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domenica 23 febbraio 2020

Nuova lega anseatica coalizione anti brexit



La Lega anseatica (nota come Hansa, termine germanico usato nel senso di “raggruppamento”) fu un’alleanza commerciale fondata nel XII secolo (tardo Medioevo), tra mercanti dell’Europa settentrionale.

L’alleanza aveva sedi in numerose città che si affacciavano sul mare del Nord e sul mar Baltico. Ne facevano parte Lubecca, Colonia, Brema e Amburgo in Germania; Stettino e Danzica in Polonia; Stoccolma e Visby in Svezia; Riga, Tallinn e Tartu in Lettonia ed Estonia; Novgorod in Russia e molte altre città. La sede principale dell’Hansa fu Lubecca.

Grazie alle navi appartenenti ai mercanti dell’Hansa, un’infinità di prodotti di diversa provenienza raggiungeva tutte le città dell’alleanza, originando enormi profitti commerciali. Nelle città anseatiche questa ricchezza favorì inoltre lo sviluppo di fiorenti attività artigianali.

Un nuovo soggetto politico si aggira per l’Europa da quasi due anni, nato dalle ceneri di Brexit e desideroso di far sentire forte la propria voce. È la cosiddetta Nuova lega anseatica, una coalizione tra Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Lituania, Lettonia, Estonia e Irlanda che - ispirandosi ai fasti dell’alleanza tra città dell’Europa settentrionale e del Baltico che dominò il commercio tra il tardo Medio Evo e il XVI secolo – punta a difendere gli interessi, anche commerciali, dei suoi membri. E a improntare le riforme dell’Eurozona, come suggerisce il logo: uno stemma medievale dove, insieme alle bandiere, compare il simbolo dell’euro.

Promotore del progetto l’Olanda, chiare sin dal documento costitutivo – una lettera dei ministri delle Finanze del febbraio 2018 - le intenzioni: richiamare l’Eurozona prima di tutto al rispetto delle regole di bilancio e spingere perché si concentri sul completamento delle riforme già avviate (dall’unione bancaria al mercato unico) piuttosto che su un ulteriore trasferimento di competenze.

In questa presa di posizione, come sottolinea Greg Lewicki, PhD e autore per il Polish Economic Institute dello studio “Hansa 2.0. Un ritorno all’Età dell’oro del commercio?”, c’è prima di tutto un messaggio alla Francia di Macron «che cerca di attuare una fuga in avanti, allo scopo di contrapporre successi internazionali a una grave instabilità interna, evidenziata dalla protesta dei Gilets gialli. Di qui l’idea di un budget separato per la Francia e gli altri Paesi dell’Eurozona». Non sorprende perciò il fatto che proprio con Parigi si siano già verificati contrasti vivaci, con il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire che, ricevendo nel novembre scorso il suo omologo olandese Wopke Hoekstra, definì la Lega anseatica 2.0 un «club chiuso» che minacciava l’unità europea.

Diverso il rapporto con la Germania, più vicina al conservatorismo rigorista in materia di conti pubblici di questi Paesi e per la quale, come sottolinea ancora Lewicki, l’alleanza è «un utile strumento per controbilanciare le idee francesi che non piacciono alle élite tedesche. Anche se nessuno probabilmente lo ammetterebbe ufficialmente».

Illustrando le relazioni della Nuova lega anseatica con Francia e Germania, un’altra considerazione si impone. Nelle prese di posizione di questi Paesi ci sono i timori innescati dalla grave crisi del debito che l’Europa ha dovuto affrontare, ma il primo motore appare senza dubbio Brexit, con la perdita di un alleato chiave e campione del liberismo come la Gran Bretagna. «È fondamentale notare – evidenzia Lewicki – che, nei negoziati su questioni economiche, il sistema europeo funzionava come uno spinner, un meccanismo imperniato su tre poli rappresentati da Francia, Germania e Regno Unito. Ma il Regno Unito è quasi uscito. Perciò l’Olanda e i suoi alleati vogliono presentarsi come l’equivalente funzionale di Londra, un gruppo con obiettivi ben definiti in grado di bilanciare, collettivamente, l’approccio franco-tedesco».

La Nuova lega anseatica finirà dunque per indebolire il progetto europeo, come denunciano i francesi? Per Greg Lewicki è il contrario: «Credo che senza idee come quelle di questi Paesi siamo condannati. In passato la diversità all’interno di una stessa civiltà era un vantaggio, ma oggi la tendenza è opposta: la diversità politica significa con tutta probabilità confini e i confini significano che l’impatto a livello globale viene limitato. La Lega anseatica ci dà la vaga speranza che l’Europa un giorno sarà capace di competere economicamente a livello globale».

La Nuova lega anseatica è una delle tante manifestazioni di quella che lo studio del Polish Economic Institute definisce la “nuova medievalizzazione dell’Europa”, fondata su «strutture a più livelli e multipolari, le corporazioni, e altre reti internazionali che oltrepassano i confini». «Come una volta una miriade di gilde e associazioni prosperavano sotto le insegne della Cristianità – conclude Lewicki – oggi, sotto la bandiera dell’Unione europea, vediamo l’emergere di numerose iniziative locali e finalizzate all’obiettivo , come la Nuova lega anseatica o l’Iniziativa dei Tre Mari (l’unione di 12 Paesi Ue per contrastare la minaccia russa lanciata nel 2015, ndr)».

Ma ciò che li accomuna è chiaro: sono i falchi fiscali d’Europa. Liberisti fino al midollo. Araldi del pari in bilancio. Nemici giurati dell’interventismo e del gigantismo statale. Contrari a stanziare soldi dei propri contribuenti per soccorrere Stati membri in difficoltà. Basti ricordare che nel 2011 la Finlandia chiese l’Acropoli e le isole egee a titolo di garanzia per sottrarre la Grecia alla bancarotta. Aggiunge al tutto una punta d’ironia l’adesione al club dell’Irlanda, uscita nel 2013 proprio da tre anni di programma di salvataggio.

Per sincerarsi degli orientamenti ideologici è sufficiente scorrere uno dei documenti prodotti di recente: «La prima linea di difesa dovrà sempre essere al livello nazionale, sotto forma di politiche fiscali prudenti nel rispetto del Patto di stabilità e crescita e di decise riforme strutturali che rafforzino l’economia in generale e le finanze pubbliche.

La coalizione possiede un preciso sostrato geopolitico. In formula: la nuova lega anseatica è una reazione all’addio del Regno Unito, un ostacolo ai piani della Francia e uno strumento utile alla Germania. Scomponiamo i tre fattori.

Il Brexit sta rimuovendo uno dei vertici del triangolo Berlino-Parigi-Londra attorno al quale si erano adagiati negli ultimi decenni i membri più piccoli dell’Ue, in particolare quelli settentrionali. Primi fra tutti i l’Olanda, centro geometrico di questa figura oggi sbilanciata.

L’Aia, per esempio, trovava conveniente mandare avanti Londra per chiedere un maggiore coinvolgimento decisionale dei parlamenti nazionali, una riduzione dei benefit per gli immigrati e un alleggerimento della burocrazia per le imprese.

Il bersaglio principale dei neoanseatici è Parigi. Più precisamente, un’Europa trainata da francesi e tedeschi. Ad Aquisgrana, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno voluto rinnovare il trattato dell’Eliseo per nascondere le reciproche debolezze dietro un’artificiosa unità d’intenti sull’Ue. Una sceneggiata. Ma che ha comunque adirato gli otto paesi, secondo i quali la Commissione europea ha esternalizzato il proprio ruolo di iniziativa a Francia e Germania.

Comprensibilmente, nessuno vuol vedersi recapitare decisioni già concordate in altre stanze. In particolare quelle avanzate dai transalpini, sempre ammantate di luccicanti ambizioni – vedi il ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire che vorrebbe fare un nouvel empire dell’Europa, con la Grande nation quale ovvia guida spirituale.

Così, la coalizione nordeuropea ha speso il 2018 a sabotare la proposta di Parigi di dotare l’Eurozona di un ministro delle Finanze e di un bilancio separato, da impiegare anche per aggiustare gli squilibri degli Stati che adottano la valuta comune. Finendo per farla deragliare del tutto: del ministro neanche l’ombra, il budget sarà una voce di quello generale dell’Ue e il capo delle Finanze olandesi Wopke Hoekstra ha fatto rimuovere dopo ore di estenuanti trattative con Le Maire ogni riferimento all’uso del bilancio a scopi di stabilizzazione, troppo in odore di pietismo mediterraneo.

La nuova lega anseatica si oppone ai progetti francesi di aumentare l’integrazione nell’Eurozona anche perché riconosce l’intento di Parigi di spostare più a sud-ovest, ossia verso di sé, il baricentro decisionale dell’Ue, ora coincidente con il cuore dello spazio germanico. Dando una veste geopolitica alla moneta comune, l’Esagono avrebbe potuto ergersi a campione dei membri mediterranei, Italia compresa, le cui casse hanno più bisogno di respirare. Aggiustando così a proprio favore gli sbilanciati rapporti di forza con la Germania.

Come evidente nel caso dell’Irlanda in cerca di alleati contro la tassa digitale che minaccia l’esodo delle tante multinazionali extraeuropee stanziate nell’isola. O ancora nella strenua opposizione alla riforma delle regole della competitività e della concorrenza avanzate, di nuovo, da francesi e tedeschi per creare dei campioni europei, cioè imprese dotate della taglia e della mentalità imprenditoriale per resistere ai concorrenti cinesi e americani.

Logico che i paesi piccoli siano contrari, poiché più hanno da perdere da un rilassamento delle regole sul monopolio – di cui non a caso è stata finora protettrice una commissaria danese, Margrethe Vestager.

Non s’intravedono molte concrete politiche comunitarie su cui questi Stati membri possano convergere con un approccio costruttivo. Sembra semmai accomunarli un orientamento ancora molto generico sul mantenere leggera l’Ue, sulla difesa della mano invisibile dell’economia dalle ingerenze delle burocrazie centrali e sull’approfondimento dei flussi commerciali (tutti intendono sviluppare digitalizzazione, mercato unico dei capitali, accordi di libero scambio).

Questo scenario è sempre presente nei piani d’emergenza tedeschi poiché risponde all’imperativo strategico, costante nella storia dei popoli germanici, di circondarsi di un’area in cui commerciare il surplus produttivo della nazione, pena il tracollo economico. Contrastare un simile sviluppo è prioritario per gli Stati Uniti, che da cento e due anni intervengono in Europa per scongiurare l’espansionismo dello spazio germanico o la sua conquista da parte di terzi.



sabato 19 gennaio 2019

Brexit, Unione europea pronta al rinvio per riaprire il dialogo con Regno Unito


L’Unione europea è pronta a ipotizzare al rinvio del divorzio con il Regno Unito. Ma non lo farà senza solide garanzie da parte di Londra. Lo hanno dichiarato fondi diplomatiche europee, definendo “prematura” la discussione sulla durata del rinvio. L’Ue, secondo media britannici, rifletterebbe su un rinvio di vari mesi, non più di sole settimane.

 “Ci sono molte idee che circolano, sono sicuro che sia una di esse”, ha risposto una delle fonti sull’ipotesi di un rinvio. Ma ancora Londra deve presentare una domanda prima che se ne parli seriamente. Oggi un portavoce della Commissione europea ha dichiarato che l’Ue non ha ancora ricevuto alcuna richiesta di rinvio da Londra. Spiegando che se essa fosse formulata dovrebbe essere argomentata, poi accettata “all’unanimità” dai 27 leader europei.

Varie fonti diplomatiche ritengono che gli europei darebbero senza dubbio luce verde per evitare un divorzio senza accordo, ritenuto il peggiore degli scenari. Ma, dicono, lo farebbero senza contentezza e mettendo delle condizioni. “Non è così semplice dare più tempo”, ha sottolineato un funzionario europeo, sottolineando che lo scenario prolungherebbe ancora l’incertezza.

Nell’intento di evitare una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione dopo il drammatico voto di martedì sera di Westminster contro l’accordo di divorzio, l’establishment comunitario ha ribadito che l’intesa di recesso non può essere rinegoziata. Tuttavia, ha ricordato la possibilità di ritoccare la dichiarazione politica sul futuro partenariato tra Londra e Bruxelles. L’obiettivo in ultima analisi è di trovare una soluzione alla questione irlandese che sia accettabile a tutti.

Parlando a Strasburgo il capo-negoziatore comunitario Michel Barnier ha avvertito che «mai prima di ora il rischio di una hard Brexit è stato così elevato», a 10 settimane dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. In questo contesto l’uomo politico ha ribadito: «Se il Regno Unito decidesse di rivedere le sue linee rosse in futuro, andando oltre un accordo di libero scambio, allora l’Unione europea sarebbe pronta a rispondervi favorevolmente».

Attualmente la dichiarazione di partenariato si basa sul desiderio di inglese di non partecipare né al mercato unico né all’unione doganale. Aprendo la porta a un nuovo negoziato su questo fronte, Michel Barnier ricorda alla controparte inglese che è possibile una nuova forma di intesa che risolverebbe la questione irlandese. L’accordo di divorzio è stato bocciato perché il paracadute per evitare il ritorno della frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord non ha convinto molti deputati.

Con un accordo di partenariato che prevederebbe la partecipazione del Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale la questione irlandese verrebbe risolta di fatto: non vi sarebbe alcun confine. È pronto il governo May a rivedere le sue condizioni? Nulla è meno chiaro, tanto più che il paracadute irlandese è stato bocciato anche perché stabiliva tra le altre cose la partecipazione della Gran Bretagna all’unione doganale, un aspetto di cui i favorevoli all’uscita dall’Ue sono molto critici.

Dietro alla mossa comunitaria vi è certamente il tentativo di evitare che Bruxelles possa essere accusata di non fare abbastanza per evitare una hard Brexit. Vi è anche il desiderio di proporre soluzioni concrete per cercare se possibile di prevenire una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione, che avrebbe nefaste conseguenze economiche e sociali. Brexit è prevista per ora il 29 marzo, a meno che Londra non chieda un rinvio.

Il premier irlandese Leo Varadkar ha detto di vedere «poco spazio» per nuovi negoziati. Più ottimista la cancelliera Angela Merkel che da Berlino ha spiegato come vi sia «ancora spazio per trattare». Ha aggiunto: «Vogliamo che i danni, e ve ne saranno in ogni caso, siano i minori possibili. Allora naturalmente cercheremo di trovare una soluzione ordinata insieme». L’accordo di divorzio negoziato da Londra e Bruxelles negli ultimi due anni è stato bocciato a Westminster con 432 voti contrari e 202 voti a favore.

L’establishment comunitario aspetta che Londra, in piena crisi politica, faccia la prima mossa, decidendo come comportarsi. Il governo May ha tempo fino a lunedì per offrire nuove soluzioni, secondo un emendamento procedurale approvato ai Comuni all’inizio del mese. Intanto, il capogruppo liberale al Parlamento europeo Guy Verhofstadt ha esortato «tutti partiti britannici a mettere all’ordine del giorno gli interessi del Regno Unito, piuttosto che i loro interessi personali».




domenica 25 novembre 2018

Sì alla Brexit, May: "Riprendiamo il controllo dei confini e delle risorse



Con l'intesa raggiunta con l'Ue, "la Gran Bretagna riprenderà il controllo dei confini e delle proprie risorse che saranno spese in base alle proprie priorità": lo ha dichiarato la premier britannica Theresa May al termine del vertice del Consiglio europeo che ha dato il via all'intesa sulla Brexit. "Sono tutte cose che vanno nell'interesse nazionale", ha aggiunto la premier che nelle scorse ore ha fatto appello ai cittadini britannici affinché il divorzio dall'Unione sia "un momento di riconciliazione". "Garantiti i diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito" "Abbiamo una partnership economica con l'Unione europea più di altri paesi. E' un bene per gli affari ed è un nostro interesse internazionale. Ebbene- rassicura la premier- se siete tra i 3 milioni di cittadini dell'Unione che sono nel Regno Unito saranno garantiti i vostri diritti e per il milione di cittadini britannici che vivono nell'Ue sarà lo stesso. Questo accordo vale per tutti e sarà reso più sicuro dalla clausola di cooperazione di sicurezza". Stabilizzare lo status dei cittadini europei che vivono, lavorano e studiano nel Regno Unito, con garanzie reciproche, che si applicheranno simmetricamente anche i cittadini britannici residenti nell'Ue era uno dei cinque obiettivi principali del negoziato di Londra con Bruxelles.

I 27 leader Ue hanno adottato il testo di conclusioni del vertice sulla Brexit, in cui si invitano "Commissione, Parlamento europeo e Consiglio, a fare i passi necessari per garantire che l'accordo possa entrare in vigore il 30 marzo 2019, in modo da assicurare un recesso ordinato" del Regno Unito.

Se qualcuno pensasse al Parlamento britannico "di rigettare questo accordo" sulla Brexit, pensando di poter ottenere un'intesa migliore, resterebbe deluso un attimo dopo la bocciatura, perché questo è l'unico accordo possibile", ed "è la migliore intesa possibile", ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, al termine del vertice, sottolineando che "oggi è un giorno triste".

"Di fronte a noi c'è un difficile processo di ratifica" dell'accordo di recesso del Regno Unito e "nuovi negoziati" ha detto il presidente del Consiglio europeo, Tusk al termine del vertice sulla Brexit -. Ma col Regno Unito "resteremo amici fino alla fine dei giorni, e anche un giorno di più".

"Ora è giunto il momento che ognuno si assuma le sue responsabilità", in quanto "questo accordo" di divorzio "è il passo necessario per costruire la fiducia tra l'Ue e la Gran Bretagna per costruire i prossimi passi". Così il capo negoziatore Ue Michel Barnier all'arrivo al vertice straordinario sulla Brexit. "Resteremo partner, alleati e amici" con Londra, ha concluso, ricordando di aver "sempre negoziato con e non contro la Gran Bretagna". Barnier ha quindi ringraziato i team di negoziatori, i 27 e l'Europarlamento.

"Questo è un Consiglio europeo storico ma che scatena sentimenti misti" in quanto "la Gran Bretagna se ne va dall'Ue dopo 25 anni ma noi rispettiamo la decisione del popolo britannico". Così la cancelliera tedesca Angela Merkel al termine del vertice Ue straordinario sulla Brexit, sottolineando che "la cooperazione tra i 27, la Commissione Ue e il Parlamento europeo è stata eccellente" e che l'accordo di divorzio "è nel nostro interesse". "Ho una sensazione di sollievo per aver ottenuto quanto è stato ottenuto", ha concluso.

 Il Consiglio europeo, si legge nelle conclusioni del vertice "sostiene l'accordo sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea e invita la Commissione, il Parlamento e il Consiglio a intraprendere i passi necessari per assicurare che l'accordo possa entrare in vigore il 30 marzo 2019, in modo da garantire un'uscita ordinata" della Gran Bretagna dall'Unione europea. I 27 leader hanno approvato inoltre la dichiarazione politica che delinea il quadro per le future relazioni fra Londra e Bruxelles. Il Consiglio "ribadisce la determinazione dell'Unione di avere una partnership più stretta possibile con il Regno Unito" in linea con la dichiarazione politica. L'approccio della Ue continuerà a essere definito dalle posizioni e dai principi definiti nelle linee guida concordati dal Consiglio europeo.

L'accordo affronta, tra le altre cose, alcuni aspetti fondamentali come il periodo di transizione, i diritti dei cittadini europei che risiedono in Gran Bretagna dopo il 2019 e quelli dei cittadini britannici in Europa, gli impegni finanziari di Londra con l'Ue e le relazioni fra l'Irlanda del Nord e l'Irlanda. Ecco di seguito i punti chiave dell'intesa:

In base a quanto prevede l'intesa, il Regno Unito lascerà l'Ue il 29 marzo 2019, ma fino al 31 dicembre 2020 sarà mantenuta la situazione attuale, per quanto riguarda l'unione doganale, il mercato unico e le politiche europee. Durante il periodo di transizione il Regno Unito dovrà attenersi alle norme dell'Ue, ma non farà più parte delle sue istituzioni. Il progetto di accordo stabilisce inoltre che la transizione potrà essere estesa una solo una volta e per un periodo limitato, tramite un accordo congiunto. In questo caso la decisione deve essere presa prima del 10 luglio 2020.

La bozza di accordo stabilisce anche gli impegni finanziari che il Regno Unito dovrà assumere per uscire dall'Ue. Anche se la cifra non figura nel testo dell'accordo, per divorziare con Bruxelles il Regno Unito dovrebbe versare nelle casse europee almeno 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro). Quest'anno, ricorda la Bbc, il contributo del Regno Unito al bilancio dell'Ue è previsto in 10,8 miliardi di sterline.

Questo punto resta sostanzialmente invariato rispetto alla bozza iniziale dell'accordo. I cittadini britannici che vivono nel continente e i cittadini dell'Ue che vivono nel Regno Unito manterranno i loro diritti anche dopo la Brexit. I cittadini che prenderanno la residenza in un altro paese dell'Ue durante il periodo di transizione (compreso il Regno Unito) potranno restare in quel Paese anche dopo la transizione.

Fin dall'inizio del negoziato, sia Londra che Bruxelles hanno concordato sulla necessità di mantenere aperto il confine irlandese e impedire che il ripristino delle barriere fisiche tra Repubblica d'Irlanda e Irlanda del Nord compromettesse l'accordo di pace del 1998. Per questo si è deciso di ricorrere a un 'backstop', una clausola di salvaguardia. Il backstop dovrebbe garantire il mantenimento del confine aperto anche dopo il periodo di transizione post Brexit. In questo periodo si negozierà il futuro trattato commerciale tra Regno Unito e Ue che, secondo gli auspici, dovrebbe risolvere anche in modo definitivo la questione irlandese. Di fatto, non c'è nessuna garanzia che si possa giungere a un accordo e per questo è stata prevista la clausola di garanzia.

Il backstop concordato tra Londra e Bruxelles prevede che l'Irlanda del Nord resti allineata ad alcune regole Ue in tema di prodotti alimentari e standard sulle merci. In questo modo, non saranno necessari controlli doganali e di frontiera tra Repubblica d'Irlanda (che rimarrà territorio Ue) e Nord Irlanda. I controlli saranno però necessari per le merci destinate all'Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito, di fatto istituendo un confine nel Mare d'Irlanda. In questo scenario, è stato concordato di creare un territorio doganale unico tra Regno Unito e Ue, e l'Irlanda del Nord resterebbe in questo medesimo territorio doganale. Finché il backstop è operativo, il Regno Unito sarà soggetto a "condizioni di parità", per garantire che non possa ottenere un vantaggio competitivo pur rimanendo nello stesso territorio doganale.



venerdì 31 agosto 2018

Unione europea tra ora solare o legale



Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, per mezzo di un tweet di una delle sue portavoci, annuncia che la Commissione è pronta a fare quello che vogliono milioni di europei: abolire il passaggio tra ora legale e ora solare. Non ci sarebbe più l’obbligo per tutti i Paesi Ue di spostare le lancette nelle stagioni intermedie. La Commissione Ue presenterà "prossimamente" una proposta legislativa "per abolire il cambio d'ora due volte l'anno" da quella solare a quella legale, in modo che venga mantenuta la stessa ora tutto l'anno senza però dare indicazioni di scelta fra una o l'altra. "Spetta" però "agli stati membri decidere se restare all'ora solare o all'ora legale", in quanto "la scelta del fuso orario resta una competenza nazionale". E' quanto ha precisato un portavoce della Commissione Ue dopo le dichiarazioni del presidente Jean-Claude Juncker.

C'è stato un sondaggio pubblico, hanno risposto in milioni e c'è la volontà che l'orario estivo sarà quello usato tutto l'anno in futuro. Quindi sarà così». In un'intervista alla tv tedesca Zdf, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha confermato la volontà di dire addio all'ora solare. «Le persone vogliono questo, stiamo facendo questo», ha aggiunto. La proposta definitiva della Commissione Ue, ha quindi spiegato, arriverà oggi, poi la misura dovrà essere approvata successivamente dal Parlamento europeo e dai capi di Stato e di governo, il Consiglio europeo.

La questione è ora nelle mani della Commissione Ue, che ne pubblicherà a breve i risultati ufficiali e presenterà poi le sue raccomandazioni sul da farsi. «Non è un referendum, è una consultazione, e terremo conto nella nostra analisi in modo debito di tutti gli aspetti legati ai contributi ricevuti» oltre ad altri studi e rapporti, ha assicurato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, ricordando che anche il Parlamento europeo dovrà esprimersi.

Il tema intanto è finito anche sul tavolo del 'conclave' dei commissari a Genval, dove è in corso il seminario annuale del Collegio dopo la pausa estiva per preparare il discorso sullo stato dell'Unione (previsto il 12 settembre) e il programma di lavoro, in questo caso gli ultimi del mandato della Commissione Juncker.

L'esecutivo comunitario ha condotto la consultazione su richiesta dell'Europarlamento. Il dossier è stato aperto in seguito alle richieste di alcuni Paesi tra cui Finlandia e Lituania a cui si sono aggiunti Estonia, Svezia e Polonia, ed è sostenuto anche da alcuni eurodeputati liberali tedeschi che a febbraio avevano presentato una risoluzione. La direttiva Ue che armonizza il passaggio ora solare-legale è del 2000, ma nella maggior parte dei Paesi questo veniva applicato già prima ed è stato usato per la prima volta durante la Prima guerra mondiale.

La direttiva Ue che armonizza il passaggio ora solare-legale è del 2000, ma nella maggior parte dei Paesi questo veniva applicato già prima ed è stato usato per la prima volta durante la Prima guerra mondiale.

La proposta definitiva della Commissione dovrà essere approvata successivamente dal Parlamento europeo e dai capi di Stato e di governo, il Consiglio europeo.




mercoledì 29 agosto 2018

Canale della Manica: scontri fra pescatori



Dopo alcuni anni di tregua, è riesplosa la cosiddetta "guerra delle capesante", aspra contesa tra i pescatori inglesi e francesi che operano nel Canale della Manica. Alcune imbarcazioni dei due Paesi si sono infatti scontrate in alto mare, al largo della Normandia, in una vera e propria battaglia navale; in un video ripreso e diffuso sui social da un membro di un peschereccio francese infatti è possibile vedere scene di grande tensione tra gli equipaggi. La schermaglia si è svolta a oltre 12 miglia nautiche dalla costa. Secondo le norme europee, i britannici non possono pescare entro 12 miglia dalla costa francese, ma possono dragare per le capesante nel tratto di 40 miglia di acqua internazionale conosciuta come la Baie de Seine.

Circa 35 pescherecci francesi nella notte hanno circondato cinque imbarcazioni britanniche lanciando sassi e fumogeni. I britannici, rientrati poi nelle proprie acque territoriali senza feriti ma con i pescherecci danneggiati, hanno chiesto la protezione della Royal Navy.

Speronamenti, lanci di pietre, insulti. Il motivo del conflitto è dovuto a una legge nazionale che permette ai francesi di pescare le capesante solo nel periodo tra novembre e febbraio per permettere ai molluschi di riprodursi. Le leggi britanniche invece non porrebbero queste restrizioni: i pescherecci del Regno Unito possono quindi rastrellare i fondali con un vantaggio di due mesi sui francesi.

"Se li lasciamo fare, deprederanno il settore. Devono pescare a ottobre, come tutti noi", dice Anthony Quesnel, comandante di una delle navi che nella notte tra lunedì e martedì ha organizzato una spedizione che hanno contrastato cinque pescherecci britannici al largo della Normandia. "Se ne sono andati", commenta al termine dello scontro Quesnel. "Ma abbiamo vinto la battaglia, non la guerra".

Sulla vicenda è intervenuta anche l'Unione europea, nonostante Bruxelles non possa essere coinvolta direttamente nella contesa. "La pesca alle capesante è regolata a livello nazionale e negli ultimi anni sono state concordate misure di gestione comune tra Francia, Regno Unito e Irlanda - ha affermato il portavoce Daniel Rosario- . E' nell'interesse primario dei pescatori che questi accordo siano in vigore. Invitiamo le autorità nazionali a risolvere ogni disputa in maniera amichevole come in passato". L'Unione europea ha chiesto ai Paesi di chiudere con urgenza la disputa in maniera amichevole, come peraltro fatto in passato.

"È necessario discutere la questione intorno ad un tavolo e non in alto mare, dove qualcuno potrà farsi male", ha dichiarato la Federazione britannica delle organizzazioni dei pescatori.

Le ostilità legate alle "coquilles Saint-Jacques" (questo il nome francese del pregiato mollusco) proseguono da tempo, ma negli ultimi anni era stata raggiunta una sorta di tregua tra le fazioni. Tregua clamorosamente saltata negli ultimi giorni; secondo ricostruzioni confermate dalla stessa Marina transalpina, sarebbero stati gli inglesi ad avere la peggio negli scontri, anche perché in forte inferiorità numerica a livello di barche. Dimitri Rogoff, capo dell'agenzia per la pesca della Normandia, ha spiegato che "i francesi sono andati a contattare gli inglesi per dire loro di smettere di lavorare e si sono scontrati". I britannici si sono quindi dati alla fuga.


giovedì 31 maggio 2018

Gli Usa annunciano: i dazi su acciaio e alluminio in vigore per Europa, Canada e Messico



La decisione di imporre i dazi, presa il 23 marzo, era stata sospesa a maggio. La proroga sarebbe scaduta stanotte e non sarà rinnovata. Guai a reagire però, avverte il ministro al commercio Usa, Wilbur Ross, a Parigi in occasione del forum dell’Ocse. A nulla sono serviti i colloqui con le controparti europee, dal commissario Cecilia Malmström al francese Bruno Le Maire.

Secondo Ross, i dazi imposti dagli Stati Uniti non sarebbero però il primo colpo di una guerra commerciale: «Noi non vogliamo una guerra commerciale. Sta all’Europa decidere se vuole varare ritorsioni. La domanda è: cosa farà Trump? Avete visto la sua risposta quando la Cina ha deciso di reagire (ai dazi Usa sulle sue esportazioni, ndr). Se ci sarà un’escalation sarà perché la Ue avrà deciso di reagire».

I dazi doganali verrano applicati sulle importazioni di acciaio ed alluminio importati dall'Unione europea, dal Messico e dal Canada. Gli Stati Uniti hanno quindi deciso di non prorogare l'esenzione temporanea concessa all'Unione europea fino a mezzanotte di giovedì e di applicare imposte del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio.

I prodotti di acciaio e alluminio importati negli Usa "sono cosi' tanti ed entrano in tali circostanze che minacciano di indebolire la sicurezza nazionale": cosi' Donald Trump, nel provvedimento in cui annuncia l'entrata in vigore dei dazi verso Europa, Messico e Canada, giustifica la decisione presa.

"Questo è protezionismo puro e semplice", quindi "gli Usa non ci lasciano nessun'altra scelta che l'imposizione" di contromisure. Così il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker dopo i dazi Usa su acciaio e alluminio all'Ue. Nei mesi scorsi - continua Juncker - ci siamo impegnati con continuità con gli Usa a tutti i livelli possibili, per affrontare congiuntamente il problema dell'eccesso di capacità produttiva nel settore siderurgico. Eccesso di capacità che resta il cuore del problema: l'Ue non ne è la fonte, ma, al contrario, ne è danneggiata".

"E' per questo - prosegue - che siamo determinati a lavorare per trovare soluzioni strutturali, insieme ai nostri partner. Abbiamo anche, coerentemente, indicato la nostra apertura a discutere dei modi di migliorare le relazioni commerciali bilaterali con gli Usa, ma abbiamo anche chiarito che l'Ue non negozierà sotto minaccia". E, "prendendo di mira coloro che non sono responsabili della sovracapacità, gli Usa fanno il gioco di coloro che hanno creato il problema".

"Abbiamo fatto tutto il possibile per evitare questo esito" ma "gli Usa hanno voluto usare la minaccia delle restrizioni commerciali come leva per ottenere concessioni dall'Ue, questo non è il modo in cui noi facciamo affari, e certamente non tra partner, amici e alleati di lunga data". Così la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem dopo l'imposizione dei dazi Usa all'acciaio e all'alluminio europei. "E' un brutto giorno per il commercio mondiale", ha aggiunto.
Tajani, risponderemo con tutti i mezzi disponibili. "Sono molto deluso dalla decisione del presidente Trump di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Noi siamo al fianco dei nostri lavoratori e della nostra industria europei e risponderemo con tutti gli strumenti disponibili per difendere i nostri interessi. Le tariffe commerciali unilaterali sono sempre un gioco a somma negativa". Lo scrive su Twitter il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, commentando la decisione Usa sui dazi.

Il governo messicano ha annunciato oggi che applicherà misure equivalenti contro gli Stati Uniti, dopo che l'amministrazione Trump ha deciso l'imposizione di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dal paese. Il ministero dell'Economia ha detto che si adotteranno tasse all'importazione dagli Usa di una serie di prodotti, che vanno dall'acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l'uva o i mirtilli.Ue, pronti a ogni scenario, difenderemo interessi.

"Siamo pronti a far fronte a qualsiasi tipo di scenario e a difendere gli interessi Ue e il diritto commerciale internazionale". Così il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, alla vigilia della fine delle esenzioni dai dazi Usa su acciaio e alluminio. "La Commissione si è impegnata in un dialogo di alto livello politico con gli Usa" e ci sono stati ancora ieri e oggi bilaterali a Parigi, ha ricordato il portavoce, "non speculiamo sulla decisione finale degli Usa, che spetta a loro prendere".

La Cina ha criticato il piano Usa relativo ai controlli sugli investimenti come violazione delle regole del commercio mondiale, riservandosi il diritto di reagire qualora diventino effettivamente operative. E' una proposta contraria "alle regole e allo spirito di base" dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha affermato nella conferenza stampa settimanale il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng, secondo cui "la parte cinese valuterà con attenzione le mosse Usa riservandosi il diritto di adottare misure relative". Il nuovo fronte di scontro tra Washington e Pechino è maturato nell'imminenza della missione del segretario al Commercio americano Wilbur Ross, in Cina dal 2 al 4 giugno per un nuovo round negoziale sul corposo dossier del commercio.

La commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem e il ministro dell'economia giapponese Hiroshige Seko condividono "la loro seria preoccupazione su dazi aggiuntivi o quote su acciaio e alluminio" da parte degli Usa. E' quanto si legge in una nota congiunta emessa a margine della ministeriale Ocse a Parigi, alla vigilia della scadenza dell'esenzione concessa a fine marzo. Questi, sottolineano Ue e Giappone, "non sono giustificati sulla base dell'argomento della sicurezza nazionale" usato da Washington.

Se gli Usa impongono dazi anche sulle auto e pezzi di ricambio, questo "causerebbe gravi turbolenze sul mercato globale e potrebbe portare alla fine del sistema commerciale multilaterale basato sulle regole del Wto". Così in una nota congiunta a margine della ministeriale Ocse a Parigi la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem e il ministro dell'economia del Giappone Hiroshige Seko. I dazi sulle auto, infatti, "avrebbero un impatto restrittivo maggiore che colpirebbe una parte molto sostanziale del commercio globale".

"Gli Stati Uniti continueranno a combattere gli abusi di tipo commerciale": cosi' il segretario al commercio Usa Wilbur Ross replica alla minaccia della Ue di rispondere con durezza ai dazi imposti da Donald Trump sull'import di acciaio e alluminio. "La eventuale rappresaglia non avra' un impatto significativo sull'economia Usa", ha aggiunto.

In Europa, la più danneggiata da una decisione del genere sarebbe l’industria automobilistica tedesca. Secondo il settimanale Wirtschaftswoche, l’obiettivo di Trump sarebbe appunto quello di chiudere il mercato dell’auto ai costruttori tedeschi, che controllano il 90% del segmento premium, con marchi come Rolls-Royce, Bmw, Mercedes-Benz, Bentley, Bugatti, Porsche e Audi. Secondo il settimanale, Trump avrebbe rivelato le sue intenzioni al presidente francese Emmanuel Macron, nel corso del suo viaggio a Washington in aprile.





sabato 17 marzo 2018

Trump e i dazi all'Europa


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio,  la decisione a tutela dell’industria siderurgica statunitense, sostenendo che queste importazioni mettono in pericolo la sicurezza nazionale: acciaio e alluminio vengono impiegati dall’industria bellica e la dipendenza da Paesi stranieri - questo il ragionamento dell’Amministrazione Usa - metterebbe il Paese nella impossibilità di difendersi in caso di conflitto armato. Per introdurre i dazi ha fatto ricorso a una legge varata nel 1962 (in piena Guerra Fredda). Le misure entreranno in vigore in 15 giorni.

Donald Trump ha minacciato la Ue di tassare le auto europee ed altri prodotti se non abbasseranno le loro barriere e tariffe. "L'Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre. Il monito del presidente è arrivato nel primo giorno di negoziati a Bruxelles tra Ue e Usa per l'esenzione dai dazi americani su acciaio e alluminio: l'approccio iniziale non è servito per ora a chiarire le prospettive per superare una eventuale guerra commerciale.

Il presidente statunitense aveva ribadito la sua decisione di imporre i dazi anche in una telefonata avuta con il presidente francese Emmanuel Macron durante la quale i due leader "hanno discusso delle alternative per rispondere alle preoccupazioni degli Stati Uniti". La commissaria europea al Commercio Cecilia Malmstroem invece, dopo un colloquio a Bruxelles definito "franco" con il rappresentante americano al Commercio, Robert Lighthizer, aveva twittato: "Come stretto partner commerciale e nel settore della sicurezza degli Stati Uniti, l'Ue deve essere escluso dalle misure annunciate". "Nessuna chiarezza immediata sull'esatta procedura americana per un'esenzione (dai dazi), dunque le discussioni continueranno", aveva concluso Malmstroem.

Prima del bilaterale con il rappresentante americano, la commissaria europea aveva avuto un incontro congiunto con lui e con il ministro dell'Economia e dell'Industria giapponese Hiroshige Seko, nell'ambito della cooperazione tra Bruxelles, Washington e Tokyo lanciata a margine della ministeriale del Wto del dicembre scorso per affrontare temi come le pratiche commerciali distorsive che portano a sovracapacità in settori come quelli dell'acciaio. Nel corso dell'incontro, la Malmstroem e Seko hanno sottolineato "la loro forte preoccupazione" per i dazi annunciati dal presidente Trump, esprimendo l'auspicio che le esportazioni europee e quelle giapponesi verso gli Stati Uniti siano esentate dall'applicazione di tariffe più alte.

Il tema preoccupa le diplomazie internazionali: Unione Europea e Giappone, ad esempio, cercano di svincolarsi dalle annunciate misure protezionistiche di Trump. Le tariffe annunciate dalla Casa Bianca ammontano a rincari del 25% dei prezzi dell’acciaio e del 10% dell’alluminio, con l’esclusione di paesi come Australia, Canada e Messico. Dalle dichiarazioni ufficiali si indovina la possibilità che altri paesi possano essere esentati dall’applicazione di questi dazi ma la possibilità, Eventualità che l’amministrazione Trump intende vagliare caso per caso, evitando di coinvolgere organismi internazionali come il Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, protagonista negli ultimi 25 anni di un processo di abbattimento delle barriere doganali, che ha aumentato fortemente il commercio internazionale.

Preoccupata la Cina. Il ministro cinese del Commercio Zhong Shan sulle tensioni con Washington ha detto «che non ci sarà alcun vincitore da una guerra commerciale che «porterà disastri a Cina, Usa e al resto del mondo: la Cina non vuole una guerra commerciale e non sarà quella che ne comincerà una». «Detto questo, siamo in grado di affrontare ogni sfida. Difenderemo con forza gli interessi del Paese e della sua gente», ha aggiunto Zhong, in una conferenza stampa a margine della sessione parlamentale. La guerra commerciale «non genera benefici a favore di alcuno».

Anche Tokyo sta cercando di aprire qualche spiraglio in più nelle trattative con Washington. Il ministro giapponese dell'Economia e del Commercio Hiroshige Seko ha chiesto direttamente al rappresentante del commercio Usa, Robert Lighthizer, un'esenzione dai dazi su acciaio e allumininio, senza successo.«Le esportazioni giapponesi di acciaio e alluminio non hanno un impatto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e contribuiscono in forte misura all'occupazione Usa e la loro crescita economica», ha ribadito Seko nel corso della conferenza che ha seguito il suo incontro a Bruxelles col segretario Usa e il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstrom. Tuttavia, Seko ha indicato che Lighthizer si è limitato a spiegare la tempistica e la procedura per l'implementazione delle nuove tariffe. Sull'intenzione dell'Ue di adottare contromisure, Seko ha aggiunto: «I provvedimenti che si basano sulle rappresaglie non servono gli interessi di nessuna nazione», ha detto il ministro nipponico, ritenendo che sia più opportuno riferirsi ai principi dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), «per evitare di scatenare una guerra che si fonda sulle ritorsioni commerciali».




domenica 18 febbraio 2018

Kosovo ha festeggiato 10 anni di indipendenza



Il 17 febbraio 2008 a dieci anni dalla guerra del 1998-1999, da più di 13mila vittime documentate, da 11 settimane di raid aerei della Nato su Belgrado e dal ritiro delle truppe serbe dalla loro provincia, il Kosovo proclamò unilateralmente il distacco e dichiarava l’indipendenza dalla Serbia, ma quella decisione unilaterale ancora oggi causa forti frizioni tra Pristina e Belgrado e anche parte della comunità internazionale. Le strade della capitale sono decorate con la bandiera kosovara e vessilli raffiguranti un cuore con la scritta "Dal Kosovo con amore".

Finora sono 116 le nazioni che hanno riconosciuto il Paese compresa la Corea del Sud che ha permesso ad un atleta kosovaro di partecipare alle Olimpiadi invernali.

Si festeggia il decennale, in ogni caso l'economia del Kosovo resta al palo, la disoccupazione sfiora il 27% e ancora oggi il Paese continua a non convincere gli investitori stranieri.

Nel giorno in cui il Kosovo celebra i dieci anni dalla proclamazione d'indipendenza, la Serbia cerca di rovinare la festa, ribadendo la sua strenua opposizione alla sovranità di Pristina e a quello che Belgrado definisce «il cosiddetto Stato del Kosovo».

Il ministro degli esteri Ivica Dacic, parlando oggi in una conferenza stampa, ha annunciato che il Burundi - Paese che ha visitato in questi giorni - ha revocato la sua decisione di riconoscere l'indipendenza del Kosovo. «Questi giorni a Pristina si celebra il decimo anniversario della proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. Voglio dare un contributo. Ho portato con me la nota del ministero degli esteri del Burundi con la quale si ritira il riconoscimento del Kosovo», ha detto Dacic.

Ciò dimostra, ha osservato, quanto sia fragile l'indipendenza del Kosovo e quanto sia "falsa" la lista dei 116 Paesi che la dirigenza di Pristina mostra alla popolazione. «Chiedo che mostrino la documentazione relativa a tutti i 116 Paesi. In quella lista vi sono Paesi che non hanno mai riconosciuto il Kosovo", ha affermato il ministro degli esteri secondo il quale la questione del Kosovo non potrà essere risolta senza un accordo con la Serbia.

Dacic è poi tornato a criticare il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel, che in una visita a Pristina nei giorni scorsi ha detto che la Serbia dovrà riconoscere l'indipendenza del Kosovo se vuole entrare nella Ue. Parlando di "messaggio arrogante", il ministro ha detto che «ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma con la Serbia non si può parlare in questo modo».

Toni perentori contro l'indipendenza di Pristina anche da parte di Marko Djuric, direttore dell'Ufficio governativo serbo per il Kosovo. A suo avviso, oggi in realtà si celebrano i dieci anni dalla «distruzione del sistema del diritto internazionale e dei principi di sovranità statale». A suo avviso il vero risultato del "progetto secessionistico" in Kosovo sono stati "quasi 250 mila profughi serbi, i pericoli per le chiese cristiane e i monasteri serbi, i rigurgiti dell'estremismo religioso islamico, della criminalità e dell'illegalità, il più alto tasso di disoccupazione in Europa, una cronica instabilità politica. «Il Kosovo è stato e rimarrà serbo», ha detto Djuric.

Quella che resta da compiere passa anche da Bruxelles. Insieme alla Serbia, il Kosovo è nella pattuglia di Paesi balcanici candidati alla Ue - obiettivo 2025, e Bruxelles intende sponsorizzare un dialogo tra Belgrado e Pristina ricordando costantemente ai serbi che il riconoscimento del Kosovo e l’accettazione della sua indipendenza è condizione irrinunciabile per aderire all’Unione. Prospettiva ancora inaccettabile per la Serbia, che considera il Kosovo la culla della propria storia e della religione ortodossa, che sostiene finanziariamente i 120mila serbi kosovari e vede la soluzione del confronto in una spartizione, o comunque in una formula da sottoporre in un referendum agli elettori. «Se non ci sarà un compromesso - ha ribadito il presidente serbo Aleksandar Vucic in un’intervista alla Reuters - avremo un conflitto congelato per decenni. Non dovremmo lasciarlo da risolvere ai nostri figli».



mercoledì 10 gennaio 2018

Nel 2018 la Grecia torna sui mercati internazionali


Quello che si è appena aperto sarà l'anno della svolta per la Grecia. Lo ha dichiarato, durante la prima riunione dell'anno del suo governo, il primo ministro greco Alexis Tsipras, alle prese ormai da anni con l'applicazione di un piano di risanamento del debito costato lacrime e sangue alla popolazione. Ad agosto 2018, infatti, si concluderà il cosiddetto bailout, cioè il programma di aiuti approvato dall'Unione europea (la cui ultima tranche è stata di 86 miliardi di euro) quindi il Paese sarà in grado di finanziarsi da solo sui mercati ed emanciparsi dalla morsa dei creditori stranieri.

Per la prima volta, ha aggiunto Tsipras, la valutazione della terza tranche del piano di risanamento da parte dell'eurogruppo si concludera il prossimo 22 gennaio "senza un solo euro di misure fiscali a carico dei cittadini".

"Questa maniera di procedere - ha aggiunto Tsipras - può garantire il percorso di crescita del nostro Paese, poiché non si può avere una crescita fattibile e giusta, senza allo stesso tempo uno sforzo per ridurre le disuguaglianze".

Disuguaglianze e sacrifici a cui, nonostante le buone notizie, il popolo greco e ancora costretto specie dopo i nuovi tagli previsti dall-ultima finanziaria. aiuterebbe un piano di ristrutturazione complessiva del debito di Atene, ipotesi indigesta per i creditori.

Un miliardo di euro destinato alle famiglie più povere. È la proposta del premier greco Alexis Tsipras, che ha annunciato di voler ridistribuire il surplus di bilancio tra i concittadini che hanno sofferto di più durante la crisi economica del 2009. Il governo di Atene lo ha definito  “dividendo sociale” e potrebbe arrivare nelle tasche dei greci più in difficoltà già a Natale.

L’accumulo di questo “tesoretto” è stato possibile grazie a una situazione finanziaria più rosea del previsto. La Grecia, infatti, prevede per il 2017 di tornare a un livello di crescita del 2% e di generare un avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e uscite dello Stato esclusi gli interessi da pagare sul debito, pari al 2,2% del Pil. Si supererebbe quindi per la prima volta l’obiettivo imposto da Banca centrale europea, Ue e Fondo monetario internazionale e fissato all1,75%.

La Grecia è entrata nel suo settimo anno di riforme economiche richieste dai creditori internazionali. Il programma di aiuti attualmente in corso – il terzo, approvato nell’agosto del 2015 – terminerà nell’agosto del 2018. Subito dopo, o nel 2019, al termine naturale della scadenza, ci saranno nuove elezioni. Alexis Tsipras e la coalizione di sinistra che lo sostiene, guidata da Syriza, avevano creato grandi aspettative di cambiamento per la Grecia, ma finora, per evitare il rischio di default e sotto la pressione dei creditori, hanno approvato diverse misure contrarie alle intenzioni annunciate: aumento delle imposte, riduzione della spesa, revisione del sistema pensionistico, riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento, privatizzazione di alcuni settori.

Nella pratica, la chiusura della procedura per deficit eccessivo non ha cambiato molto. La Grecia deve rispettare le misure concordate con i creditori internazionali nell’ambito degli aiuti finanziari e deve soprattutto fare i conti con una situazione economica e sociale piuttosto fragile. Dal 2010 ad oggi ha perso un terzo del suo PIL e mezzo milione di persone sono emigrate all’estero. Nello stesso periodo, il 20 per cento più povero della popolazione ha perso il 42 per cento del suo potere d’acquisto. Lo stato ha un debito di 320 miliardi di euro, pari al 180 per cento del PIL, il secondo rapporto più alto del mondo, e il tasso di disoccupazione – sebbene sia diminuito e sia attualmente al 21 per cento – è tra i più alti d’Europa. Gli stipendi medi sono diminuiti e la riduzione dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici ha portato all’impoverimento delle famiglie. Sono aumentati i problemi abitativi e i bisogni legati allo stato di salute, che riguardano quasi una persona su quattro. Il FMI ha poi rivisto al ribasso le stime sull’avanzo primario per il 2018 (fissandolo al 2,2 per cento del PIL, inferiore al 3,5 per cento previsto dalle istituzioni europee e dal governo di Atene): è quindi possibile che il FMI chieda al governo greco di intraprendere nuove misure per completare la terza revisione del programma di salvataggio economico.

In questa situazione ci sono però dei settori dell’economia greca che sono rimasti stabili o che sono migliorati, come quello della produzione di alcolici: i produttori hanno infatti aumentato le loro esportazioni del 64 per cento negli ultimi cinque anni e sette bottiglie prodotte su dieci sono attualmente esportate. Anche l’industria chimica non è stata particolarmente colpita dalla crisi, così come l’industria dei trasporti. Una ripresa nel settore agricolo ha poi contribuito a elevare la qualità di alcuni prodotti, come l’olio d’oliva. Infine c’è il turismo: ogni anno milioni di persone vanno in Grecia, raddoppiando la popolazione del paese. Un ambito invece in forte ritardo è quello della giustizia: affrontare le cause in modo efficace è positivo per un’economia sana e i giudici greci impiegano in media più di quattro anni (1.580 giorni) per arrivare a una risoluzione delle controversie commerciali.


martedì 2 gennaio 2018

Visegrad, il cuore pulsante dell’Europa



La decisione senza precedenti della Commissione europea di sanzionare la Polonia per il mancato rispetto dello stato di diritto aumenterà il solco già ampio tra i Paesi occidentali fondatori dell’Ue e il gruppo orientale di Visegrad: l’alleanza composta da Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia che osteggia le politiche migratorie proposte dalla Commissione Juncker.

Complici di queste atteggiamenti sono le riforme economiche che hanno consentito a molti paesi di ritrovare una stabilità duratura, grazie al costo del lavoro basso che ha permesso per anni alle aziende dell’UE di esternalizzare la produzione e, conseguentemente, produrre vantaggi diretti sull’economia e sul benessere sociale dei paesi dell’est che rappresentano circa 65 milioni di europei, insieme hanno un peso di popolazione pari a quello della Francia all’interno dell’ Unione europea, e hanno ingranato la giusta marcia e la loro crescita non cessa di stupire.

Infatti, secondo le stime della Commissione europea, la Polonia vedrà il proprio PIL crescere almeno del 3,8% nel 2018, così come la Slovacchia, mentre per l’Ungheria la crescita minima attesa è del 3,6% e per la Repubblica Ceca è di almeno il 3%. Uno sviluppo che non sorprende più di tanto se si considerano tutte azioni politiche e gli incentivi allo sviluppo economico varate dai governi nazionali in questi anni, che hanno consentito anche un aumento notevole del potere di acquisto delle famiglie, e conseguentemente una ripresa e un’accelerazione dei consumi che ha superato in fretta i livelli pre-crisi.

L’importanza dello sviluppo di questi paese è legato al rapporto di reciproca dipendenza tra i quattro di Visegrad e la Germania. Proprio il paese centrale dell’eurozona è quello che più di tutti deve la crescita della propria economia a questi quattro importanti paesi dell’ est Europa, che da soli costituiscono un peso non indifferente nella macchina dell’economia tedesca. Nel complesso il gruppo orientale di Visegrad vale per la Germania 2556 miliardi di euro: una volta e mezza Francia, Stati Uniti e Cina.

Si è evidenziata una certa capacità di iniziativa del Gruppo di Visegrad nell’incontro promosso a Budapest con il capo del governo di Israele Benjamin Netanyahu. La conferenza ha promosso iniziative bilaterali con lo Stato ebraico, nell’ambito delle tante opportunità “non” sfruttate di cooperazione dell’Europa con Israele. Netanyahu, proprio di fronte a un pubblico che in qualche modo avrebbe apprezzato la critica, credendo che i microfoni fossero spenti si lasciava andare a uno sfogo contro Unione europea, accusando Bruxelles di tentare di condizionare la politica di Israele (cosa che altri grandi paesi come Russia o India non farebbero).

Le condizioni economico-sociali simili, poi, che fin dall’inizio hanno caratterizzato i tre (con la Cecoslovacchia) e poi quattro (con Repubblica Ceca e Slovacchia) Paesi della fascia occidentale dell’ex blocco comunista, permettono anche a cechi e slovacchi di far forza sul peso del Gruppo per avanzare richieste a Bruxelles e al nucleo dei paesi fondatori dell’Unione. È stato ultimamente il caso del mercato del lavoro e della differenza del costo salariale, per cui la più bassa retribuzione dei lavoratori dei Paesi centro-orientali funziona come un fattore di social dumping nei confronti dei lavoratori dei Paesi della vecchia Europa.

Il Gruppo di Visegrad, ha mostrato al proprio interno le sintonie di approccio e cultura politica e lasciato in secondo piano i contrasti (come sulle autonomie e sulla concessione della doppia cittadinanza per le comunità minoritarie interne agli Stati, noti ambiti di tensione tra Ungheria e Slovacchia): la resistenza al piano di ricollocazione dei migranti costituisce per i quattro paesi un tema di facile mobilitazione per le opinioni pubbliche nazionali e potrebbe, in qualche modo, anche risultare utile per tentare di evitare la pericolosa affermazione elettorale e di consenso di formazioni neonaziste e movimenti populisti all’interno della fascia geopolitica che va dal Baltico ai Balcani.



mercoledì 29 novembre 2017

Brexit: il conto per uscire dall'Europa



I quotidiani inglesi non parlano d'altro: è stato raggiunto l'accordo finanziario tra il Regno Unito e l'Unione Europea con il quale il primo si assume la responsabilità di pagare fino a 100 miliardi di euro per uscire dall'Europa, anche se il costo per la Brexit oscilla tra i 44 e i 55 miliardi di euro.

Il costo del divorzio tra Londra e Bruxelles ammmonterà fra i 45 e i 55 miliardi di euro. Una fattura che il Regno Unito dovrà pagare all'Europa per poter uscire dall'Unione. L'accordo sulla cifra sarebbe stato già raggiunto. La notizia è rimbalzata questa mattina sulle prime pagine di diversi quotidiani britannici ed è stata confermata dalla televisione di Stato. Ma come si arriva a questa cifra?

30 miliardi
Ogni anno il budget europeo prevede degli stanziamenti pluriennali per il finanziamento di diversi progetti. Al momento dunque Londra deve saldare almeno 30 miliardi di euro per i progetti a venire.

20 miliardi
Ma Londra sarà costretta a versare nelle casse dell'UE almeno 20 miliardi per gli impoegni legali assunti per il periodo 2014-2020. Poi ci sono altri impegni economici assunti nel passato che il Regno Unito dovrà rispettare.

Gli altri 'spiccioli'
Bruxelles vorrebbe anche almeno 7 miliardi di euro per pagare una parte delle pensioni dei funzionari europei, oltre al contributo per la politica migratoria o quella relativa agli investimenti strategici.

Secondo alcuni analisti in realtà la somma totale potrebbe facilmente superare i 100 miliardi di euro. Il prossimo 4 dicembre è previsto un incontro tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il capo dei negoziati per la Brexit Michel Bernier e la premier britannica Theresa May.

Si tratta di una prima importante fase prodromica a quella dei negoziati necessari per definire gli accordi commerciali tra la Gran Bretagna e l'Unione Europea.

Come ha affermato, cautamente, il capo negoziatore dell'Ue, Michel Barnier “ci stiamo ancora lavorando duramente, spero di poter annunciare presto un'intesa”, sebbene tale tipologia di accordo si configuri certamente come una sconfitta per il Regno Unito.

Sulla base di tale preliminare accordo la premier britannica Theresa May e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker si incontreranno a pranzo lunedì 4 dicembre, sue giorni prima che la Commissione discuta sullo stato dei negoziati.

Non vi sono commenti a tale accordo né dal governo britannico né tantomeno dalla Commissione europea, ma quello che è certo è che intanto il prezzo della sterlina sale a 1,33 dollari e nei confronti dell'euro a 0,89.

Il calcolo viene effettuato in questo modo: 10 miliardi all'anno per i due anni di transizione dopo Brexit chiesti da Londra tra il 2019 e il 2021, (che i Ventisette sono pronti a concederle), a cui bisogna aggiungere 20-30 miliardi che sono gli impegni finanziari promessi ma non ancora versati inclusi nel bilancio comunitario 2014-2020. A questo totale bisogna sommare alcuni miliardi fuori bilancio per pagare tra le altre cose le pensioni dei funzionari europei.

Oltre al nodo finanziario, su cui si stanno facendo progressi, restano aperte due altre questioni: il diritto dei cittadini e il rapporto tra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord. Quest'ultimo aspetto è diventato particolarmente difficile da risolvere dopo che il governo irlandese ha deciso di alzare la posta, chiedendo specifiche garanzie a Londra. Dublino vuole che nell'Ulster ci sia nei fatti uniformità regolamentare per preservare i vantaggi del mercato unico sull'intera isola. «Vogliono una soluzione che valga per l'intera isola, tale da preservare gli strettissimi scambi commerciali sui due lati della frontiera», nota un diplomatico nazionale. Per il Regno Unito, la richiesta irlandese appare difficile da accettare. In ballo, c'è la sovranità stessa della Gran Bretagna. «D'altro canto – spiega ancora l'esponente comunitario –, dietro a Brexit c'è proprio la volontà di staccarsi dall'Unione, abbandonare l'assetto regolamentare comunitario».

Molti diplomatici ammettono che il governo irlandese ha deciso di fare la voce grossa, nel timore che rinviando la questione all'accordo definitivo Dublino rischi di dover accettare la posizione inglese. Ufficialmente, l'Irlanda può contare sull'appoggio dei suoi partner, ma nella sostanza la posizione irlandese è molto particolare. Agli altri governi preme soprattutto trovare una soluzione sulle finanze e sui diritti dei cittadini. «La questione irlandese è tale: prettamente irlandese», ammette un altro diplomatico.

Per Londra, garantire l'unità regolamentare sull'intera isola significherebbe avere due regimi in uno stesso paese. Sarebbe anche interpretato come un primo passo verso una clamorosa riunificazione dell'isola. In un recente vertice europeo l'allora premier Enda Kenny aveva ottenuto che fosse precisata la possibilità per l'Irlanda del Nord, una volta eventualmente inglobata nella Repubblica d'Irlanda, di aderire direttamente all'Unione, come la DDR in occasione della riunificazione tedesca.


venerdì 9 giugno 2017

Regno Unito e Brexit , cosa può succedere senza maggioranza




Il risultato delle elezioni nel Regno Unito segna un grave smacco di Theresa May, in lieve vantaggio (318 seggi, ne perde 12) rispetto ai Labour (261, 29 seggi in più) e senza una maggioranza che le consenta di governare la Brexit. Si profila un parlamento bloccato, 'appeso' ad eventuali alleanze, allo stato assai improbabili. Ma May va avanti.

«Il Paese ha bisogno di certezze. I voti che abbiamo ottenuto ci dano stabilità». La May non si dimette, ma dopo l'incontro con la Regina che l'ha autorizzata a formare un nuovo esecutivo, parla a Downing Street e dice: «Governerò per i prossimi anni. Rispetterò la promessa della Brexit decisa dal popolo». «Formerò un nuovo governo per attuare la Brexit e mantenere il Paese sicuro». Ha aggiunto che «solo i conservatori hanno il diritto di formare il governo» e che questo governo sarà formato «insieme agli Unionisti». Secondo il primo ministro, i due partiti sono accomunati da una «forte relazione» che va avanti da anni. May ha detto che il suo governo punterà sull'equità e sulle opportunità, e ha aggiunto che «nei prossimi cinque anni costruiremo un paese in cui nessuno, nessuna comunità resterà indietro. Ma ciò di cui il paese ha più bisogno è sicurezza e certezza».

Visto che nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni, la tabella di marcia della Brexit si complicherà notevolmente.

Dopo l’attivazione dell’articolo 50 nello scorso marzo, l’uscita del Gran Bretagna dall’Unione Europea dovrà essere completata entro marzo 2019, anche se le parti non dovessero raggiungere un’intesa sul ‘divorzio’.

Il mantra di Theresa May durante la campagna elettorale è stato ‘Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo’. E ‘nessun accordo’ ora sembra l’ipotesi più probabile.

Per il Regno Unito vorrebbe dire non avere più un accesso preferenziale ai mercati della Ue, uno svantaggio enorme rispetto alle altre nazioni. I colloqui in materia sarebbero dovuti cominciare il prossimo 19 giugno, ma se non ci sarà un governo la data dovrà essere necessariamente cambiata. I negoziati non potrebbero cominciare prima di nuove elezioni, il che implicherebbe un rinvio di almeno 6 settimane.

La Gran Bretagna potrebbe chiedere un’estensione del periodo per i negoziati, ma servirebbe l’ok di tutte le 27 nazioni dell’Unione Europea. E per ottenerlo Londra sarebbe costretta a fare delle concessioni – ad esempio sui pagamenti dovuti a Bruxelles – prima ancora che i negoziati comincino.

Quando ha deciso di andare alle urne in anticipo Theresa May era convinta di rafforzare la maggioranza in Parlamento in modo da negoziare con Bruxelles da un posizione di forza. A quanto pare invece ha ottenuto l’effetto contrario e sembra avere compromesso le possibilità di ottenere un ‘divorzio’ con concessioni minime alla Ue.

Subito dopo gli exit poll l’ex leader di Ukip Nigel Farage ha detto che questi risultati potrebbero portare a un nuovo referendum sull’opportunità di lasciare l’Unione Europea. Un’eventualità, ha aggiunto Farage, che potrebbe convincerlo a tornare in politica.

Tuttavia sia i Conservatori che i Labour hanno confermato il loro impegno a portare a fondo la trattativa per l’uscita dalla Ue, anche se Corbyn sta cercando di mantenere un rapporto più stretto con Bruxelles rispetto alla May.

Lo scenario che si prospetta ora a Westminster, quella del parlamento sospeso, è una situazione che si verifica quando nessun partito ottiene la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. In questa fattispecie, la formazione del governo, che deve ottenere la fiducia dal parlamento, risulta estremamente problematica e ha bisogno dell'appoggio di forze minoritarie.
Si tratta di una situazione di stallo, durante la quale si ricorre di solito a governi di coalizione, a governi tecnici o a una nuova tornata elettorale. Il primo ministro aveva chiesto di tornare alle urne lo scorso aprile, tre anni prima della fine del suo mandato, perché era convinta che il suo partito avrebbe ottenuto una vittoria schiacciante.

Theresa May resta la premier britannica, ma la sua posizione inizia a traballare. Se riuscisse a mantenere il sostegno del suo partito, scrive il 'New York Times', avrebbe diritto a rimanere in carica fino alla prima seduta del nuovo Parlamento, secondo quanto prevede il Manuale del Governo, che stabilisce le norme del governo britannico. Il nuovo Parlamento dovrebbe riunirsi la prossima settimana.

Non avendo ottenuto la maggioranza assoluta, May potrebbe puntare a un governo di coalizione, cercando un accordo con i partiti più piccoli, per non rischiare di essere defenestrata, assicurando, in cambio, una linea politica specifica. Malgrado lo smacco, la premier conservatrice ha deciso di andare avanti e proverà a formare un governo di minoranza. Il Democratic Unionist Party ha acconsentito alla formazione di un governo con i Conservatori. Un'intesa, riporta l'Independent, che non richiederà passaggi formali per la creazione di una coalizione. In questo modo May ottiene una maggioranza di 328 seggi, appena 2 seggi oltre la soglia minima dei 326.



lunedì 10 aprile 2017

Gibilterra e la brexit che succederà



Il primo ministro del Regno Unito Theresa May ha firmato la lettera con la richiesta formale di lasciare l’UE. Tra le altre cose il documento contiene anche alcune indicazioni per risolvere la delicata questione di Gibilterra, che appartiene al Regno Unito e su cui la Spagna cerca praticamente da sempre di ottenere maggiore influenza.

Gibilterra è una piccola città nel sud della Spagna, che il Regno Unito occupò all’inizio del Settecento trasformandola rapidamente in una fortezza e in una base navale con cui per secoli i britannici hanno controllato l’accesso all'intero Mar Mediterraneo. Al referendum su Brexit, a Gibilterra, su 33 mila abitanti 19.322 hanno votato per il “Remain”, e soltanto 823 per il “Leave”: in nessun distretto del Regno Unito c’è stato un risultato così netto a favore della permanenza nell’UE. La ragione è che i gibilterrini rischiano di rimetterci più degli altri cittadini britannici, lasciando l’Unione.

Una delle principali industrie della città è quella del gioco d’azzardo, che, soprattutto negli ultimi anni, ha sfruttato le permissive leggi locali per stabilire in città le sedi di numerosi casinò online e siti di scommesse. Gibilterra gode anche di un regime doganale speciale, che ha trasformato il suo piccolo porto in un’importante stazione di interscambio, dove le navi dirette nel Mediterraneo possono fermarsi e cambiare gli equipaggi pagando meno tasse di quelle che pagherebbe normalmente nei paesi dell’Unione europea. Sono attività che in buona parte funzionano proprio perché Gibilterra gode di un regime speciale all’interno dell’UE, e che quindi potrebbero proseguire anche in caso di Brexit.

 La Spagna ha ragione, Londra sta perdendo la testa ancora prima di essersi seduta al tavolo delle trattative. Lord Howard, ex membro del governo conservatore di Margaret Thatcher e di John Major ed ex leader del partito Conservatore, ne ha dato una dimostrazione plastica evocando una guerra in Europa per difendere Gibilterra dalle mire spagnole. Negli ultimi settant’anni di pace non ricordiamo fughe in avanti – per usare un eufemismo – tanto ridicole.

Michael Howard non è una mezza figura della politica britannica, è personalità controversa, è ora ai margini della scena, ma con quegli accenni bellicosi in odore di un’intramontabile volontà imperiale finisce per toccare corde profonde della sensibilità britannica. La Brexit ha mille facce, ma una è, certamente, la nostalgia di una supremazia antica che si vorrebbe idealmente ristabilire. E quindi Gibilterra come le Falklands, Theresa May come Margaret Thatcher e magari, avanzando con l’iperbole, Donald Trump come Ronald Reagan che fu grande alleato della Lady di Ferro nel conflitto contro l’Argentina.

Downing Street ha ribadito che «Gibilterra sarà tenuta presente costantemente» nelle trattative, il ministro degli Esteri Boris Johnson ha riaffermato con i toni enfatici di sempre il legame inscindibile fra Londra e la Rocca, l’ex ministro degli Esteri laburista Jack Straw ha avuto, invece, l’onesta di liquidare come «assurdo» il clangore di ferri evocato da Howard.

E a questo punto vanno chiariti i nodi della disputa, perché nessuno ha mai detto che con la Brexit Gibilterra va consegnata alla Spagna. Molto semplicemente Madrid avrà diritto a far valere la sua volontà in intese commerciali che riguardando Gibilterra toccano direttamente gli interessi spagnoli. Veto ? Nessuno veto, dice la Spagna, riportando i termini della querelle entro una logica considerazione: la Ue difenderà i propri interessi e quindi quelli dei suoi Stati membri, ovvero quelli di Madrid.

Il Consiglio europeo aveva precisato che gli accordi futuri con il Regno Unito possono tenere conto dei territori britannici d’oltremare fatto salvo lo specifico accordo spagnolo. Il riferimento alla Rocca è chiaro, ma in larga misura inevitabile e prevedibile. Un po’ meno la piega che Madrid ha impresso alla sua politica nei confronti della Scozia. «Non ci sarà veto spagnolo – ha detto il ministro degli Esteri Alfonso Dastis - all’adesione di Edimburgo all'Unione europea se sarà questo l’esito di un processo legale e costituzionale» di secessione dal Regno Unito.

Il no spagnolo cade e Madrid non è più la coperta di Linus di Londra, confortante pensiero di una divaricazione della corona che non poteva avvenire per i timori iberici di stabilire un precedente. Ovvero che dopo la Scozia potesse essere la Catalogna o il Paese Basco a rivendicare analogo diritto.

Sale la tensione con il maturare della Brexit e cresce il rischio che le emozioni finiscano per crescere, prendendo il sopravvento sulla freddezza negoziale. Per avere “successo” – ovvero per limitare al massimo i danni – la trattativa anglo-europea va tenuta sui binari di una gelida transazione d’affari. Non c’era modo peggiore di cominciare, alzando la posta su Gibilterra.

Ma uscire dall’Unione presenterebbe a Gibilterra altri problemi, uno in particolare: Gibilterra ha solo un confine terrestre, che è lungo poche centinaia di metri e la separa dalla Spagna. Ogni giorno il confine è attraversato da circa diecimila cittadini spagnoli che arrivano dalla vicina città di La Linea per lavorare, spesso come domestici o camerieri. Dal confine passano dunque migliaia di lavoratori, fondamentali per l’economia della città, oltre a merci e cittadini inglesi che hanno proprietà nel sud della Spagna. Se in seguito all’uscita del Regno Unito dall’UE questo confine – oggi aperto e facile da attraversare – dovesse diventare un “hard border”, cioè un vero confine con controlli, lunghe code e difficoltà di accesso, l’intera economia di Gibilterra ne risentirebbe. Il primo ministro Fabian Picardo ha detto di volere un accordo speciale con l’UE per mantenere la libera circolazione di persone tra Gibilterra e la Spagna e l’accesso al mercato unico europeo, ma non ci sono certezze che questo sarà possibile. Da un lato i gibilterrini vogliono continuare a fare parte del Regno Unito, dall’altro però sono consapevoli che la loro economia dipende dalla Spagna.


venerdì 16 settembre 2016

Vertice Bratislava: UE sempre più divisa



A tre mesi dal voto britannico con il quale la Gran Bretagna ha annunciato il suo desiderio di uscire dall'Unione europea, i 27 si riuniscono a Bratislava in un vertice informale. L’obiettivo è di fare un esame di coscienza sulle gravissime divisioni che segnano l’Unione, riportare una sembianza di unità tra i governi e concordare una tabella di marcia sulle misure da prendere e sul tavolo ci sono numerose questioni delicate quali: migranti, la lotta al terrorismo, la difesa comunitaria e la gestione della globalizzazione.

Ma come ha chiarito il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, è anche un’occasione per individuare con “brutale onestà” i problemi dell’Unione. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha ammesso che l’Ue versa in «una situazione critica», che non è risolvibile in un singolo summit e che a Bratislava è importante fissare l’agenda per «mostrare attraverso i fatti che possiamo fare meglio».

Ha però cercato di ridimensionare le preoccupazioni per un eccessivo irrigidimento delle sue posizioni in vista delle elezioni in arrivo in Germania, che ha convinto leader eurosocialisti come il premier Matteo Renzi e il presidente francese Francois Hollande a cautelarsi preventivamente organizzando la settimana scorsa ad Atene una possibile minoranza di blocco in Europa (con Portogallo, Grecia, Malta, Cipro e Spagna) per arginare eventuali diktat sgraditi di Berlino . Alla vigilia del summit Renzi ha addirittura attaccato la cancelliera sollecitando l’intervento di Bruxelles per i surplus commerciali eccessivi della Germania, che non favoriscono la ripresa della zona euro.

Comunque il risultato del referendum sulla Brexit ha chiarito che l’Unione europea è in profonda crisi. Tra i leader è in corso un dibattito sulla direzione da far prendere al continente. Alcuni Paesi vogliono maggiore integrazione, altri, come Polonia e Ungheria chiedono a Bruxelles la restituzione di parte della loro autorità. La questione darà vita a un corposo dibattito qui al summit. Ma anche la questione terrorismo così come i migranti e l’economia saranno sotto i riflettori.

Ed è il primo summit europeo post-Brexit. In Slovacchia, Paese con la presidenza di turno dell’Unione, i leader dei 27 si ritrovano per la prima volta dopo il voto del 23 giugno che di fatto ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Il risultato del referendum in Gran Bretagna ha messo in luce tutte le debolezze del progetto politico europeo, anche se il premier slovacco Robert Fico garantisce l’impegno di tutti per rivitalizzarlo: “Vogliamo tutti – ha detto al suo arrivo al castello che ospita la riunione – mostrare unità e vogliamo mostrare che l’Unione europea è un progetto unico che vogliamo portare avanti. Alla fine della giornata spero che saremo in grado di preparare una road map relativa ai temi più importanti da trattare nei prossimi sei mesi”.

I 27 proveranno a impedire che Londra avvii colloqui bilaterali con gli Stati europei per negoziare la sua permanenza nel mercato unico. Ma a Bratislava sembrano già essersi formate due squadre: una composta dal gruppo Viesegrad (Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), l’altra dai Paesi dell’Europa del sud. Al centro del contendere la questione migranti con il blocco dei quattro che rifiuta l’accoglienza e gli altri che chiedono più solidarietà. Sul tavolo anche la questione difesa e la flessibilità per i conti pubblici.

Intanto i Paesi dell'Est, quelli appartenenti al cosiddetto "gruppo Visegrad" (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno annunciato che presenteranno un testo di proposte comuni -tra cui la revisione dei trattati- per affrontare i problemi del blocco. "Questo sarà un momento importante nella vita di questi quattro Paesi", ha detto il premier ungherese Viktor Orban, secondo cui la pressione migratoria aumenterà sulla rotta dei Balcani una volta che arriverà l'inverno e le rotte marittime verso l'Italia diventeranno più difficili da percorrere.

Italia e Francia chiederanno maggiori margini di spesa per rilanciare la crescita e l’occupazione. Merkel insiste sui vincoli Ue da rispettare anche con misure di austerità. Sull'immigrazione c’è consenso praticamente solo sul rafforzamento dei confini esterni dell’Ue. L’agenda concordata a Bratislava potrà essere allargata nei successivi summit in programma a Malta e a Bruxelles. Le decisioni importanti, se si arriverà a degli accordi, appaiono di fatto rinviate al summit organizzato a Roma in marzo per commemorare i 60 anni dalla firma dei Trattati comunitari.


martedì 28 giugno 2016

Che cos’è l’articolo 50 del trattato di Lisbona



Articolo 50 sì, articolo 50 no. Ma che cos'è?

Secondo l'articolo 50 del trattato sull'Unione europea, uno stato membro può avviare unilateralmente la pratica di recessione dall'Unione. La decisione di avviare tale processo deve essere presa nel pieno rispetto delle singole Costituzioni nazionali.

Una volta che l’intenzione di uscire è stata comunicata al Consiglio europeo, hanno inizio le trattative fra l’Unione e il singolo paese riguardo alle modalità del "divorzio" e alle relazioni future fra le due parti (per esempio, il Regno Unito e l’Ue potrebbero decidere di discutere riguardo a nuovi accordi commerciali). Il Consiglio europeo, rappresentante dell’Unione, conclude il rapporto con una delibera a maggioranza, non senza aver ottenuto l’approvazione del Parlamento di Bruxelles.

Nel momento in cui si raggiunge l’accordo di recesso, il singolo paese cessa di essere sottoposto ai trattati europei. Lo stesso accade, anche se non si dovesse arrivare a un compromesso fra i negozianti, due anni dopo la notifica al Consiglio europeo, a meno che non venga concessa una proroga dalle autorità continentali.

Durante i due anni di trattative, il recedente in questione dovrebbe comunque sottostare alle regole dell’Unione ma rinunciare ad ogni potere decisionale all'interno di essa.

Secondo un documento rilasciato dal governo britannico, l’intera pratica di uscita richiederebbe molti anni e in caso di vittoria degli euroscettici, il paese si dovrebbe preparare a un "decennio di incertezze".

Se lo stato mai decidesse di rientrare nell’Unione, si troverebbe costretto a seguire un processo di adesione uguale a quello dei nuovi membri. Brexit, come David Cameron ha tenuto a sottolineare più volte nell’incitare a votare remain, è quindi irreversibile.

L’articolo 50 è comparso per la prima volta nella versione del trattato dell’UE siglato a Lisbona nel 2007, ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009. Prima di allora, un membro non poteva lasciare l’Unione a meno che entrambe le parti riconoscessero il diritto informale di uscita o che le circostanze in cui il trattato era stato negoziato fossero cambiate così drasticamente da trasformare gli obblighi dei firmatari.

Prima della sua ratificazione e della nascita dell’Ue nel 1992 a Maastricht, alcuni stati e territori avevano tentato, invano o con successo, di lasciare l’allora Comunità economica europea. Il Regno Unito indisse un referendum nel 1975, ma fu il fronte remain a trionfare. I cittadini della Groenlandia, che fa parte della Danimarca ma gode di una certa autonomia, nel 1985 hanno invece effettivamente votato per l’abbandono della Cee.

Dopo la vittoria del leave (lasciare) nel referendum britannico del 23 giugno, si parla molto dell’articolo 50 del trattato di Lisbona, che definisce la procedura per lasciare volontariamente l’Unione. La formulazione è vaga: 250 parole, cinque paragrafi. “Quasi come se i suoi redattori pensassero che non sarebbe mai stato usato”, scrive il Guardian. Il parlamento europeo il 28 giugno ha approvato una mozione che chiede al primo ministro britannico di invocare rapidamente l’articolo 50, dopo la vittoria della Brexit. Cameron invece ha detto che non sarà lui a farlo, ma lascerà questo compito al suo successore, che dovrebbe essere scelto entro il 2 settembre.

Cosa dice l’articolo 50?
L’articolo 50 dice che ogni stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali. Se decide di farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli stati membri e deve avere il consenso del parlamento europeo. I negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Se in un momento successivo lo stato che ha lasciato l’Unione vuole rientrarvi deve ricominciare le procedure di ammissione. Nessuno stato ha mai invocato finora l’articolo 50, il Regno Unito sarà il primo.

Che tempi ci sono per invocare l’articolo 50?
I tempi per il ricorso all’articolo 50 sono diventati il principale contenzioso dopo il referendum del 23 giugno. Nel suo discorso di dimissioni David Cameron ha chiarito che non c’è fretta di procedere: 

“Una trattativa con l’Unione europea dovrà essere intrapresa da un nuovo primo ministro e penso che sia giusto che questo nuovo premier prenda la decisione su quando far ricorso all’articolo 50 e avviare il processo formale per lasciare l’Unione europea”. Anche i sostenitori della Brexit all’interno dello schieramento conservatore sono determinati ad aspettare: non vogliono che il Regno Unito si sieda al tavolo delle trattative con una leadership debole come quella di un premier dimissionario. Il partito nazionalista Ukip, tuttavia, ha chiesto che la procedura sia avviata “non appena possibile”. I leader europei, arrabbiati e delusi, vogliono che il Regno Unito esca rapidamente in modo da limitare l’instabilità ed evitare che altri paesi mettano in discussione la loro permanenza nell’Unione. Il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha detto: “Questo processo deve cominciare il più presto possibile”. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “Non ha alcun senso aspettare fino a ottobre per negoziare l’uscita di Londra”.

Che può fare l’Unione europea?
Per quanto gli europei vogliano accelerare il processo di uscita del Regno Unito, hanno pochi mezzi legali per farlo. Infatti non è previsto alcun meccanismo per costringere uno stato a uscire dall’Unione europea. L’articolo 50 può essere invocato solo dallo stato che voglia lasciare l’Unione e da nessun altro stato membro o istituzione europea. L’unica iniziativa consentita all’Unione è semmai il ricorso all’articolo 7 del trattato di Lisbona, in base al quale l’Unione può sospendere uno stato membro se ritiene che violi i principi fondamentali di libertà, democrazia, uguaglianza. Questo articolo non è mai stato invocato.

La vittoria della Brexit al referendum non obbliga il governo ad agire immediatamente perché la votazione non è giuridicamente vincolante. In effetti, come e quando appellarsi all’Articolo 50 è diventato nelle ultime ore la questione principale attorno al voto di giovedì.

Nel suo discorso a commento dei risultati del referendum Brexit, durante il quale ha annunciato le sue dimissioni, il Primo Ministro David Cameron ha tenuto a specificare che non ha alcuna fretta di appellarsi all’Articolo 50.

“La trattativa con l’Unione Europea ha bisogno di iniziare con un nuovo primo ministro e penso che sia giusto che sia questo nuovo primo ministro a prendere la decisione su quando far scattare l’articolo 50 e avviare il processo formale e legale di abbandono dell’Unione europea”,

ha dichiarato.

Così facendo, Cameron ha fatto un favore a chi ha faticato di più per spodestarlo - Boris Johnson e Michael Gove - i leader della campagna Leave. Entrambi sostengono che non c’è alcuna fretta di agire: così facendo si metterebbe la Gran Bretagna in una posizione sfavorevole durante le negoziazioni in un momento in cui la sua classe politica è allo sbando.


domenica 26 giugno 2016

Brexit, quali sono le conseguenze



Il Regno Unito ha deciso: la maggioranza dei britannici ha scelto di lasciare l’Unione europea. Le conseguenze della Brexit saranno numerose per i sudditi della corona, sia per coloro che sono residenti in patria sia per chi vive in un Paese europeo.

Ecco i possibili risvolti pratici che cambieranno dopo il referendum:

L’effetto più immediato della Brexit potrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d'identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l'uscita della Gran Bretagna dall’Ue potrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare nell’Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell'euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d'acquisto, ma anche in virtù di accordi comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell'Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. "Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa", ha ricordato nei giorni scorsi Michael O'Leary, l’amministratore delegato della compagnia aerea low cost britannica.

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell'occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna. L'uscita del Regno Unito dall'Ue potrebbe essere accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Soprattutto per le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all'inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office.

La moneta nazionale ai minimi da 30 anni avrà un impatto concreto sui risparmi depositati in banca e sui mutui che diventeranno più alti. Le tasse però sono destinate a scendere. Il quotidiano Independent, che era favorevole al Remain, ha elencato in sei punti l’impatto del voto sulla vita di tutti i giorni e sull’economia: tra le altre segnalano vacanze più care, inflazione e tassi d’interesse in aumento, fuga dei capitali delle aziende, meno investimenti e meno assunzioni.

Comunque il problema più immediato è di ordine finanziario con le Borse che crollano, ma nel medio periodo bisognerà fare i conti con le altre conseguenze della Brexit, che per le imprese italiane si riflettono in primis sull’Export e sulle strategie di  aziende con delocalizzazioni in Gran Bretagna. In vista, sostanziali cambiamenti anche per gli Italiani che lavorano oltre Manica, i quali perdono i vantaggi riservati ai cittadini comunitari. Ma tutto questo si risolverà nel tempo con normative e trattati ad hoc, nel frattempo tutti possono stare tranquilli.

Al di là al terremoto politico con le dimissioni di Cameron, lo scossone vero al momento è quello finanziario. Se le Borse crollano, la Sterlina precipita: Piazza Affari ha fatto fatica ad aprire, i titoli del paniere principale, il FTSE Mib, hanno avuto difficoltà a fare prezzo. Apertura a -11% (difficile trovare un precedente), tutti gli indici europei lasciano sul terreno almeno il 5-6%. Titoli finanziari in caduta libera, a Milano le banche lasciano sul terreno quasi il 20%.

Dunque, il primo vero impatto della Brexit riguarda i mercati e sarebbe un errore sottovalutarlo: ma davvero si rischierebbe una nuova crisi finanziaria, paragonabile a quella seguita al crollo di Lehman Brothers? E’ questa la domanda che  preoccupa tutti.

L’Europa da qualche anno è impegnata in un’opera di rafforzamento del sistema bancario, che metta gli istituti finanziari nelle condizioni di resistere agli shock. Gli effetti  Brexit sul sistema finanziario europeo si vedranno  nei prossimi giorni: il settore riuscirà a sollevarsi? C’è il rischio di una nuova crisi mondiale? La vera domanda è questa e riguarda l’effetto sistemico della Brexit. In gioco, c’è la sopravvivenza dell’Europa (anche della moneta unica?).

Nel frattempo, si fa i conti con le questioni che si aprono nell’immediato. Il problema numero uno per le imprese è certamente rappresentato dalla Sterlina. Per chi ha filiali in Gran Bretagna, o comunque lavora in sterline, significa pagare di più le materie prime.

Esportazioni
Ma per tutte le imprese che esportano in Euro, significa  uno svantaggio competitivo, in primo luogo sul fronte delle esportazioni in Gran Bretagna, in secondo luogo sui mercati internazionali rispetto alla concorrenza britannica. Uno studio Nomisma segnala che per l’Italia:«il Regno Unito pesa per il 5,4% dell’Export, quasi tutto è composto da prodotti del manifatturiero. Considerando i singoli comparti, si va dal minimo di 0,2% del tabacco al massimo del 13% delle bevande e del 10% dei mobili». Secondo S&P l’Italia è comunque fra i paesi europei meno esposti alla Brexit (al 19esimo posto su una classifica di 20 paesi).

Tornando all’analisi Nomisma, la regione italiana più esposta è la Basilicata, che esporta in Gran Bretagna il 16% del totale, a causa soprattutto della Jeep Renegade prodotta negli stabilimenti di Melfi. Seguono il manifatturiero dell’Abruzzo (10,6% di esportazioni verso la Gran Bretagna, per €778 mln) e l’agricoltura e pesca della Campania (12,6% e €55 mln).

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all'1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

I pensionati dovrebbero vedere diminuire il poter di acquisto delle loro pensioni, causa del forte deprezzamento della sterlina.

Copertura sanitaria - Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell'ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

Nuove frontiere - La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici.
Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

La Brexit potrebbe avere conseguenze anche per il mezzo milione di italiani che vivono nel Regno Unito.

Lavoro - Chi già paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. Qualcuno si è mosso in anticipo prendendo la doppia cittadinanza (britannica e italiana). Chi volesse farlo ora rischia di scontrarsi con una burocrazia molto più lunga. Chi vuole trasferirsi in Uk, da oggi in poi, non può più farlo se non ha già trovato un’occupazione prima della partenza.

Studio e assistenza sanitaria - Le rette universitarie sono destinate a salire notevolmente mentre ancora non è chiaro come funzionerà l’assistenza sanitaria. Finora era basata sulla reciprocità dei Paesi Ue. Ora c’è il rischio che un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.