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venerdì 25 luglio 2014
Banca dei Brics la più grande sfida dei paesi emergenti
Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica fondano un Banca. Europa-Usa verso una “free zone”. C’erano una volta i BRIC, ma erano solo un acronimo inventato all’inizio del nuovo millennio, nel 2001, dall’economista della Goldman Sachs Jim O’Neill, lo stesso che nel 2006 e 2007, dall’alto dell’enorme montagna di profitti della banca per cui lavorava, sosteneva che l’economia mondiale andava a gonfie vele e così avrebbe continuato nel futuro, soprattutto grazie anche ai BRIC. L’acronimo stava per Brasile, Russia, India e Cina. Poi è stato aggiunto il Sudafrica e l’acronimo è diventato plurale, BRICS. Al di là dell’acronimo, però, tra i paesi in questione non intercorrevano alleanze particolari. Non è più così. Ora, dopo l’ultimo summit dei leader politici dei cinque paesi (svoltosi il 15-16 luglio a Fortaleza, in Brasile) BRICS non è più soltanto un acronimo ma qualcosa di diverso, un’entità politica che dovrà essere attentamente seguita nei prossimi anni. I leader dei BRICS hanno infatti preso una decisione storica che cambia per la prima volta l’architettura del sistema finanziario internazionale che era stata immaginata, sotto la parziale leadership di John Maynard Keynes, a Bretton Woods, una cittadina del New Hampshire, esattamente settant’anni fa, nel luglio del 1944, quando la guerra non era ancora terminata.
Chiedono che al centro dell’accordo venga posta “una prosperità condivisa e uno sviluppo sociale ed economico sostenibile. Il TTIP dovrebbe essere negoziato nell'interesse pubblico piuttosto che nell'interesse degli investitori privati”. Il Ttip dovrebbe garantire un pieno processo democratico, inclusivo dei parlamenti e delle parti sociali, nel negoziato, nell'implementazione e nel monitoraggio di un eventuale trattato; garantire che il capitolo sullo “sviluppo sostenibile” (norme ambientali, sociali e del lavoro) abbia la stessa forza ed esigibilità di ogni altra parte del trattato; proteggere lo spazio di legiferazione degli stati, l'interesse pubblico il “principio di precauzione”; proteggere la privacy delle comunicazioni e informazioni personali.” “Se i negoziatori non perseguono questi obiettivi, i negoziati dovrebbero essere sospesi - afferma il documento congiunto - il Ttip deve funzionare per le persone, altrimenti non funzionerà affatto”.
I BRICS hanno infatti deciso di mettere su un’alternativa sia al Fondo monetario internazionale (Fmi) che alla Banca mondiale, le due istituzioni, ambedue operanti a Washington, che erano nate appunto a Bretton Woods e che sono state l’emblema negli ultimi sette decenni della supremazia americana, dando alla sua valuta un enorme potere di signoraggio sul resto del mondo, quello che il ministro delle Finanze francese ha di recente ricordato essere “l’esorbitante privilegio” del dollaro. La decisione presa a Fortaleza ridisegna l’architettura del sistema finanziario globale, basandola su principi diversi da quelli ora esistenti. Per prima cosa non ci saranno differenze tra i cinque. Tutti – almeno sulla carta – avranno pari potere, un punto fondamentale secondo Guido Mantega, il ministro delle Finanze brasiliano. Mentre la Banca mondiale e il Fmi sono sempre stati a guida americana ed europea, le due nuove istituzioni create, la New Development Bank (NDB) e il Contingency Reserve Arrangement (CRA), saranno guidate a turno ogni cinque anni da uno dei cinque paesi dei BRICS.
D’altra parte, le economie dei BRICS rappresentano ormai un quarto dell’economia mondiale, e quella cinese dovrebbe quest’anno superare per la prima volta quella americana, se calcolata a parità di potere d’acquisto delle valute. Ma questo peso, a causa soprattutto dell’inerzia americana, non è stato ancora riconosciuto all’interno dell’Fmi, dove i BRICS hanno soltanto il 10.3% dei voti. La Cina, in termini di voti, conta all’Fmi meno dei paesi del Benelux. Obama ha cercato di cambiare questa situazione ma si è trovato di fronte a ostacoli insormontabili e non è riuscito a fare nulla.
La nuova architettura dà il via a un nuovo sistema multipolare di governance della finanza mondiale. Da ora in poi non ci sarà più solo Washington, sede sia dell’Fmi che della Banca mondiale, ma anche Shanghai, dove le nuove istituzioni avranno sede. In questo modo, il presidente cinese Xi Jinping diventa de facto il leader di quei paesi che una volta erano denominati “non allineati” e avrà un’enorme influenza economica non solo sui paesi asiatici ma anche su quelli africani e sudamericani, considerando che al momento la banca centrale cinese ha una montagna di riserve disponibili, la più alta del mondo, anche se queste riserve sono per ora per la maggior parte investite in titoli del Tesoro americano – riserve a rischio di forti perdite, considerata la fragilità del dollaro, destinato inevitabilmente a deprezzarsi. Il Brasile, l’India e il Sudafrica, costrette anche loro a investire pesantemente le loro riserve in dollari, potranno avere accesso a prestiti di notevoli dimensioni per finanziare la costruzione di infrastrutture ancora carenti. Le due nuove istituzioni, infatti, potranno rappresentare un’alternativa alle condizioni capestro e altamente conditional dei prestiti della Banca mondiale e dell’Fmi. Come noto l’Fmi concede prestiti ma solo in cambio di “riforme strutturali” che spesso si sono rivelate nocive per i paesi che l’hanno implementate. Paesi come il Madagascar, da anni sotto la “dittatura” degli uomini e delle donne del Fondo monetario internazionale – senza risultati rilevanti per il paese, tra l’altro – hanno oggi un’alternativa.
La New Development Bank, che avrà sede a Shanghai, partirà con un capitale iniziale di cinquanta miliardi di dollari (la Cina avrebbe voluto un capitale più alto, ma si è deciso per la parità tra paesi e il Sudafrica poteva permettersi solo dieci miliardi) mentre il CRA, il Contingency Reserve Arrangement, non sarà un fondo come l’Fmi ma un insieme di promesse bilaterali per mettere in comune le loro riserve valutarie (41 miliardi la Cina, cinque il Sudafrica e diciotto gli altri tre) in caso di bisogno da parte di uno dei paesi. Il primo presidente della NDB sarà un indiano (ancora da nominare) mentre un brasiliano sarà presidente del consiglio d’amministrazione e un russo ricoprirà la carica di presidente del board of governors.
Naturalmente, non è detto che tutto filerà liscio. La Cina, l’economia di gran lunga più potente e con le più alte riserve valutarie al mondo (oltre 3,500 miliardi), cercherà probabilmente di esercitare qualche sorta di egemonia e potrebbe creare risentimenti negli altri paesi, alcuni dei quali, come l’India, temono la Cina ancor più degli Stati Uniti. Ma il segnale che l’ordine costruito a Bretton Woods esattamente settant’anni sia arrivato al capolinea è ormai un dato di fatto. Certo, sarebbe stato meglio un ridisegno globale dell’architettura di Bretton Woods. Ma nessuno dei recenti leader americani ha avuto una visione illuminata di come potrebbe essere questo nuovo ordine (e rinunciare ai privilegi non è facile). L’Europa, l’unica area che avrebbe potuto e dovuto agire, essendo anche quella più esposta al commercio internazionale, non ha avuto nulla da dire, nonostante fosse, insieme agli Stati Uniti, da sempre alla guida del sistema (da anni il capo dell’Fmi è europeo). E di nuovi Keynes non si vede traccia in giro.
I Brics hanno anche deciso di dar vita ad un accordo su un fondo di contingenza di riserva per intervenire a fronte di crisi economiche e finanziarie. La dotazione sarà di 50 miliardi di dollari. Valutazioni positive sono state espresse dal Forum sindacale dei Paesi Brics che si è svolto in parallelo con la riunione dei capi di stato e di governo. Si sottolinea l’importanza e il ruolo che possono avere i paesi del Brics “in una economia mondiale - affermano i sindacati - che deve profondamente cambiare a favore di un modello di sviluppo più inclusivo, rispettoso dell’ambiente, dei diritti sociali e del lavoro” I sindacati chiedono “una maggiore inclusione nel processo intergovernativo e la partecipazione ai diversi gruppi di lavoro e alle diverse strutture, inclusa la Banca di Sviluppo”. Un promemoria valido anche per l’Europa, per l’Italia in particolare. Di segno nettamente diverso la riunione del Ttip, una sigla dei cui poco si parla ma che opera per istituire un unico grande mercato comune, una free zone di merci e servizi, eliminando non solo le residue barriere tariffarie, ma anche le barriere non tariffarie, le differenti normative che rendono difficili gli scambi economici tra le due sponde dell’Atlantico.
Normative che non esistono in Usa e che le multinazionali americane considerano più un ostacolo all’affermarsi di un liberismo economico senza regole, dalla finanza alle banche, dalla salute all’agricoltura, dall’energia ai servizi pubblici, fino alle pensioni e ai diritti del lavoro. Insomma qualcosa che pare non interessare le forze politiche italiane, ma che desta l’attenzione di quelle di diversi paesi europei retti da governi conservatori. E’ vero che le riunioni del Ttip sono molto riservate, quasi segrete, ma nelle stanze di Bruxelles la consultazione delle lobby degli industriali e delle multinazionali non è un fatto “neutro”, è destinata ad avere riflessi sulle scelte economiche e sociali della Ue. Al punto che il sindacato europeo Ces e quello americano Afl Cio hanno preso posizione indicando gli obiettivi che le riunioni del Ttip dovrebbero avere.
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sabato 7 dicembre 2013
Mabida è morto. L'Africa e il mondo piangono Mandela
Una settimana di celebrazioni, sarà inumato il 15 a Qunu. Papa: esempio per la dignità umana. Napolitano: ha avuto ragione sulle barbarie.
Nelson Mandela, nasce a Mvezo nel Transkei, regione del Sudafrica, nel 1918. Studia legge all’University College di Fort Hare e presso l’università di Witwatersrand. Nella metà degli anni ’40 si unisce all’African National Congress (ANC) e, con la vittoria del Partito nazionale alle Elezioni del 1948, partecipa attivamente a campagne di resistenza contro la politica di apartheid e segregazione razziale messa in atto dal nuovo regime.
Mandela fonda uno studio legale per dare assistenza a basso prezzo o gratuita ai neri e diventa il centro della dissidenza e della lotta alla discriminazione razziale sempre maggiore nel Paese.
Nel 1961 diventa comandante dell’ala armata dell’ANC l’Umkhonto we Sizwe e l’anno successivo viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e viaggi all’estero non autorizzati.
Nel 1963 anche altri leader dell’ANC vengono arrestati e condannati al carcere a vita per azioni violente e tradimento verso la patria. Dalle varie carceri in cui è stato trasferito Mandela continua la sua battaglia contro la segregazione etnica messa in atto dai ministri boeri.
Resta in prigione fino al 1990 e diventa il più importante leader nero della lotta contro l’apartheid. La sua scarcerazione avviene dopo un suo rifiuto della libertà in cambio di una rinuncia all’opposizione e solo grazie alla pressione della comunità internazionale e dell’ANC.
Appena scarcerato diventa presidente dell’ANC e comincia a girare il mondo, accolto ovunque come un eroe, come il simbolo vivente della lotta dei neri sudafricani contro l’apartheid.
Mandela, come leader del partito di opposizione, comincia un dialogo con il presidente Frederik De Klerk, per fare in modo che il Sudafrica raggiunga definitivamente la pace. Trova in De Klerk un interlocutore capace di ascoltare le proteste dei neri e di trovare il coraggio di voltare pagina.
Nel 1993 i due leader sudafricani, vengono insigniti del premio Nobel per la Pace.
Il 1994 è un anno storico, perché Nelson Mandela si candida alle elezioni presidenziali. È una campagna elettorale che sembra scontata e Mandela viene eletto Presidente del Sudafrica, il primo presidente nero del Paese, seguendo e presiedendo tutta la fase transitoria che porta il regime fondato sull’apartheid verso una democrazia, costituendo anche un tribunale speciale, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Il discorso d’insediamento tenuto a Pretoria, davanti agli occhi e alle orecchie di molti leader mondiali, è una sintesi del pensiero di Mandela, il raggiungimento di un obiettivo che non tocca solo il Sudafrica o l’Africa, ma tutto il mondo. La libertà ottenuta da lui e dai neri, ma soprattutto ciò che all’epoca era ancora da costruire pienamente: la democrazia e l’uguaglianza nel Paese.
Nel 1999 lascia la carica di Presidente, mantenendo attivo il suo impegno nel sostegno dei diritti dell’uomo. Ottiene onorificenze in moltissimi Paesi del mondo e partecipa alla vita pubblica fino all’età di 85 anni.
Un brivido di emozione attraversa il mondo dalla notte scorsa e il nome e i ritratti di Nelson Mandela, evocato dai milioni di persone che lo piangono, sono ovunque. Il simbolo della resistenza antiapartheid, divenuto icona della lotta per tutte le libertà, da vivo e da morto ha toccato le corde profonde non solo del cordoglio, ma del rispetto. Politici, rockstar, sportivi, militanti, hanno voluto esserci nel giorno del lutto per affidare a tv, giornali e web messaggi e ricordi e si preparano ad affollare lo stadio di Johannesburg dove il 10 dicembre Madiba sarà ricordato con una commemorazione nazionale solenne.
Il presidente americano Barack Obama, la regina Elisabetta, il Dalai Lama, il leader degli U2 Bono Vox, Naomi Campbell, leader europei e asiatici, l'intera Africa daranno a Mandela un saluto che raramente è così unanimemente vero. Poi il 15 dicembre la sepoltura a Qunu, il villaggio natale amato e dove, da sempre ha detto di voler riposare. La sua abitazione diverrà un mausoleo. Nell'attesa il Sudafrica versa lacrime per un leader che i più sentono come "un padre". Ma offre anche uno spettacolo di canti e balli fra la folla che si e' raccolta dinanzi alla casa di Johannesburg dell'ex presidente per salutare non senza un sorriso colui che per molti e' stato negli ultimi anni un sorridente eroe della libertà. Il mondo intanto s'inchina.
Mandela è "un esempio di generoso impegno in favore dei diritti e delle ragioni dell' integrazione": valori "ai quali si ispira l'azione che il Governo italiano intende perseguire con forza e determinazione". Il lutto è di tutti. Neri, bianchi, coloured si sono radunati non solo sotto la sua casa, ma in tutte le città e i villaggi del Paese per vegliare il ricordo dell'uomo che ha dato loro la possibilità di farlo. Di stare insieme in una veglia funebre. Perfino le autorità di Orania, piccola enclave nel centro del Sud Africa, dove sono raggruppati circa un migliaio di 'bianchi' nostalgici dell'apartheid, hanno reso omaggio a Mandela, "perché abbiamo diviso con lui la visione di un riconoscimento reciproco, piuttosto che la negazione delle nostre differenze".
Il Sudafrica non ha risolto problemi economici e ineguaglianze sociali, ma ora la gente può piangere insieme la morte di un simbolo. E' questa la grande vittoria di Mandela. Sono a mezz'asta le bandiere delle istituzioni europee, che ricordano quando, nel 1988, fu insignito del premio Sakharov dell'Europarlamento per la libertà di pensiero e che potè ritirare solo dopo la liberazione. Sono a mezz'asta anche le bandiere dell'America, del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, di decine di Paesi del pianeta in un abbraccio che è un riconoscimento difficile da replicare. La Torre Eiffel è stata illuminata con i colori del Sudafrica. Ciascuno ha voluto che questo giorno di lutto fosse intenso. Gli attori che hanno interpretato Nelson Mandela sul grande schermo ricordano l'ex leader sudafricano. "Sono sbalordito, come il resto del mondo", ha affermato Elba, protagonista del film 'Mandela: The Long Walk to Freedom'.
La commemorazione del 10, tenuta dal presidente Jacob Zuma, sarà ritrasmessa in tutto il Paese attraverso maxi schermi. Poi la salma sarà esposta dall'11 al 13 di dicembre, alla Union Buildings, sede del governo di Pretoria. L'afflusso, si prevede, sarà immenso. Diverso da quello che lui avrebbe voluto: una cerimonia funebre semplice, per i familiari e gli amici come aveva chiesto 20 anni fa.
venerdì 17 agosto 2012
Agosto 2012: principali notizie dal’estero
Le principali notizie di metà agosto che provengono dal problematico panorama internazionale.
Strage di minatori, trenta le vittime in Sudafrica. Si sta aggravando il bilancio degli scontri tra i lavoratori in sciopero con la polizia. Sono più di 30 i minatori rimasti uccisi ieri in scontri con le forze dell'ordine nei pressi della miniera di platino di Marikana, in Sudafrica. Lo ha annunciato il ministero della Polizia. Un precedente bilancio fornito dai servizi di emergenza regionale parlava di 25 morti.
Ecuador minaccia Londra dando l’asilo ad Assange. Quito ha concesso a Julian Assange l'asilo politico ma l'australiano di Wikileaks rischia l'arresto se osa mettere il naso fuori dall'ambasciata ecuadoregna a Londra. Cosa che intende fare puntualmente domenica prossima mentre il capo del suo collegio legale, l'ex giudice spagnolo Baltasar Garzon, minaccia il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia se al suo cliente sarà torto un capello. Il braccio di ferro diplomatico si complica: Garzon ha chiesto per Assange un salvacondotto, ma il Foreign Office, dopo aver minacciato nella notte l'ambasciata ecuadoregna a Knightsbridge di un possibile raid per arrestare l'australiano (per poi fare dietrofront), ha ribadito la volontà di dar seguito all'estradizione in Svezia a dispetto della decisione di Quito annunciata dal ministro degli esteri Ricardo Patino all'insegna dell'orgoglio nazionale: "Non siamo una colonia britannica"
Caccia allo sciita, 200 morti in Iraq nel Ramadan. Almeno 26 persone sono rimaste uccise ieri a Baghdad, in Iraq, in una serie di attentati sferrati in diverse località della città a pochi giorni dalla Eid al-fitr, la festività religiosa islamica che celebra la chiusura del Ramadan.
Pussy Riot, attesa mondiale per verdetto. In attesa del verdetto nel processo contro il trio rock 'Pussy Riot', previsto per il 17 agosto a Mosca alle 15 (le 13 in Italia), i sostenitori della band di tutto il mondo hanno in programma una serie di manifestazioni in 30 città, da Parigi a Varsavia.
E’ quanto ha riferito la Radio Echo di Mosca. Il coordinamento è avvenuto in via spontanea via Facebook e sul sito web freepussyriot.org. A Mosca i fan si riuniranno alle 14 davanti al tribunale di Khamovniki dove si svolge il processo contro il trio autore di una scandalosa "preghiera punk" che potrebbe costargli fino a 3 anni di galera. Attesi volti noti dell'opposizione e politici, sicurezza rafforzata in città per timore di disordini e proteste. A San Pietroburgo, i supporter del gruppo si ritroveranno in un'azione concordata con le autorità cittadine: niente bandiere partitiche, solo lo slogan "per un processo equo". Iniziative previste anche in altre città russe da Perm a Rostov. Dall'altra parte dell'oceano, a New York si svolgeranno cinque cortei a favore della band, che sfioreranno chiese ortodosse e consolato russo per poi convogliare a Times Square dove celebri attori, scrittori e musicisti leggeranno brani tratti dalle ultime parole delle imputate. A Londra scende in campo il teatro della Royal Court; a Vilnius, in Lituania, verrà innalzato un cellulare della polizia gonfiabile da cui si libreranno via capsule piccole mongolfiere a forma di passamontagna; a Praga un festival musicale sarà dedicato alle Pussy Riot.
Femmen protesta a seno nudo e armate di una motosega hanno tagliato un monumento religioso nel centro di Kiev: una croce in memoria dei milioni di vittime dello stalinismo. Le 'Femen', note per le loro eclatanti proteste a seno nudo dal forte impatto mediatico, hanno dichiarato di aver tagliato la croce in segno di solidarietà con le tre rocker della band 'Pussy Riot'.
Siria: attivisti, nuova strage in sobborgo Damasco. Onu accusa regime di crimini contro umanità. Ribelli: 'Accordo con Al Qaida se non ci saranno aiuti da Occidente'. Onu: 2,5 milioni di persone colpite da emergenza umanitaria. Gli attivisti siriani anti-regime denunciano un nuovo orrendo massacro e puntano l'indice contro le forze fedeli al presidente Bashar al Assad. I cadaveri di 60 persone, affermano i comitati di coordinamento locale (Lcc), "tutti con le mani legate", sono stati trovati in una discarica a Qatana, un sobborgo di Damasco. Omar Hamza, portavoce del consiglio della rivoluzione nella regione della periferia della capitale non ha dubbi: "Si tratta di un'esecuzione sommaria". Non è possibile verificare indipendentemente la notizia, a maggior ragione con gli osservatori Onu che fanno le valigie e si preparano a lasciare il Paese.
Strage di minatori, trenta le vittime in Sudafrica. Si sta aggravando il bilancio degli scontri tra i lavoratori in sciopero con la polizia. Sono più di 30 i minatori rimasti uccisi ieri in scontri con le forze dell'ordine nei pressi della miniera di platino di Marikana, in Sudafrica. Lo ha annunciato il ministero della Polizia. Un precedente bilancio fornito dai servizi di emergenza regionale parlava di 25 morti.
Ecuador minaccia Londra dando l’asilo ad Assange. Quito ha concesso a Julian Assange l'asilo politico ma l'australiano di Wikileaks rischia l'arresto se osa mettere il naso fuori dall'ambasciata ecuadoregna a Londra. Cosa che intende fare puntualmente domenica prossima mentre il capo del suo collegio legale, l'ex giudice spagnolo Baltasar Garzon, minaccia il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia se al suo cliente sarà torto un capello. Il braccio di ferro diplomatico si complica: Garzon ha chiesto per Assange un salvacondotto, ma il Foreign Office, dopo aver minacciato nella notte l'ambasciata ecuadoregna a Knightsbridge di un possibile raid per arrestare l'australiano (per poi fare dietrofront), ha ribadito la volontà di dar seguito all'estradizione in Svezia a dispetto della decisione di Quito annunciata dal ministro degli esteri Ricardo Patino all'insegna dell'orgoglio nazionale: "Non siamo una colonia britannica"
Caccia allo sciita, 200 morti in Iraq nel Ramadan. Almeno 26 persone sono rimaste uccise ieri a Baghdad, in Iraq, in una serie di attentati sferrati in diverse località della città a pochi giorni dalla Eid al-fitr, la festività religiosa islamica che celebra la chiusura del Ramadan.
Pussy Riot, attesa mondiale per verdetto. In attesa del verdetto nel processo contro il trio rock 'Pussy Riot', previsto per il 17 agosto a Mosca alle 15 (le 13 in Italia), i sostenitori della band di tutto il mondo hanno in programma una serie di manifestazioni in 30 città, da Parigi a Varsavia.
E’ quanto ha riferito la Radio Echo di Mosca. Il coordinamento è avvenuto in via spontanea via Facebook e sul sito web freepussyriot.org. A Mosca i fan si riuniranno alle 14 davanti al tribunale di Khamovniki dove si svolge il processo contro il trio autore di una scandalosa "preghiera punk" che potrebbe costargli fino a 3 anni di galera. Attesi volti noti dell'opposizione e politici, sicurezza rafforzata in città per timore di disordini e proteste. A San Pietroburgo, i supporter del gruppo si ritroveranno in un'azione concordata con le autorità cittadine: niente bandiere partitiche, solo lo slogan "per un processo equo". Iniziative previste anche in altre città russe da Perm a Rostov. Dall'altra parte dell'oceano, a New York si svolgeranno cinque cortei a favore della band, che sfioreranno chiese ortodosse e consolato russo per poi convogliare a Times Square dove celebri attori, scrittori e musicisti leggeranno brani tratti dalle ultime parole delle imputate. A Londra scende in campo il teatro della Royal Court; a Vilnius, in Lituania, verrà innalzato un cellulare della polizia gonfiabile da cui si libreranno via capsule piccole mongolfiere a forma di passamontagna; a Praga un festival musicale sarà dedicato alle Pussy Riot.
Femmen protesta a seno nudo e armate di una motosega hanno tagliato un monumento religioso nel centro di Kiev: una croce in memoria dei milioni di vittime dello stalinismo. Le 'Femen', note per le loro eclatanti proteste a seno nudo dal forte impatto mediatico, hanno dichiarato di aver tagliato la croce in segno di solidarietà con le tre rocker della band 'Pussy Riot'.
Siria: attivisti, nuova strage in sobborgo Damasco. Onu accusa regime di crimini contro umanità. Ribelli: 'Accordo con Al Qaida se non ci saranno aiuti da Occidente'. Onu: 2,5 milioni di persone colpite da emergenza umanitaria. Gli attivisti siriani anti-regime denunciano un nuovo orrendo massacro e puntano l'indice contro le forze fedeli al presidente Bashar al Assad. I cadaveri di 60 persone, affermano i comitati di coordinamento locale (Lcc), "tutti con le mani legate", sono stati trovati in una discarica a Qatana, un sobborgo di Damasco. Omar Hamza, portavoce del consiglio della rivoluzione nella regione della periferia della capitale non ha dubbi: "Si tratta di un'esecuzione sommaria". Non è possibile verificare indipendentemente la notizia, a maggior ragione con gli osservatori Onu che fanno le valigie e si preparano a lasciare il Paese.
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