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sabato 8 aprile 2017

Turchia: il referendum costituzionale voluto da Erdoğan



Si avvicina il 16 aprile, data in cui i cittadini turchi saranno chiamati al voto referendario sulla proposta di riforma costituzionale voluta dal governo targato AKP. Gli emendamenti all'attuale costituzione elaborata dopo il golpe del 1980 e ritenuta ormai superata da larga parte delle forze politiche in Turchia, sono stati approvati dal parlamento di Ankara lo scorso gennaio, dopo una serie di votazioni in cui il partito di governo è riuscito ad ottenere i numeri necessari grazie al sostegno di parte degli ultra-nazionalisti del MHP.

Una vittoria del “sì” trasformerebbe la Turchia in una Repubblica presidenziale, con i poteri fortemente accentrati nelle mani del presidente della Repubblica – carica attualmente ricoperta da Recep Tayyip Erdoğan. Numerosi esponenti di politica, mondo accademico e società civile hanno lanciato l'allarme sulla deriva autoritaria di cui è preda la Turchia e la possibile creazione di un'autocrazia plebiscitaria, sostenuta unicamente dal voto popolare, ma priva di un sistema funzionante di pesi e contrappesi istituzionali e gravata di forti limitazioni nella libertà di stampa e di espressione.

Sono circa tre milioni i cittadini turchi residenti all’estero che hanno diritto di voto nel referendum del 16 aprile sull'introduzione del presidenzialismo in Turchia. Si vota in 57 paesi, fino a domani 9 aprile. In caso di approvazione la riforma costituzionale assegna più poteri al presidente Erdogan che in questo modo, diventerebbe anche capo dell’esecutivo. Tra i poteri che otterrebbe, quello di nominare i ministri, sciogliere il parlamento e dichiarare lo stato d’emergenza.

La riforma costituzionale è stata ampiamente contestata soprattutto all'estero. In Germania dove vive il maggior numero di cittadini turchi, il governo di Berlino ha di recente impedito l’organizzazione di comizi da parte dei politici di Ankara, a favore della riforma.

Il referendum istituzionale voluto da Erdogan - Qualora la riforma fosse approvata, assegnerebbe più poteri al Presidente. Tra i punti principali degli interventi istituzionali, infatti, è previsto che quest'ultimo diventi il capo dell'Esecutivo oltre a mantenere il ruolo di Capo di Stato, eliminando in pratica la funzione del Primo ministro, le cui attribuzioni passerebbero al Presidente stesso che potrebbe anche dichiarare autonomamente lo stato d'emergenza o far dimettere i ministri del governo e, per essere inquisito dal Parlamento, avrebbe bisogno di una votazione a lui contraria con un maggior numero di parlamentari rispetto agli attuali. Molto criticato all'estero e preceduto da diverse polemiche, il referendum è stato bollato dal tabloid tedesco Bild col titolo "Ataturk avrebbe votato no": al momento l'esito è incerto e il voto dei turchi all'estero - pari a circa il 5% del totale degli aventi diritto - potrebbe risultare davvero decisivo.

L'attenzione si concentra soprattutto su sei paesi europei, Austria, Belgio, Francia, Svizzera, Danimarca e Germania, dove risiedono complessivamente oltre 2,9 milioni di cittadini turchi aventi diritto al voto. Rappresentano oltre il 5% degli aventi diritto totali, fondamentali per una sfida elettorale che si prospetta un vero testa a testa.

La società turca si avvicina alle urne in un clima di esasperata polarizzazione: la campagna elettorale è condotta più attraverso l'attacco all'avversario che non con una discussione pubblica sui contenuti della riforma. I sostenitori del “no” sono stati sin da subito equiparati a terroristi, anche da parte di alti ufficiali governativi. I sostenitori del “sì” sono invece tacciati di sacrificare la democrazia turca in favore di una vera e propria dittatura.

A complicare lo scenario, lo stato di emergenza in vigore dall'agosto 2016, che rende difficile l'organizzazione di manifestazioni e dibattiti pubblici, in piazza come nei media, ormai da tempo sotto il torchio di una dura repressione che fa della Turchia il paese al mondo con più giornalisti in carcere.

Lo schieramento del “no” appare compatto nei due maggiori partiti d'opposizione, quello repubblicano CHP e quello della sinistra HDP, movimento al centro di un'ondata di operazioni repressive condotte dalle autorità giudiziarie, che accusano l'HDP di collusione con il PKK. Le operazioni contro il partito hanno condotto in carcere centinaia di esponenti locali e 12 parlamentari, inclusi i due co-leader Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ.

La base elettorale di questi due partiti, che hanno raccolto rispettivamente il 25 e 13% alle elezioni politiche del novembre 2015, non sarebbe comunque sufficiente a garantire la vittoria del “no”. È piuttosto all'interno degli schieramenti della destra turca che si combatte la vera battaglia per l'esito referendario.



mercoledì 28 dicembre 2016

Ue asse Francia e Germania. Europa a due



E’ ancora utile all’Europa che il cancelliere tedesco e il presidente francese appaiano insieme di fronte alla stampa, dopo un vertice dell’Unione, per confermare l’esistenza fra i due Paesi di un rapporto speciale? Le prime riserve sulla opportunità dell’asse (come venne subito definito) risalgono alle prime reazioni provocate dal trattato che Charles De Gaulle e Konrad Adenauer firmarono all’Eliseo il 22 gennaio 1963. Tornato al potere nel 1958, il generale aveva accettato i Trattati di Roma per la creazione del Mercato Comune, firmati in Campidoglio un anno prima; ma non aveva mai nascosto il suo scetticismo per il progetto europeista e, contemporaneamente, la sua diffidenza per le potenze anglosassoni e l’Alleanza atlantica.

Quando il trattato dell’Eliseo arrivò al Bundestag per la ratifica, Adenauer dovette constatare l’esistenza di molte riserve e le superò soltanto con un preambolo in cui si assicurava il Paese che l’accordo con la Francia gollista non avrebbe reso la Germania meno europeista e meno atlantica. Il preambolo non piacque al generale, ma fu accettato a Parigi e il trattato divenne da quel momento il simbolo di una storica riconciliazione fra due Paesi che si erano duramente combattuti nel 1870 e nel 1914. Da quel momento anche i partner europei di Francia e Germania dovettero rassegnarsi. L’asse era una implicita offesa alla parità dei membri della Comunità, ma archiviava un dissidio che aveva insanguinato più volte la storia dell’Europa.

La storica fotografia di François Mitterrand e Helmut Kohl, la mano nella mano di fronte al grande ossario di Douaumont, il 22 settembre 1984, per una celebrazione dedicata alla battaglia di Verdun, dimostrava che l’asse era ancora, per molti aspetti, un valore europeo. Ma anche le grandi memorie sono soggette al logorio del tempo. I rapporti di forza tra i due Paesi sono cambiati. Per molto tempo la inferiorità economica della Francia è stata compensata dalla sua superiorità militare. Ma la fine della Guerra fredda ha ridotto il valore della force de frappe (l’arma nucleare francese) mentre l’unificazione tedesca lasciava sul piatto della bilancia una Germania molto più pesante sul piano economico, demografico e geopolitico. Eppure esiste fra i due Paesi una convenienza reciproca a cui nessuno intende rinunciare. La Germania non ha aiutato la lira, durante la crisi monetaria del settembre 1992, all’epoca del governo Amato; ma ha salvato il franco francese. La Germania ha spalleggiato la Francia nel novembre 2003 quando i due Paesi, grazie alla presidenza italiana, poterono sottrarsi alle misure disciplinari per la violazione delle regole sul deficit. Francia e Germania hanno fatto fronte comune contro la guerra degli Stati Uniti all’Iraq nello stesso anno.

Ma ciò che maggiormente garantisce la sopravvivenza dell’asse è probabilmente una sorta di reciproca prudenza. Il rischio di una guerra franco-tedesca non esiste più, ma ciascuno dei due Paesi ha comunque interesse a tenere d’occhio il partner, a seguirne le evoluzioni politiche, a spegnere subito le divergenze che inevitabilmente sorgono fra due grandi Paesi anche quando sono amici e alleati. Nell’ambito della Unione europea, poi, i due Paesi devono sempre accordarsi per evitare di muoversi in direzioni diverse e pregiudicare così la credibilità dell’asse. Finché il quadro politico non cambierà radicalmente, vi sarà sempre una riunione franco tedesca prima di ogni vertice e una conferenza stampa franco-tedesca alla fine dell’incontro. Quanto alla posizione assunta da Matteo Renzi a Bratislava, non è difficile comprendere le ragioni del suo disappunto per un vertice piuttosto modesto e il suo desiderio di non lasciare agli euro-scettici del suo Paese il diritto di criticare l’Europa. Ma se avesse voluto contribuire al declino dell’asse franco-tedesco avrebbe dovuto, in linea con le iniziative prese nel corso dell’estate, partecipare alla conferenza stampa di Merkel e Hollande.

I Paesi che contano, Francia e Germania, hanno già redatto un programma di riforma dell'Europa.

Berlino e Parigi, in qualche modo, vogliono sfruttare l'ondata britannica per aumentare "l'integrazone dei Paesi Ue" e, soprattutto, le prerogative delle istituzioni europee. Il piano è stato firmato dai ministri degli esteri dei due Paesi (il tedesco Frank-Walter Steinmeier e il francese Jean Marc Ayrault) e presentato un po' in sordina al vertice straordinario dei ministri europei a Visegrad di due giorni fa. Un documento che da più parti, soprattutto in Polonia, è stato letto come "il progetto per un Superstato Europeo" che toglierà ulteriore sovranità agli Stati nazionali (leggi il documento).
"Il nostro obiettivo - scrivono Francia e Germania - è quello di muoverci ulteriormente verso l'Unione politica in Europa e invitare gli altri europei a unirsi a noi in questo sforzo". Bene. Bello. Interessante. "Più Europa", insomma, sarebbe la risposta agli euroscettici che stanno spopalando nei Paesi membri e che, invece, chiedono "meno Europa". Ma vediamo in cosa consiste questo rivoluzionario documento.

Sicurezza Europea
Per far fronte agli attentati terroristici, l'obiettivo è quello di "considerare la nostra sicurezza come una e indivisibile". Come realizzarlo? Semplice: "Germania e la Francia - si legge nel documento - propongono un 'European Security Compact' che comprenda tutti gli aspetti della sicurezza e della difesa". In particolare, "l'UE dovrebbe essere in grado di pianificare e condurre operazioni civili e militari in modo più efficace, con il supporto di una catena civile-militare permanente di comando". Poi Bruxelles "dovrebbe essere in grado di contare su forze ad alta prontezza e di fornire un finanziamento comune per le sue operazioni" e "se necessario, gli Stati dovrebbero considerare la creazione di forze navali permanenti". In poche parole, un esercito europeo che scavalchi quelli nazionali.

Non solo. Secondo Berlino e Parigi, i Paesi membri dovrebbero sostenere Bruxelles per creare una "piattaforma europea per la cooperazione di intelligence" per migliorare la sicurezza interna. Anche qui, gli Stati dovrebbero favorire "lo scambio di dati", la "pianificazone di emergenze europee per grandi scenari di crisi" e la creazione di un sistema di risposta europea. Oltre che la "creazione di un corpo europeo di protezione civile".

Infine, nel lungo termine, Francia e Germania puntano a creare un ufficio giudiziario europeo, con un Procuratore sovranazionale per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Cosa che prevede, ovviamente, una sorta di armonizzazione dei sistemi penali dei Paesi membri.
Per ottenere tutto ciò, l'idea è quella di far riunire periodicamente un "Consiglio di sicurezza europeo" che discuta della difesa comunitaria.

Immigrazione
Anche sul tema migranti, Francia e Germania puntano a togliere potere ai governi nazionali. Non solo con la difesa delle frontiere esterne, più volte sbandierata ma mai realizzata, ad opera delle istituzioni europee. La proposta è quella di rendere Frontex autonoma dagli Stati con personale proprio. E il secondo punto riguarda la creazione di un ESTA europeo per concedere i visti agli immigrati diretti in Europa.

L'Euro per salvare l'Ue
Non manca, ovviamente, un riferimento all'unione economica. Per Berlino e Parigi, solo l'Euro può continuare a far da collante dell'Ue. E così propongono di "rafforzare la convergenza economica" per "salvaguardare l'irreversibilità" della moneta unica. In che modo? "Migliorando la responsabilità democratica", ovvero facendo in modo che i cittadini in un modo o nell'altro si convincano che l'Euro è una buona cosa. Inoltre, si prevede di ampliare il "Fondo Europeo per gli investimenti strategici" insieme alla creazione di un'autorità di vigilanza comune.

Un modo, insomma, per spingere gli Stati a trasferire all'Ue i poteri sugli eserciti, sui sistemi economici e sui controlli delle frontiere. Come teme la Polonia.

lunedì 8 febbraio 2016

Angela Merkel e la strana alleanza con la Turchia: "Inorridita dai raid russi “



La Cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta "inorridita" dalle sofferenze provocate fra i civili in Siria dai raid russi. Decine di migliaia di persone stanno lasciano in questi giorni la città di Aleppo, solo per rimanere bloccate al confine turco che Ankara ha deciso di chiudere.

Pur di tenere lontani i profughi siriani che qualche mese fa aveva accolto a braccia aperte per poi pentirsi, il cancelliere tedesco Angela Merkel, in Turchia, si dice «inorridita» dai raid russi, che certamente vanno con la mano pesantissima ad Aleppo, ma perché non afferma la stessa cosa della barbarie del Califfato e dei jihadisti?

Dopo un incontro con il premier Ahmed Davutoglu si è detta d'accordo nel coinvolgere la Nato per fermare la massa dei profughi. La Merkel sta forse decidendo di dare via libera alla Turchia per creare una «zona cuscinetto» che neppure gli Stati Uniti finora hanno concesso?

Oltre ai miliardi dell'Unione europea, questo deve essere evidentemente il prezzo concordato con Ankara per fermare i rifugiati. Ma il cancelliere tedesco è informato sulla situazione dei curdi siriani che si oppongono al Califfato e che i turchi vorrebbero far fuori a ogni costo? È molto probabile che lo sia ma lei e forse anche noi abbiamo bisogno dei turchi non di difendere dei princìpi e di coloro che li sostengono combattendo i jihadisti.

La Turchia ha chiuso la frontiera ai profughi proprio per avere l'occasione di penetrare dentro la Siria e spezzare le linee di difesa dei curdi siriani che sono il loro obiettivo principale in quanto ritenuti alleati del Pkk. Ad Ankara dei rifugiati non importa nulla: il presidente Erdogan pensava di usarli come massa di manovra contro il regime di Damasco ed per estendere la sua influenza in Siria ma la resistenza di Assad e l'intervento della Russia hanno fatto saltare i suoi piani. Adesso la Germania va in soccorso di un governo islamico che ha aperto l'autostrada della Jihad e contribuito al caos siriano.

Di fronte alla possibilità che Assad con l'appoggio di Mosca, di Teheran e degli Hezbollah possa restare in sella e vincere la guerra, l'Occidente trova un comodo e interessato alleato nella Turchia per impedire un'affermazione della Russia e dell'unico fronte che combatte l'Isis sul campo. Americani, sauditi e turchi non hanno mai avuto l'intenzione di eliminare il Califfato ma solo di tenerlo sotto controllo intanto che svolgeva il suo compito di abbattere il regime di Assad e di contenere l'influenza regionale dell'Iran. Allora milioni di profughi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Turchia, sembrava che fossero un prezzo equo pur di far fuori il raìs siriano. L'impressione però è che l'Occidente e la signora Merkel si siano svegliati tardi e di affidino a un raìs, quello turco, che non è la soluzione ma una parte del problema.

"Negli ultimi giorni siamo stati non solo costernati ma anche inorriditi da ciò che è stato provocato, in termini di sofferenze umane, a decine di migliaia di persone, dai bombardamenti prima di tutto dei russi", ha dichiarato Merkel, dopo aver incontrato il premier turco Ahmet Davutoglu.

"Le immagini drammatiche che ci arrivano dal confine fra Siria e Turchia dimostrano una cosa: chi pensa di poter imporre una soluzione militare al conflitto in Siria sbaglia", ha aggiunto il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier, in una intervista a der Spiegel online.


martedì 15 settembre 2015

Lo straniero comunitario non ha sempre diritto a talune prestazioni sociali



Secondo l'avvocato generale Melchior Wathelet ai cittadini dell'Unione che si spostano verso uno Stato membro del quale non hanno la cittadinanza per cercarvi lavoro possono essere negate talune prestazioni sociali.


Uno Stato membro può escludere da talune prestazioni sociali, di carattere non contributivo, cittadini dell'Unione che vi si recano per trovare lavoro. Questo il principio contenuto nella sentenza emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-67/14 (sentenza Dano).


Il caso riguarda la Germania dove per l’appunto gli stranieri che vi giungono per ottenere un aiuto sociale o il cui diritto di soggiorno è giustificato solo dalla ricerca di un lavoro sono esclusi dalle prestazioni dell'assicurazione di base tedesca. Tali prestazioni sono invece garantite ai cittadini dello Stato membro ospitante che si trovino nella stessa situazione.


E la Corte di giustizia ha confermato che una tale esclusione è altresì legittima per i cittadini di uno Stato membro che giungono nel territorio di un altro Stato membro senza la volontà di trovarvi un impiego.


In conclusione la Corte ricorda che, per poter accedere a prestazioni di assistenza sociale come quelle in oggetto, un cittadino dell'Unione può richiedere la parità di trattamento rispetto ai cittadini dello Stato membro ospitante solo se il suo soggiorno sul territorio dello Stato membro ospitante rispetta i requisiti di cui alla direttiva sulla cittadinanza dell'Unione.


Venendo infine al caso in oggetto, nel dettaglio la Corte constata che vi sono due possibilità per conferire un diritto di soggiorno:


- se un cittadino dell'Unione che ha beneficiato di un diritto di soggiorno in quanto lavoratore si trova in stato di disoccupazione involontaria dopo aver lavorato per un periodo inferiore a un anno e si è fatto registrare in qualità di richiedente lavoro presso l'ufficio di collocamento, egli conserva lo status di lavoratore e il diritto di soggiorno per almeno sei mesi. Per tutto questo periodo, può avvalersi del principio della parità di trattamento e del diritto a prestazioni di assistenza sociale;


- se un cittadino dell'Unione non ha ancora lavorato nello Stato membro ospitante o il periodo di sei mesi è scaduto, questo cittadino, in quanto richiedente lavoro, non può essere allontanato da tale Stato membro fintantoché possa dimostrare che continua a cercare lavoro e che ha reali possibilità di essere assunto. In tal caso, lo Stato membro ospitante può tuttavia rifiutare qualsiasi prestazione di assistenza sociale.


Gli stranieri che giungono in Germania per ottenere un aiuto sociale o il cui diritto di soggiorno è giustificato solo dalla ricerca di un lavoro sono esclusi dalle prestazioni dell’assicurazione di base tedesca. Nella sentenza Dano2 , la Corte di giustizia ha constatato di recente che una tale esclusione è legittima per i cittadini di uno Stato membro che giungono nel territorio di un altro Stato membro senza la volontà di trovarvi un impiego.


Nella presente causa, la Corte federale del contenzioso sociale chiede se una tale esclusione sia legittima anche per quanto riguarda cittadini dell'Unione che si siano recati nel territorio di uno Stato membro ospitante per cercare lavoro e che vi abbiano già lavorato per un certo tempo, laddove tali prestazioni sono garantite ai cittadini dello Stato membro ospitante che si trovino nella stessa situazione.


Tale questione è sorta nell'ambito di una controversia che oppone il Jobcenter Berlin Neukölln a quattro cittadini svedesi: la sig.ra Alimanovic, nata in Bosnia, e i suoi tre figli Sonita, Valentina e Valentino, nati in Germania, rispettivamente, nel 1994, nel 1998 e nel 1999. La famiglia Alimanovic ha lasciato la Germania nel 1999 per recarsi in Svezia e vi ha fatto ritorno nel giugno 2010. Dopo il loro rientro, Nazifa Alimanovic e sua figlia maggiore Sonita hanno svolto, sino al maggio 2011, diversi lavori di breve durata o hanno avuto solo opportunità di lavoro di durata inferiore a un anno.


Da allora non hanno più svolto alcuna attività lavorativa. Alla famiglia Alimanovic sono state poi
accordate prestazioni di assicurazione di base durante il periodo compreso tra il 1° dicembre 2011 e il 31 maggio 2012, vale a dire, da un lato, per Nazifa Alimanovic e sua figlia Sonita, contributi di sussistenza per disoccupati di lungo periodo, e, dall’altro, per i figli Valentina e Valentino, prestazioni sociali per beneficiari inabili al lavoro. Nel 2012, l’autorità competente (Jobcenter Berlin Neukölln) ha infine cessato il pagamento delle prestazioni, ritenendo che la sig.ra Alimanovic e la sua figlia maggiore fossero escluse dal beneficio degli assegni di cui trattasi in quanto persone in cerca di lavoro straniere il cui diritto di soggiorno era giustificato unicamente dalla ricerca di un lavoro. Di conseguenza, tale autorità ha escluso anche gli altri figli dai rispettivi assegni. In risposta alle domande del giudice tedesco, la Corte dichiara, con la sentenza odierna, che il fatto di rifiutare ai cittadini dell'Unione, il cui diritto di soggiorno nel territorio di uno Stato membro ospitante è giustificato unicamente dalla ricerca di un lavoro, il beneficio di talune «prestazioni speciali in denaro di carattere non contributivo»3 , le quali sono altresì costitutive di una «prestazione d’assistenza sociale», non è contrario al principio della parità di trattamento.


La Corte ha constatato che le prestazioni sociali controverse sono volte a garantire mezzi di sussistenza a persone non in grado di farvi fronte da sole e che sono oggetto di un finanziamento non contributivo mediante prelievo fiscale, anche se fanno parte di un regime che prevede altresì prestazioni volte ad agevolare la ricerca di un impiego. Essa sottolinea che, come nella causa Dano, tali prestazioni devono essere considerate alla stregua di «prestazioni d’assistenza sociale». A tale riguardo, la Corte ricorda che, per poter accedere a prestazioni di assistenza sociale come quelle oggetto della presente causa, un cittadino dell’Unione può richiedere la parità di trattamento rispetto ai cittadini dello Stato membro ospitante solo se il suo soggiorno sul territorio dello Stato membro ospitante rispetta i requisiti di cui alla direttiva sulla cittadinanza dell’Unione.

giovedì 10 luglio 2014

Germania-Usa a Berlino torna la guerra tra spie



Si aggrava la crisi diplomatica fra Germania e Stati uniti, dopo l’apertura di due inchieste sulle attività dei servizi segreti di Washington sul territorio tedesco. Il governo di Berlino ha annunciato l’espulsione dal paese del capo dei servizi segreti americani in Germania, un provvedimento deciso dopo gli ultimi sviluppi e anche in seguito alle questioni irrisolte del Datagate, le attività di intercettazione svelate dal funzionario della NSA Edward Snowden.

Il governo tedesco ha annunciato il 10 luglio l’espulsione del capo dei servizi segreti statunitensi in Germania in seguito alla scoperta di due casi di spionaggio a favore di Washington.

Un impiegato dei servizi segreti tedeschi Bundesnachrichtendienst (Bnd) era stato arrestato il 2 luglio con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia; e il 9 luglio le autorità tedesche hanno avviato un’inchiesta su un dipendente del ministero della difesa sospettato di contatti impropri con i servizi segreti statunitensi.

L’abitazione e l’ufficio del secondo sospettato sono stati perquisiti e alcune prove – tra cui computer e altri dispositivi di archiviazione dati – sono state sequestrate per essere analizzate. Secondo il quotidiano Die Welt, l’indagato è un soldato che aveva attirato l’attenzione dell’intelligence militare tedesca dopo aver ripetutamente stabilito dei contatti con il personale di un’agenzia dei servizi segreti di Washington. L’ufficio del procuratore federale ha spiegato al Guardian che l’uomo è sospettato di attività di spionaggio, ma che finora non è stato eseguito nessun arresto.

Il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha chiesto spiegazioni a Washington senza escludere provvedimenti e la cancelliera Angela Merkel ha definito grave la vicenda, anche se i due casi non sembrano collegati. Per la Süddeutsche Zeitung, inoltre, il secondo caso è molto più serio del primo, poiché i documenti trapelati sono molto più delicati.

Il primo caso, invece, fornisce un quadro dettagliato di come le agenzie di sicurezza statunitensi riescano a reclutare agenti stranieri. Il dipendente del Bnd avrebbe stabilito un contatto con la Cia con un’email all’ambasciata degli Stati Uniti in Germania. Durante un incontro in un hotel di Salisburgo, la Cia avrebbe fornito all’uomo – che sembra abbia una disabilità fisica e un difetto di linguaggio – un computer portatile cifrato con cui tenersi in contatto con i servizi segreti americani con un ritmo settimanale: ogni volta che apriva un determinato programma, appositamente dissimulato come un’applicazione meteo, stabiliva un collegamento diretto con gli Stati Uniti.

L’impiegato del Bnd avrebbe ricevuto circa 25mila euro per trafugare 218 documenti riservati, anche se fonti all’interno del servizio di intelligence hanno spiegato ai giornali tedeschi che l’uomo, di 31 anni, è stato motivato più da un desiderio di riconoscimento che da interessi finanziari. Dopo che la Cia aveva apparentemente perso interesse per lui, l’uomo aveva offerto i suoi servigi al consolato della Russia a Monaco di Baviera, attirando inavvertitamente l’attenzione del controspionaggio tedesco.

Washington non ha ancora smentito i legami con il primo episodio di spionaggio e le relazioni tra Stati Uniti e Germania rischiano a questo punto di tornare tese, dopo la crisi nata nel 2013 in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, secondo cui la National security agency statunitense avrebbe intercettato il cellulare di Angela Merkel.

La polizia tedesca ha perquisito abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali e’ un funzionario militare tedesco che avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Venerdi’ scorso era stato arrestato invece un funzionario del servizio segreto tedesco BND sospettato di aver venduto alla Cia oltre 200 documenti riservati.

“Io credo che di questi tempi, che possono essere molto confusi, molto dipende dalla fiducia fra gli alleati. Maggior fiducia significa anche maggiore sicurezza”, e’ stato il commento del cancelliere tedesco Angela Merkel.

venerdì 2 maggio 2014

Stati Uniti e Germania: uniti per l'Ucraina




Trentotto persone sono morte in un incendio dopo gli scontri a Odessa, riferiscono fonti ufficiali. Il ministero dell'interno ucraino ha precisato che "in margine agli scontri (tra filorussi enazionalisti), è scoppiato un incendio di origine dolosa" allaCasa dei sindacati. "Trentotto persone sono morte, 30 persoffocamento e otto perché sono saltate dalla finestra", ha aggiunto.

Gli stati occidentali «sono uniti contro le azioni illegali della Russia in Ucraina e determinati a coordinare le proprie azioni, comprese le sanzioni contro Mosca»: lo ha detto il presidente americano, Barack Obama, nel corso della conferenza stampa alla Casa Bianca con la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Siamo pronti a nuovi passi se la Russia continua con la sua invasione» dell'Ucraina, ha chiarito Obama, mentre la cancelliera ha avvertito che «Se la situazione in Ucraina non si stabilizza nuove sanzioni contro la Russia saranno inevitabili».

Intanto il presidente ucraino ad interim, Oleksandr Turcinov, ha annunciato che le forze filorusse a Slaviansk hanno «subito perdite considerevoli, con molti morti e feriti», senza tuttavia precisarne il numero. L'autoproclamato sindaco di Sloviansk, Viaceslav Ponomariov, aveva riferito in precedenza di cinque morti tra i ranghi filorussi.

Slavinansk è anche la città in cui i negoziati per la liberazione dei sette osservatori dell'Osce, fra cui quattro cittadini tedeschi, tenuti in ostaggio a Slaviansk sono al momento in «una fase molto delicata«. È quanto ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, nel corso di un incontro a Berna con il suo omologo svizzero Didier Burkhalter.

In quanto presidente dell'Osce Burkhalter ha ribadito che l'obiettivo dei negoziati é «il rilascio degli ostaggi senza condizioni« Nel corso del colloqui, Steinmeier ha inoltre ricordato alla comunità internazionale che la crisi in Ucraina «rappresenta una grande sfida per tutti«, soprattutto alla luce degli avvenimenti di questa mattina, «prova che la violenza non é ancora finita«.

Per Vladimir Putin - recita la nota diffusa dopo qualche ora dal Cremlino - il raid avviato nell'Est dell'Ucraina è un «atto criminale» che distrugge gli accordi di Ginevra. «Utilizzando l'aviazione per sparare su località di civili, il regime di Kiev ha lanciato un'operazione punitiva e sta distruggendo tutte le speranze per l'attuazione degli accordi di Ginevra».

Come atto di deterrenza verso Mosca, cinque navi della Nato sono arrivate in Lituania: lo ha reso noto Juozas Olekas, ministro della Difesa dell'ex Repubblica sovietica sul Mar Baltico. Le navi - quattro cacciatorpediniere e una nave appoggio di Norvegia, Olanda, Belgio ed Estonia, arrivate nel porto di Klaipeda - sono un evidente segnale con cui la Nato cerca di rassicurare la Lituania e le altre repubbliche baltiche, preoccupate dalla crescente tensione in Ucraina. «L'arrivo delle navi della Nato sono un ulteriore segnale di unità e solidarietà della Nato» ha detto Olekas. Lo stesso ministro ha parlato di «misura di deterrenza» contro la Russia.

A Slavyansk, oltre gli elicotteri dispiegati, otto blindati ucraini e decine di soldati hanno preso il controllo di una strada di accesso a sud, smantellando un posto di blocco dei filo-russi. Nella città di 160mila abitanti sono risuonate le campane delle chiese per avvertire la popolazione del pericolo imminente.

Fonti del ministero dell'Interno ucraino hanno fatto sapere che il governo a Kiev non commenterà quanto sta accadendo a Slavyansk «finché l'operazione non sarà terminata». L'offensiva è la prima risposta militare su ampia scala ai miliziani filo-russi che hanno preso il controllo di numerosi edifici pubblici di città del sud-est dell'ex repubblica sovietica, alimentando la più dura contrapposizione tra Mosca e Occidente dai tempi della Guerra Fredda.

Una conferma del clima teso era venuta dalla parata dei lavoratori sulla Piazza Rossa per il Primo maggio voluta dal presidente russo, Vladimir Putin, la prima dal disfacimento dell'Unione Sovietica, che si è trasformata in una manifestazione di sostegno al Cremlino per l'annessione dell'Ucraina e la protezione della minoranza russofona.

Intanto l'Europa stigmatizza l'atteggiamento russo nella crisi ucraina. Per il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso la situazione in Ucraina «è la più grande minaccia per la sicurezza dell'Europa dalla caduta del muro di Berlino» e si tratta di una «minaccia diretta al diritto internazionale e alla pace internazionale». In un discorso alla Stanford University Barroso ha detto che il comportamento della Russia è «inaccettabile».

«I invece di accettare le scelte sovrane dell'Ucraina - accusa Barroso - la Russia ha deciso di interferire, di destabilizzare e occupare una parte della territorio con essa confinante, con un gesto che speravamo fosse sepolto nei libri di storia.

Non possiamo accettare né tollerare questo tipo di comportamento. Questo é il motivo per cui siamo stati rapidi nel reagire insieme ai nostri partner del G7 e nel rendere chiaro che queste azioni comportano un costo politico, diplomatico ed economico». Noi, dice ancora Barroso, siamo anche pronti «a sostenere l'Ucraina a diventare un Paese democratico, prospero e indipendente. Ma questo non è solo un problema per l'Europa, gli Stati Uniti o il gruppo del G7: dovrebbe riguardare il resto del mondo, in quanto si tratta di una minaccia diretta al diritto internazionale e alla pace internazionale».

tutto l'est dell'Ucraina è in fiamme: almeno una dozzina di morti accertati, numerosi feriti, due elicotteri abbattuti sono il bollettino provvisorio della giornata di guerra civile combattuta nel russofono sud-est ucraino, dove Kiev ha rilanciato la sua offensiva militare a Sloviansk, roccaforte della rivolta separatista filorussa. E nuovi scontri di piazza sono esplosi a Odessa, sul Mar Nero, tra secessionisti e filo Kiev: 38 persone sono morte in un incendio scoppiato a seguito dei tafferugli.

Il blitz dell'esercito ucraino rischia di essere il colpo di grazia agli accordi di Ginevra, secondo Mosca, che ha chiesto un intervento dell'Osce e una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu contro quella che considera una "operazione punitiva" e "criminale", rilanciando anche l'ultimatum sul gas a Kiev per la fine di maggio. Dagli Usa, intanto, Obama e Merkel ammoniscono che l'Occidente è pronto a far scattare contro la Russia la fase 3 delle sanzioni, quelle settoriali, in particolare se saranno ostacolate le prossime presidenziali del 25 maggio.

martedì 20 agosto 2013

Maschio o femmina? In Germania arriva terzo sesso



Uomo e donna. Presto, in Germania, concetti superati: la definizione del sesso sarà' facoltativa e nell'atto di nascita, ove fosse 'indeterminato', se ne potrà omettere la precisazione e lasciar vuota la casella.

E' in arrivo in Germania, primo paese in Europa a introdurlo, un terzo sesso: quello ''indeterminato''. In base a una nuova legge che entrerà in vigore il primo novembre del 2013, la definizione del sesso sarà infatti facoltativa e nell'atto di nascita non sarà più' obbligatorio indicare i classici 'm' o 'f' per maschio o femmina, ma si potrà omettere di specificare il sesso del neonato. Finora solo l'Australia ha introdotto una normativa di questo tipo.

La legge è passata in sordina e a richiamarvi l'attenzione è stata la Suddeutsche Zeitung (SZ) che ne sottolinea la portata storica per la società. E' una ''rivoluzione giuridica'', finora la legge parlava ''solo di uomini e donne, e basta'': ora, scrive, "c'è anche un 'sesso indeterminato', la cosa potrebbe creare dei problemi in alcune situazioni''.

Con la nuova legge il legislatore tedesco ha reagito a una sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto come espressione dei diritti della personalità la distinzione fra il sesso ''percepito e vissuto''. Il nuovo diritto, precisa la SZ, riguarda la ''intersessualità'', diversa dalla "transessualità". I transessuali sono persone con un sesso definito, maschi o femmine, che si sentono però appartenere all'altro sesso e come tali voglio essere riconosciute.


venerdì 21 giugno 2013

Articoli della stampa europea del 20 giugno 2013



Germania: “Saldati”
“Gli Stati Uniti e la Germania mostrano di voler serrare i ranghi nonostante le divergenze sullo spionaggio informatico”, sottolinea Die Welt, all’indomani della visita di Barack Obama a Berlino.
In occasione dell’atteso discorso davanti alla porta di Brandeburgo riservato a qualche migliaio di invitati, cinquant’anni dopo quello di John F. Kennedy, il presidente americano ha dichiarato che “l’Europa e gli Stati Uniti possono servire da modello, e fare insieme cose per cui gli altri paesi non sono pronti”.
Angela Merkel ha risposto sottolineando che “nel ventunesimo secolo il partenariato transatlantico è ancora la chiave per garantire la libertà, la prosperità e la sicurezza per tutti”, ma ha anche criticato il programma di spionaggio americano Prism: “lo sforzo per difendersi dal terrorismo deve essere portato avanti in modo misurato nonostante l’importanza dell’argomento”.
Nel suo discorso Obama ha anche annunciato la riduzione di un terzo dell’arsenale nucleare e ha invitato la Russia a fare altrettanto.

“L’Fmi chiede un’altra riforma per abbassare i salari e le indennità”
Il 18 giugno il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha rilasciato un comunicato finale al termine della sua missione in Spagna chiedendo al governo di affrontare i livelli di disoccupazione “inaccettabili” riformando il mercato del lavoro per renderlo più “job-friendly e inclusivo”.
Secondo l’Fmi l’Europa dovrebbe avere un ruolo più attivo alleggerendo i termini dell’adeguamento fiscale della Spagna, e Madrid dovrebbe aumentare la flessibilità degli stipendi e le tasse indirette come l’iva. Il comunicato del Fondo ribadisce infine la necessità di completare le riforme strutturali attese da tempo. Secondo El País
L’Fmi gradisce le riforme avviate dal governo, ma chiede un altro passo avanti in quelle del mercato del lavoro.

Austria: “2,6 miliardi di euro: Alpine è il più grande fallimento della Seconda repubblica”
Alpine, la seconda azienda di costruzioni e lavori pubblici del paese, filiale del gruppo spagnolo Fcc, ha presentato il suo bilancio il 19 giugno e ha chiesto un piano di risanamento giudiziario.
Vittima della crisi e della congiuntura difficile in Europa orientale (Alpine è molto presente in Polonia e Romania), la società ha accumulato un passivo di 2,56 miliardi di euro: si tratta del più grande fallimento dal dopoguerra, ricorda Der Standard.
La sezione più rilevante del gruppo, con 15mila dipendenti, dovrà essere chiusa o venduta. Soltanto la parte austriaca sarà mantenuta, permettendo di salvare 4.600 posti di lavoro.

Disoccupazione: “I giovani bussano alla porta, ma Bruxelles non ha una soluzione”
La disoccupazione giovanile, che ad aprile ha raggiunto il 23,5 per cento, è ormai la priorità principale per l’Europa, ma i progressi sono lenti e ostacolati dalla crisi economica mondiale, sottolinea Delo, aggiungendo che il 19 giugno la Commissione europea ha chiesto la realizzazione tempestiva dei progetti per stimolare l’occupazione. Il budget Ue per il periodo 2014-2020 per contrastare la disoccupazione giovanile ammonta a 6 miliardi di euro.
Nel frattempo il 20 giugno il governo sloveno dovrebbe proporre una nuova legge per combattere la disoccupazione giovanile, che prevedrebbe un sistema di sussidi per i datori di lavoro che assumono giovani di età inferiore ai 30 anni.

Siria: “Le tracce dei combattenti danesi in Siria”
Secondo i servizi segreti danesi circa 65 persone hanno lasciato il paese e per unirsi ai ribelli in Siria e almeno cinque sono rimaste uccise, riporta Politiken.
Il dato inquieta il governo, che spera di impedire nuovi casi. I servizi segreti informeranno le autorità danesi di tutte le partenze per la Siria e verificheranno l’origine dei fondi utilizzati.
Copenaghen prepara sanzioni per i combattenti che torneranno in patria, come la sospensione delle indennità per gli immigrati e processi penali per terrorismo.

Ungheria: “Gyula Horn è morto”
L’ex primo ministro socialista ungherese Gyula Horn è morto all’età di 81 anni a Budapest dopo una lunga malattia. La sua ultima apparizione in pubblico risaliva al 5 luglio 2007, per il suo settantacinquesimo compleanno, ricorda Népszabadság.
Nell’ultimo governo comunista in Ungheria, nel 1989, era stato ministro degli esteri e aveva giocato un ruolo di primo piano nel processo che alla fine degli anni ottanta avevano portato alla caduta del comunismo in Europa dell’Est e alla riunificazione della Germania.
Il suo nome è direttamente associato alla caduta della cortina di ferro: il 27 giugno 1989 aveva tagliato simbolicamente il filo spinato che separava l’Ungheria dall’Austria insieme al suo omologo austriaco Alois Mock, aprendo il passaggio tra l’est e l’ovest.