospettive dell’intelligence



"Tutti i Paesi lo fanno, è per la sicurezza: però introdurremo limiti". Greenwald e Assange ironizzano: vende fumo, non cambia niente. Con questo e altri esempi storici - ricordando come l'intelligence nazionale abbia aiutato a rendere sicuri «il nostro Paese e la nostra libertà», Barack Obama ha cominciato uno dei discorsi più attesi e preparati del suo secondo mandato: quello sulla raccolta dati della National Security Agency - Nsa - raccontata nei dettagli dalle rivelazioni dei mesi scorsi di Edward Snowden.

Quando il Paese era ancora giovanissimo, la notte, nelle strade di Boston, un piccolo gruppo segreto controllava i movimenti delle truppe britanniche, per raccogliere informazioni su possibili attacchi contro «i primi patrioti americani».

L’agenzia governativa statunitense Nsa è in grado di sorvegliare anche i computer che non sono connessi a internet, grazie a un software che ha installato in più di 100mila computer in tutto il mondo.

Questa tecnologia, che l’agenzia ha adottato nel 2008, si basa sull’uso di onde radio nascoste, trasmesse da circuiti microscopici e da schede usb installate manualmente nei computer. La rivelazione arriva dal New York Times, che è entrato in possesso di nuovi documenti riservati dell’agenzia.

Stando ai documenti, tra gli obiettivi sorvegliati non ci sarebbero civili. Secondo l’Nsa tutte le operazioni sono state condotte su “obiettivi segreti stranieri per esigenze di intelligence”. L’agenzia ha messo sotto controllo le forze armate cinesi e russe, qualche ente dell’Unione Europea e alcune persone legate ai cartelli della droga in Messico.

“Non abbiamo mai fatto spionaggio industriale per conto delle aziende statunitensi”, ha aggiunto un portavoce dell’agenzia.

Ecco come si svolgeva la sorveglianza secondo il New York Times.

1. Ricetrasmittenti minuscole o piccoli circuiti vengono inseriti dentro una presa usb e collegate al computer.

2. Le ricetrasmittenti si collegano a un ricevitore della Nsa grande come una valigetta, che può essere messo fino a otto chilometri di distanza dal computer.

3. Attraverso il ricevitore i dati vengono trasmessi a uno dei centri di controllo dell’Nsa, che li può leggere e modificare.

4. I dati possono fare anche il percorso inverso: per esempio le stazioni dell’Nsa possono trasmettere al computer sotto controllo un virus malware, come è successo nelle operazioni di sabotaggio degli impianti nucleari iraniani.

Un annuncio importante. Il 17 gennaio Barack Obama dovrebbe annunciare una riforma dell’Nsa. Il presidente statunitense potrebbe proporre una legge per proteggere la privacy anche dei cittadini non americani, per calmare le polemiche dei mesi scorsi sulle attività di spionaggio dell’agenzia all’estero.

Secondo il Wall Street Journal Obama potrebbe anche nominare un advocate for privacy issues, un funzionario che avrà il compito di garantire la privacy dei cittadini e fare da mediatore con la Fisa (Foreign intelligence surveillance act), la corte che autorizza l’Nsa a mettere in piedi le intercettazioni. Attualmente la corte approva le richieste direttamente su sollecitazione del governo, senza passare attraverso l’autorizzazione di un giudice.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto una conferenza stampa nella sede del dipartimento di giustizia, a Washington, per annunciare una riforma della National security agency (Nsa), l’agenzia d’intelligence statunitense al centro dello scandalo Datagate.

Le proposte del presidente riepilogate dal Washington Post.
Le agenzie di spionaggio statunitensi non raccoglieranno più i metadati dei tabulati telefonici. Questo significa la fine del programma di sorveglianza dell’Nsa denunciato da Edward Snowden, almeno per come è concepito ora. Ci vorrano mesi per chiuderlo definitivamente. Nel frattempo il presidente ha deciso di mettere dei limiti all’attività delle agenzie.

Obama vuole comunque garantire al governo l’accesso ai tabulati per alcuni casi specifici. Non ha ancora deciso come, ma ha elencato un paio di possibilità: le compagnie telefoniche potrebbero conservare i tabulati dei loro clienti e dare l’accesso al governo solo per ordine di un tribunale. Oppure si potrebbe creare un nuovo ente, in grado di raccogliere e proteggere grandi quantità di metadati.

Il presidente vuole che lo spionaggio degli alleati finisca. I capi di stato “amici” saranno d’ora in poi esclusi dalla sorveglianza elettronica. I funzionari della Casa Bianca hanno detto che le intercettazioni su questi obiettivi in realtà sono già state interrotte. Ma ci sono delle eccezioni.

Obama non ha chiarito cosa intende per “alleati più stretti”, e dalle intercettazioni non verranno comunque esclusi i collaboratori dei leader stranieri.

Obama chiede al congresso di creare un comitato indipendente di public advocates (difensori pubblici) che devono intervenire nei casi di violazione della privacy da parte delle agenzie governative.

Il presidente ha promesso maggiore protezione per la privacy dei cittadini stranieri, aggiungendo che saranno intercettati solo per questioni di sicurezza nazionale

Il presidente stati8unitense ha risposto a sei mesi di polemiche - nazionali e internazionali - presentando una serie di aggiustamenti al programma dell'agenzia di intelligence, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di apparire fermo sulla sicurezza nazionale e allo stesso tempo difensore della privacy dei cittadini. Obama, davanti a un pubblico di deputati e capi delle agenzie di intelligence, ha proposto alcune revisioni delle attività dell'Nsa, alcune dai contorni ancora poco chiari.

Il programma, così come lo conosciamo tramite le rivelazioni dell'ex analista dell'agenzia, avrà fine. La massa di dati raccolta finora non potrà più essere custodita dal governo federale, ma sarà trasferita a un partito terzo - l'Amministrazione deve ancora trovare una soluzione su questo punto - e i funzionari dell'intelligence potranno accedervi soltanto dopo aver ricevuto il consenso di un tribunale segreto. Il Congresso lavorerà alla creazione di un comitato pubblico che avrà - in casi specifici - la possibilità di opporsi alle richieste di monitoraggio di alcune agenzie. I capi di Stato stranieri non saranno più ascoltati e ai cittadini di Paesi terzi saranno garantite alcune delle protezioni di cui già godono gli americani.

Per alcuni analisti che hanno commentato a caldo l'intervento del presidente sulle televisioni americane, il discorso di Obama in un certo senso non ha precedenti. Nessun leader, infatti, si era mai addentrato così tanto in pubblico nei dettagli delle attività delle agenzie di intelligence nazionali. Tuttavia, le sue parole e gli aggiustamenti non garantiscono a Obama la fine dell'era delle polemiche: «È imbarazzante vedere un presidente degli Stati Uniti parlare per 45 minuti per non dire nulla, veramente imbarazzante», ha immediatamente detto il capofila dei critici, il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, in diretta alla Cnn dall'ambasciata ecuadoriana a Londra. E per Glenn Greenwald, il giornalista che sul Guardian ha pubblicato le prime rivelazioni della «talpa» Snowden, la riforma dell'Nsa è «solo un gesto di pubbliche relazioni».

Le riforme, nonostante siano più vaste di quanto previsto, lasciano intatte alcune «pratiche chiave della sorveglianza», ha scritto il Wall Street Journal. E le parole di Obama hanno reso chiaro che gli Stati Uniti non cederanno in nulla sulla sicurezza. Il presidente ha innanzitutto difeso con forza l'attività dei funzionari dell'Nsa - «nulla sta a indicare che la nostra intelligence abbia cercato di violare la legge» - ha spiegato la necessità di una stretta sorveglianza dei servizi segreti soprattutto dopo l'11 settembre, ha ricordato come «il punto delle intelligence sia quello di ottenere informazioni non accessibili al pubblico», ha parlato di come le capacità dei servizi segreti americani siano anche vitali per gli alleati stranieri e, annunciando la fine della sorveglianza delle comunicazioni di alcuni leader amici, ha detto che l'America non smetterà comunque la normale attività di spionaggio, come fanno tutti gli altri Paesi: «Ora, lasciatemi essere chiaro: le nostra agenzie di intelligence continueranno a raccogliere informazioni sulle intenzioni di governi - non privati cittadini - nel mondo, allo stesso modo in cui agiscono i servizi di ogni altra nazione. Non chiederemo scusa semplicemente perché i nostri servizi sono più efficaci».

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martedì 27 agosto 2013

Siria: 'tre giorni di raid' Nbc, si colpirà da giovedì




La notizia dell'attacco diffusa dalla Nbc, ma il presidente Barack Obama non ha preso una decisione su eventuali azioni militari.

La crisi siriana sta spingendo le varie diplomazie internazionali a schierarsi, spinte dalle dure parole del segretario di Stato John Kerry nei confronti del regime di Assad. E da Londra arrivano segnali di un imminente attacco occidentale alla Siria

''A fronte di ogni tentativo di colpirci, risponderemo e risponderemo con forza''. Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu riferendosi alla tensione in Siria. ''Lo stato di Israele è pronto - ha aggiunto - ad ogni scenario''. Netanyahu ha detto anche che Israele non ''è parte alla guerra civile in Siria''.

La Francia non ha nessun dubbio sul fatto che un attacco chimico sia avvenuto in Siria e che sia stato sferrato dalle forze di Assad. Lo dicono fonti diplomatiche di Parigi, aggiungendo che "è inaccettabile" e "la Francia non verrà meno alle sue responsabilità per rispondere".

Una serie di attacchi limitati contro la Siria in rappresaglia per l'uso di armi chimiche potrebbero essere lanciati "a partire da giovedì". Lo ha detto alla Nbc una fonte dell'amministrazione Usa. "Tre giorni di raid" sarebbero limitati nell'obiettivo e mirati a mandare un messaggio al regime di Damasco, ha detto la fonte.

Le potenze occidentali hanno detto all'opposizione siriana di attendere un attacco nei prossimi giorni. Lo riferiscono alla Reuters fonti che hanno partecipato ad un meeting con la coalizione nazionale siriana.

La Lega Araba denuncia: Il regime di Bashar al Assad "ha la piena responsabilità" per l'uso di armi chimiche in Siria, e il Consiglio di sicurezza Onu deve "superare le divergenze e adottare misure dissuasive".

Hagel, a Obama opzioni per tutte evenienze - ''Abbiamo spostato gli asset per essere in grado onorare e assecondare qualsiasi opzione il presidente'' decidesse di seguire. Lo afferma il segretario alla difesa, Chuck Hagel, in un'intervista alla Bbc, sottolineando che sono state offerte al presidente ''le opzioni per tutte le evenienze''.

'La comunità internazionale deve rispondere'' al presunto attacco chimico in Siria. Ne 'è convinto il premier britannico David Cameron, fa sapere un portavoce di Downing Street. ''Qualsiasi decisione deve essere presa rigorosamente in un ambito internazionale. Qualsiasi uso di armi chimiche è completamente e assolutamente aberrante e la comunità' internazionale deve rispondere'', ha dichiarato il portavoce di David Cameron. Le forze armate britanniche stanno mettendo a punto un piano di emergenza nell'eventualità di una risposta militare al presunto attacco chimico in Siria. Lo fa sapere Downing Street.

Bonino, Italia non parteciperà al di fuori Onu - "L'Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu". Lo ha detto il ministro degli Esteri Emma Bonino alle Commissioni Esteri congiunte. Per l'Italia un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu è "l'unico quadro di riferimento giuridico" per un intervento militare contro la Siria, ha detto il ministro degli Esteri, spiegando il no dell'Italia a intervenire senza un via libera dei 15.

Una riunione a livello ministeriale dei Paesi "Amici della Siria" e dell'opposizione siriana si terrà il 4 settembre. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Emma Bonino, senza precisare il luogo dell'incontro.

Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato che sarà rinviato l'incontro previsto con la Russia domani, 28 agosto. La decisione è messa in relazione alla necessità di elaborare una risposta adeguata all'uso delle armi chimiche in Siria.

L'incontro rinviato era in programma per domani a L'Aia tra i diplomatici di Stati Uniti e Russia. Si puntava a discutere il progetto di una conferenza di pace per porre fine alla guerra civile in Siria. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ha però annunciato il rinvio a causa delle ''consultazioni in corso per trovare una risposta appropriata dopo l'attacco con armi chimiche in Siria, il 21 agosto''. L'incontro più in dettaglio doveva essere tra Wendy Sherman, sottosegretario per gli affari politici al Dipartimento di Stato, l'ambasciatore degli Stati Uniti in Siria Robert Ford, e i ministri russi Gennady Gatilov e Mikhail Bogdanov. ''Lavoreremo con i nostri colleghi russi per riprogrammare l'incontro'', ha detto l'alto funzionario, aggiungendo che l'uso recente di sostanze chimiche nel paese dimostra la necessità di arrivare ad una soluzione politica definitiva e duratura per porre fine allo spargimento di sangue in Siria.

E tra i favorevoli ad un intervento militare (Usa, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita) si aggiunge anche la Turchia che per bocca del ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha definito un «crimine contro l'umanità» a cui va data «risposta» il presunto attacco lealista con armi chimiche del 21 agosto alla periferia est di Damasco, e ha ammonito che per la comunità internazionale si tratta di un «test» vero e proprio. «Questo è un crimine contro l'umanità, e un crimine contro l'umanità non deve rimanere senza risposta», ha insistito Davutoglu. «Ciò che occorre sia fatto, va fatto», ha avvertito. Lunedì lo stesso ministro aveva affermato che la Turchia

Mosca si rammarica per la decisione degli Usa di cancellare l'incontro bilaterale russo-americano per la discussione della convocazione della conferenza di pace sulla Siria: lo ha twittato il viceministro degli esteri Ghennadi Gatilov. L'incontro era previsto domani all'Aia ma Washington ha comunicato la decisione di rinviarlo.

Il dipartimento di Stato Usa, riferisce Itar-Tass, ha deciso di rinviare l'incontro perchè sono in corso consultazioni sulla risposta adeguata all'attacco con l'uso di armi chimiche. ''L'elaborazione dei parametri per la soluzione politica in Siria sarebbe molto utile proprio ora in cui su questo Paese incombe un'azione militare'', si legge nell'account twitter di Gatilov, che esprime rammarico per la cancellazione dell'incontro.

Gli ispettori dell'Onu sull'uso di armi chimiche non si sono potuti recare oggi in una località vicino a Damasco dove volevano accedere a causa di un mancato accordo tra diversi gruppi ribelli, ha affermato il ministro degli Esteri siriano Walid al Moallem.

Si potrebbe tenere domani una riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu sulla situazione in Siria. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Emma Bonino alle Commissioni congiunte, aggiungendo che esiste una proposta in tal senso "di cui attendiamo conferma". La Nato discuterà del caso Siria giovedì, a Bruxelles. Lo ha riferito il ministro degli esteri Emma Bonino.

Iran, attacco avrebbe gravi conseguenze in Mo - L'Iran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, ha ribadito che un attacco alla Siria avrebbe ''gravi conseguenze'' in ''tutta la regione mediorientale''. Serve una ''soluzione politica'' alla crisi siriana e ha espresso la speranza di Teheran che i ''leader europei'' prendano ''sagge decisioni'' evitando l'attacco.

Il portavoce, Abbas Araqchi, ha precisato che le "gravi conseguenze" sarebbero provocate da "qualsiasi azione militare" contro la Siria e ha sottolineato che questo è il momento di essere cauti per evitare che la situazione vada "fuori controllo": uno sviluppo, ha detto il portavoce iraniano, "che speriamo non accada". Teheran comunque, ha annunciato Araqchi, farà "del suo meglio" per evitare un conflitto e "speriamo che tutti tornino indietro" alla ricerca di una "soluzione politica".

Siria: Russia, aggirare Onu conseguenze catastrofiche - Per la Russia i tentativi di aggirare il Consiglio di Sicurezza Onu “creano per l’ennesima volta pretesti artificiali infondati per un intervento militare nella regione, gravidi di nuove sofferenze in Siria e conseguenze catastrofiche per Medio Oriente e Nord Africa Nord”. Lo dichiara oggi Alexander Lukashevich, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

Riguardo alle prove ''inconfutabili'' sull'uso da parte del regime di Damasco di armi chimiche di cui gli Stati Uniti sarebbero in possesso secondo quanto dichiarato ieri dal segretario di Stato americano John Kerry, queste secondo Lukashevich ''non sono state tuttavia ancora presentate''. Ieri in una telefonata con il premier britannico David Cameron, il presidente russo Vladimir Putin aveva affermato che a suo avviso ''non ci sono ancora prove che l'attacco del 21 agosto sia stato opera delle forze di Assad''.

L'Egitto mette in guardia contro nuovi spargimenti di sangue come in "Libia, Iraq e Afghanistan, e invita le parti alla saggezza e a trovare una soluzione politica al conflitto in Siria.


lunedì 19 agosto 2013

«La diplomazia esitante di Obama ha fallito» " Roger Cohen


Mentre da tutto il mondo arrivano reazioni e commenti, Obama ha annunciato che gli Stati Uniti cancelleranno le esercitazioni militari congiunte con l'Egitto a seguito delle violenze scoppiate nel Paese nordafricano. Il presidente degli Usa ha parlato da Martha's Vineyard, in Massachusetts, dove si trova in vacanza. «Confermiamo il nostro impegno per l'Egitto e il suo popolo, ma non può continuare l'uccisione di civili per strada», ha sottolineato Obama, aggiungendo che «le autorità egiziane devono rispettare i diritti dei manifestanti. Il popolo egiziano merita di più di quanto abbiamo visto negli ultimi giorni», ha proseguito il presidente. Il tutto mentre Gli Stati Uniti chiedono ai cittadini americani di lasciare l'Egitto in preda alle violenze, o di rinunciare se possibile al viaggio.

«La politica dell’amministrazione Obama sull’Egitto è stata un pasticcio totale. Diventerà un caso di studio sull’inettitudine in campo diplomatico». Così scriveva ieri l’editorialista del New York Times Roger Cohen sul suo account Twitter.

Intervistato da Viviana Mazza per il Corriere della Sera, il giornalista nato a Londra, con un passato di corrispondente estero in quindici paesi, e che continua a viaggiare e scrivere sul Medio Oriente, ricorda l’esitazione mostrata da Washington già durante le proteste di Piazza Tahrir. «All’inizio c’era stata una mediazione perché il presidente egiziano Mubarak restasse al potere per altri sei mesi, prima che fosse chiaro che bisognava lasciarlo andare».

Poi però l’amministrazione Obama ha appoggiato la Fratellanza Musulmana, tanto che è stata accusata dalla piazza di sostenere Morsi come prima aveva fatto con Mubarak.

«La politica americana era stata quella di appoggiare i despoti nella regione perché erano visti come un baluardo contro i jihadisti, mentre invece la radicalizzazione viene a mio parere alimentata da una società senza opportunità. Dopo Mubarak, Obama ha capito che, in effetti, avere elezioni libere e aperte, con la partecipazione degli islamisti, era una via d’uscita dall’impasse. Quando Morsi è salito al potere, gli Stati Uniti hanno cercato di appoggiarlo. Ma Morsi ha fallito, in parte perché la Fratellanza Musulmana era cresciuta come un’organizzazione segreta non abituata alla democrazia liberale, in parte perché i sauditi con fondi e pressioni hanno cercato per tutto il tempo di sovvertirlo, e la società egiziana si è spaccata».

Cosa avrebbero potuto fare gli Stati Uniti?
«Avrebbero dovuto essere chiari sin dall’inizio, agire in modo più determinato per far sì che Morsi aprisse veramente a tutte le forze politiche e sociali, che facesse le scelte giuste in economia, e avrebbero dovuto frenare l’esercito. Avevano i mezzi per farlo. Ma avrebbero dovuto agire prima che Morsi accrescesse i suoi poteri, prima dello scontro sulla costituzione e prima che i gruppi di sinistra e laici restassero fuori. Ma non riesco a pensare a dichiarazioni significative di Obama».

Ma perché tanta esitazione?
«Penso che abbiano avuto un peso le pressioni dei sauditi che spingevano gli alleati americani a tagliare con Morsi. E penso che l’amministrazione non sapesse cosa fare, anche se certo non credo che gli Stati Uniti possano risolvere tutti i problemi».

Come giudica le scelte di Obama rispetto alle promesse fatte al Cairo, appena eletto, di cambiare la politica di Bush sul Medio Oriente?
«Certo Obama non è entrato in guerra come Bush, e io gli do credito per l’intervento in Libia che era giustificato anche se la situazione attuale non è buona. Ma è stato deludente su Israele e i palestinesi, e ha agito in Siria oltre che in Egitto con troppa esitazione».
Il segretario di Stato John Kerry aveva detto che la deposizione di Morsi forse avrebbe evitato la guerra civile.

«Sembra che non avesse ragione».

Washington ha fatto di tutto per non chiamarlo «golpe». Lo è?
«Ovvio che è un colpo di Stato. Certo, c’erano decine di migliaia di persone in strada, e tantissima rabbia, ma se un esercito rovescia un presidente scelto in elezioni libere, l’ultima volta che ho guardato nel dizionario veniva chiamato “colpo di Stato”. L’amministrazione ha fatto di tutto per evitare il termine perché, certo, avrebbe conseguenze in termini di aiuti, ma questo continuo zigzagare e cambiare posizione ha giocato un ruolo negativo».

E adesso cosa possono fare gli Stati Uniti e l’Europa?
«Ora che centinaia di persone sono state uccise, non penso che si possa invertire il corso degli eventi. I Fratelli Musulmani torneranno ad operare in modo sotterraneo. Adesso l’Ue chiede alle autorità egiziane di agire con ritegno, ma mi sembra un po’ tardi».

venerdì 7 giugno 2013

Il Grande Fratello Obama spia, intercetta milioni di telefonate. La fine della privacy

L'amministrazione Obama spia non solo i cellulari ma anche la rete: si allarga lo scandalo attorno all'operato della National security agency (Nsa) e l'Fbi. Dopo lo scoop del Guardian sulle utenze Verizon intercettate, il Washington Post rivela che il governo ha accesso anche ai server dei giganti della web attraverso il programma Prism.

Il Guardian ha rivelato che Verizon deve fornire all'Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa) "in maniera continuativa, quotidianamente" i dati relativi a tutte le chiamate effettuate attraverso i suoi sistemi, sia domestiche che tra gli Stati Uniti e altri Paesi, fornendo all'amministrazione i numeri di telefono delle due parti della chiamata, dati sulla localizzazione, l'ora e la durata della chiamata, ma non i suoi contenuti.

L'ennesima rivelazione al termine di una delle giornate più difficili per l'inquilino della Casa Bianca, attaccato su tutti i fronti, paragonato perfino a George W. Bush. Tanto che su Twitter c'e' chi, approfittando della coincidenza con l'anniversario dello sbarco in Normandia, parla di Dday per la difesa del diritto di privacy. George W. Obama.

Nella sintesi dell'Huffington Post tutta la rabbia, il sarcasmo e la disillusione dei media liberal che si sentono traditi dall'attuale presidente: lui, l'uomo che ha messo fine all'era Bush, non chiude Guantanamo, uccide con i droni e ora spia anche milioni di americani con un Grande Fratello che monitora telefonate e attività sul web. George W. Obama. Nella sintesi spietata dell'Huffington Post tutta la rabbia, il sarcasmo e la disillusione dei media liberal che si sentono traditi dall'attuale presidente: lui, l'uomo che ha messo fine all'era Bush, non chiude Guantanamo, uccide con i droni e ora spia anche milioni di americani con un Grande Fratello che monitora telefonate e attività sul web

Spietato il New York Times: "Poche ore dopo la rivelazione che le autorità federali regolarmente raccolgono i dati sulle telefonate di cittadini americani, indipendentemente dal fatto che abbiano alcuna attinenza con indagini antiterrorismo, l'amministrazione ha risposto con lo stesso luogo comune che ha offerto ogni volta che il presidente Obama è stato pizzicato in un uso troppo disinvolto dei suoi poteri: i terroristi sono una minaccia reale e dovete fidarvi di noi, perché abbiamo meccanismi interni (dei quali non abbiamo intenzione di parlare) per assicurarci che non violino i vostri diritti". Insomma, è l'assenza totale di trasparenza la colpa imperdonabile del presidente: "L'amministrazione ha ormai perso ogni credibilità su questo tema".

"Un giorno, una giovane ragazza guarderà negli occhi di suo padre e chiederà: 'Papà, cosa è la privacy?' Il padre probabilmente non se lo ricorderà. Temo che abbiamo già dimenticato che ci fu un tempo in cui le telefonate di un cittadino degli Stati Uniti erano affar suo e di nessun altro", ha scritto Eugene Robinson sul Washington Post, andando dritto al cuore del problema, il rapporto fra potere e diritti individuali, fra lotta al terrorismo e tutela della privacy.

E' in ballo il curriculum di Obama quale diefnsore delle libertà civili, non si lascia sfuggire il Wall Street Journal, mai tenero con il presidente democratico. Ma poi riconosce: "Grazie per il monitoraggio dei data, la sorveglianza della NSA sui 'metadati' è legale e necessaria".

E il quotidiano conservatore non è l'unica voce in difesa del presidente: molti deputati repubblicani difendono l'efficacia del programma, il presidente della Commissione intelligence alla Camera, Mike Rogers, rivela che la raccolta dei dati sulle telefonate ha permesso di sventare un attacco terroristico negli Stati Uniti. Ma non precisa quale. Per Obama, un assist avvelenato: la difesa dei media repubblicani accentua il nervosismo dei media liberal, che intensificano le critiche fino al parallelo dell' Huffington Post: Obama come Bush, appunto.
E' il caso portato alla luce dal Washington Post: grazie a Prisma, programma top secret del 2007, National Security Agency e l'Fbi hanno 'gettato le reti' nei server di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, YouTube, Apple: da qui pescano audio, video, fotografie, e-mail, documenti e contatti 'sospetti'.

Il direttore della National Security Agency James R. Clapper ha definito le "informazioni raccolte grazie a questo programma tra le più importanti informazioni di intelligence ottenute, usate per proteggere la nostra nazione da una grande varietà di minacce". Di più, "la diffusione non autorizzata di informazioni su questo programma importante e interamente legale mette a rischio tutele essenziali per la sicurezza degli americani".

Altre fonti dell'amministrazione Obama cercano di ridimensionare la portata degli scoop: la raccolta di informazioni sulle comunicazioni di cui parlano Guardian e  Washington Post riguarda "procedure specificatamente approvate dalla Corte per assicurare che solo i cittadini non americani fuori dagli Stati Uniti vengano presi di mira". E oltre tutto queste procedure "riducono al minimo l'acquisizione, la conservazione e la diffusione di informazioni accidentalmente acquisite relative a cittadini americani". Il via libera è stato confermato anche in tempi recenti dal Congresso, con il consenso bipartisan di repubblicani e democratici.

sabato 5 dicembre 2009

Troppi costi, Obama pensa a una tassa sulla guerra


C’è la crisi, mancano 30 miliardi. I democratici: paghino i ricchi. Dopo i soldati, i soldi. All’indomani dell’annuncio sull’invio di altri 30 mila militari in Afghanistan, negli Stati Uniti è scontro sui finanziamenti alla guerra. I rinforzi costeranno un milione a soldato, ovvero 30 miliardi di dollari in più rispetto ai 130 già inseriti nel budget per la missione che il Congresso voterà nei prossimi giorni.

A Barack Obama spetta il delicato compito di spiegare come pagherà per la guerra vincendo lo scetticismo di quei repubblicani contrari all’escalation e l’opposizione della sinistra liberal e pacifista che chiede il ritiro delle truppe. Dati alla mano, i rinforzi costano 2,5 miliardi di dollari al mese, ovvero almeno 195 dollari a contribuente, abbastanza da far raddoppiare la spesa bellica per l’anno fiscale 2010 rispetto al 2009.

Secondo il Center for Arms control e Proliferation di Washington così solo nel 2010 l’investimento per la missione sarà pari alla metà di quanto gli Usa hanno speso dal 2001 ad oggi.

Cifre enormi che portano a sfondare il tetto dei mille miliardi da quando sono iniziate le guerre in Afghanistan e Iraq gravando sul già pesante debito pubblico, salito quest’anno all’85% del Prodotto interno lordo. Il rincaro arriva inoltre in una fase delicata per l’economia Usa, con una ripresa post-crisi lenta e macchinosa e la disoccupazione oltre il 10%. «Obama e il Congresso ora devono affrontare la questione in modo credibile e veloce», avverte il New York Times in un editoriale, in cui si apprezza tuttavia lo sforzo del presidente di aver fissato un prezzo credibile per la sua escalation, e per aver promesso di lavorare con il Congresso per i fondi, al contrario di quanto ha fatto per anni George W. Bush che «cercato di nascondere il vero costo delle guerre in Afghanistan ed in Iraq».

Il problema è capire dove attingere per evitare voragini di bilancio: si è parlato di tagli su altri capitoli di spesa, o del ricorso all’emissione di War Bond sul modello di quanto fatto da Franklin D. Roosevelt nella Seconda Guerra mondiale. A farsi strada nei giorni scorsi è stata l’idea di una War Tax - un modo per far pagare ai ricchi e alle grandi corporation il peso dei rinforzi - avallata da influenti democratici, ma osteggiata dal presidente della Camera, Nancy Pelosi che teme le ricadute in termini di consensi per l’impopolarità della misura.
Secondo le stime i costi reali pro-capite potrebbero comunque lievitare tra i 400 e i 600 dollari entro i prossimi due anni, e sempre che tutto vada secondo i piani di Obama che da parte sua deve spiegare a quali criteri ricorrere per capire quando l’Afghanistan sarà in grado di stare in piedi da solo. «Sebbene sia una buona idea fissare una scadenza» per il ritiro, sferza il «Times», sono forti i dubbi sul fatto che il presidente «possa rispettare la scadenza annunciata per luglio 2011». Intanto ieri in Senato, durante il capo del Pentagono, Bob Gates, dopo aver firmato l’ordine di dislocamento dei 30 mila militari, ha rivelato che i rinforzi potrebbero salire a quota 33 mila uomini grazie alla flessibilità concessa dal presidente per l’invio di «équipe mediche, intelligence, ingegneri e sminatori: ovvero tutto il personale necessario a salvare la vita dei nostri soldati». Un incremento destinato a gravare di più sul budget e a inasprire il dibattito politico. E mentre per i revisori di Congresso e Casa Bianca si preannunciano tempi difficili, Wall Street si scandisce lo slogan «Finché c’è guerra c’è speranza». I titoli del settore Difesa e Aerospaziale contenuti nello S&P 500 hanno infatti segnato rialzi sin dalla vigilia dell’annuncio di Obama e il trend pare destinato a proseguire visto che il sottoindice di settore è cresciuto del 75% (contro il +1% di quello generale) da otto anni a questa parte, ovvero da quando Washington ha inaugurato la nuova fase bellica.