Visualizzazione post con etichetta Arabia Saudita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arabia Saudita. Mostra tutti i post

martedì 12 dicembre 2017

Arabia Saudita: 35 anni dopo riaprono i cinema



Dopo 35 anni l'Arabia Saudita riaprirà i cinema. A partire dal marzo del 2018 si potrà andare di nuovo al cinema in Arabia Saudita. Oggi il ministro della Cultura Awad al-Awad ha annunciato la fine del divieto entrato in vigore negli anni Ottanta, in seguito ad una svolta di carattere ultraconservatore: «In qualità di regolatore del settore, la Commissione generale per i mezzi audiovisivi ha avviato il processo di concessione delle licenze ai cinema nel Regno. È un momento di grande sviluppo dell’economia culturale del Paese». Sempre ha affermato al Awwad "l'apertura dei cinema fungerà da catalizzatore per la crescita economica e la diversificazione", osservando che "lo sviluppo del settore culturale aprirà nuove opportunità di impiego e formazione, oltre ad arricchire le opzioni di intrattenimento del regno". I primi cinema dovrebbero aprire a marzo 2018 ed entro il 2030 si prevede che saranno in funzione circa duemila sale in tutto il Paese, oltre a 300 teatri.

La decisione è stata presa nell’ambito del programma di riforme economiche e sociali Vision 2030 sostenute dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. I cinema nel regno saudita vennero chiusi negli anni Ottanta, in seguito ad una svolta di carattere ultraconservatore. Per il muftì dell’Arabia Saudita le sale cinematografiche spingono alla depravazione perché favoriscono la promiscuità.

La revoca del divieto, rigidamente osservato dagli anni Ottanta con rarissime eccezioni, fa parte dell'ampio programma di riforme, denominato 'Vision 2030', con il quale il potente principe ereditario, Mohammed Bin Salman, sta scuotendo la monarchia del Golfo nonostante l'opposizione degli ultraconservatori che considerano le svolte una minaccia per l'identità culturale e religiosa.

L’apertura dei cinema integra due pilastri fondamentali del programma Vision 2030: incoraggiare una società vivace, compreso un settore dell’intrattenimento e alimentare un’economia fiorente che crea opportunità per tutte la popolazione. Per le autorità saudite l’industria cinematografica avrà un forte impatto economico che aumenterà le dimensioni del mercato dei media, stimolerà la crescita economica e la diversificazione contribuendo con oltre 23,9 miliardi di dollari al prodotto interno lordo, creando oltre 30mila posti di lavoro permanenti e oltre 130mila posti di lavoro temporanei entro il 2030.

Nei mesi scorsi la massima autorità religiosa del Paese, il gran mufti Sheikh Abdul Aziz al-Sheikh, ha sostenuto che la musica, i concerti, i film e le sale cinematografiche sono fonte di "depravazione" e, se tollerate, potrebbe diventare elementi di corruzione per gli abitanti del regno.

Nonostante il divieto sia ancora in vigore, il cinema saudita miete successi all’estero. La commedia romantica Barakah meets Barakah, il primo lungometraggio del regista 33enne Mahmoud Sabbagh, è stato proiettato alla Berlinale e Wadjda (La Bicicletta Verde) di Haifaa Al-Mansour aveva partecipato agli Oscar tra i film stranieri.

Negli ultimi mesi ha abrogato alcune misure restrittive imposte alle donne, dando loro più libertà. Lo scorso settembre è stato loro permesso di recarsi in uno stadio e nel giugno 2018 verrà concesso loro di guidare. Mercoledì scorso, inoltre, le saudite hanno potuto partecipare per la prima volta al concerto dell’artista libanese Hiba Tawaji che si è esibita al King Fahd Cultural Center nella capitale saudita.





giovedì 23 novembre 2017

Libano: il ritorno di Saad Hariri



Su cosa accadrà nei prossimi giorni ci sono soltanto ipotesi, mentre a Beirut esplode la festa per il rientro del Premier. Hariri, che si è fermato a pregare sulla tomba del padre, aveva rassegnato improvvisamente le dimissioni il 4 novembre dall’Arabia Saudita, Paese nel quale è rimasto due settimane e che, secondo lo stesso Presidente libanese Michel Aoun, lo teneva in ostaggio.

Una tesi smentita da Hariri stesso e in ogni caso archiviata dopo l’invito da parte di Emmanuel Macron a Parigi, dove Hariri si è fermato alcuni giorni.

Questi i commenti entusiasti dei sostenitori di Hariri per le strade della capitale: “È impossibile dire quanto siamo contenti” dice un manifestante. “È come se Beirut fosse di nuovo Beirut” ribatte un altro giovane sceso in strada. “È l’intero Libano che è tornato”.

Mohammed Omar Hussein, un altro simpatizzante del Premier: “Quando Saad Hariri è in Libano ci sentiamo vivi. Quando non c‘è siamo come morti. Senza Saad Hariri il Paese chiamato Libano non esiste”.

Il Premier aveva giustificato le dimissioni in polemica con le violazioni di Hezbollah. Il movimento sciita alleato dell’Iran e con un profondo controllo della vita politico-sociale libanese non rispetta l’impegno di dissociarsi dai conflitti in Medio Oriente.

Saad Hariri resta. Almeno per il momento. Il primo ministro libanese, a capo di un governo di unità nazionale, ha accettato la richiesta del presidente Michel Aoun di sospendere le dimissioni. Hariri, 47 anni. “Rimaniamo insieme – ha detto – e continuiamo insieme a difendere il Libano. La stabilità è data dalla natura araba del Libano”.

Il premier, che ha anche passaporto saudita, ha chiesto un passo indietro agli Hezbollah, gli alleati sciiti dell’esecutivo, e ha accusato l’Iran di voler interferire nelle questioni interne libanesi. Per le strade della capitale la gente sembra appoggiarlo.

“Ha portato unità tra la gente – spiega un uomo – fra Cristiani e musulmani. È una brava persona e renderà il Libano migliore”

“Vogliamo Saad – aggiunge un diciassettenne – Non vogliamo che lasci perché lo amiamo. Perché è il nostro leader sunnita. Se se ne va, il Libano andrà in rovina. Vogliamo soltanto Saad”.

Per Hariri la crisi può essere risolta solo con la neutralità del Libano, e il ritiro delle milizie di Hazbollah da tutti i conflitti regionali, in Siria, Iraq, e nello Yemen. Poco prima il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si era espresso in toni concilianti dicendosi aperto al dialogo.

Mercoledì mattina Hariri aveva assistito assieme al capo di Stato alla parata militare per la Festa dell’Indipendenza, 74 anni dopo la fine del mandato francese in Libano.

Ricordiamo che il Libano subisce da decenni l’influenza dei vari attori regionali, di cui spesso si ritrova ad essere il terreno di scontro. Soprattutto dopo il ritiro delle truppe siriane, in seguito all’assassinio di Raifq Hariri nel 2005, sono Arabia Saudita e Iran i due paesi che più di tutti gli altri fanno sentire il proprio peso sulle dinamiche interne al paese. Gli iraniani con la fondazione e il finanziamento di Hezbollah, movimento politico militare nato nel 1982 per respingere l’invasione israeliana del Libano; i secondi soprattutto con la storica cooptazione di esponenti della borghesia sunnita, sin dagli anni ‘40. Quando Riad denuncia le «ingerenze iraniane negli affari libanesi», non lo fa da una posizione imparziale, perché Riad guarda al Libano e lo considera estensione del proprio «cortile di casa» da più di mezzo secolo. Storicamente, buona parte dei primi ministri sunniti del Libano (il primo ministro deve essere sempre sunnita, così come il presidente deve essere cristiano e lo speaker della Camera musulmano sciita) hanno sempre conservato interessi economici e finanziari in Arabia Saudita, della quale spesso hanno la cittadinanza che gli permette di operarvi liberamente (un cittadino straniero può condurre affari solo tramite uno sponsor locale in Arabia Saudita).



lunedì 13 novembre 2017

Hariri, tornerò presto in Libano



Le dimissioni a sorpresa il 4 novembre del primo ministro libanese Saad Hariri sono andate storte a molti abitanti di Beirut. Si tratta infatti di uno scenario senza precedenti: Hariri ha annunciato le sue dimissioni da un paese straniero, l’Arabia Saudita, senza informare preventivamente i suoi collaboratori a Beirut.

"Mi sono dimesso nell'interesse del Libano perché ho visto che molti sviluppi nella regione stavano nuocendo al mio Paese. Tornerò molto presto per rassegnare le dimissioni seguendo il percorso costituzionale". Lo ha detto l'ex premier libanese Saad Hariri nella sua prima intervista dalle sue dimissioni annunciate dall'Arabia Saudita, la scorsa settimana. "Ho completa libertà in Arabia Saudita", ha precisato, come riportano i media internazionali.

"L'ingerenza dell'Iran è un peso per i libanesi", ha aggiunto Hariri. "Io non sono contro Hezbollah in quanto partito politico, sono contrario al fatto che Hezbollah giochi un ruolo esterno che metta in pericolo il Libano".

Poi ha aggiunto: "Sono minacciato. Il regime siriano non mi vuole. Ero contro Nusra, Isis e al Qaida, ci sono molti gruppi che non vogliono Hariri. Volevo creare una rete di salvaguardia ed essere certo che non fosse infiltrata".

Per la maggior parte dei libanesi non c’è dubbio sul fatto che sia stato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Mbs) a costringere Hariri alle dimissioni, nello stesso momento in cui organizzava la sua “notte dei lunghi coltelli” a Riyadh arrestando per corruzione diversi membri della famiglia reale.

Alcuni ritengono che Hariri sia trattenuto come un “ostaggio” a Riyadh, anche se si è recato per breve tempo ad Abu Dhabi e ha incontrato alcuni diplomatici. L’assenza di notizie preoccupa il Libano. Mercoledì sera l’aereo del primo ministro è rientrato a Beirut, ma ci sono volute diverse ore per sapere che Hariri non era a bordo.

“Ho provato un profondo senso di umiliazione”, confida un esponente importante della società civile libanese, che fa il confronto con l’occupazione militare siriana del Libano fino al 2005, periodo durante il quale tutte le decisioni venivano prese a Damasco. “La situazione oggi è la stessa ma senza i soldati: un paese straniero si permette di cacciare il nostro primo ministro come si licenzia un dipendente”.

Questa reazione è rivelatrice del fatto che le dimissioni forzate e la durissima dichiarazione di Hariri contro le ingerenze iraniane non hanno provocato quello sperato sussulto di orgoglio contro l’Iran. Per ora invece al centro di tutte le critiche c’è l’Arabia Saudita, anche tra chi è di solito molto critico nei confronti dell’Iran e del suo alleato libanese, gli hezbollah.

A dimostrazione di questa rabbia, il ministro dell’interno Nohad Machnouk, proveniente dal Movimento del futuro del primo ministro dimissionario, ha reagito alle voci secondo le quali l’Arabia Saudita vorrebbe sostituire Hariri con il fratello maggiore Bahaa, uomo d’affari a Riyadh, dichiarando che i sunniti libanesi non sono “del bestiame che si può trasferire da una stalla a un’altra”.

I libanesi in assenza di informazioni, si lanciano in grandi ipotesi e temono una nuova guerra tra Israele e gli hezbollah dopo quella del 1982 e del 2006, allo scopo di eliminare l’arsenale militare dei miliziani sciiti ricostituito grazie all’aiuto dell’Iran. Gli israeliani sui loro giornali continuano a ripetere che se ci sarà un conflitto non saranno certo i sauditi a dettarne i tempi, ma i libanesi sono convinti della complicità fra Riyadh e Tel Aviv, con la benedizione statunitense

Bisogna dire che gli Hezbollah, che facevano parte della coalizione governativa diretta da Hariri, e che sono alleati del presidente libanese Michel Aoun, si comportano in Libano come se riconoscessero una sola autorità, la loro. La loro forza militare è più potente e più esperta – grazie all’impegno decisivo in Siria a fianco di Bashar al Assad – di quella dell’esercito regolare libanese, e i loro ministri fanno di testa loro andando a Damasco senza neanche avvisare il primo ministro.

Probabilmente i sauditi hanno considerato che l’accordo di un anno fa – al quale avevano dato il loro via libera permettendo l’elezione di un presidente dopo che per molto tempo questa poltrona era rimasta vuota e il ritorno di Hariri come primo ministro – non è stato all’altezza delle loro aspettative e che il capo del governo non ha saputo dimostrare abbastanza autorevolezza nei confronti degli alleati di Teheran in Libano. L’elemento scatenante della rabbia saudita sarebbe stata una dichiarazione di Ali Akbar Velayati, consigliere diplomatico della guida suprema iraniana Ali Khamenei, che ha definito la coalizione al potere in Libano un “successo” per l’Iran.

Questa ipotesi è la più probabile e i sauditi, che tengono sotto controllo il clan Hariri grazie ai loro numerosi affari in Arabia Saudita, hanno scelto di scatenare la crisi libanese contemporaneamente all’arresto dei principi “corrotti”, per far capire bene chi comanda nel mondo sunnita.




mercoledì 27 settembre 2017

Arabia Saudita donne alla guida




Cade un tabù in Arabia: il re Salman ha finalmente concesso alle donne il permesso di guidare, anche se non da subito, nell'unico paese dove era loro proibito. Le prime patenti dovrebbero essere rilasciate dal prossimo giugno. Contro il divieto di guidare era stata lanciata una campagna che ha visto molte donne postare dei video su internet mentre erano al volante. Da quando re Salman è salito al trono nel gennaio del 2015 ci sono state delle aperture sul fronte dei diritti delle donne di cui quella odierna appare come la più eclatante.

Fino a poche ore da questo annuncio si riteneva che una donna alla guida potesse mettere in crisi non solo i costumi tradizionali ma la stessa casa reale.

L'annuncio è arrivato dai media di Stato di Riad e, in contemporanea a un evento a Washington legato alla casa saudita. L'ambasciatore di Riad negli Stati Uniti ha commentato in serata: "E' il momento giusto per questo cambiamento perché in Arabia Saudita abbiamo una società giovane e dinamica. Le donne non avranno bisogno del loro 'guardiano' per prendere la patente". Si dissolve così l'incredibile divieto simbolo di oppressione nei confronti delle donne.

In un Paese che aderisce alla versione più rigida dell' Islam sunnita, il wahabismo, i diritti delle donne sono molto limitati anche se da qualche tempo era stato concesso il diritto di voto e di essere elette. Le donne restano comunque sottoposte alla tutela dei maschi, generalmente il padre, il marito o un fratello per poter studiare o viaggiare. Da due anni il governo ha avviato il piano di riforme Vision 2030 che punta a modernizzare lo stile di vita saudita ma tutto deve avvenire a piccoli passi.

Finora i teologi wahabiti si erano pronunciati contro il via libera delle donne alla guida, dando spiegazioni spesso surreali: un diritto che, secondo i religiosi, sarebbe stato "inappropriato", "un problema per gli uomini" o comunque "pericoloso per la stabilità del Regno".

Dal 1991 (dopo la Guerra del Golfo) e nel corso degli anni ci sono state diverse manifestazioni di donne che, sfidando la legge e gli arresti, si sono riunite ognuna alla guida della propria auto. La rivolta è proseguita anche sui social network dove sono spesso comparsi video e foto di donne al volante.

Pochi giorni fa però c'era stato un segnale di apertura importante: era stato permesso per la prima volta ad alcune donne di entrare in uno stadio. E' stato solo l'ultimo provvedimento dell'apertura graduale, ma costante, del Regno Saudita, principalmente economica ma anche sulla concessione di alcuni diritti, in contemporanea con l'ascesa sempre più dirompente del giovane principe Mohammed bin Salman, 32 anni.

La decisione ha in buona parte motivazioni economiche, come del resto ha confermato lo stesso ambasciatore saudita a Washington: il governo di Riad sta cambiando e modernizzando la sua locomotiva economica, anche a causa del prezzo basso del petrolio. L'economia, dunque, sarà più inclusiva e dunque potrebbe essere importante coinvolgere anche le donne a pieno titolo per sostenere la crescita di un Paese sempre meno dipendente dall'"oro nero".

E' doveroso ricordare che in Arabia Saudita sono in vigore leggi e prassi di segregazione, una sorta di “apartheid”, che limita pesantemente la condizione delle donne. È uno dei pochi paesi al mondo dove milioni di persone vengono discriminate sulla base di una loro caratteristica biologica, cioè quella di appartenere al sesso femminile. Se una donna avesse osato violare il divieto di guidare la pena era stata stabilita in 10 frustate: così aveva deciso nel 2011 il tribunale di Jeddah condannando una donna “colpevole” di aver sfidato il divieto.


venerdì 23 gennaio 2015

Arabia Saudita: l’ultimo saluto al re Abdullah


Ultimo saluto dell’Arabia Saudita a re Abdullah bin Abdulaziz; i funerali si sono tenuti nella capitale saudita Riyad, nella grande moschea intitolata all'imam Turki bin Abdullah. La morte del sovrano, scomparso all'età di 91 anni, è stata seguita da messaggi di cordoglio provenienti da tutto il mondo.

Per il presidente statunitense, Barack Obama, “ha dato un contributo durevole alla ricerca della pace nella regione araba”. Sul trono ora siederà il principe ereditario Salman Abdul Aziz al Saud, 79 anni. Ultraconservatore in patria, aperto al dialogo fra religioni all'estero Abdullah bin Abdulaziz, sesto re dell’Arabia Saudita, era malato da tempo. L'ultimo periodo della sua vita è stato costellato da malattie e ricoveri, in patria e all'estero. Per oltre tre decenni è stato uno degli uomini più influenti degli Stati del Golfo e un alleato cruciale degli Stati Uniti. Sarà probabilmente ricordato come il sovrano che in patria ha promosso i valori ultraconservatori dell'Islam, ma che all'estero ha lanciato numerose iniziative per il dialogo interreligioso.

Era re dal 3 agosto 2005, quando era salito sul trono dopo la morte di Fahd. Già dieci anni prima, nel 1995, aveva di fatto assunto la carica di reggente dopo che lo stesso Fahd era stato dichiarato temporaneamente invalido.   Il nuovo re Salman Il suo posto sarà preso da Salman Abdul Aziz al Saud, suo fratellastro e come lui uno dei tanti figli del fondatore del regno, Abdul Aziz al Saud. Ha quasi 80 anni, ma ha ottimi rapporti e contatti con le tante tribù del Paese e decenni di esperienza di governo, essendo stato sin dai primi anni '60 governatore della regione di Riyad, che sotto la sua guida è divenuta una metropoli. Ha fama di avere buone capacità diplomatiche, ma anche di saper usare le maniere forti. Dal 2011 è stato ministro della Difesa e ha svolto un ruolo chiave nell'adesione del suo Paese alla coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Usa, con i caccia sauditi che bombardano postazioni jihadiste in Siria.

La sua salute desta qualche preoccupazione, avendo avuto un ictus che gli ha lasciato qualche problema di mobilità al braccio sinistro. Tuttavia, secondo gli analisti, dovrebbe essere in grado di garantire una transizione senza scossoni.   Messaggi di cordoglio da tutto il mondo Messaggi di cordoglio per la morte di re Abdullah stanno arrivando da tutto il mondo. "La sua vita abbraccia un arco di tempo che va da prima della nascita dell'Arabia Saudita moderna fino al suo emergere come forza fondamentale all'interno dell'economia mondiale e leader tra i Paesi arabi e islamici – ha dichiarato il presidente Usa, Barack Obama  - Egli ha intrapreso passi importanti per far avanzare l'iniziativa di pace nella regione araba, uno sforzo che gli sopravviverà". La Giordania ha proclamato 40 giorni di lutto nazionale, mentre il presidente francese, Francois Hollande, ha parlato di lui come di "uno statista la cui opera ha profondamente segnato la storia del suo Paese.

L’Arabia Saudita ha dato l’ultimo saluto al re Abdullah bin Abdulaziz, morto a 91 anni dopo quasi un decennio da sovrano. Il cambio sul trono si traduce in una serie di sfide nella politica interna ed estera. Lo scettro passa a Salman, il fratellastro di 79 anni. Il nuovo re è stato sin dai primi anni Sessanta e per quasi cinque decadi governatore della regione di Riad, la capitale. La transizione è dagli analisti salutata come morbida. Salman dovrebbe seguire la cauta linea riformatrice di Abdullah dal punto di vista sociale ed economico. Il tentativo è dare risposte alle esigenze della modernità in un Paese che ospita i luoghi più sacri dell’Islam.

Salman, diplomatico dalle maniere forti quando serve, sembra determinato a difendersi dagli avversari più temuti: l’Iran e il Califfo del cosiddetto ‘‘Stato Islamico’‘, Abu Bakr al-Baghdadi. Da ministro della difesa, ruolo che ha avuto dal 2011, ha deciso l’intervento militare nella coalizione anti-Isil in Iraq e Siria.

L’altra grande sfida è la politica energetica saudita. Il Paese è il primo esportatore al mondo di greggio, disponendo del 20% delle riserve mondiali.

Gli investitori si interrogano su un possibile cambio nelle scelte energetiche di Riad, data la ventilata sostituzione del ministro del petrolio.



mercoledì 20 novembre 2013

Ipotesi di una nuova mappa per gli stati arabi



Un articolo e una mappa pubblicati dal New York Times il 29 settembre 2013 prendevano in considerazione la possibilità che i conflitti e le rivolte in corso potessero provocare la frammentazione di alcuni stati arabi in unità più piccole.

L’articolo di Robin Wright, ex corrispondente a Beirut ed esperta di relazioni internazionali, ha scatenato accesi dibattiti negli Stati Uniti, mentre in Medio Oriente ha fatto nascere congetture su un nuovo piano dell’occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli.

Le rivolte nei paesi arabi hanno modificato gli interessi geostrategici della regione. Ma non sono riuscite a cancellare la lunga rivalità esistente tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Il punto di forza dei movimenti democratici in Medio Oriente è la loro estraneità agli attenzioni geostrategice regionali. Per la prima volta le rivendicazioni dei manifestanti arabi non riguardano una grande causa sovranazionale: panarabismo, panislamismo, socialismo, sostegno alla causa palestinese, anticolonialismo, antisionismo o antimperialismo. Si tratta di movimenti patriottici, non nazionalisti, radicati in un contesto nazionale, che prendono di mira i leader, ma senza accusarli di essere marionette al servizio delle potenze straniere.

Le grandi linee di frattura geostrategiche non si sono eclissate: sopravvivono nelle menti dei potenti ancora in carica che, quando non si accontentano di lottare per la sopravvivenza (come Muammar Gheddafi in Libia o Ali Abdallah Saleh nello Yemen), interpretano le rivolte alla luce delle conseguenze sulla stabilità della regione. È il caso dell’Arabia Saudita e di Israele, che s’interessa alle manifestazioni arabe quasi esclusivamente in quest’ottica. Per quanto riguarda invece l’occidente, da una parte sembra soddisfatto della democratizzazione in corso, ma in realtà è molto attento alla stabilità della regione, come dimostra la scelta di rimanere in silenzio riguardo alla repressione in Bahrein.

Ci troviamo di fronte a una divisione, sconosciuta nella storia recente: fino a pochi anni fa i movimenti rivoluzionari miravano a favorire una grande potenza o un’ideologia. Per molto tempo il punto di riferimento è stata l’Unione Sovietica, poi l’islamismo, ma anche l’occidente ai tempi delle manifestazioni che hanno fatto cadere il muro di Berlino. Oggi  sembrano coesistere due logiche.

Da una parte si vedevano dei siriani che si facevano uccidere pur di manifestare contro il regime di Bashar al Assad, dall’altra dei palestinesi residenti in Siria che, incoraggiati dal regime di Damasco, cercavano di oltrepassare il confine sulle alture del Golan andando incontro alla morte per mano dei soldati israeliani. L’impressione è che questi due gruppi di manifestanti provenissero da due Sirie diverse.

È necessario distinguere tra i paesi dove le poste in gioco geostrategiche sono limitate e quelli dove il rovesciamento del regime può apparire come il preludio a un cambiamento più ampio. Al primo gruppo appartengono paesi come la Tunisia, lo Yemen, la Libia e, paradossalmente, l’Egitto. I primi tre occupano un posto marginale nelle reti di alleanze e nei conflitti mediorientali. Molto probabilmente la Tunisia manterrà una linea filoccidentale e continuerà ad aver bisogno dell’Europa. Il regime di Gheddafi è isolato dal resto del mondo arabo e lo Yemen è importante solo per l’Arabia Saudita.

Il paradosso è l’Egitto, un attore fondamentale nel conflitto israelo-palestinese e il cuore delle tensioni che agitano il mondo arabo. Nonostante ciò, la caduta del regime di Mubarak avrà un impatto molto limitato dal punto di vista geostrategico. In passato l’opinione pubblica egiziana ha duramente criticato l’atteggiamento compiacente di Mubarak nei confronti di Israele e non ha mai appoggiato gli accordi, più o meno segreti, di cooperazione tra Il Cairo e Tel Aviv sulla repressione dei militanti di Hamas, la chiusura della Striscia di Gaza o la vendita di gas a Israele.

Il problema è sapere se di fronte a un’evoluzione simile i futuri governi israeliani, a differenza di quello attuale, saranno pronti a favorire il cambiamento politico. La grande linea di frattura che percorre il mondo arabo, in particolare a est del fiume Giordano, è l’opposizione tra un polo arabo e sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e l’Iran sciita. Da trent’anni Riyadh considera Teheran una minaccia e cerca, con più o meno successo, di sfruttare il nazionalismo arabo e il sunnismo militante per arginare l’ambizione iraniana di diventare la principale potenza regionale.

In questo contesto il movimento democratico in Bahrein (dove la maggioranza sciita della popolazione si è ribellata contro il regime sunnita) è una duplice minaccia per l’Arabia Saudita. È una minaccia interna perché mette in discussione la legittimità della monarchia bahreinita (e, di conseguenza, quella della monarchia dell’Arabia Saudita, dove vive un gruppo consistente di sciiti). Inoltre è una minaccia esterna perché, senza volerlo, mette in pericolo un equilibrio strategico considerato vitale: l’opposizione tra Arabia Saudita e Iran, basata su quella che Riyadh considera la divisione definitiva nel golfo Persico, cioè quella tra sunniti e sciiti. Questo timore è rafforzato dall’evoluzione religiosa degli alawiti siriani (una corrente sciita): considerati alla stregua di “eretici”, gli alawiti sono stati riconosciuti come musulmani solo dagli scii­ti, rafforzando agli occhi dei sauditi l’idea che le divisioni strategiche si basino essenzialmente sull’opposizione tra sunniti e scii­ti.

Ufficialmente l’Iran non sta sfruttando quest’opposizione perché significherebbe confinarsi in un ghetto. Sostenendo i palestinesi ed Hezbollah, Teheran ha cercato di superare questo conflitto religioso, presentandosi come il campione della causa araba. Negli anni ottanta l’Iran era uscito sconfitto dalla contrapposizione tra sciiti e sunniti. Durante la guerra tra Iran e Iraq, solo le minoranze sciite del mondo arabo avevano sostenuto l’Iran (e nemmeno tutte). Saddam Hussein invece aveva potuto contare su una vasta coalizione fondata sul nazionalismo arabo e sul panislamismo sunnita. Invadendo il Kuwait nel 1990, Saddam Hussein ha mandato in frantumi questa coa­lizione. Gli iraniani hanno imparato la lezione: per promuovere la loro causa non hanno puntato sulla rivoluzione islamica, ma sull’antiamericanismo militante, il sostegno ai palestinesi e il nuovo atteggiamento di garante degli equilibri del golfo Persico.

Nel luglio del 2006 la guerra in Libano – in cui Hezbollah, sostenuto dall’Iran, è riuscito a tenere testa all’esercito israeliano – ha segnato il culmine di questa politica e Hassan Nasrallah, il leader del partito islamista, è apparso come il nuovo campione della causa araba. Pochi mesi dopo la situazione è cambiata: la condanna a morte di Saddam Hussein è stata percepita come una rivincita degli sciiti, sostenuti dagli iraniani e allo stesso tempo dagli statunitensi. Gli sciiti arabi non possono essere ridotti a una “quinta colonna” iraniana. Iracheni e bahreiniti hanno compreso da tempo il rischio di essere strumentalizzati da Teheran: si sentono prima di tutto iracheni e bahreiniti, e lottano per il diritto a essere riconosciuti come cittadini a tutti gli effetti. Anche loro, però, come Hezbollah, hanno bisogno di essere tutelati dall’Iran perché vivono in un ambiente sunnita ostile.

È soprattutto l’Arabia Saudita ad alimentare la grande narrazione di una lotta tra persiani sciiti e arabi sunniti, sullo sfondo della quale tutti gli arabi sciiti sono visti principalmente come persiani di lingua araba, ma anche come eretici, secondo i canoni del wahabismo (il movimento religioso sunnita al potere in Arabia Saudita). Questo è uno dei pochi punti della politica estera saudita ad avere una giustificazione religiosa. Spiega, inoltre, l’ambivalenza di Riyadh verso i movimenti radicali sunniti, dai taliban afgani ai jihadisti di Fallujah. Da molto tempo ormai la causa palestinese è marginale nell’ottica dei sauditi. Il problema principale è la “minaccia iraniana”. Una questione che potrebbe assumere i contorni di una profezia che si autoavvera: negando agli sciiti del Bahrein il diritto alla piena cittadinanza, l’Arabia Saudita li relega al loro status di “quinta colonna” dell’Iran.

Resta da affrontare la questione della Siria. Il regime siriano è il principale alleato dell’Iran e tutto il mondo, dai sauditi agli israeliani, dovrebbe gioire della sua caduta. Tuttavia prevale la preoccupazione, perché la caduta di Assad spalancherebbe le porte sull’ignoto. Quale sarà la politica estera di Damasco quando sarà finita la dominazione del partito Baath? È difficile dare una risposta perché il presidente siriano è strettamente condizionato dalla politica interna. Negli ultimi quarant’anni il regime di Damasco ha sviluppato una strategia della tensione permanente con Israele con l’obiettivo di presentarsi come difensore del nazionalismo arabo contro gli israeliani. Allo stesso tempo ha tessuto le fila di una diplomazia basata sulla realpolitik, stando ben attento a non superare mai certi limiti e a tenere le fila di molte alleanze contemporaneamente.





sabato 26 ottobre 2013

Evento storico donne saudite al volante



Gli hacker hanno attaccato il loro sito, i religiosi hanno lanciato un appello al re per fermare il loro movimento. Anche i funzionari del governo hanno fatto di tutto per impedire alle donne saudite di mettersi al volante, è quanto ha riportato il New York Times.

Un piccolo gruppo di donne ha violato ancora uno dei codici sociali dell’Arabia Saudita, che impedisce a qualsiasi persona di genere femminile di mettersi al volante di una macchina. L’ episodio è solo l’ultimo dei tentativi fatti da un gruppo di attiviste che vedono la guida di una macchina come un diritto fondamentale. L’Arabia Saudita, che è una monarchia ereditaria, è l’unico paese al mondo in cui vige questa legge. Il fatto che le attiviste non siano mai riuscite a creare un movimento di massa sottolinea il fatto che la tradizione della società saudita e i conservatori abbiano un peso enorme e che tutto ciò che viene visto come i modo diverso come atteggiamento occidentale sia considerato qualcosa che può sminuire il carattere islamico del regno.

Ma perché hanno deciso di non protestare pubblicamente? Sanno bene che in Arabia ogni manifestazione pubblica è vietata. La via della protesta non a carattere politico e individuale, quella dei video postati su Internet, è apparsa come la via percorribile.

La battaglia, dunque, va avanti. Le donne saudite non vogliono rinunciare. Non esiste una legge che impedisca loro di condurre un veicolo, ripetono. Ma sanno bene che per farlo è necessaria la patente, rilasciata dalle autorità locali. E solo agli uomini è consentito ottenerla.

Certo l'Arabia, non a caso definita banca mondiale del petrolio, è un paese ricco. Spesso le donne possono permettersi un autista. Ma per chi non può la vita senza patente è dura. Al di fuori della città sacra della Mecca, non esistono mezzi pubblici in tutto il Paese.

Non si tratta, poi, solo della patente. Nella culla dell'islam sunnita wahabita (una delle versioni più rigide), le discriminazioni nei confronti del sesso femminile sono ancora molto dure. Lo ha denunciato anche la Banca mondiale in un recente rapporto.

E' una vita fatta di divieti e separazioni. Ma le saudite sembrano averne abbastanza. Non vogliono più essere affidate a quel tutore legale che può trasformare la loro vita in una prigione dorata, quando va bene. E' il tutore, infatti, scelto quasi sempre tra i parenti più stretti, a decidere quando e con chi la donna deve sposarsi. Anche in età molto tenera. Sempre lui a dire l'ultima parola su ogni viaggio all'estero. E ancora lui a dare il consenso sugli studi, sul lavoro, anche sul permesso per una banale visita dal medico.

Le donne credono che il tempo sia dalla loro parte, facendo notare come vi sia un gran numero di sauditi che studiano e viaggiano all’estero e tornano con nuove prospettive di vita, e che l’ascesa dei social media tra i giovani porterà sicuramente alla trasformazione sociale.

Sarà silenziosa , lenta, ma probabilmente graduale, l'ascesa delle donne saudite va comunque avanti . A Jeddah hanno ottenuto due posti nel consiglio d'amministrazione della Camera di commercio, poi una vicepresidenza; poco dopo la carica di vice sindaco. Intanto nella capitale per la prima volta una donna diventava rettore di una università, qualcun'altra assumeva incarichi direttivi negli ospedali, anche nella Borsa. Fino all'affermazione che ha fatto più parlare, quando Nura al-Fayez, è stata designata vice ministro per l'educazione femminile.