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mercoledì 4 ottobre 2017

Rohingya tra il Myanmar e Bangladesh



La leader birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha rotto il silenzio sulla questione dei Rohingya, la minoranza musulmana pesantemente discriminata nel Paese, e oggetto - secondo le Nazioni Unite - di un «chiaro caso di pulizia etnica». Dallo scorso mese oltre 400mila Rohingya, infatti, sono fuggiti in Bangladesh a seguito di violenze compiute dall’esercito di Rangoon, nel più totale silenzio delle istituzioni birmane. La leader birmana, dal canto suo , ha detto che «più della metà» dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya in Myanmar, non sono stati fatti oggetto di violenze, invitando i diplomatici riuniti a Naypyitaw a visitarli. San Suu Kyi ha dichiarato di non temere il giudizio internazionale sulla gestione della crisi ma nemmeno di «attribuire colpe o evadere le proprie responsabilità. Condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani e la violenza contro la legge», ha detto in un discorso trasmesso dalle tv nazionali.

L'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein, ha denunciato come "pulizia etnica da manuale". La prima versione di Aung San Suu kyi: "E' solo disinformazione" Aung San Suu Kyi, in una telefonata con il Presidente turco Erdogan nei giorni scorsi aveva denunciato la "disinformazione" sulla crisi dei Rohingya. La 'Lady', come è conosciuta dai birmani, aveva parlato di "pesante iceberg di disinformazione", che deforma il racconto di quel che sta accadendo. "Questo tipo di false informazioni è solo la parte più visibile di un enorme iceberg di disinformazione", ha detto la San Suu Kyi.

La voce più alta che si è levata contro la leader birmana è quella di un altro Nobel per la Pace. L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva infatti  aspramente criticato la leader birmana per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya. "Ogni volta che leggo le notizie il mio cuore si spezza per le sofferenze del musulmani Rohingya in Myanmar", ha denunciato Malala, sopravvissuta miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani locali in Pakistan quando a soli 15 anni nel 2012 lottava per dell'educazione femminile. "Nel corso degli ultimi anni ho ripetutamente condannato questa trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia collega premio Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso", ha denunciato Malala, che conquistò il Nobel per la pace nel 2014. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa dalla giunta militare, è ormai dal 2016 ministro degli Esteri e Consigliere di Stato (carica creata apposta per lei) che la pone di fatto, sempre con il placet dei generali, alla guida dello Stato. Ma Suu Kyi, buddista, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i mussulmani.

«Abbiamo avuto un incontro produttivo sulla terribile situazione in Birmania, ma non vediamo ancora miglioramenti sul terreno e continuiamo ad avere segnalazioni di violenze e sofferenze», ha detto a tal proposito l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, dopo un incontro organizzato dalla Gran Bretagna a margine dell'Assemblea Generale a cui hanno partecipato anche funzionari del governo di Rangoon.

L’esodo dei Rohingya dal Myanmar al Bangladesh ha attirato l’attenzione della comunità internazionale dalle Nazioni Unite a Papa Francesco, ma chi sono i Rohingya?

La comunità Rohingya, minoranza etnica di fede musulmana che vive nello stato nord-occidentale di Rakhine, in Myanmar, custodisce gelosamente il suo nome e lo considera parte integrante della sua identità di minoranza perseguitata. I problemi dei Rohingya iniziano proprio dal loro nome che viene utilizzato da loro stessi e dalla comunità internazionale – Nazioni Unite comprese – ma non dal Myanmar che li definisce immigrati clandestini dal Bangladesh, ossia bengalesi. Ufficialmente, i Rohingya non vengono elencati tra le 135 “razze nazionali” elencate nella legge sulla cittadinanza del Myanmar, in vigore dal 1982. Si tratta di una legge che risale al periodo della dittatura militare del generale Ne Win, ma che non è mai stata aggiornata dai governi che lo hanno succeduto.

Il vero problema sociale dei Rohingya è quello di non essere considerati cittadini del Myanmar e di non godere dei diritti che la cittadinanza comporta. Nel paese esistono tre tipologie di cittadinanza: piena, associata e naturalizzata. Hanno diritto alla cittadinanza piena coloro le cui famiglie hanno vissuto nel paese da prima del 1823, sono cittadini associati coloro che hanno ottenuto la cittadinanza con la legge in materia del 1948. I naturalizzati sono coloro che vivevano nel paese da prima del 4 gennaio 1948, ma che hanno fatto domanda di cittadinanza dopo il 1982. Molti Rohingya non rientrano in nessuna delle tre categorie poiché non riescono a produrre le prove documentali necessarie per fare domanda di cittadinanza.

La campagna militare dell’esercito del Myanmar nello stato di Rakhine è iniziata nell’ottobre 2016, in seguito a una serie di attentati alle stazioni di polizia di confine perpetrati dall’ARSA, un’organizzazione terroristica islamista formata da militanti di etnia Rohingya. Per il popolo birmano quanto è accaduto nello stato di Rakhine rappresenta una lotta contro i terroristi estremisti islamici che si sono infiltrati in Myanmar e tentano di spaccare la società birmana per creare uno stato indipendente – a maggioranza islamica – a Rakhine.

Le tensioni tra i musulmani Rohingya e la maggioranza buddista del Myanmar risalgono al maggio 2012, quando una donna buddista è stata violentata e uccisa dai musulmani Rohingya, secondo le accuse. L’ incidente è stato seguito dall’uccisione di 10 musulmani Rohingya da parte di un gruppo di buddisti.

In questi giorni un gruppo di lavoro per pianificare il rimpatrio dei Rohingya. È l’accordo a cui sono giunti le autorità di Myanmar e Bangladesh.

Non è la prima volta che il Myanmar trova un accordo sul rimpatrio dei rifugiati con i Paesi confinanti. Ma il problema di base, che rimane irrisolto, è lo status dei Rohingya: privi di cittadinanza, vengono classificati e trattati alla stregua di immigrati clandestini.



domenica 8 novembre 2015

La Birmania è tornata al voto: chiusi i seggi, attesa per i risultati


Seggi chiusi e via allo spoglio in Birmania, dove si sono tenute le prime elezioni libere dal 1990, quando si instaurò una giunta militare. Il regime si è fatto da parte ma si è riservato una quota importante, che rischia di essere una quota di controllo, nel nuovo sistema democratico. Un quarto dei seggi in entrambe le camere è appalto dei militari. Per il resto vige un sistema maggioritario secco.

L’opposizione rappresentata dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace che ha speso quindici anni agli arresti domiciliari, è data per favorita. La settantenne leader ha votato in mattinata, per la prima volta nella sua vita, in un seggio dell’ex capitale, Rangoon, dove si vedevano lunghe file davanti ai seggi.

I primi risultati delle storiche elezioni in Birmania - rinominata Myanmar con la giunta militare - saranno annunciati domani mattina alle 9 locali (le 3,30 in Italia), ha annunciato la Commissione elettorale, mentre nei seggi è già in corso lo scrutinio delle schede votate. Per i risultati completi, ci potrebbe volere più di una settimana. L’NDL della signora Suu Kyi sfida il partito appoggiato dai generali, l’Union Solidarity Development Party (USDP) al potere dal 2011. Lunghe code e grandi folle ai seggi, come a Yangon dove ha votato la signora Suu Kyi, che sorriso e fiori fra i capelli, ha evitato ogni commento.

Ma non si sono verificati problemi rilevanti, secondo il capo degli osservatori europei:
“Finora abbiamo constatato procedure che sembrano abbastanza affidabili, non esenti da problemi o imperfezioni ma alcune delle cose di cui avevamo discusso in precedenza non sembrano porre grandi problemi al momento, per esempio le liste elettorali, non abbiamo constatato per esempio problemi nell’identificazione degli elettori qui a Rangoon, ma questo non esclude che si possano poi ricevere indicazioni diverse dal resto del Paese”.

Gli osservatori internazionali non sono stati però autorizzati a verificare i seggi installati nelle basi militari, dove il voto si è concluso già in tarda mattinata. Nel Paese l’affluenza alle urne è stata massiccia, intorno all’80% secondo la Commissione elettorale centrale. Per i risultati definitivi bisognerà attendere due settimane.

Se Aung San Suu Kyi non avrà i numeri per governare da sola, dovrà cercare un difficile accordo. Probabilmente si rivolgerà ai più forti dei tanti partiti rappresentanti delle diverse etnie che compongono il mosaico birmano. Sarà un passaggio delicatissimo. «La Lega nazionale per la democrazia (Nld) non può andare da sola, ha bisogno di alleati», ha spiegato Khin Zaw Win dell'Istituto Tampadipa di Yangon. E non sarà semplice. Una delle linee di frattura in Birmania è appunto quella etnica. I rapporti tra la maggioranza buddista e le diverse minoranze, molte delle quali islamiche, sono estremamente tesi.

Sebbene la famiglia di Aung San abbia una storia d'integrazione, l'ascesa di un movimento buddista duro e il permanere di focolai di rivolta e della repressione da parte dei militari, non segnala nulla di buono. Inoltre il partito della premio Nobel ha irritato alcuni di questi partiti etnici con la decisione di presentarsi in tutte le aree del Paese.

Il pericolo più grande resta comunque la tensione tra l'attesa di democrazia che i birmani a questo punto hanno e il «grip» che l'ex giunta continua a mantenere su strutture di potere ed economiche nel paese del Sudest asiatico. Un caso tipico è quello della giada, la pietra preziosa tanto cara alla cultura cinese. Secondo l'organizzazione non governativa Global Witness, si tratta di un settore che produce entrate per 31 miliardi di dollari, ben oltre quanto ufficialmente dichiarato dalle autorità. Una ricchezza enorme che finisce nelle mani di figure legate al vecchio regime, compresi membri della famiglia dell'uomo forte di Myanmar, l'ex capo della giunta militare Than Shwe. «Stiamo parlando di persone che avrebbero molto da perdere se s'instaurasse una genuina democrazia che porrebbe domande su tali quantità di denaro», ha spiegato Juman Kubba di Global Witness.