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giovedì 27 ottobre 2016
I paesi arabi devono prepararsi alla caduta dello Stato islamico
Rami Khouri, giornalista libanese è columnist del Daily Star, quotidiano di Beirut.
Gli eventi sul campo in diversi paesi stanno dimostrando quanto fosse corretto quello che molti di noi hanno detto negli ultimi due anni: lo Stato islamico non è una forza militare seria né un’entità sovrana credibile e legittima, e una volta affrontato seriamente sparirà inevitabilmente come la foschia mattutina.
Stato Islamico, o Isis, o Daesh, o Califfato, come uno scelga di chiamarlo, non è oggi e non è mai stato prima, quando pareva vincente, «una forza militare seria né un’entità sovrana credibile». Rami Khouri, giornalista libanese, evita di aggiungere che le sopravvalutazioni soprattutto occidentali sono state frutto della paura rispetto ad un terrorismo medioevale che ti colpisce in casa nei modi più cruenti immaginabili. Per valutazione ormai condivisa da analisti e intelligence mondiali, «il sedicente “stato” o “califfato” che opera in aree della Siria, della Libia e dell’Iraq è destinato a sparire», ma non i problemi legati alla sua nascita e non cancellati dalla sua scomparsa.
In un momento in cui diventa sempre più chiaro che il sedicente “stato” o “califfato” che opera in aree della Siria, della Libia e dell’Iraq è destinato a sparire, l’obiettivo critico negli anni a venire sarà riconoscere i rapporti tra le forze che ne determineranno la scomparsa.
Solo negli ultimi sei mesi le forze aeree straniere si sono coordinate con importanti truppe di terra provenienti da Iraq, Siria, Kurdistan, Libia, Iran e altre entità sostenute dall’Iran, per attaccare con forza le città controllate dall’Is in Siria, Libia e Iraq. Non c’è da stupirsi, dunque, se le forze dell’Is sono state sconfitte e hanno battuto in ritirata. Il contesto puramente militare di questo gruppo criminale è il più semplice da affrontare.
I contesti dello Stato islamico
Gli altri due contesti che definiscono la vita dell’Is sono le condizioni socioeconomiche e politiche specifiche del mondo arabo. È importante ricordare che lo Stato islamico è emerso da tre contesti – militare, politico e socioeconomico – in sacche di paesi arabi e non arabi (a cominciare dall’Afghanistan) che condividono alcune caratteristiche: sistemi politici autocratici, disfunzionali e corrotti, conflitti settari interni, disparità socioeconomiche diffuse che creano una classe di emarginati e disperati, un panorama frammentato conseguenza di un militarismo locale ed esterno (soprattutto statunitense).
Lo Stato islamico è nato perché queste condizioni hanno creato le due principali forze che lo hanno partorito: masse di individui insoddisfatti che cercavano un’alternativa alla loro vita difficile e governi inetti incapaci o riluttanti ad affrontare l’Is una volta che si è affermato sul loro territorio. Cambiare la situazione militare è relativamente semplice, come vediamo in questi giorni, ma cambiare le altre due dimensioni è indispensabile per ottenere una vittoria a lungo termine e soprattutto offrire una prospettiva di vita decente agli abitanti di questi paesi.
L’aspetto preoccupante è che le persone sostengono lo Stato islamico come alternativa più facile a una vita di stenti
Le analisi dei politologi e dei sondaggisti che operano all’interno del mondo arabo e dunque comprendono intimamente i meccanismi delle nostre società spezzate (e si meritano tutto il mio rispetto) lasciano pensare che il supporto attivo o anche l’accettazione remissiva dello Stato islamico tra le popolazioni arabe coinvolga tra il 5 e il 20 per cento della popolazione. In altre parole, su 400 milioni di arabi esiste un numero compreso tra i 20 e gli 80 milioni di individui che sostengono o comprendono le ragioni dello Stato islamico. Il numero di sostenitori più coinvolti, finanziatori, ammiratori, membri e facilitatori logistici dell’Is nel mondo arabo probabilmente non supera le poche centinaia di migliaia, ma il serbatoio di possibili aderenti o simpatizzanti è nell’ordine dei milioni.
L’aspetto realmente preoccupante di tutto questo è che queste persone non sostengono lo Stato islamico perché ne condividono l’ideologia, ma solo perché l’Is rappresenta la più comoda alternativa alla vita di stenti che conducono, un destino che considerano inevitabile per i loro figli e nipoti. Queste dimensioni politiche e socioeconomiche della loro vita e della loro società causano povertà, dolore, esclusione, discriminazione, sofferenza.
Nessun cambiamento in vista
Se da un lato è confortante assistere a uno sforzo militare coordinato locale e straniero per respingere lo Stato islamico, questo non basterà a liberare la nostra regione (e il mondo) dagli effetti di questi movimenti criminali ed estremisti, che sostanzialmente sono la conseguenza delle nostre carenze politiche e socioeconomiche. Né i governi arabi né altri di peso come Stati Uniti, Russia, Iran e Regno Unito hanno mostrato alcun segno (nemmeno un accenno o un gesto di comprensione) di voler intraprendere uno sforzo serio per migliorare radicalmente le condizioni che alimentano l’estremismo ideologico e la militanza criminale.
I governi di Egitto, Giordania, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Algeria e altri paesi arabi sono minacciati dallo Stato islamico più di chiunque altro, ma sono gli stessi che mostrano la minore volontà (o capacità) di avviare il cambiamento radicale necessario per estirpare l’Is alla radice. I loro sostenitori stranieri negli Stati Uniti, in Iran, nel Regno Unito e altrove sembrano felicissimi di continuare a vendergli miliardi di dollari di armi senza spingerli verso le difficili riforme politiche ed economiche che servirebbero per porre fine a questa guerra.
Fino a quando non miglioreremo queste dimensioni politiche e socioeconomiche lo Stato islamico e altri movimenti simili, se non peggiori, continueranno a emergere dalle nostre società arabe con la stessa naturalezza della foschia mattutina.
Né i governi arabi né altri Paesi di peso politico economico planetario, come Stati Uniti, Russia, Iran e Regno Unito «hanno mostrato un accenno, un gesto di comprensione, nel voler migliorare le condizioni che alimentano l’estremismo ideologico e la militanza criminale. I governi di Egitto, Giordania, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Algeria e altri paesi arabi sono minacciati dallo Stato islamico più di chiunque altro, ma sono gli stessi che mostrano la minore volontà di avviare il cambiamento radicale necessario per estirpare l’Is alla radice». Per la nostra attualità, basta pensare all'attenzione riservata al flusso migratorio, senza cercare di contrastarne le origini.
«I loro sostenitori stranieri negli Stati Uniti, in Iran, nel Regno Unito e altrove sembrano felicissimi di continuare a vendergli miliardi di dollari di armi senza spingerli verso le difficili riforme politiche ed economiche che servirebbero per porre fine a questa guerra».
«Fino a quando non miglioreremo queste dimensioni politiche e socioeconomiche lo Stato islamico e altri movimenti simili, se non peggiori, continueranno a emergere dalle nostre società arabe con la stessa naturalezza della foschia mattutina».
domenica 17 maggio 2015
Isis: la Siria, Palmira sotto controllo
I miliziani dello Stato Islamico si sono ritirati dalle zone conquistate nell'antica città di Palmira, nella parte centrale della Siria. Ad affermarlo, riferisce l'agenzia di stampa cinese Xinhua, è Mamoun Abdulkarim, direttore generale per il settore antichità e musei a Damasco.
I jihadisti avevano da poco assunto il controllo dell'area. La situazione a Palmira "è completamente sotto controllo". Lo riferiscono fonti ufficiali di Damasco. Nella battaglia per il controllo di Palmira, il sito storico siriano, ieri sono rimasti uccisi 29 miliziani dell'Isis e 47 soldati governativi. Lo afferma l'Osservatorio nazionale siriano (Ondus). I media jihadisti affermano che l'avanzata continua, mentre Damasco smentisce, affermando di aver ripreso il "pieno controllo" della città. Nella battaglia per il controllo di Palmira, il sito storico siriano, ieri sono rimasti uccisi 29 miliziani dell'Isis e 47 soldati governativi. Lo afferma l'Osservatorio nazionale siriano (Ondus).
Allarme dell'Unesco per il sito archeologico di Palmira, nella Siria centrale. Mentre il governo di Damasco evoca una "catastrofe internazionale", gli esperti ricordano che le stesse forze lealiste hanno da oltre due anni trasformato l'area archeologica romana in un'enorme caserma a cielo aperto. Secondo attivisti sul terreno, l'Isis è ora ad appena un chilometro dalla città moderna di Palmira ma le forze governative hanno inviato rinforzi. Talal Barazi, governatore di Homs, capoluogo della regione centrale dove si trova il sito, assicura che "la situazione è sotto controllo" e che l'aviazione di Damasco ha bombardato le postazioni jihadiste. Palmira è tristemente nota in Siria perché ospita una delle carceri e luoghi di tortura più duri per i dissidenti politici. L'Isis è avanzato da giorni da est e da nord, attestandosi da ieri ad Amriye, sobborgo settentrionale di Palmira.
Il sito archeologico di Palmira, l'antica città semita situata nel centro della Siria (240 km a nord-est di Damasco), è sotto attacco dell'Isis.
Dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità la città fiorì nell'antichità come punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano ed ebbe un notevole sviluppo fra il I ed il III secolo dopo Cristo. Per questo motivo fu soprannominata la 'Sposa del deserto'.
Il nome greco della città, Palmyra, è la traduzione fedele dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.
La città è citata nella Bibbia e negli annali dei re assiri, ma in particolare la sua storia è legata alla regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, ai romani e ai persiani. Poi venne incorporata nell'impero romano e Diocleziano, tra il 293 e 303, la fortificò, per cercare di difenderla dalle mire dei Sasanidi facendo costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.
A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.
Durante la dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza. L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Poi sotto il dominio degli arabi la città andò in rovina.
Il sito archeologico comprende la via colonnata, il santuario di Bel, quello di Nabu, le Terme di Diocleziano, il teatro e l'Agora. Vere e proprie perle architettoniche.
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giovedì 26 marzo 2015
Salvi i siti dati per distrutti in Iraq
Salvi i siti dati per distrutti in Iraq. "Lo Stato islamico non li ha toccati". Le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad non avrebbero subito la furia degli estremisti.
Nel lungo elenco di devastazioni messe a segno dal sedicente Stato islamico, almeno tre sarebbero da depennare. Le milizie di al-Baghdadi non si fanno scrupolo di distruggere opere d'arte e reperti archeologici, posto che non possano venderli per finanziare le proprie attività, ma non tutto ciò che gli viene attribuito sarebbe davvero accaduto.
Nello specifico, le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad, tutte e tre in territorio iracheno, non sarebbero state toccate dalla furia del gruppo estremista. Se l'Isis ha certamente fatto scempio nel museo di Mosul, distruggendo alcuni reperti dell'antica città assira di Ninive e diverse copie di statue i cui originali si trovano a Baghdad, altre azioni che gli sono state attribuite non sarebbero invece accadute.
Erano state fonti governative a sottolineare che i miliziani avevano iniziato ad accanirsi contro Hatra, contro Nimrud e Khorsabad. Ma un gruppo di esperti internazionali, del progetto Shirin, ha constatato – immagini satellitari alla mano – che al momento non risultano "distruzioni evidenti", o la presenza di uomini e macchinari atti a distruggere i siti archeologici.
Nel lungo elenco di devastazioni messe a segno dal sedicente Stato islamico, almeno tre sarebbero da depennare. Le milizie di al-Baghdadi non si fanno scrupolo di distruggere opere d'arte e reperti archeologici, posto che non possano venderli per finanziare le proprie attività, ma non tutto ciò che gli viene attribuito sarebbe davvero accaduto.
Nello specifico, le antiche città di Hatra, Nimrud e Khorsabad, tutte e tre in territorio iracheno, non sarebbero state toccate dalla furia del gruppo estremista. Se l'Isis ha certamente fatto scempio nel museo di Mosul, distruggendo alcuni reperti dell'antica città assira di Ninive e diverse copie di statue i cui originali si trovano a Baghdad, altre azioni che gli sono state attribuite non sarebbero invece accadute.
Erano state fonti governative a sottolineare che i miliziani avevano iniziato ad accanirsi contro Hatra, contro Nimrud e Khorsabad. Ma un gruppo di esperti internazionali, del progetto Shirin, ha constatato - immagini satellitari alla mano - che al momento non risultano "distruzioni evidenti", o la presenza di uomini e macchinari atti a distruggere i siti archeologici.
La notizia può far tirare un sospiro di sollievo alla comunità accademica e a chi dava per perduto un pezzo di storia, ma non può essere sovrastimata.
Se questi siti sono ancora in piedi, al netto di possibili incursioni per depredarli, il sedicente Stato islamico si è però accanito senza distinzione su templi sufi, moschee sciite e antichi monasteri cristiani e nulla fa pensare che smetterà di farlo, forte della convinzione che qualsiasi espressione religiosa al di fuori della propria interpretazione oltranzista dell'islam sunnita sia da eliminare.
domenica 15 febbraio 2015
Libia: chiusa l'ambasciata italiana a Tripoli
Mentre si discute di un possibile intervento, inizia l'esodo. Aeronautica e Marina sorvegliano sul viaggio.
L’ambasciata italiana a Tripoli ha sospeso le sue attività a causa del peggioramento delle condizioni di sicurezza. Il personale è stato temporaneamente rimpatriato via mare, ma i servizi essenziali saranno comunque assicurati. Lo ha annunciato in un comunicato il ministero degli esteri.
È in corso anche un’operazione di rimpatrio di un centinaio di italiani che si trovavano in Libia. Si tratta soprattutto di dipendenti dell’Eni andati a vivere in Libia per lavoro negli ultimi anni. Una nave è salpata sotto la scorta della marina militare e la sorveglianza aerea di un predator dell’aeronautica. La nave dovrebbe fare scalo a Malta per rifornirsi di carburante e poi proseguire la navigazione verso la Sicilia, dove dovrebbe attraccare nel porto di Augusta, in provincia di Siracusa.
Tecnici, dirigenti e anche italo-libici che da tempo vivevano nell'ex Paese di Gheddafi. La Farnesina parla di "operazione di alleggerimento". Allarme elevato a Roma dopo che l'Isis ha definito Paolo Gentiloni ministro dell'Italia "crociata".
La partenza degli italiani dalla Libia è iniziata a bordo di una nave. A controllare che le operazioni di rimpatrio si svolgano senza problemi ci sono sia la copertura aerea sia un'imbarcazione della Marina Militare. A terra, invece, la sicurezza è stata garantita dai carabinieri.
La Farnesina preferisce non parlare di evacuazione e sceglie l'espressione "operazione di alleggerimento" ricordando che all'inizio di febbraio, sul sito Viaggiare Sicuri, era stato pubblicato l'invito ai connazionali a non partire per la Libia oppure, nel caso si trovassero già lì, "a lasciare temporaneamente il Paese" a causa del peggioramento delle condizioni di sicurezza.
La nave che ha preso a bordo gli italiani è salpata verso mezzogiorno e si è ricongiunta con la nave della Marina militare che le farà da scorta nel viaggio verso l'Italia. L'operazione continua ad essere monitorata dall'alto da un Predator dell'Aeronautica.
"La chiusura si è resa necessaria a causa del deteriorarsi della situazione", ha spiegato il ministro degli Esteri, Gentiloni, annunciando che giovedì il governo riferirà in Parlamento e assicurando che l'Italia è pronta a fare la sua parte "nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite”. Gli italiani che partono A lasciare la Libia sono il personale dirigente e tecnico dell'ambasciata, i lavoratori dell'Eni e delle imprese italiane ancora in Libia. Se ne vanno gli italo-libici che per anni hanno vissuto nel Paese di Gheddafi. Secondo alcune stime sono tra 50 e 100 persone. Cresce la paura dell'Isis
L'esercito del Califfo controlla ormai un'ampia fascia del Paese. Le bandiere nere segnano i luoghi in mano agli uomini di al Baghdadi. Oltre al Califfato di Derna, come lo hanno ribattezzato, hanno preso Sirte e si stanno spingendo verso ovest. Ad essere minacciati sono gli stessi miliziani libici: è a loro che è rivolto l'ultimatum dei jihadisti di lasciare la città di Sirte in 24 ore (scade tra poco) e il Paese rischia una nuova guerra interna.
"La chiusura temporanea della nostra ambasciata è avvenuta in modo tempestivo e ordinato e di questo ringrazio i responsabili della Farnesina e delle altre amministrazioni che hanno collaborato all'operazione. La chiusura si è resa necessaria a causa del deteriorarsi della situazione in Libia", così il ministro degli esteri Gentiloni. "L'Italia - sottolinea il ministro - rimane al lavoro con la comunità internazionale per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato unitario e inclusivo in Libia, sulla base del negoziato avviato dall'inviato speciale dell'Onu Leon, al quale continuerà a partecipare il nostro inviato speciale Ambasciatore Buccino". "Il peggioramento della situazione (in Libia) richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità, secondo linee che il governo discuterà in Parlamento a partire dal prossimo giovedì 19 febbraio", annuncia il ministro degli esteri.
Le attività a terra sono state monitorate dai carabinieri (una trentina di unità) in servizio presso l'ambasciata italiana. Si tratta di una operazione "preannunciata", ha fatto sapere la Farnesina, ricordando che già dal primo febbraio scorso il sito www.viaggiaresicuri.it aveva ribadito l'invito ai connazionali a non recarsi in Libia o a lasciare il Paese. L'avviso era stato pubblicato dopo l'attacco terrorista del 27 gennaio all'Hotel Corinthia di Tripoli, in cui erano rimaste uccise numerose persone, inclusi sei stranieri. Il quadro della sicurezza in Libia si è profondamente deteriorato negli ultimi mesi. In particolare la Cirenaica, dove imperversano i jihadisti, che hanno istituito il "Califfato di Derna" e che ora puntano progressivamente verso l'ovest del Paese, dopo aver preso anche Sirte, a 400 km dalla capitale Tripoli.
A rischio sono anche Bengasi e l'area urbana di Tripoli, le due principali città del Paese, dove la Farnesina ricorda "un sensibile innalzamento della tensione anche all'interno dei centri urbani", che può coinvolgere quindi anche i cittadini stranieri. In generale, si rileva che il quadro generale è "minato da fattori di diversa matrice". Il Paese dalla caduta di Gheddafi è in preda a fazioni e milizie armate che si fronteggiano rendendo la situazione ingovernabile. Il caos diventa terreno fertile per le azioni "terroristiche", come l'attentato all'hotel Corinthia di Tripoli, che fanno leva "sulla perdurante impossibilità per le forze dell'ordine di garantire un effettivo controllo del territorio": uno "Stato fallito", come ha più volte sottolineato il ministro degli Esteri Gentiloni.
lunedì 9 febbraio 2015
Anonymous attacca Isis oscurati centinaia di account
Attacco hacker nei confronti dei terroristi dello Stato islamico: "Siete un virus, andate annientati". Pubblicata la lista di indirizzi ip che si aggiorna con bersagli e obiettivi centrati. I miliziani di Raqqa bandiscono prodotti Apple: "Ci rintracciano".
Il collettivo hacker aveva già dichiarato guerra ad Al Qaeda e ai terroristi dell’Isis dopo il massacro alla rivista satirica francese Charlie Hebdo. «Attaccheremo e metteremo offline tutti i siti della galassia jihadista», avevano annunciato in un video. E oggi, come riporta MintPressNews, si è passati alla fase due.
L'avevano promesso e hanno mantenuto la parola: gli hacker di Anonymous continuano l'attacco in rete contro i jihadisti dell'Isis, un'azione iniziata dopo gli attentati a Parigi. il gruppo di hacker ha "spento" centinaia di account Twitter e Facebook di presunti appartenenti all'autoproclamato stato islamico e pubblicato indirizzi ip e web della galassia jihadista.
L'Isis è "un virus" e va "annientato": Anonymous e la Giordania uniscono le spade e sferrano un attacco micidiale contro lo Stato islamico, costretto ora a fare i conti con una rete online 'sbranata' dagli hacker e una capacità militare sul campo "ridotta del 20%", con 56 obiettivi distrutti in soli tre giorni. "Attaccheremo e metteremo offline tutti i siti della galassia jihadista", avevano promesso gli hacker anonimi all'indomani della strage di Charlie Hebdo.
Nelle scorse settimane la 'chiamata alle armi' della Legione - come si definiscono - per lanciare l'assalto frontale contro la galassia jihadista. Alle parole sono seguiti i fatti: i social network sono stati inondati dal "Tango Down" dei siti jihadisti oscurati, violati, modificati. Poi gli account, centinaia, di Twitter e Facebook, anche questi attaccati e messi offline.
Infine la 'gogna' pubblica, con la pubblicazione online di una lunga lista di indirizzi ip e email, che ogni ora si aggiorna con nuovi bersagli e obiettivi "centrati".
Il gruppo di attivisti Anonymous dice di aver “spento” centinaia di profili Facebook e Twitter appartenenti a militanti dell’Isis. «Siamo musulmani, cristiani, ebrei», dice una voce metallica in un video diffuso in rete venerdì. E spiega: «Siamo hacker, attivisti, agenti, spie o magari il ragazzo della porta accanto...amministratori, dipendenti, commessi, disoccupati, ricchi e poveri». Una comunità che ha dichiarato guerra alla galassia di propaganda jihadista e ha pubblicato un elenco di siti da bloccare e hackerare. La campagna per “spegnere” l’Isis e Al Qaeda era partita dopo la strage di Parigi nella redazione della rivista satirica Charlie Hebdo. Ma in queste ore l’operazione anti-Stato Islamico (#OpIsis) è passata alla seconda fase.
«L’Operazione Isis continua», recita il comunicato pubblicato dal collettivo. Il fronte di guerra è quello di Internet e delle identità digitali. «Combatteremo i vostri siti, ruberemo le vostre mail, i vostri account. Da ora in avanti non ci sarà più un posto sicuro per voi online. Perché voi siete il virus, noi siamo l’antidoto. Noi possediamo Internet». Nell’esercito di Anonymous ci sono «vecchi, giovani, gay, eterosessuali», un’umanità che comprende «tutte le razze, le religioni e le appartenenze etniche». Un’umanità pronta a combattere: «Noi siamo una Legione (sic), non perdoniamo e non dimentichiamo. Aspettateci».
Il collettivo hacker aveva già dichiarato guerra ad Al Qaeda e ai terroristi dell’Isis dopo il massacro alla rivista satirica francese Charlie Hebdo. «Attaccheremo e metteremo offline tutti i siti della galassia jihadista», avevano annunciato in un video. E oggi, come riporta MintPressNews, si è passati alla fase due.
lunedì 26 gennaio 2015
La robustezza curda manda via l’Isis da Kobane
Nuovo appello del portavoce dell'Isis, Muhammad al Adnani, che ha esortato i lupi solitari a colpire in Europa. «Die in your rage» (Muori nella tua furia), è il titolo del nuovo messaggio.
"Colpite i crociati nel loro territorio e ovunque si trovino": è il nuovo appello ai jihadisti dell'Isis in Europa che arriva in un nuovo messaggio del portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al Adnani. Lo riferisce il Site. Il messaggio si intitola "Die in your rage" (muori nella tua furia). «In effetti avete visto cosa un singolo musulmano è stato in grado di fare con il Canada e il suo Parlamento, e cosa i nostri fratelli hanno fatto in Francia, Australia e Belgio», ha ggiungto Adnani.
«Presto questa campagna crociata sarà sconfitta e dopo, se Dio vuole, ci incontreremo a Gerusalemme, poi l'appuntamento è a Roma. Ma prima gli eserciti della croce saranno sconfitti a Dabiq», in Siria. E' la nuova minaccia del portavoce dell'Isis, Abu Muhammad al Adnani, nell'ultimo audio messaggio diffuso sul web.
L’appello giunge proprio nel giorno in cui le truppe irachene hanno ripreso il controllo della provincia di Diyala dagli jihadisti sunniti dello Stato islamico (Isis). Lo ha riferito il generale Abdulamir al-Zaidi, annunciando «la liberazione» della provincia orientale irachena. «Le forze irachene hanno il completo controllo di tutte le città e dei distretti della provincia di Diyala», ha aggiunto.
Durante gli scontri, le forze di sicurezza irachene hanno ucciso il comandante militare dello Stato islamico a Ramadi, nella provincia occidentale di Anbar, insieme ad altri quattro jihadisti. È quanto ha riferito ai media una fonte militare locale, secondo cui il leader ucciso sarebbe di nazionalità siriana.
I combattenti curdi hanno strappato Kobane all'Isis dopo 4 mesi scontri. E’ quanto ha affermato l'osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra. L'Ong segnala sporadici combattimenti in due sobborghi, dove c'è una residua presenza dei jihadisti. Gli attivisti pubblicano su Twitter le foto della bandiera curda sulla collina di Kobane.
I curdi stanno per riconquistare Kobane dopo mesi d'assedio. In questi giorni in cui parla tanto d'Europa, questo modesto e dimenticato borgo siriano è il vero centro della resistenza europea, non soltanto perché al confine della Turchia, Paese cardine della Nato, ma anche perché uomini e donne della resistenza curda hanno difeso i valori dell'Europa, di libertà, di indipendenza e laicismo contro l'oscurantismo delle orde del Califfato. Non dimentichiamo che i curdi stanno ancora combattendo contro tutto e contro tutti, anche se nelle ultime settimane i raid della coalizione internazionale anti-Isil si sono rivelati finalmente efficaci nell'indebolire le postazioni del Califfato.
Il governo islamico della coppia Erdogan-Davutoglu ha bastonato duramente i curdi per impedire che passassero la frontiera provocando nei mesi scorsi un'ondata nazionale di proteste con 35 morti. Poi anche il governo turco ha ceduto alle pressioni interne e internazionali lasciando che andassero a farsi massacrare nella trincea di Kobane. Il messaggio di Ankara ai curdi è stato questo: fatevi pure ammazzare contro il Califfato ma non sperate di ottenere nulla, né autonomia né tanto meno indipendenza.
La Turchia ha come obiettivo la caduta di Assad e contenere i curdi, non eliminare lo Stato Islamico. Washington e l'Occidente devono decidere chi deve combattere sul campo: i riluttanti alleati degli americani non hanno nessuna voglia di farlo. I curdi non vanno bene alla Turchia, le milizie sciite sono troppo filo-iraniane e ostili ai sunniti. E allora chi mandiamo? Eserciti che per ora sono soltanto sulla carta?
Per vincere la guerra al Califfato bisogna essere convinti non soltanto della retorica sui valori occidentali che abbiamo sentito dopo gli attentati di Parigi. Serve anche un progetto per rimettere insieme i pezzi dell'Iraq e della Siria o per disegnare nuovi confini ed entità politiche nel vuoto lasciato da stati falliti. I curdi stanno salvando se stessi e il loro destino ma intanto ci stanno dando una lezione.
La gendarmeria algerina ha smantellato una rete di 'reclutatori' di combattenti per l'Isis che agiva in cinque città del Paese, tra cui la capitale, facendo opera di proselitismo soprattutto tra i giovani. I 'reclutatori', organizzati in due distinte reti, agivano, oltre che ad Algeri, anche a Tlemcen, Ghardaïa, Guelma e Oued Souf, dove sono state arrestate complessivamente 27 persone. Tra esse c'è anche una ragazza di 22 anni, studentessa dell'Università di Tlemcen, che secondo l'accusa indottrinava dei colleghi per convincerli ad arruolarsi nelle file dell'Isis. Il ''cervello' della rete sarebbe stato individuato in Marocco, dove sarebbe stata organizzata la creazione di quattro cellule di reclutamento anche in altri Paesi oltre all'Algeria. Secondo quello che oggi anticipano alcuni media algerini, il reclutamento vero e proprio era preceduto da un indottrinamento fatto grazie al web e che aveva come principali destinatari i giovani algerini, sia studenti che tra i ragazzi meno abbienti e quindi più permeabili alla incessante propaganda islamista.
Stando alle indagini dell'intelligence algerina, l'opera di ''formazione'' dei combattenti avrebbe attecchito soprattutto tra i giovani della minoranza mozabita,da tempo contrapposta alla maggioranza araba, tanto che la sua rabbia sfocia spesso in dure proteste. I giovani mozabiti, in particolare, sarebbero stati indirizzati verso le formazioni combattenti dell'Isis in Siria. Il califfato proclamato da Abu Bakr al Baghdadi è già presente in Algeria con il gruppo Djound El Khilafa, che ha rivendicato il rapimento e la decapitazione del turista francese Hervé Gourdel. Dopo l'uccisione dell'ostaggio (che fu l'occasione per il gruppo di proclamare la sua affiliazione all'Isis) l'Esercito algerino ha scatenato una offensiva che ha portato alla decimazione degli effettivi della milizia, con l'uccisione del suo capo, Abdelmalek Gouri.
mercoledì 14 gennaio 2015
Siria: il paese in cui si addestrano i jihadisti
Nel giugno del 2014 l'Isis ha sbaragliato le truppe governative irachene e si è impiantato nel nord del paese attaccando i confini siriani. È stato un fallimento."Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti integralisti e da laici moderati. Il fallimento di questo progetto ha portato all'orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq". Ha dichiarato l'ex segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in una intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web "The Atlantic".
Piloti militari iracheni unitisi allo Stato islamico (Isis) si trovano in Siria per addestrare alcuni jihadisti a pilotare, utilizzando tre caccia di cui si sono impossessati i miliziani. E' l'allarme lanciato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani che, citando testimoni, riferisce di tre caccia visti alzarsi in volo da un aeroporto militare nella provincia settentrionale di Aleppo. "Hanno addestratori, ufficiali iracheni che erano in precedenza erano piloti per Saddam Hussein", ha affermato Rami Abdulrahman, direttore dell'Ong basata a Londra. "La gente li ha visti alzarsi in volo diverse volte dall'aeroporto" di Aleppo, caduto sotto il controllo degli jihadisti.
Oltre alle pallottole, miete vittime anche il freddo di questo periodo, soprattutto tra i bambiniQuasi 200.000 morti e oltre 3 milioni di rifugiati: è la Siria alla vigilia del quarto anniversario dall'inizio della guerra civile che oppone le forze fedeli al presidente Bashar al Assad e un ventaglio di formazioni ribelli, comprese quelle dell'Isis e di al Qaida.
Solo nell'ultimo anno, le ong stimano oltre 70.000 morti nei combattimenti, che proseguono ogni giorno, mentre il freddo di queste settimane miete altre vittime, soprattutto tra i bambini. Nel 2014, l'Isis ha lanciato un'offensiva che ha portato alla conquista di due nodi strategici, buona parte della regione di Dayr az Zor (est) e Raqqa, aree dove passano gli oleodotti. Grazie a questi, e prima dei raid della coalizione internazionale a guida Usa, si stimava che nel complesso i jihadisti riuscissero a incassare milioni di dollari al giorno con i proventi del petrolio.
Raqqa, considerata la 'capitale del Califfato' e quartier generale dell'Isis in Siria, è anche il luogo dove hanno avuto luogo le barbare decapitazioni di James Foley, Steven Sotfloff e probabilmente anche di un terzo ostaggio occidentale, David Haines.
In città, a Raqqa come negli altri centri urbani sotto il proprio controllo, l'Isis domina con il terrore. L'attenzione degli esperti militari è concentrata da mesi sull'avanzata del gruppo verso nord a Kobane, a ridosso del confine turco, e verso Aleppo, un tempo la più popolosa città siriana, 160 chilometri a est di Raqqa.
A Kobane, nome curdo di Ayn al Arab, che ha catturato per giorni l'attenzione mondiale la scorsa estate - con la famosa immagine della bandiera nera su una collina della città - l'avanzata dei seguaci di Ab Bakr al Baghdadi è stata per ora respinta dai miliziani curdi con l'ausilio dei caccia della coalizione.
Ad Aleppo la situazione è decisamente più confusa: i governativi di Assad, che formalmente controllano la città dopo aver rotto la'assedio dei ribelli un anno fa, danno battaglia sia alle formazioni ribelli legate all'Isis, ma anche a quelle del Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, o ai battaglioni islamici. In campo con i militari di Damasco ci sono anche miliziani libanesi di Hezbollah, gli iraniani e combattenti sciiti arrivati fin dall'Afghanistan. La caduta di Aleppo nelle mani dell'Isis o di al Qaida potrebbe aprire ulteriori drammatici scenari nella regione già duramente martoriata in questi anni di guerra. E Idlib, unica città dove il potere è nelle mani delle formazioni ribelli 'moderate', potrebbe divenire il prossimo obiettivo dei jihadisti.
Il governo siriano, che secondo le agenzie Onu continua a utilizzare il gas cloro nei bombardamenti dal cielo, controlla non senza combattere le regioni chiave di Damasco e Homs fino a quella costiera del nordovest, storica enclave alawita. Patisce a sud di Damasco, nel Golan a due passi da Israele, dove al Nusra è sempre più forte e minacciosa.
La diplomazia internazionale persegue con tenacia la linea della soluzione politica, con in prima fila l'inviato speciale dell'Onu Staffan de Mistura, ma al momento non si intravedono spiragli dopo il fallimento dei colloqui di Montreaux e Ginevra. L'Unicef ammonisce che se non si porrà termine al conflitto, la vita di oltre 8,6 milioni di bambini nella regione sarà distrutta da violenze e sfollamento forzato.
martedì 6 gennaio 2015
Iraq, le celebrazioni di un esercito in grande difficoltà
L’omaggio al monumento ai militi ignoti, nella “zona verde” fortificata di Baghdad è stato il culmine delle celebrazioni per la giornata delle forze armate irachena.
Il primo ministro Haider al-Abadi ha deposto una corona di fiori in ricordo dei caduti.
Una cerimonia in tono minore. L’esercito è impegnato a combattere il sedicente “Stato islamico”. Tra carenze di mezzi e organizzazione, messe a nudo lo scorso anno dagli estremisti.
Come non ha mancato di sottolineare il ministro della Difesa, Khaled al-Obeidi, che ha affermato: “siamo ancora all’inizio e contiamo, con un duro lavoro, di completare la razionalizzazione delle risorse, sia finanziare che materiali. Alcune le conoscete, altre rimarranno segreti militari”.
Negli anni dell’intervento in Iraq, gli Stati Uniti hanno speso circa 30 miliardi di dollari per addestrare ed equipaggiare l’esercito iracheno, che davanti all’avanzata dell’Isis si è precipitosamente ritirato, lasciando molto spesso anche le armi in loro possesso in mano agli estremisti.
Le divisioni tra sunniti e sciiti e l’elevata corruzione all’interno delle forze armate le hanno rese deboli ancor prima che l’organizzazione che ora controlla parte del territorio iracheno e quello siriano portasse la sua offensiva.
La sfida jihadista alle istituzioni irachene ha fatto anche martedì nuove vittime. Almeno 23 persone, tra militari e combattenti tribali che si sono uniti all’esercito, sono rimaste uccise in uno scontro con i miliziani nel governatorato di al Anbar, 180 chilometri a nordovest di Baghdad.
E’ bene ricordare che lo Stato Islamico (Is) ha reclutato un esercito di centinaia di migliaia di uomini, di gran lunga più grande delle precedenti stime della CIA, secondo quanto dichiarato da un importante leader curdo, Fuad Hussein, capo di gabinetto del presidente curdo Mas'ud Barzani, in un’intervista esclusiva al quotidiano inglese The Independent. La capacità dell’Isis di attaccare su fronti ampiamente separati in Iraq e in Siria contemporaneamente dimostra che il numero di combattenti militanti è almeno di 200.000, sette o otto volte più grande rispetto al numero stimato dai servizi segreti stranieri.
Hussein ha stimato che l’Isis comandi su un terzo dell’Iraq e su un terzo della Siria con una popolazione compresa tra i 10 e i 12 milioni di persone che vivono in un’area di 250.000 chilometri quadrati, la stesse dimensioni della Gran Bretagna. Questo fornisce ai jihadisti un vasto bacino di potenziali reclute.
La prova che l’Isis ha creato un grande esercito è che ha lanciato attacchi contro i curdi nell’Iraq settentrionale e contro l’esercito iracheno vicino a Baghdad nello stesso tempo in cui combatte in Siria.
L’alta cifra per le forze combattenti dell’Isis è importante perché sottolinea quanto sarà difficile eliminare l’Isis anche con gli attacchi aerei degli Stati Uniti. A settembre la CIA ha prodotto una stima dei numeri dell’Isis in base ai quali il movimento aveva tra i 20.000 e i 30.000 combattenti. La sottovalutazione delle dimensioni dell’esercito che l’Isis può schierare può spiegare perché gli Stati Uniti e gli altri governi stranieri siano stati ripetutamente colti di sorpresa negli scorsi 5 mesi quando l’Isis ha inflitto una serie di sconfitte all’esercito iracheno, all’esercito siriano, ai ribelli siriani e ai peshmerga curdi.
In un’intervista che ha abbracciato vari argomenti, Hussein ha spiegato chiaramente il nuovo equilibrio del potere in Iraq subito dopo l’offensiva d’estate dei militanti islamici e il nuovo coinvolgimento degli Stati Uniti. Il Governo regionale del Kurdistan affronta ora le unità dell’Isis lungo un fronte di 650 miglia che taglia l’Iraq del nord tra Iran e Siria. Hussein ha detto che l’intervento dell’aviazione statunitense aveva messo in grado i curdi di resistere quando l’assalto inaspettato dell’Isis in agosto aveva sconfitto i peshmerga ed era arrivato quasi a impadronirsi della capitale curda, Irbil: “Combattevano con una strategia della paura che aveva influito sul morale di tutti, compresi i peshmerga.”
Così come terrorizza i suoi avversari pubblicizzando le sue atrocità, l’Isis ha anche sviluppato un efficace cocktail di tattiche che comprendono attentati suicidi, mine, cecchini e l’uso dell’equipaggiamento statunitense preso all’esercito iracheno, come gli Humvee (veicoli militari fuoristrada con quattro ruote motrici.n.d.t.), artiglieria, e carri armati. Per combattere l’Isis Hussein dice che i curdi hanno bisogno di elicotteri Apache e di armamenti pesanti come carri armati e artiglieria.
I capi curdi sono ora molto più rilassati riguardo all’Isis perché hanno una garanzia dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. La triste esperienza degli Stati Uniti nel vedere il crollo del governo e dell’esercito a Baghdad, che gli americani avevano favorito a costi elevatissimi, va anche a favore dei curdi.
Un segno della professionalità militare dell’Isis è la rapidità con cui hanno imparato a impadronirsi dei carri armati statunitensi, dell’artiglieria e di altro equipaggiamento pesante preso dopo la caduta di Mosul avvenuta il 10 giugno. La stessa cosa è accaduta in Siria dove l’Isis si è impadronita delle armi di fabbricazione russa che ha rapidamente cominciato a usare. La spiegazione più probabile di questo fatto è che nei ranghi dell’Isis ci siano ancora molti ex soldati iracheni e siriani le cui abilità sono state riconosciute dall’Isis. Hussein dice che durante i combattimenti i peshmerga erano stati colpiti dall’addestramento e dalla disciplina dell’Isis.
“Combatteranno fino alla morte, e sono pericolosi perché sono addestrati così bene,” ha detto Hussein. “Per esempio, hanno i cecchini migliori, ma per essere un bravo cecchino c’è bisogno non soltanto dell’addestramento per saper sparare, ma la disciplina di stare immobili fino a 5 ore in modo da poter colpire il proprio obiettivo.”
C’è una prova che supporta l’alta stima dei numeri di militanti dell’Isis fatta da Hussein. Uno studio condotto dall’Ufficio di Baghdad del Consigliere per la Sicurezza Nazionale prima dell’offensiva dell’Isis,dimostrava che, quando 100 jihadisti arrivavano in un distretto, di solito reclutavano un numero di persone 5 o 10 volte superiore al loro numero originario. Ci sono rapporti che parlano di molti giovani uomini che si sono offerti volontariamente di combattere per l’Isis quando il movimento era nel pieno del successo dell’estate. Questo entusiasmo forse è rifluito quando gli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi aerei e la serie di vittorie dell’Isis è finita con la mancata conquista di Kobane, nella Siria settentrionale, malgrado un lungo assedio.
In una regione impoverita e con pochi posti di lavoro, anche la paga dell’Isis di 400 dollari (250 sterline) al mese è allettante. Inoltre, Hussein dice che nei luoghi che ha conquistato, l’Isis sta rimodellando la società a sua immagine, con l’obiettivo di educare le persone ad accettare la sua ideologia.
I curdi hanno recuperato la loro autostima in campo militare sapendo di essere appoggiati dagli Stati Uniti e dall’Iran. I peshmerga si sono ripresi alcune città che avevano perduto in agosto, in particolare Zumar, vicina al confine siriano, ma non Tal Afar e Sinjar, dove 8.500 Yazidi sono ancora sotto assedio in cima alla loro montagna. Ci sono però dei limiti riguardo al punto fino al quale i curdi sono disposti ad avanzare. Hussein dice che i curdi possono aiutare un esercito iracheno, supponendo che se ne crei uno non-settario, ma “i curdi non possono liberare le zone arabe sunnite.”
Questo è il grosso problema che deve affrontare una controffensiva contro l’Isis da parte di Baghdad o dei curdi: i 5 o 6 milioni di arabi sunniti in Iraq la considereranno diretta contro tutta la loro comunità. Finora gli Stati Uniti hanno sperato di ripetere il loro successo ottenuto tra il 2006 e il 2008 quando hanno messo molti sunniti contro al-Qaida in Iraq. Hussein elenca i motivi per cui ripetere questo successo sarà molto difficile: gli Americani allora avevano 150.000 soldati in Iraq per appoggiare i capi tribali contrari ad al-Qaida. L’Isis punirà selvaggiamente chiunque si opponga. “Abbiamo visto che cosa è successo ad Anbar alla tribù Albu Nimr [che era insorta contro l’Isis]. Hanno resistito coraggiosamente ai terroristi, ma 500 sono stati uccisi. E’ stato un disastro.”
Nel complesso, Hussein dice che non vede alcun segno convincente di opposizione da parte degli arabi sunniti. Molti di loro forse sono scontenti, specialmente a Mosul, ma questo non si traduce in un’opposizione efficace. Non è neanche chiaro quale forza esterna potrebbe organizzare la resistenza. L’esercito iracheno potrebbe essere accettabile nelle zone sunnite, ma solo se verrà ricostituito in modo da non essere dominato dagli sciiti.
sabato 25 ottobre 2014
Le armi statunitensi in mano allo Stato islamico
L’aviazione statunitense ha paracadutato tra il 19 e il 20
ottobre armi, munizioni e forniture mediche destinate alle forze curde che
combattono contro lo Stato islamico nella città siriana di Kobane, al confine
con la Turchia.
Si tratta del primo rifornimento di questo tipo, dopo
settimane di raid aerei da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti. La
notte scorsa l’aviazione ha bombardato per undici volte Kobane.
Il lancio di rifornimenti destinati ai curdi iracheni “mira
a consentire la resistenza contro il tentativo dello Stato islamico di
conquistare Kobane”, ha spiegato il Comando centrale degli Stati Uniti.
Polat Can, portavoce dei miliziani curdi che combattono lo
Stato islamico a Kobane, ha confermato i rifornimenti statunitensi. “Una grande
quantità di armi e munizioni è arrivata a Kobane”, ha scritto su Twitter.
“Gli aiuti avranno un impatto positivo sulle operazioni
militari e speriamo di avere più supporto”, ha detto Redur Xelil, un portavoce
dei curdi.
Alcune delle armi paracadutate dagli Stati Uniti il 20
ottobre nel nord della Siria e destinate ai combattenti curdi potrebbero essere
finite nelle mani dello Stato islamico.
È quanto afferma un video che mostra alcuni jihadisti
mascherati che recuperano parte dell’equipaggiamento militare che è stato
lanciato nelle zone controllate dallo Stato islamico vicino alla città di
Kobane, al confine con la Turchia.
Il dipartimento della difesa degli Stati Uniti sta
esaminando il video e un portavoce del Pentagono ha detto che la maggioranza
delle armi è finita nelle mani dei curdi, ma si sta indagando sulla vicenda.
I rifornimenti comprendono diverse scatole di bombe a mano e
razzi, che secondo il comando centrale degli Stati Uniti erano destinati ai
combattenti curdi “per continuare la resistenza contro i tentativi dello Stato
islamico di conquistare Kobane”.
domenica 19 ottobre 2014
Le reazioni in Usa al discorso di Barack Obama
L’annuncio del presidente statunitense Barack Obama dell’invio di 300 consiglieri militari in Iraq ha sollevato reazioni diverse.
L’opposizione repubblicana non nasconde la propria delusione per una reazione all’avanzata degli estremisti dell’Isis che a loro pare poco muscolare.
Ma c‘è anche chi è consapevole che la crisi sia più complessa.
“L’annuncio del presidente mostra l’impegno per una eventuale azione militare, e rafforza la nostra credibilità nei confronti di chi aspetta di vedere cosa faranno gli Usa e ci fornisce una leva per agire sul versante politico, cosa che io credo necessaria”.
“E’ stato importante mostrarci pronti ad inviare aiuti morali e materiali all’Iraq, al punto in cui siamo arrivati. Credo che la priorità sia di bloccare l’avanzata dell’Isis e recuperare alcune delle zone perdute”.
Si profila più la politica che la forza, dunque. Resta da vedere, in questo clima, quanto sia efficace la diplomazia per riportare la crisi sotto controllo.
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lunedì 6 ottobre 2014
Isis e le bandiere nere a Kobane
Almeno un'altra bandiera nera dell'Isis è stata issata sulle colline di Kobane, la città siriana al confine con a Turchia al centro di una violenta battaglia da settimane. Lo riferiscono numerosi testimoni in territorio turco. Mentre continua a sventolare quella innalzata stamani dallo Stato islamico su un edificio bianco di quattro piani che si staglia nella zona orientale della città.
I jihadisti dell'Is hanno issato due bandiere nere su Kobane, la cittadina curdo-siriana sul confine con la Turchia, assediata da settimane dalle milizie del cosiddetto Stato islamico. I media turchi hanno riferito che una bandiera sventola in cima a un edifi icio di quattro piani. I jihadisti hanno pubblicato alcune foto della bandiera, ben visibile dal territorio turco, su Twitter sul profilo @alRifai1.
Gli stessi jihadisti hanno poi pubblicato su un loro account Twitter (@RouckClif88) alcune immagini di una seconda bandiera nera, in cima a una collina in una zona orientale della città.
Mustafa Bali, il direttore dell'Unione dei Media Liberi (Rya), un'agenzia di stampa curda basata nella città di Rojava, ha rivelato che a Kobane si combatte ormai "casa per casa". In un'intervista all'agenzia Dpa, Bali ha confermato che i jihadisti hanno superato le difese lungo il fronte orientale, usando carri armati e autobomba. I combattimenti ora infuriano nella zona est di Kobane.
Nel corso degli scontri almeno 20 militanti del cosiddetto Stato islamico (Is) sono stati uccisi in un'imboscata. E' quanto si legge sulla pagina Facebook degli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani.
L'ong vicina all'opposizione, con sede a Londra, ha anche riferito che almeno 30 persone sono morte in un duplice attentato suicida contro due checkpoint allestiti dai combattenti curdi nella città di Hasakah, nella Siria nordorientale.
E cresce l'allerta sicurezza in Turchia. Centinaia di persone che vivono nel distretto turco di Suruc, a pochi chilometri dal confine con la Siria, stanno abbandonando le loro case per l'evacuazione ordinata dalle autorità della provincia sudorientale di Sanliurfa dopo che domenica un colpo di mortaio ha colpito un'abitazione provocando il ferimento di due persone.
"Abbiamo deciso di trasferire gli abitanti di Buyuk Kendirci e Kucuk Kendirci in luoghi più sicuri", ha detto il governatore di Sanliurfa, Izzettin Kucuk, all'agenzia di stampa turca Anadolu. Dallo scorso 19 settembre, secondo dati diffusi da Ankara, circa 160mila curdi sono fuggiti dalla Siria per rifugiarsi in Turchia.
La tv di Stato ha annunciato che dopo un mese di combattimenti l'esercito siriano ha riconquistato Doukhaniyé, località alle porte di Damasco spesso usata dai ribelli come base per il lancio di colpi di mortaio sulla capitale.
Intanto, l'ostaggio americano Peter Kassig, trattenuto dai jihadisti dello 'Stato islamico' (Is), in una lettera che risale allo scorso giugno ma che i genitori hanno deciso di diffondere solo ora, come riporta la Bbc, scrive:"Ho ovviamente paura di morire, ma la cosa più difficile è non sapere, chiedermi, sperare e domandarmi se addirittura io possa ancora sperare".
I genitori del 26enne Kassig, Ed e Paula Kassig, hanno detto di aver deciso di diffondere estratti della lettera "in modo che il mondo possa capire perché noi e tanta altra gente lo amiamo e lo ammiriamo". "Sono molto triste per quello che è accaduto e per quello che voi a casa state passando - scrive il giovane - Se dovessi morire, immagino almeno che voi e io potremo trovare conforto sapendo che ero partito per tentare di alleviare sofferenze e aiutare i bisognosi". "Prego ogni giorno e non sono arrabbiato per questa situazione", aggiunge nella lettera ricevuta dai genitori il 2 giugno, che si conclude con "vi amo".
Alcuni ufficiali curdi affermano che l'Isis ha preso il controllo di una collina strategica nei pressi della cittadina da cui può martellare con l'artiglieria tutta l'area. Intanto, proseguono furiosi gli scontri, visibili dal confine turco, dove stazionano alcuni carri armati, mentre la gran parte dei mezzi corazzati schierati nei giorni scorsi da Ankara sono stati riposizionati.
L'agenzia irachena Nina riferisce, intanto, che 22 civili, tra cui 4 bambini, sono morti in Iraq quando un raid aereo della Coalizione internazionale guidata dagli Usa ha colpito oggi per errore un edificio ad una settantina di metri da una postazione dello Stato islamico (Isis) a Hit, 150 chilometri a ovest di Baghdad.
La Turchia, dal canto suo, avrebbe scambiato con l'Isis oltre 180 jihadisti, fra cui due britannici, in cambio di 46 diplomatici di Ankara e tre iracheni, rapiti dallo Stato islamico nei mesi scorsi. E' quanto afferma il Times, sottolineando che il governo di Londra giudica "credibile" la notizia. I nomi dei due britannici erano in una lista trapelata al giornale britannico e confermata da fonti nello Stato islamico. I due jihadisti provenienti dal Regno Unito sarebbero lo studente 18enne Shabazz Suleman e Hisham Folkard, di 26 anni.
Inoltre la Turchia ha fatto sapere che invierà i propri militari sul terreno in Siria "solo se la strategia Usa includerà anche la destituzione di Assad": lo ha detto il premier turco Ahmet Davutoglu in una intervista con Christiane Amanpour della Cnn. Lo evidenziano i media arabi. Per quanto riguarda Kobane, Ankara "ha la priorità al momento di salvare la vita alle decine di migliaia di persone fuggite dalla città", ha aggiunto il premier, glissando invece per ora su un ipotetico impegno militare su quel fronte.
"Ho paura di morire, ma la cosa più difficile è non sapere, immaginare, sperare se posso addirittura sperare ancora". Sono le parole dell'ostaggio Usa Peter Kassig, che l'Isis ha minacciato di uccidere nel video della decapitazione del volontario Gb Alan Henning, in una lettera ai genitori.
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venerdì 12 settembre 2014
CIA: i combattenti dello Stato islamico sono tra 20 e 31mila
Prima valutazione era di 10.000: reclutamento intenso da giugno. Lo Stato islamico conta tra i suoi ranghi in Siria e Iraq tra 20.000 e 31.500 combattenti: è questa la nuova stima fatta dalla Cia, la cui valutazione precedente era di circa un terzo di jihadisti membri dell’Isis.
La Cia stima che lo Stato islamico conta tra 20.000 e 31.500 combattenti in Iraq e Siria, basandosi su un nuovo studio dei rapporti di tutte le fonti dei servizi di intelligence tra maggio e agosto, ha dichiarato Ryan Trapani, uno dei portavoce dell’agenzia Usa. “Questo aumento si spiega in seguito ai maggiori successi del gruppo sul campo di battaglia da giugno del 2014 e la proclamazione di un califfato. Ma anche con maggiore attenzione da parte dell’intelligence”, ha aggiunto.
L’intelligence Usa attribuisce questo incremento a un reclutamento più energico dal mese di giugno scorso, dopo le vittorie ottenute sul terreno e la proclamazione del califfato nonché a un’attività più intensa nei combattimenti.
Un portavoce dei servizi segreti statunitensi ha dichiarato che la nuova stima è basata su una revisione degli studi fatti dall’intelligence da maggio ad agosto.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 10 settembre ha annunciato l’espansione dei raid aerei statunitensi in Iraq e Siria.
Intanto il segretario di stato statunitense John Kerry è in visita ufficiale in Turchia per cercare alleati nella guerra contro i jihadisti.
Secondo funzionari statunitensi, il generale in pensione John Allen avrà il compito di formare le milizie che combatteranno contro il gruppo terroristico.
L’11 settembre dieci paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, hanno accettato di aiutare gli Stati Uniti contro lo Stato islamico sia in Iraq sia in Siria.
Il 10 settembre il presidente Obama ha delineato un piano per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. Per la prima volta Obama ha autorizzato attacchi aerei contro il gruppo in Siria.
Vediamo le tappe e le date significative dell’avanzata delle milizie dell’Isis, ultra-radicali islamiche, che controllano vaste zone della Siria e dell’Iraq, dove sono accusate di commettere atroci violenze.
2013.
9 aprile: Il leader del principale gruppo legato ad Al Qaeda in Iraq, Abu Bakr al Baghdadi, annuncia l’unione di intenti tra il suo Stato Islamico dell’Iraq e del Fronte al Nusra (un gruppo che combatte il regime del presidente siriano Bashar al Assad, e forma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil o Isis). Un giorno dopo, il Fronte al Nusra – ai piu’ sconosciuto prima della rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 – giura fedelta’ al leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, ma prende le distanze dalla notizia della fusione con lo Stato Islamico dell’Iraq.
19 dicembre: Amnesty International accusa l’Isis di sequestrare, torturare e uccidere detenuti in carceri segreti nelle aree sotto il suo controllo in Siria.
2014.
2-4 gennaio: L’Iraq perde il controllo di Fallujah e di parti di Ramadi nella provincia occidentale di al Anbar, conquistati dai guerriglieri dell’Isis e da componenti di tribù sunnite anti-governative.
3 gennaio: Tre gruppi di ribelli siriani uniscono le forze per uccidere e catturare decine di combattenti dell’Isis, che accusano di crimini ben peggiori di quelli dell’inviso presidente siriano. Circa 6mila vittime il bilancio dei mortali combattimenti tra Isis e ribelli, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh).
14 gennaio: L’Isis conquista la sua roccaforte, la città siriana di Raqa, dopo giorni di violenti combattimenti con ribelli rivali per la capitale della provincia settentrionale. E’ in seguito accusato di aver instaurato un regime del terrore nelle sue roccaforte come Raqa, dove impone la sua personale ed estremistica interpretazione dell’islam, con arresti, lapidazioni e decapitazioni.
3 febbraio: Al Qaeda disconosce l’Isis. Al Zawahiri aveva già ordinato al gruppo nel 2013 di sciogliersi e ritornare in Iraq, annunciando che il Fronte al Nusra rappresentava il ramo ufficiale in Siria di Al Qaeda.
9 giugno: In Iraq, inizia una devastante offensiva di centinaia di guerriglieri jihadisti, appoggiati da fedelissimi dell’ex dittatore Saddam Hussein, gruppi salafiti e alcune tribu’: si impadroniscono di vaste zone del territorio iracheno. Avanzano inoltre verso la regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq, cacciando dalle proprie citta’ miglira di membri delle minoranze cristiane e yazidi di lingua curda.
29 giugno: L’Isis proclama un “califfato islamico che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, nordest di Baghdad. Si da’ una nuova denominazione, Stato Islamico (Is, anche se molti continueranno a chiamarlo Isis), dichiara “califfo” e “leader dei musulmani di tutto il mondo” il suo capo Baghdadi. La maggior parte dei movimenti islamisti in Siria respinge questa iniziativa.
8 agosto: I caccia statunitensi bombardano le posizioni jihadiste nel nord dell’Iraq, la prima operazione militare americana nel Paese dal ritiro delle truppe americane, nel 2011. Da allora Washington sferra raid aerei quotidiani e annuncia la fornitura di armi ai peshmerga curdi, come la Francia e l’Italia.
15 agosto: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità una risoluzione mirata a indebolire le milizie jihadiste bloccando loro fondi e afflusso di combattenti stranieri.
19 agosto: L’Isis annuncia la decapitazione del giornalista americano James Foley, rapito nel 2012 nel nord della Siria, e minaccia di uccidere un suo connazionale in rappresaglia agli attacchi aerei americani in Iraq. Il giorno successivo, il presidente Barack Obama definisce l’Isis “un cancro” che “non puo’ trovare posto nel 21esimo secolo”.
2 settembre: L’Isis annuncia di aver decapitato un altro reporter americano, Steven Sotloff, in un video che come il precedente su Foley scatena lo sdegno e la condanna di tutto il mondo. Il gruppo minaccia anche questa volta di uccidere un ostaggio britannico, identificato come David Cawthorne Haines. La Casa Bianca giudica entrambi i video “autentici”. Washington comunica l’invio di altri 350 militari in Iraq.
3 settembre: Obama assicura che gli Stati Uniti non si faranno intimidire dall’Isis.
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domenica 7 settembre 2014
Al Qaeda annuncia la sua espansione in India
Il leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri ha annunciato l’espansione di Al Qaeda in India.
Al Zawahiri ha chiesto ai musulmani indiani di unirsi “alla carovana della jihad”. In un video di 56 minuti, diffuso su internet, il leader di Al Qaeda ha dichiarato la sua fedeltà al mullah Omar, il leader dei taliban afghani e ha criticato lo Stato islamico. Il gruppo terroristico che ha la sua base in Siria e Iraq sta infatti minacciando l’influenza e la leadership di Al Qaeda.
Al Zawahiri guida Al Qaeda dalla morte di Osama bin Laden nel 2011 e ha ribadito che il gruppo è ancora fedele al messaggio di Bin Laden che faceva appello “all’unità transnazionale di tutti i musulmani contro il nemico, per liberare le terre occupate e creare un nuovo califfato”.
Il leader di Al Qaeda ha indicato il Pakistan, la Birmania, il Bangladesh, il Gujarat, il Kashmir e l’Assam come nuovi territori di influenza di Al Qaeda.
Al Qaeda si sente minacciata dallo Stato islamico che ha occupato alcune aree d’influenza storiche del gruppo terroristico come l’Iraq e sta drenando risorse economiche e armi.
Il riferimento al califfato, fatto da Al Zawahiri, è una risposta alla dichiarazione del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi che si è proclamato il capo di un nuovo califfato e ha chiesto la fedeltà di tutti i musulmani nel mondo. Abu Bakr al Baghdadi ha rotto con Al Qaeda nel 2013 quando ha rifiutato di ritirarsi dalla Siria.
In India vivono il 15 per cento dei musulmani di tutto il mondo, si tratta di 175 milioni di persone. Il nuovo leader di Al Qaeda nel subcontinente è Maulana Asim Umar. Umar ha chiesto ai musulmani indiani di concentrarsi sulla jihad in Kashmir, la regione dell’India contesa tra New Delhi e Islamabad.
Il nuovo premier Narendra Modi è un obiettivo per i jihadisti. Modi è accusato di aver incoraggiato e sostenuto le violenze contro i musulmani del Gujarat nel 2002 e in quell’occasione morirono circa mille musulmani.
Lo Stato Islamico sta ormai per soppiantare Al-Qaeda al vertice delle organizzazioni terroristiche della jihad internazionale, grazie alla sua potenza militare, alla radicalità delle sue posizioni e alla capacità di utilizzare i moderni mezzi di comunicazione. Secondo il parere di molti analisti, assumendo il controllo del territorio a cavallo della frontiera fra Siria e Iraq e proclamando la creazione di un califfato, l’IS ha riportato successi mai raggiunti dal movimento fondato da Osama Bin Laden.
La conquista della città di Mosul ha consentito ai membri dell’IS di mettere le mani su un tesoro di guerra da centinaia di milioni di dollari e su un arsenale degno di un esercito moderno. La vittoria, celebrata su tutti i social network, non e’ stata tuttavia salutata con favore dai leader di Al-Qaeda e la maggior parte dei movimenti jihadisti che avevano annunciato la loro adesione alla Rete di Bin Laden per il momento hanno rifiutato di unirsi al califfato proclamato dal leader dello Stato Islamico, Abu Bakr Al-Baghdadi. Ma i successi militari ottenuti dall’IS in Iraq e Siria potrebbero cambiare le carte in tavola.
“Lo Stato Islamico e’ già riuscito a imporre al mondo intero il suo nome, malgrado non sia uno stato ma una macchina da guerra e che la sua vocazione totalitaria minacci tutti i musulmani”, dice Jean-Pierre Filiu, professore di Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi. “Questa ambizione senza frontiere da parte di uno Stato islamico e’ particolamente attraente per i nomadi della globalizzazione, individui dall’identità’ insicura che si rivolgono al califfato autoproclamato. Il capo dello Stato islamico festeggia le vittorie militari e sembra in grado di mettere in difficoltà il mondo intero, mentre Zawahiri, il successore di Bin Laden alla guida di Al-Qaeda, parla in video e non suscita più interesse al di la’ di una ristretta cerchia”.
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