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venerdì 21 ottobre 2016
Attacco informatico: Twitter, Spotify e New York Times. Web «down» negli Usa
Prima la notizia della portaerei hackerata, poi tutta una serie di down per alcuni dei siti Internet fra i più importanti del Paese. Non è un bel giorno, questo, per l'America digitale. Un susseguirsi di attacchi hacker violentissimi sta minando le certezze statunitensi. E che possa essere un assaggio di cyber war appare molto più che una semplice ipotesi, soprattutto dopo le polemiche di questi giorni che hanno visto coinvolte la Casa Bianca e la Russia di Putin. Ma andiamo con ordine.
Il Dipartimento americano per la sicurezza nazionale ha aperto un'inchiesta sul maxi-cyber attacco sferrato sulla costa orientale degli Stati Uniti da hacker ai siti web di molte società, da Twitter al New York Times. Lo riporta la Nbc.
Un enorme cyeberattacco ha colpito il traffico di centinaia di siti web, soprattutto per gli utenti internet della costa est degli Stati Uniti, compresi quelli di Twitter, Financial Times, Spotify, Reddit, e-Bay e New York Times. Lo riportano i media Usa.
Il blocco di alcuni dei principali siti web causato da un attacco hacker negli Stati Uniti e' durato circa due ore, mentre ora il traffico e' ripreso regolarmente. Lo rende noto la societa' Dyn, i cui server sono stati presi di mira - si spiega - da pirati informatici che hanno mandato in tilt il sistema provocando un sovraccarico di traffico.
Il Financial Times lo ha definito «un enorme cyber-attacco», e l’aggettivo non pare esagerato se si pensa al numero – centinaia – di siti coinvolti. E al loro nome: da quello del quotidiano economico stesso al New York Times, da Twitter a Pinterest, da Reddit a Spotify e eBay (qui l’elenco completo). Si è trattato di un vero blackout, pur delimitato a livello geografico: a soffrire dell’inacessibilità sono stati soprattutto gli utenti americani, e in particolar modo quelli residenti nella costa est del Paese.
L’obiettivo dell’attacco in stile Ddos – sigla ormai conosciuta ai più che significa “Distributed denial of service”, un’enorme numero di “chiamate” continue che abbattono i server – è stata l’azienda Dyn del New Hampshire, quello che si può definire un elenco telefonico della Rete. Il lavoro della Dyn è di tradurre gli indirizzi che comunemente digitiamo nei browser – come Corriere.it - negli indirizzi Ip, i numeri di riferimento che la Rete riconosce per “servirci” il sito richiesto.
L’attacco, non rivendicato in alcun modo, sarebbe partito alle 7 del mattino ora locale (le 13 italiane) e come detto ha interessato larga parte della costa est degli Usa, come mostrato dall’immagine sopra. Se i motivi non sono noti, più evidenti sono i danni per milioni di dollari causati da un “buio” di questa portata. Il servizio di distribuzione dei siti richiesti infatti sarebbe stato ripristinato solo tre ore dopo, intorno alle 9.45 della costa est.
Al momento è difficile stabilire la matrice dell'attacco. L'ipotesi russa, visti i rapporti tesissimi fra i due Paesi e le note capacità informatiche degli hacker all'ombra del Cremlino, è sicuramente una pista caldissima. I servizi di Dyn sono stati messi ko da un violento attacco DDoS (distributed denial of service). Ma cos'è un attacco DDoS?
In sostanza è una variante di un attacco DoS, nella quale si impiega un vastissimo numero di computer infetti per sovraccaricare il bersaglio (il sito, o l'insieme di siti) con traffico fasullo. È come se decine di milioni di persone cliccassero contemporaneamente su un sito, andando così a saturare tutte le risorse di banda a disposizione. Il risultato è semplice: sito down. Ovviamente nei casi di attacchi vengono usati botnet in grado di cooptare milioni di computer infetti affinché partecipino - involontariamente - all'attacco.
giovedì 18 febbraio 2016
118 anni fa nasceva il fondatore dalla casa di Maranello
Il 18 febbraio di 118 anni fa nasceva Enzo Ferrari, un uomo che ha vissuto e realizzato un sogno, che nella sua adolescenza, era limitato nel voler avere un’automobile tutta sua.
L’automobile in questione è diventata una casa di costruzione, la più famosa del mondo e vero e proprio orgoglio italiano; in sede sportiva è la più vincente con i suoi 15 titoli di piloti e i 16 di costruttori, oltre essere prima anche con più gran premi vinti. Una passione fortissima quella di Enzo Ferrari per la sua auto, la quale ha contagiato milioni e milioni di persone, il cui significato di Ferrari va ben oltre l’estetica e potenza del veicolo. Tale amore nacque nel modenese fin da piccolo, quando lavorava all’officina del padre, per poi svilupparsi in una buona carriera da pilota, la quale gli permetterà di usufruire del famosissimo “Cavallino Rampante”, ceduto dalla madre del celebre aviatore Francesco Baracca, che secondo la signora gli avrebbe portato fortuna.
I social media celebrano il fondatore nel giorno della sua nascita con foto, frasi celebri, registrazioni audio e video, i suoi luoghi preferiti. La Ferrari si serve del proprio profilo 'social', da Twitter a Facebook, da Linkedin a Youtube, per celebrare il suo fondatore, Enzo Ferrari. E la 'grande rivale' McLaren gli rende omaggio.
Sui social network dell'azienda e della scuderia modenese compare la scritta '18/02/1988 è nata una leggenda', accompagnata da un video in titolato 'Enzo Ferrari-The Idea', in cui il padre fondatore racconta la genesi della sua creatura. In un filmato è lo stesso Drake a raccontare: "Ricordo, nel 1912 vidi una fotografia su 'La Stampa illustrata', che si pubblicava allora a Torino, di Raffaele Di Palma: mi sembra, avesse vinto in quell'epoca la 500 miglia di Indianapolis. Mi dissi: questo è un italiano, perché un giorno non potrei anche io essere un pilota di automobili? E tutti gli atti sono stati una conseguenza di questo sogno dell'adolescenza".
Nel 118/o anniversario della nascita del 'Drake', sui social network della Ferrari compare la scritta '18/02/1988 è nata una leggenda', accompagnata da un video in titolato 'Enzo Ferrari-The Idea', in cui il padre fondatore racconta la genesi della sua creatura: "Ricordo, nel 1912 - racconta lo stesso 'Drake' nelle immagini - vidi una fotografia su 'La Stampa illustrata', che si pubblicava allora a Torino, di Raffaele Di Palma: mi sembra, avesse vinto in quell'epoca la 500 miglia di Indianapolis. Mi dissi: questo è un italiano, perché un giorno non potrei anche io essere un pilota di automobili? E tutti gli atti sono stati una conseguenza di questo sogno dell'adolescenza.
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lunedì 29 settembre 2014
Hong Kong rilasciato leader diciassettenne, nasce una nuova Tienanmen
La folla di manifestanti nelle strade di Hong Kong continua a crescere. Dal distretto finanziario la protesta ha raggiunto Kowloon e Causeway bay. La polizia usa gas lacrimogeni e spray urticante, e presto arriveranno anche i proiettili di gomma. Non è la fine del mondo, ma si tratta comunque della protesta più imponente organizzata in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tienanmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa.
Naturalmente Hong Kong è una realtà molto diversa dal resto della Cina, e la regione non è sottoposta alla stessa dittatura arbitraria che incombe sul resto del paese. Nonostante sia rimasta sotto il controllo del regime comunista di Pechino da quando il Regno Unito ha restituito i suoi territori al governo cinese nel 1997, l’accordo siglato da Londra garantiva che per 50 anni Hong Kong avrebbe mantenuto il suo sistema sociale, inclusi la libertà di espressione e lo stato di diritto.
L’accordo “uno stato, due sistemi” prevedeva inoltre che “la regione amministrativa speciale di Hong Kong” sarebbe diventata più democratica con il passare del tempo. Al momento della partenza dei britannici esisteva già un consiglio legislativo eletto, ma Pechino aveva promesso che entro il 2017 sarebbe stato eletto democraticamente. Attualmente la carica è assegnata da una “commissione elettorale”, formata da 1.200 persone e filocinese.
La verità è che le elezioni libere sono una concessione troppo democratica per il regime cinese, preoccupato che il resto della Cina possa avanzare simili rivendicazioni. Per questo motivo il governo ha deciso di non mantenere la sua promessa. Il mese scorso l’assemblea nazionale del popolo ha dichiarato che a contendersi la poltrona di leader politico potranno essere solo tre candidati, che avranno inoltre bisogno dell’approvazione di una commissione nominata da Pechino.
Li Fei, vicesegretario della commissione cinese che ha redatto la nuova regola, ha dichiarato che l’aumento delle candidature creerebbe una “società caotica” e ha sottolineato che Hong Kong dev’essere governata da una persona che “ama il paese e ama il partito”. Questo tipico approccio comunista ha lasciato ai democratici di Hong Kong solo due alternative: protestare o arrendersi. Oggi per le strade di Hong Kong ci sono migliaia di manifestanti, ma come evolverà la situazione?
La tempistica non è favorevole al movimento filodemocratico di Hong Kong, perché il nuovo leader supremo di Pechino, il presidente Xi Jinping, non può permettersi di fare concessioni.
Da quando è salito al potere due anni fa, Xi ha lanciato una massiccia campagna anticorruzione che gli ha procurato diversi nemici. Almeno trenta alti funzionari (insieme a centinaia di parenti e collaboratori) sono stati indagati o incarcerati. Se la purga si estenderà potrebbero essere arrestati migliaia di funzionari.
La campagna contro la corruzione è assolutamente necessaria, ma incontra una feroce opposizione da parte di quelli che temono di poterne pagare le conseguenze, come la famiglia e i collaboratori degli ex presidenti Hu Jintao e Jiang Zemin. La rabbia nei confronti del governo è alimentata anche dal fatto che la famiglia e i collaboratori del presidente Xi Jinping sono stati magicamente risparmiati dalla purga.
Molti esponenti di spicco della gerarchia comunista sarebbero felici di vedere Xi indebolito o almeno costretto a fermare la sua campagna anticorruzione. Se il presidente si arrendesse alle proteste di Hong Kong, offrirebbe un pretesto ai suoi nemici per schierarsi contro di lui a difesa del monopolio di potere del Partito comunista, e non solo dei loro interessi personali.
Anche un eccessivo uso della forza per sedare la protesta e un eventuale massacro provocherebbero un’ondata di critiche nei confronti di Xi, ma in questo caso gli attacchi arriverebbero solo dall’estero. Come abbiamo constatato ai tempi di piazza Tiananmen nel 1989, i quadri comunisti hanno la tendenza ad appoggiare l’uso della forza per difendere i loro poteri e privilegi.
Per quanto riguarda l’opinione pubblica cinese, gli eventi di Hong Kong sono descritti dai mezzi d’informazione statali come azioni antipatriottiche di persone manipolate dalle potenze straniere. Molti cinesi non credono a questa versione, ma allo stesso tempo non intendono ribellarsi per sostenere il popolo di Hong Kong, che considerano privilegiato e viziato.
Senza dubbio Xi Jinping preferirebbe vincere lo scontro con il movimento democratico di Hong Kong in modo pacifico, ma è pronto a usare tutta la violenza che sarà necessaria per reprimere la protesta. Un bagno di sangue danneggerebbe profondamente le relazioni tra la Cina e il resto del mondo, ma il presidente ha ben chiare le sue priorità.
Intanto il leader degli studenti di Hong Kong, Joshua Wong, 17 anni, è stato rilasciato dopo due giorni trascorsi in prigione. Lo ha annunciato lo stesso Wong in un messaggio su twitter. La magistratura dell'isola oggi ne aveva ordinato la liberazione. Wong era una delle 78 persone fermate nei giorni scorsi, secondo la polizia di Hong Kong.
Il governo cinese è "fermamente contrario ai movimenti illegali" lanciati dagli studenti e dai gruppi democratici di Hong Kong. Lo ha affermato un portavoce a Pechino in un comunicato nel quale si ribadisce anche il "pieno sostegno" di Pechino al governo del territorio. Intanto la polizia di Hong Kong è intervenuta con lanci di lacrimogeni e facendo uso di spray al pepe per disperdere i dimostranti che manifestano per un pieno regime democratico
In un altro tweet una studentessa afferma che Joshua Wong avrebbe detto di stare bene ma di aver perso in una colluttazione con gli agenti durante il suo arresto gli occhiali e le scarpe. Wong era una delle 78 persone fermate nei giorni scorsi, secondo la polizia di Hong Kong. Tra i fermati ci sono anche tre deputati al Legislative Council, il Parlamento di Hong Kong. Secondo gli ultimi tweet che alcuni dei manifestanti riescono a inviare nonostante il blocco di internet imposto dalla polizia nei quartieri centrali di Hong Kong, migliaia di persone sono ancora nelle strade.
Il governo cinese è "fermamente contrario ai movimenti illegali" lanciati dagli studenti e dai gruppi democratici di Hong Kong. Lo ha affermato oggi un portavoce a Pechino in un comunicato. Si ribadisce anche il "pieno sostegno" di Pechino al governo del territorio, che dal 1997 e' una Speciale Regione Amministrativa della Cina.
La polizia di Hong Kong sta cercando di bloccare Internet nella zona di Admiralty, dove sono concentrati i manifestanti pro-democrazia. Lo affermano gli stessi manifestanti su Twitter. Altri sostengono che le vetture della metropolitana hanno cominciato a non fermarsi all'omonima stazione. Admiralty è il quartiere di Hong Kong nel quale si trovano gli uffici del governo locale e la sede del Legislative Council, il Parlamento del territorio. Le foto diffuse indicano che migliaia di persone sono ancora nelle strade.
Pechino però ha voluto mettere dei forti paletti alla libertà con cui i cittadini di Hong Kong potranno eleggere il loro leader, promettendo sì un voto per persona, ma escludendo la possibilità di candidature indipendenti dalla volontà del governo centrale.
Le proteste di questi giorni dunque si incentrano proprio sulla questione della libertà di candidatura, e chiedono a Pechino di ritirare il progetto di riforma presentato al momento, e al governo locale di accettare il dialogo con studenti e manifestanti.
Invece, il Capo dell'Esecutivo di Hong Kong, CY Leung, non ha dato alcun segnale dalla settimana scorsa, quando ha rifiutato di prendere una lettera da parte di una delegazione studentesca, dicendo che la situazione era ''troppo caotica''. Mentre si avvicina la giornata nazionale, celebrata il primo ottobre con parate proprio dove si trova ora il concentramento dei manifestanti, l'intera città assiste con il fiato sospeso agli sviluppi della campagna di disobbedienza civile lanciata per ottenere elezioni libere e aperte.
In due quartieri commerciali di Hong Kong sono in corso scontri tra i manifestanti del movimento Occupy central e i cittadini contrari alla protesta. Questi ultimi stanno smantellando alcune delle barricate con cui da giorni i manifestanti hanno bloccato le strade dei quartieri centrali della città.
Secondo i corrispondenti stranieri non è ancora chiaro se si tratta di commercianti esasperati dall’interruzione delle loro attività o di persone assoldate dalle autorità cinesi per mettere fine alle proteste senza l’intervento della polizia.
I dimostranti contrari alle proteste sono sempre più numerosi e stanno circondando uno degli accampamenti dei manifestanti nel quartiere di Mongkok, dove la situazione sta diventando tesa.
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domenica 29 dicembre 2013
Antartide: nave bloccata, continua l'odissea della MV Akademik Shokalskiy
"Si sta rompendo". Il ghiaccio intorno alla Akademik Shokalskiy si sta aprendo da solo. L'avventura della Akademik Shokalskiy, la nave russa da giorni intrappolata tra i ghiacci dell'Antartide, continua a riservare colpi di scena, mentre e' atteso per oggi l'arrivo dei soccorsi. Chris Turney, capo della spedizione ha postato un video su twitter. Nelle immagini lui, barba ghiacciata e sorriso ottimista, insieme ad un suo compagno di viaggio indica le grandi crepe nel ghiaccio intorno alla nave.
Su YouTube il diario di bordo della nave imprigionata sulla banchisa. In attesa dei soccorsi, il capo della spedizione descrive la situazione e cede il microfono ai passeggeri, che raccontano in prima persona la disavventura.
Il ghiaccio che stringe in un gelido abbraccio lo scafo della nave, il soffio della bufera, il volo di un elicottero partito dalla rompighiaccio cinese Snow Dragon, che non arriverà ma che basta a tenere alto il morale. Poi i passeggeri che camminano sulla banchisa e una serie di messaggi per dire a chi si trova a casa che va tutto bene. La nave russa MV Akademik Shokalskiy è intrappolata al largo dell’Antartide, ma non è del tutto isolata. Il capo della spedizione, Chris Turney sta pubblicando su YouTube una serie di video, un vero e proprio diario di bordo dalla fine del mondo.
“Il vento raggiunge i 70 chilometri l’ora, la nave non si muove da due giorni e siamo circondati dal ghiaccio marino”. Nel giorno di Santo Stefano, mentre la bufera che ha bloccato la MV Akademik Shokalskiy non accenna a placarsi, Chris Turney descrive così la situazione. “Entro 24 ore ci attendiamo l’arrivo di una rompighiaccio cinese, la Snow Dragon”, continua fiducioso.
I giorni passano, la nave resta intrappolata. Si attende una rompighiaccio australiana. Non ci sono pericoli e a bordo stanno tutti bene, ma per rassicurare parenti e amici si decide di iniziare a pubblicare dei videomessaggi. A turno chi si trova a bordo si metterà davanti alla telecamera e parlerà a chi si trova a casa. Tutti rassicurano: non ci sono problemi. Mary Regan festeggia il suo compleanno proprio il 29 dicembre. Dalla banchisa, con la nave alle spalle, dice: “Siamo in un luogo meraviglioso, non potrebbe esserci un giorno migliore per festeggiare con i miei nuovi amici”.
Mentre le condizioni meteo migliorano, il 28 dicembre dalla nave cinese decolla un elicottero, che sorvola la MV Akademik Shokalskiy. Le immagini mostrano alcune delle 74 persone a bordo che scattano foto dalla banchisa. Sembra fatta, ma il ghiaccio troppo spesso impedirà alla Snow Dragon di portar loro soccorsi.
La loro prigione di ghiaccio si sta sciogliendo, mentre l'Aurora Australis, la nave di soccorso attesa oggi nel tardo pomeriggio, sta procedendo a tappe forzate per raggiungerli. ''Lo spero'' risponde il professore ad un compagno di viaggio che guardando il pack gli dice: "Il ghiaccio si sta rompendo, questo ci consentirà di liberarci". E mentre tra i follower del professore qualcuno augura "buona fortuna ragazzi", qualcun'altro commenta ironicamente "Prof. Turney, il riscaldamento globale viene in vostro soccorso".
sabato 28 settembre 2013
Relazioni USA Iran dal 1979 che erano inesistenti
Evento storico la telefonata tra i presidenti Barack Obama e Hassan Rohani . I presidenti si sono parlati al telefono. Una comunicazione diretta tra un presidente americano e uno iraniano non c'era dalla Rivoluzione islamica del 1979 con l’instaurazione del regime khomeini. Un contatto per arrivare a una soluzione diplomatica sul programma nucleare dell'Iran. "Risolvere e superare le differenze è possibile -ha detto Obama e i team sono già al lavoro". Obama ha chiesto all'Iran "azioni significative che potrebbero portare ad un alleggerimento delle sanzioni". I due leader hanno concordato incontri a breve tra i ministri degli Esteri ed auspicato di risolvere il nodo relativo ai progetti nucleari.
È stato Barack Obama a chiamare: in un messaggio su Twitter il presidente iraniano ha detto di aver espresso al capo della Casa Bianca la sua gratitudine per «l'ospitalità e per la telefonata». Ma l'idea della telefonata sarebbe stata in effetti suggerita dagli iraniani. E secondo fonti vicine al presidente iraniano la chiamata sarebbe giunta del «tutto inattesa». Obama, nel corso della conversazione, si è scusato con Rohani «per il terribile traffico di New York» sulla strada per l'aeroporto. «Have a Nice Day» («Le auguro buona giornata»). «Thank you. Khodahfez». Questo, nel tweet attribuito al presidente iraniano, il saluto tra i due capi di Stato al termine della storica telefonata. «Khodahfez» è un comune messaggio di commiato in farsi, letteralmente «Dio sia il tuo custode». Si è trattato del primo colloquio diretto tra i leader dei due Paesi dal 1979, quando Jimmy Carter telefonò all'allora scià di Persia - storico alleato degli Stati Uniti nella regione - poco prima che la furia popolare lo costringesse a fuggire dal Paese.
«Quella con il presidente iraniano Hasan Rohani è stata la prima comunicazione tra i nostri due Paesi dal 1979: è indicazione che stiamo andando verso il superamento delle difficoltà affrontate nel corso della storia. Credo ci siano le basi per una soluzione» della questione del nucleare, ha spiegato il presidente in conferenza stampa. Obama ha aggiunto che un accordo con Teheran sul nucleare è possibile e che i team di entrambi i Paesi sono già al lavoro per trovare un'intesa. Il presidente Usa ha poi spiegato che i team di entrambi i Paesi lavoreranno insieme, e con il gruppo del 5+1, per andare verso un accordo. Gli Usa si coordineranno anche con gli alleati, incluso Israele, ha precisato. Il presidente americano ha quindi spiegato come lui e Rohani abbiano invitato i rispettivi team a «lavorare speditamente per raggiungere un accordo» sul nucleare. «La strada per un accordo importante sarà difficile - ha aggiunto - ma questa è l'unica opportunità per fare progressi con il nuovo governo iraniano».
Rohani ha infatti pronunciato una promessa: "Presenteremo un primo piano sul nucleare già a Ginevra''. L'appuntamento è fissato per il 15 e 16 ottobre, quando nella città svizzera si ritroveranno seduti attorno allo stesso tavolo i Paesi del cosiddetto '5+1' (Usa, Francia, Gb, Russia, Cina e Germania) e i rappresentanti di Teheran. Un tavolo al quale, ha assicurato il presidente iraniano, "parteciperemo senza porre alcuna precondizione". Obama ci crede: ''La strada che porta all'accordo è difficile e piena di ostacoli, ma penso che superare le differenze per una soluzione complessiva sul nucleare iraniano sia possibile'', ha affermato, rendendo noto oggi il suo colloquio di 15 minuti con Rohani durante una dichiarazione Tv dalla Casa Bianca
sabato 6 ottobre 2012
Cuba: la blogger Yoani Sanchez liberata dopo 30 ore
La blogger dissidente cubana Yoani Sanchez, arrestata giovedì, è stata liberata dopo trenta ore di detenzione. La stessa Yoani ha annunciato su twitter di essere stata "liberata dopo 30 ore di detenzione" e ha ringraziato "tutti quelli che hanno alzato al loro voce e i loro tweet. Non ho toccato né cibo né acqua".
"Siamo stati appena liberati! 30 ore di detenzione e molti aneddoti da raccontare", ha twittato la Sanchez.
Grazie a tutti quelli che hanno levato la loro voce e i loro tweet perché tornassimo a casa", ha aggiunto pochi secondi dopo. "Durante la mia detenzione ho rifiutato di mangiare e di bere ogni liquido, primo bicchiere d’acqua che hopreso al rientro a casa come fuoco nell’esofago". In successivi tweet la bloggerha scritto che "ancora è in stato d’arresto Henry Constantin a Rio Cauto, arrestato all’ingresso del tribunale di Bayamo".
La "blogger cieca" così si definisce perchè non vede quello che invia su internet, era stata arrestata giovedì insieme al marito, il giornalista Reinaldo Escobar, a Bayamo, 750 km a sudest dell'Avana, dove voleva assistere al processo contro un giovane politico spagnolo accusato di omicidio colposo per la morte di un dissidente. Il giovane attivista spagnolo del Partido Popular di Madrid Angel Carromero è stato accusato dalle autorità castriste di omicidio colposo per l'incidente stradale nel quale, lo scorso 22 luglio, sono morti il dissidente Oswaldo Payà e un altro oppositore cubano, Harold Cepero, e rischia 7 anni di carcere. La versione ufficiale sulla morte di Payà è peraltro contestata dai familiari e da ambienti del dissenso.
Yoani Sanchez, blogger anti-regime, è ormai da tempo nel mirino del governo di Raul Castro. Qualche mese fa, il sito web ufficiale Cubadebate ha pubblicato un attacco frontale alla dissidente, descrivendola come "mercenaria", "bugiarda" e "ignorante", "un'impiegata" dell'organismo statunitense Sina. Il dossier del sito era accompagnato da una foto in cui il volto della Sanchez era inquadrato in una banconota da 100 dollari Usa, con sotto la scritta: "Tutto per soldi". Nel dossier si citava tra l'altro un'indagine condotta dagli Usa, e svelata da Wikileaks, in cui Sanchez viene indicata come una "falsa leader", "conosciuta solo dal 2% degli intervistati".
Il suo blog 'Generazione Y', veniva inoltre sottolineato, "non ha alcun impatto presso l'opinione pubblica cubana". Cubadebate sosteneva poi che il blog della dissidente "non è un referente internazionale affidabile per conoscere gli argomenti cubani", che la Sanchez è "una falsa esperta e una falsa libertaria" e che la sua "ignoranza sulla storia e la realtà cubana sono proverbiali". E' una "bugiarda compulsiva", rincarava la dose il sito. La blogger viene molto spesso invitata all'estero per partecipare a incontri o ricevere premi. Come ricorda spesso la stessa Sanchez via twitter, le autorità le hanno impedito di lasciare il paese ormai una ventina di volte.
Sulla vicenda dell'arresto aveva preso duramente posizione anche il ministro degli Esteri italiano, Terzi.
"Siamo stati appena liberati! 30 ore di detenzione e molti aneddoti da raccontare", ha twittato la Sanchez.
Grazie a tutti quelli che hanno levato la loro voce e i loro tweet perché tornassimo a casa", ha aggiunto pochi secondi dopo. "Durante la mia detenzione ho rifiutato di mangiare e di bere ogni liquido, primo bicchiere d’acqua che hopreso al rientro a casa come fuoco nell’esofago". In successivi tweet la bloggerha scritto che "ancora è in stato d’arresto Henry Constantin a Rio Cauto, arrestato all’ingresso del tribunale di Bayamo".
La "blogger cieca" così si definisce perchè non vede quello che invia su internet, era stata arrestata giovedì insieme al marito, il giornalista Reinaldo Escobar, a Bayamo, 750 km a sudest dell'Avana, dove voleva assistere al processo contro un giovane politico spagnolo accusato di omicidio colposo per la morte di un dissidente. Il giovane attivista spagnolo del Partido Popular di Madrid Angel Carromero è stato accusato dalle autorità castriste di omicidio colposo per l'incidente stradale nel quale, lo scorso 22 luglio, sono morti il dissidente Oswaldo Payà e un altro oppositore cubano, Harold Cepero, e rischia 7 anni di carcere. La versione ufficiale sulla morte di Payà è peraltro contestata dai familiari e da ambienti del dissenso.
Yoani Sanchez, blogger anti-regime, è ormai da tempo nel mirino del governo di Raul Castro. Qualche mese fa, il sito web ufficiale Cubadebate ha pubblicato un attacco frontale alla dissidente, descrivendola come "mercenaria", "bugiarda" e "ignorante", "un'impiegata" dell'organismo statunitense Sina. Il dossier del sito era accompagnato da una foto in cui il volto della Sanchez era inquadrato in una banconota da 100 dollari Usa, con sotto la scritta: "Tutto per soldi". Nel dossier si citava tra l'altro un'indagine condotta dagli Usa, e svelata da Wikileaks, in cui Sanchez viene indicata come una "falsa leader", "conosciuta solo dal 2% degli intervistati".
Il suo blog 'Generazione Y', veniva inoltre sottolineato, "non ha alcun impatto presso l'opinione pubblica cubana". Cubadebate sosteneva poi che il blog della dissidente "non è un referente internazionale affidabile per conoscere gli argomenti cubani", che la Sanchez è "una falsa esperta e una falsa libertaria" e che la sua "ignoranza sulla storia e la realtà cubana sono proverbiali". E' una "bugiarda compulsiva", rincarava la dose il sito. La blogger viene molto spesso invitata all'estero per partecipare a incontri o ricevere premi. Come ricorda spesso la stessa Sanchez via twitter, le autorità le hanno impedito di lasciare il paese ormai una ventina di volte.
Sulla vicenda dell'arresto aveva preso duramente posizione anche il ministro degli Esteri italiano, Terzi.
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domenica 2 settembre 2012
Elezioni USA 2012 Clint Eastwood e la sedia vuota
Clint Eastwood show alla convention repubblicana di Tampa, in Florida. Intervenendo come ospite per esprimere il suo sostegno a Mitt Romney, il regista e attore ha simulato una conversazione con un Obama immaginario parlando con una sedia vuota.
“Let him go”, che Obama se ne vada, lasciamolo al suo destino: è Eastwood a pronunciare il benservito al primo presidente statunitense. La platea repubblicana ha trovato il suo slogan e pende dalle labbra del mito di Hollywood che a 82 anni sembra più attivo e in forma che mai. Lo show di Eastwood coglie nel segno, regala lo slogan della serata, l’ideale contrappunto allo “yes we can” che scandì la marcia trionfale di 4 anni fa: “quando qualcuno non fa il suo lavoro, meglio che vada”, lo liquida Clint, deluso dalle promesse, colpito da una disoccupazione che che non accenna a diminuire, anzi continua a crescere in modo sensibile.
Parte subito, implacabile, alla carica di Barack: ”Quando è stato eletto 4 anni fa tutti piangevano di gioia, anch’io mi sono emozionato. Non ho più pianto così da quando ho scoperto che oggi in America ci sono 23 milioni di poveri. Una tragedia vera, e l’amministrazione non ha fatto abbastanza per porvi rimedio. Per questo penso che sia tempo che sia arrivato il tempo per un uomo d’affari, uno stellare businessman”.
Il dialogo tra l'attore e il presidente si è svolto in realtà tra Clint ed il fantasma di Obama, con quest'ultimo a rapporto dell’Ispettore Callaghan: 10 minuti, con tanto di domande e risposte ed in modo particolare tra una sedia vuota e un gobbo, dando vita a uno dei momenti che resteranno nella storia, e forse negli annali della politica americana. Un monologo surreale. ”Mi dici di parlare a Romney? Perchè non lo fai tu…”. .
Poi ha puntato il dito verso il presidente invisibile, dicendogli di andare via. E sempre rivolgendosi al presidente immaginario: “Guarda che non mi sto zitto. E’ il mio turno… Sei completamente pazzo… Di tutte le promesse che hai fatto, cosa ne è rimasto?”. La platea ripete in modo ritmato quello che potrebbe essere il nuovo slogan di Romney, ”Let him go”, “Let him go”, che se ne vada. “Io ho cominciato il lavoro, ora tocca a voi finire il lavoro”, conclude Clint, citando Make my day, uno slogan di Romney. E la folle esplode di gioia. Su Twitter, la performance egemonizza tutto il traffico.
Tanto che molti professionisti del cinguettio, continuano a lanciare sue frasi, anche dopo che Romney ha cominciato a parlare.
La vera sorpresa è che la sedia vuota di Clint Eastwood è «made in Italy», come è stato riportato dal Corriere della Sera.
domenica 12 agosto 2012
Madonna dopo il concerto a Mosca canta a Putin: «Liberatele»
Tre anni di carcere ordinario per teppismo motivato da odio religioso o contro un gruppo sociale (i credenti ortodossi). E' la condanna richiesta dall'accusa nel processo alla band punk Pussy Riot.
Ricordiamo che il trio composto da Nadia Tolokonnikova (22), Katya Samutsevich (29) e Maria Aliokhina (24) è sotto processo per una dissacrante preghiera anti Putin nella Cattedrale di Mosca, giudicata blasfema dai vertici ortodossi e offensiva da molti fedeli, pure contrari a una pena detentiva per le autrici. In detenzione preventiva da 5 mesi, rischiano 3 anni di carcere per "teppismo motivato da odio religioso" . In quello che ormai è un caso internazionale, un nuovo "affaire Dreyfus" nelle parole del direttore di radio Echo di Mosca Alexei Venediktov.
Quello che risulta assurdo e al di fuori di questo millennio sono le parole del procuratore Alexander Nikiforov che nella sua arringa ha sostenuto che: "Hanno violato le tradizioni millenarie del nostro paese", e addirittura paventando una "guerra civile", giudicando la preghiera anti-Putin del trio "un'azione pianificata e premeditata contro la fede ortodossa" e definendo le tre ragazze "pericolose socialmente". La sua richiesta è stata meno della metà del massimo previsto (7 anni), anche in considerazione del fatto che sono madri di bimbi piccoli. Gli avvocati delle vittime hanno invece proposto una pena con la condizionale, menzionando tuttavia il rischio di reiterazione del reato: "le ragazze, nonostante le scuse avanzate ai credenti, non sembrano pentite, hanno tenuto un atteggiamento ironico durante il processo mostrando disprezzo per vittime e testimoni".
La difesa ha ipotizzato poi un ricorso a Strasburgo per le "torture" subite dalle ragazze, lasciate senza mangiare e dormire. La rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton si era detta preoccupata per le irregolarità segnalate" nel caso, in particolare "per le condizioni di detenzione" e "le informazioni su atti di intimidazione contro gli avvocati, i giornalisti e gli eventuali testimoni", invitando la Russia a rispettare gli obblighi internazionali e il diritto a un processo giusto. Infine hanno preso la parola le ragazze: "se il ritornello della nostra canzone fosse stato 'Madre di Dio, proteggi Putin' invece di 'Caccialo', oggi non saremmo qui" ha dichiarato Samutsevich.
In concerto in terra di Russia, Madonna ha detto di pregare per la liberazione delle Pussy Riot ed è stata tra i cantanti che stanno perorando la causa delle Pussy Riot sicuramente la più determinata. Madame Ciccone ha combattuto una guerra con il Cremlino. La tensione tra la popstar e Putin è stata alta. E durante i concerti russi Madonna ha evocatone la sua disapprovazione per il processo con il nome del gruppo scritto sulla schiena Pussy Riot.
Dopo la cantante Madonna hanno spezzato una lancia a loro favore anche Yoko Ono, vedova di John Lennon, che dal suo Twitter si è rivolta direttamente a Putin: "Siete una persona saggia, conservate i posti in prigione per i veri criminali" e lo stesso ha fatto Vasco Rossi che ha espresso la sua solidarietà alla band russa delle Pussy Riot, , con un messaggio pubblicato sula pagina Facebook, ha espresso la sua «più che solidarietà».
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