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lunedì 24 settembre 2018

L'ultimo discorso sullo stato dell'Unione di Jean-Claude Juncker


Jean-Claude Juncker ha tenuto davanti alla plenaria di Strasburgo l'atteso discorso sullo stato dell'Unione, l'ultimo prima delle elezioni europee in programma a maggio 2019.

Un anno fa Juncker aveva annunciato progetti e obiettivi da raggiungere nei mesi successivi: "'Non penso che siamo alla vigilia di una catastrofe come quella della prima guerra mondiale, tuttavia dobbiamo ricordarci di essere felici perché viviamo in un continente di pace grazie all'Unione europea: per questo dobbiamo rispettarla meglio, difendere il nostro modo di essere e di vivere", ha detto Juncker, che ha aggiunto: 'Si' al patriottismo che non è rivolto contro gli altri, no al nazionalismo che respinge e detesta gli altri, che distrugge, cerchiamo invece soluzioni che ci permettano vivere insieme. Mai più la guerra, dicevano i nostri “padri fondatori”, ciò per noi è un faro, dobbiamo essere vigili'. Aprire vie di immigrazione legale  "E' impossibile ogni volta che arriva un'imbarcazione elaborare soluzioni ad hoc. Le soluzioni ad hoc non bastano più. Abbiamo bisogno di maggiore solidarietà nel presente e nel futuro e deve essere una solidarietà duratura". "Dobbiamo aprire delle vie di migrazione legale per l'Europa, abbiamo bisogno di migranti qualificati - ha aggiunto - le proposte della Commissione ci sono da tempo, vi invito a utilizzarle".

Nel concreto, Juncker ha già annunciato il progetto di una polizia di frontiera europea con 10mila agenti schierati alla frontiera, con l’intenzione di rafforzare Frontex (un’agenzia che raccorda l’attività delle guardie costiere Ue) e trasferire competenze dai governi nazionali a Bruxelles. Gli osservatori internazionali si aspettano anche proposte per regolamentare l’uso dei dati personali degli utenti Ue da parte dei partiti europei, misure per snellire le procedure decisionali (stabilendo aree di politica estere dove le decisioni possono essere prese con maggioranza di due terzi e non l’unanimità) e una serie di misure attuabili entro maggio 2019, da regole anti-riciclaggio a piani di sostegno per lo sviluppo dell’Africa. Politico, una testata specializzata, aggiunge che Juncker potrebbe spendersi anche sulla proposta di stabilire l’euro come valuta di riferimento per la Ue su scala globale (in sostituzione del dollaro).

"Ogni volta che l'Europa parla con una sola voce riesce ad imporsi agli altri, deve agire come un fronte compatto, e noi lo abbiamo dimostrato quando abbiamo difeso l'accordo di Parigi" sul clima ha precisato il presidente della Commissione.

"Le sfide esterne si moltiplicano, non possiamo mollare la presa per costruire un'Europa più unita e più forte. Gli allargamenti per me restano successo, abbiamo conciliato geografia e storia, ma restano sforzi da fare" ha sottolineato Juncker. "Dobbiamo definire in modo definitivo l'adesione dei paesi dei Balcani occidentali altrimenti gli altri si assumeranno compito di dare forma ai nostri vicini", ha aggiunto. "L'Europa deve restare un continente di apertura e tolleranza, non sarà mai una fortezza in un mondo che soffre, non sarà mai un'isola, resterà multilaterale, il pianeta non appartiene a pochi" ha sottolineato Juncker.

Il presidente della Commissione Europea ha poi affrontato il tema dei migranti. "Resto contrario alle frontiere interne, laddove sono state create devono essere eliminate. I nostri sforzi hanno portato a dei risultati con meno profughi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, tuttavia gli Stati membri non hanno ancora trovato un rapporto giusto fra la responsabilità dei singoli paesi e la necessaria solidarietà, che deve essere dimostrata se vogliono mantenere lo spazio Schengen senza confini". E proprio per aiutare gli stati dell'Unione Juncker propone "un rafforzamento della guardia costiera e di frontiera europea fino a 10mila unità da qui al 2020 ed un'agenzia europea per l'asilo".

Il numero di migranti che arriva in Europa attraverso il Mediterraneo continua a diminuire, ma ci sono diversi fattori da considerare.

In primo luogo mentre il volume degli arrivi attraverso l'Italia e la Grecia è diminuito dallo scorso settembre, è invece aumentato in Spagna.

Inoltre secondo Bernd Parusel, esperto della Rete Europea sulle Migrazioni, il calo degli arrivi non è necessariamente imputabile all'Ue. Ad esempio, il calo del numero di coloro che arrivano in Italia è dovuto al rifiuto di Roma di far attraccare nei propri porti le navi che trasportano migranti.

Infine è aumentata la percentuale di migranti che muoiono cercando di attraversare il Mediterraneo. Una delle ragioni principali dell'aumento del tasso di mortalità è la riduzione del numero di ong che gestiscono missioni di salvataggio dei migranti tra la Libia e l'Italia. Inoltre, secondo Parusel, ciò ha comportato un minor numero di migranti che lasciano la Libia e un conseguente peggioramento delle loro condizioni di vita.

Juncker ha detto l'anno scorso di voler migliorare urgentemente in quest'area. "Non sono stato in Libia, ma da tutto quello che ho sentito e letto le condizioni non sono realmente migliorate - ha detto Parusel -. Probabilmente di recente sono peggiorate perché c'è stato un aumento dei combattimenti tra le milizie e un numero imprecisato di migranti è rimasto intrappolato lì. Migranti che volevano venire in Europa ma che ora sono intrappolati in Libia. E' anche più difficile per le ong e l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati operare in Libia".

Che dire poi del numero di rimpatri, un'altra area in cui Juncker ha chiesto dei miglioramenti? Non ci sono ancora dati per il 2018, ma gli ultimi dati Eurostat mostrano una diminuzione del numero di persone che vengono rimpatriate.

Nel 2017 ci sono stati 214.150 rimpatriati, rispetto ai 250.015 dell'anno precedente. "Penso che qui ci troviamo a dover affrontare molti problemi: i migranti irregolari non hanno documenti di viaggio, in alcuni casi i paesi di origine non vogliono riammetterli, mentre in alcuni paesi la situazione della sicurezza è così problematica che è difficile per le forze dell'ordine effettuare il rimpatrio".

Sull'ultimo impegno di Juncker - lavorare per aprire percorsi legali che permettano alle persone di raggiungere l'Europa - Parusel ha detto che per coloro che cercano di fuggire da situazioni disperate ci sono ancora "pochissime opportunità".




martedì 2 gennaio 2018

Visegrad, il cuore pulsante dell’Europa



La decisione senza precedenti della Commissione europea di sanzionare la Polonia per il mancato rispetto dello stato di diritto aumenterà il solco già ampio tra i Paesi occidentali fondatori dell’Ue e il gruppo orientale di Visegrad: l’alleanza composta da Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia che osteggia le politiche migratorie proposte dalla Commissione Juncker.

Complici di queste atteggiamenti sono le riforme economiche che hanno consentito a molti paesi di ritrovare una stabilità duratura, grazie al costo del lavoro basso che ha permesso per anni alle aziende dell’UE di esternalizzare la produzione e, conseguentemente, produrre vantaggi diretti sull’economia e sul benessere sociale dei paesi dell’est che rappresentano circa 65 milioni di europei, insieme hanno un peso di popolazione pari a quello della Francia all’interno dell’ Unione europea, e hanno ingranato la giusta marcia e la loro crescita non cessa di stupire.

Infatti, secondo le stime della Commissione europea, la Polonia vedrà il proprio PIL crescere almeno del 3,8% nel 2018, così come la Slovacchia, mentre per l’Ungheria la crescita minima attesa è del 3,6% e per la Repubblica Ceca è di almeno il 3%. Uno sviluppo che non sorprende più di tanto se si considerano tutte azioni politiche e gli incentivi allo sviluppo economico varate dai governi nazionali in questi anni, che hanno consentito anche un aumento notevole del potere di acquisto delle famiglie, e conseguentemente una ripresa e un’accelerazione dei consumi che ha superato in fretta i livelli pre-crisi.

L’importanza dello sviluppo di questi paese è legato al rapporto di reciproca dipendenza tra i quattro di Visegrad e la Germania. Proprio il paese centrale dell’eurozona è quello che più di tutti deve la crescita della propria economia a questi quattro importanti paesi dell’ est Europa, che da soli costituiscono un peso non indifferente nella macchina dell’economia tedesca. Nel complesso il gruppo orientale di Visegrad vale per la Germania 2556 miliardi di euro: una volta e mezza Francia, Stati Uniti e Cina.

Si è evidenziata una certa capacità di iniziativa del Gruppo di Visegrad nell’incontro promosso a Budapest con il capo del governo di Israele Benjamin Netanyahu. La conferenza ha promosso iniziative bilaterali con lo Stato ebraico, nell’ambito delle tante opportunità “non” sfruttate di cooperazione dell’Europa con Israele. Netanyahu, proprio di fronte a un pubblico che in qualche modo avrebbe apprezzato la critica, credendo che i microfoni fossero spenti si lasciava andare a uno sfogo contro Unione europea, accusando Bruxelles di tentare di condizionare la politica di Israele (cosa che altri grandi paesi come Russia o India non farebbero).

Le condizioni economico-sociali simili, poi, che fin dall’inizio hanno caratterizzato i tre (con la Cecoslovacchia) e poi quattro (con Repubblica Ceca e Slovacchia) Paesi della fascia occidentale dell’ex blocco comunista, permettono anche a cechi e slovacchi di far forza sul peso del Gruppo per avanzare richieste a Bruxelles e al nucleo dei paesi fondatori dell’Unione. È stato ultimamente il caso del mercato del lavoro e della differenza del costo salariale, per cui la più bassa retribuzione dei lavoratori dei Paesi centro-orientali funziona come un fattore di social dumping nei confronti dei lavoratori dei Paesi della vecchia Europa.

Il Gruppo di Visegrad, ha mostrato al proprio interno le sintonie di approccio e cultura politica e lasciato in secondo piano i contrasti (come sulle autonomie e sulla concessione della doppia cittadinanza per le comunità minoritarie interne agli Stati, noti ambiti di tensione tra Ungheria e Slovacchia): la resistenza al piano di ricollocazione dei migranti costituisce per i quattro paesi un tema di facile mobilitazione per le opinioni pubbliche nazionali e potrebbe, in qualche modo, anche risultare utile per tentare di evitare la pericolosa affermazione elettorale e di consenso di formazioni neonaziste e movimenti populisti all’interno della fascia geopolitica che va dal Baltico ai Balcani.



martedì 6 ottobre 2015

Migranti, accordo Ue-Turchia


La Commissione europea e Ankara hanno trovato un accordo che consenta di arginare il flusso dei rifugiati in Europa. Lo ha riportato il giornale tedesco di Frankfurter Allgemeine, secondo cui la Turchia sarà tenuta a proteggere meglio i proprio confini con la Grecia, attraversati da migliaia di rifugiati. Gran parte di questi confluirebbe in sei nuovi campi, la cui costruzione sarà parzialmente finanziata da Bruxelles, in grado di accogliere in tutto due milioni di persone. L'Ue, dal canto suo, ne prenderebbe in carico fino a mezzo milione, bypassando i trafficanti.

L'accordo prevede, inoltre, che i guardiacoste turco e greco collaborino tra loro nel pattugliamento, sotto la supervisione e il coordinamento di Frontex.

Da inizio anno sono 630mila i migranti entrati illegalmente nell'Ue: a riferirlo è stato il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, in un'intervista al gruppo editoriale francese Ebra. «Alla fine di settembre avevamo registrato 630.000 ingressi illegali», ha spiegato Leggeri. Frontex, ha aggiunto, pianifica di allestire «60 voli per il rimpatrio di migranti» nel 2015, contro i 39 del 2014.

I migranti morti solo dall'inizio dell'anno nel Mediterraneo sono 3 mila (2.987 per l'esattezza delle cifre). Lo rende noto l'Oim, l'organizzazione internazionale per le migrazioni, aggiornando i dati con le ultime 100 vittime registrate da domenica sulle coste libiche. I 2.987 migranti e rifugiati che hanno perso la vita nel Mediterraneo dall'inizio del 2015 sono pari "a quasi i tre quarti dei 4.093 migranti morti in tutto il mondo nel 2015", afferma una nota dell'Oim citando gli ultimi dati del Missing Migrant Project. "Il Mediterraneo resta la rotta piu' mortale per i migranti del nostro pianeta", ha deplorato il direttore generale dell'Oim William Swing. "Queste perdite di vite umane sono inutili, completamente evitabili e assolutamente inaccettabili", ha aggiunto. Il totale degli arrivi per tutto il Mediterraneo è inoltre salito a 557.899 - pari al doppio del totale di 219.000 registrato durate tutto il 2014.

Del tema immigrazione si parlerà anche in occasione della riunione dell'Eurogruppo e dell'Ecofin da cui potrebbero arrivare indicazioni al Governo italiano sul tema della flessibilità 'extra' sui conti pubblici. Martedì inoltre si riapre all'Ecofin il confronto sulla valutazione delle spese per i migranti. Se venissero riconosciute come 'circostanza eccezionale', potrebbero fruttare alla legge di Stabilità uno spazio di manovra di 3,3 miliardi, ovvero 0,2 punti di Pil. Ma la partita è ancora tutta da giocare, perché finora, tra i ministri dell'Ecofin, non c'è un appoggio molto esteso all'idea, e la Commissione ha un po' frenato gli entusiasmi del mese scorso. Intanto il commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, in un'intervista mette in evidenza come sia possibile “abbassare la pressione fiscale ma bisognerà compensare con dei tagli strutturali alla spesa pubblica”.

La Commissione Ue presenta le prime proposte concrete, per un importo totale di 1,7 miliardi di euro di fondi Ue nel 2015 e nel 2016, per affrontare la crisi dei rifugiati. E i capi di Stato e di governo Ue, nel vertice della settimana scorsa, si sono impegnati a stanziare una somma corrispondente. I fondi sono destinati a fornire assistenza di emergenza agli Stati Ue più colpiti, potenziare l'organico delle agenzie europee che operano in prima linea e fornire assistenza e aiuto umanitario nei Paesi terzi. La Commissione Ue confida ora nell'adozione rapida delle misure da parte dell'autorità di bilancio (Parlamento e Consiglio europeo) che si era impegnata in tal senso la scorsa settimana.

In una prima fase, per il resto del 2015, la Commissione sta mobilitando 801,3 milioni di euro per le seguenti azioni prioritarie: 100 milioni di euro per rafforzare il Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif) e il Fondo Sicurezza interna (Isf) per aiuti di emergenza agli Stati Ue più colpiti.

E ciò in aggiunta ai 73 milioni di euro già esauriti; 1,3 milioni di euro per aumentare i finanziamenti alle tre agenzie competenti dell'Ue a copertura di 60 unità di personale per Frontex, 30 per l'Ufficio Ue di sostegno per l'asilo (Easo) e 30 per l'Europol per il 2015; un importo di 300 milioni di euro per rafforzare lo strumento di vicinato (Eni), consentire un aumento del Fondo fiduciario regionale Ue in risposta alla crisi siriana e fornire assistenza ai Paesi terzi che accolgono rifugiati dalla Siria.

Insieme con gli ulteriori 200 milioni di euro riassegnati, il finanziamento totale per il Fondo fiduciario per la Siria ammonterà a oltre 500 milioni di euro. I contributi degli Stati membri dovrebbero essere di livello corrispondente ai finanziamenti dell'Ue: in tal modo il fondo raggiungerà un totale di almeno 1 miliardo di euro.

Altri 200 milioni di euro destinati a fornire risorse immediate per rispondere alle esigenze dell'Unhcr, del Programma alimentare mondiale e di altre organizzazioni competenti al fine di fornire un aiuto immediato ai rifugiati. Questi fondi sono già stati previsti per gli aiuti umanitari e la protezione civile e saranno utilizzati per affrontare la crisi dei rifugiati. I contributi degli Stati membri dovrebbero corrispondere ai finanziamenti Ue.

Ankara si impegna ad aprire nuovi centri per tamponare le partenze di profughi e migranti verso l'Europa. Si apprende da fonti Ue. Il piano d'azione su cui si è raggiunta un'intesa con Ankara prevede una ripartizione di attività tra Grecia e Turchia nell'Egeo. Intanto Atene ha annunciato l'apertura di cinque hotspot sulle isole.

lunedì 26 gennaio 2015

La Grecia entra nell’era Tsipras



La Grecia volta pagina. Dopo cinque anni passati a stringere la cinghia, i greci hanno detto ‘basta’ e gli elettori hanno scelto in massa Syriza, il partito di ispirazione comunista che ha promesso di mettere fine all’“umiliazione e al dolore”.

Il risultato delle elezioni parlamentari nel Paese più indebitato d’Europa sta scuotendo i mercati e preoccupa molte capitali europee.

Prima fra tutte Berlino. Il governo Merkel sostiene una politica europea fatta di riforme strutturali e disciplina fiscale. L’attenzione rivolta alle elezioni greche si misura anche nella pronta reazione del presidente della Bundesbank.

Il capo della banca centrale tedesca, Jens Weidmann, ha subito ribadito che Atene deve attenersi agli accordi firmati con la troika.

“Il mio consiglio al nuovo governo greco è quello di uscire dall’euro – sostiene l’esponente della Cdu, Klaus-Peter Willsh – perché la bassa competitività della Grecia non può resistere a una moneta così forte. Attendiamo di sapere cosa ne pensano”.

Il primo banco di prova per il nuovo esecutivo Tsipras è fissato per il 28 febbraio, data che segna la fine del programma di aiuti.

Il premier incaricato sostiene che la Grecia debba chiedere la cancellazione di gran parte del suo debito, fino al 70%, un trattamento simile a quello ottenuto dalla Germania nel 1952. Più probabilmente Tsipras chiederà più tempo per pagare.

“Abbiamo bisogno rapidamente di un nuovo accordo, un accordo tra le due parti che porti alla fine delle estreme politiche di austerità – sostiene John Milios, responsabile economico di Syriza – Abbiamo bisogno di una nuova politica che accolga le richieste della maggioranza dei cittadini greci. Dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo rispettare i risultati delle elezioni e rispettare la volontà dei greci”.

Syriza dovrà conciliare la questione del debito con le promesse fatte in campagna elettorale: aumentare la spesa pubblica, fermare le privatizzazioni, aumentare salari e pensioni e abrogare le leggi imposte dai creditori internazionali.

Prende ufficialmente il via con il giuramento da Primo ministro l’era di Alexis Tsipras alla guida della Grecia.

ll leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha giurato nelle mani del presidente della Repubblica ellenica Karolos Papoulias che gli ha conferito l'incarico di formare il nuovo governo dopo la vittoria di ieri alle elezioni politiche. Come preannunciato, Tsipras ha fatto un giuramento solo politico e non religioso.

Forte del solido mandato ricevuto dagli elettori, il leader di Syriza ha ottenuto dal Capo di Stato Karolos Papoulias quello per la formazione del nuovo governo.

Una cerimonia sobria e scarna nel palazzo presidenziale – alla quale Tsipras si è presentato rigorosamente senza cravatta – e poi le firme che hanno suggellato l’impegno a dar vita a un nuovo esecutivo, rispettando legge, Costituzione e interessi dei cittadini.

Primo segno tangibile del nuovo corso è stata la rinuncia al giuramento religioso – abitualmente previsto dal protocollo – di cui Tsipras ha informato il primate della Chiesa ortodossa Geronimo II, appena prima di recarsi al palazzo presidenziale.

Il leader di Syriza, Alexis Tsipras, trionfa in Grecia ma per poco non raggiunge la maggioranza assoluta. Tocca infatti quota 149 seggi, mentre Nea Dimokratia (centro-destra) ne ha 76, e al 3/o posto si piazza il partito di estrema destra Alba Dorata con 17 seggi. Il leader di sinistra costruisce la sua coalizione e incassa il sì del partito Greci Indipendenti della destra anti-Memorandum (13 seggi).

Già in mattinata era arrivato “l’accordo di governo con i “Greci Indipendenti” di Panos Kammenos. Poi l’annuncio di imminenti incontri anche con i leader di To Potami e Comunisti, che sembra lasciar presagire un loro appoggio esterno al nuovo esecutivo.

Dopo quella delle promesse, si apre ora per Tsipras l’era dei fatti. Un percorso a ostacoli, disseminato di debiti e impegni, che fin da ora si preannuncia tutto in salita.

La Commissione europea "rispetta pienamente la scelta sovrana e democratica" ed è "pronta a lavorare con il nuovo governo quando sarà formato". Così il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas, commenta il risultato delle elezioni in Grecia, aggiungendo che il paese "ha fatto notevoli progressi" e che Bruxelles "resta pronto a collaborare per risolvere i problemi rimasti".

Ma Berlino frena.''Il governo tedesco offrirà al futuro governo greco la propria collaborazione'', ma ''gli impegni vanno mantenuti''. Lo ha detto stamani Steffen Seibert, portavoce della cancelliera Angela Merkel, nella consueta conferenza stampa di governo. Il governo tedesco ha detto di essere aperto a un possibile nuovo prolungamento delle scadenze legate ai programmi di aiuto concordati. ''Fondamentalmente è un'opzione'', ha detto una portavoce del ministero delle Finanze.

Marine Le Pen esulta, schiaffo mostruoso all'Ue. La presidente del Front National, l'estrema destra francese, Marine Le Pen, si "rallegra per lo schiaffo democratico mostruoso che il popolo greco ha dato all'Unione europea". La Le Pen, alla radio RTL, vede nella vittoria di Syriza un colpo all'Ue e una sanzione nei confronti della politica di austerity imposta alla Grecia.



domenica 30 novembre 2014

Italia, Francia e Belgio nel mirino della Commissione europea



Confermate le indiscrezioni secondo cui la Legge di Stabilità non rispetta a pieno le regole. Sotto la lente anche Francia e Belgio.

Francia, Italia e Belgio finiscono sotto la lente della Commissione europea a causa delle leggi di Stabilità 2015 che rischiano di violare le regole di bilancio comunitarie. E’ quanto riporta l’agenzia Reuters che, citando un documento interno all’esecutivo, rende noto che domani la Commissione europea metterà in luce tali rischi, rinviando qualsiasi decisione formale al mese di marzo.

La Commissione sollecita dunque tutti questi Paesi a rispettare le regole ma rimanda Roma, Parigi e Bruxelles a un secondo esame in marzo. In questo modo viene concesso più tempo ai tre Stati membri per correggere le loro strategie di politica economica in vista della decisione dell'esecutivo Ue.

Inoltre, sempre secondo quanto riporta Reuters, l'esecutivo dovrà decidere se sanzionare la Francia per non aver rispettato gli obiettivi di riduzione del deficit e se aprire una procedura di infrazione nei confronti di Italia e Belgio per l’ alto livello del debito pubblico. A settembre il ministero dell'Economia italiano ha stimato che rispettare integralmente le richieste europee richiederebbe una correzione complessiva "pari a 2,2 punti" di Pil nel 2015, 35 miliardi in valore assoluto.

“La Commissione – dice Gros direttore del Centre for European Policies Studies- ha rinunciato al suo ruolo di garante, ha accettato praticamente tutto quello che gli stati membri hanno presentato”

La Francia aveva detto che avrebbe riportato il deficit sotto la barra del 3% nel 2015, ma ora ha chiesto altri due anni di tempo. Se non porterà avanti le riforme rischia una multa di oltre 4 miliardi di euro.

“La Francia avrà probabilmente tutto il tempo che vuole, perché il Presidente francese presenta un’unica e semplice ragione: “Se non mi date tempo con il mio budget, l’estrema destra del Fronte Nazionale vincerà le prossime elezioni.. non è certo quel che volete…”

La situazione della Francia, ma anche quella dell’Italia e del Belgio, appesantite dal debito pubblico e alle prese con gravi problemi di crescita, saranno nuovamente analizzate a marzo, e rischiano sanzioni.

Quali saranno gli effetti di questa situazione sulla zona euro?
“Non ci saranno grandi cambiamenti nella politica di bilancio, perché i paesi stanno tutti andando un po’ oltre i limiti consentiti e la Commissione permette loro di farlo”.

Anche Spagna, Portogallo, Austria e Malta sono sorvegliate speciali di Bruxelles perché rischiano di violare il patto di stabilità.



sabato 29 novembre 2014

Regno Unito: David Cameron e la nuova politica dell’immigrazione



David Cameron annuncia un giro di vite contro gli abusi al sistema previdenziale britannico da parte degli immigrati europei. Con le legislative in vista, il premier si pronuncia su una delle questioni che più preoccupano gli elettori, limitare l’afflusso dei lavoratori europei, cresciuti del 39% nel 2014. Cameron minaccia di fare campagna per uscire dell’Unione europea nel caso in cui Bruxelles dovesse sbarragli la strada. Margaritis Schinas, portavoce dell’Unione:

“Queste sono idee britanniche e fanno parte del dibattito. Dovranno essere esaminate senza drammi, con attenzione e con calma. Dipende dai legislatori nazionali lottare contro gli abusi del sistema e le normative europee lo consentono”.

Le idee britanniche vedono il primo ostacolo nella Germania, contraria al principio di limitare la libertà di movimento nell’Ue. Il ministro degli esteri tedesco dalla Conferenza di Roma sull’emigrazione:

“Questa conferenza mostra che la strategia di aumentare le barriere per tenere lontani gli immigrati con strumenti esecutivi, non hanno portato soluzioni al grosso problema dell’immigrazione”.

Cameron intende rinegoziare i legami con l’Unione prima del referedum promesso nel 2017 sulla membership. Le misure restrittive proposte dal primo ministro interesserebbero 400 mila migranti.

La marcia verso la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è cominciata con un vigoroso discorso di David Cameron in una fabbrica Jcb nelle Midlands. Fra le catene di montaggio di un’industria che probabilmente impiega un gran numero di lavoratori stranieri, il premier inglese ha annunciato la sua determinazione a limitare i diritti dei cittadini europei immigrati nel Regno Unito.

Un piano in quattro punti: chi sbarca a Dover e dintorni alla ricerca di lavoro dovrà attendere 4 anni per ottenere i benefici del generoso welfare britannico; se dopo sei mesi non avrà trovato un'occupazione dovrà lasciare il Paese. Chi lavora, invece, dovrà attendere 4 anni per avere benefici fiscali e case popolari oggi garantiti subito e non potrà più ricevere gli assegni famigliari se la famiglia risiede nel Paese d'origine.

«Questi sono punti irrinunciabili del mio negoziato con l’Unione europea… mi auguro che siano accolti da tutti, ma se non sarà così chiederemo deroghe specifiche per il nostro Paese», ha detto il premier britannico. E ha poi aggiunto una velenosa nota: se i partner diranno di sì alle sue richieste farà di tutto per un voto favorevole al referendum sull'Unione europea. Se al contrario l'Unione gli sbatterà la porta in faccia «terrò tutte le mie opzioni aperte». In altre parole David Cameron ha ipotizzato di schierarsi per l'uscita del regno dall’Unione.

L’affondo del premier, seppure attutito dalle positive considerazioni sui benefici effetti dell'immigrazione sull'economia della Gran Bretagna, colpisce al cuore le regole del mercato interno. La libera circolazione dei cittadini è fortemente messa in discussione e Cameron lo sa. Ha giocato infatti d’anticipo lasciando intendere che non tutto il single market è completato e quindi sono legittimi ripensamenti anche sul movimento intraeuropeo dei lavoratori.

L’atteso discorso del premier ha svelato misure che colpiranno circa 300 mila lavoratori europei oggi impiegati in Gran Bretagna. Ed è giunto, non a caso, poche ore dopo la diffusione dei dati sull'immigrazione nel Regno Unito. Il saldo netto è cresciuto del 43% rispetto allo scorso anno, un fenomeno che ha rinforzato le politiche antieuropeiste dell’Ukip, il partito che più minaccia la tenuta dei conservatori di David Cameron alle prossime elezioni politiche.


domenica 16 giugno 2013

PRISM: Le spie americane sono a casa loro in Europa

Lo scandalo rivelato dal Guardian e dal Washington Post è solo l’ultimo dei molti incidenti occorsi tra Usa e Ue su privacy e sorveglianza, dovuti soprattutto all’inettitudine europea.
Lunedì 10 giugno la Commissione europea ha ripetuto di essere "preoccupata" per il caso Prism, il programma americano di sorveglianza elettronica diretto dall'Agenzia nazionale di sicurezza (Nsa) che gli permette di accedere ai dati esteri e in particolare europei.
Insolitamente discreta, la commissaria alla giustizia Viviane Reding non ha criticato gli Stati Uniti, con i quali – ha spiegato la sua portavoce – parla "sistematicamente" dei diritti dei cittadini europei. Reding sembra soprattutto irritata con i paesi dell'Unione europea, che il 6 giugno hanno bloccato a Lussemburgo il suo progetto di protezione dei dati personali.
In discussione da 18 mesi e dopo 25 riunioni, il dossier Dpr (Data Protection Regolation, regolamentazione della protezione dei dati) è oggetto di tremila emendamenti e divide l'Unione. I ministri della giustizia dei

Ventisette si sono riuniti poche ore prima delle rivelazioni dell'ex dipendente della Cia Edward Snowden sul quotidiano inglese The Guardian, che forse avrebbero permesso di avvicinare i diversi punti di vista. Londra e l'Aia considerano la bozza di Reding troppo penalizzante per le imprese, Parigi vuole maggiore attenzione per le reti sociali e Berlino considera i testi troppo vaghi. Ma di fronte alle rivelazioni su Prism anche le capitali europee affermano di essere "preoccupate".
Del resto questo era proprio il termine utilizzato dalla Commissione nel 2000, quando furono svelate le attività europee di Echelon, una rete anglosassone di sorveglianza globale delle telecomunicazioni. L'Nsa dirigeva queste intercettazioni allo scopo di ottenere informazioni economiche, commerciali, tecnologiche e politiche. La legislazione degli stati membri dell'Unione era stata violata, così come i diritti fondamentali dei cittadini.
All'epoca Londra aveva approfittato del suo rapporto privilegiato con Washington per spiare i rivali europei. Le due capitali hanno negato e i dirigenti europei hanno preferito dimenticare che il responsabile della crittografia delle comunicazioni della Commissione aveva dichiarato di essere "in buoni rapporti con l'Nsa", che in questo modo avrebbe avuto libero accesso alle informazioni confidenziali dell'esecutivo europeo. In seguito l'interessato ha "rettificato" le sue dichiarazioni in una lettera al suo superiore.
Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 – che Echelon non è riuscita a prevenire – in nome della lotta al terrorismo gli europei hanno concesso – a volte di propria volontà, spesso costretti – un numero consistente di dati alle autorità americane. Ma nel 2006 l'Europa avrebbe scoperto che Washington aveva segretamente accesso da cinque anni alle informazioni di Swift, una società belga che crittografa i flussi finanziari tra le banche di tutto il mondo.
Una volta passata la sorpresa e dopo aver avviato un difficile negoziato, nel 2010 è stato firmato un accordo. Gli europei hanno ottenuto la possibilità di valutare la pertinenza delle richieste americane per esercitare un controllo, la procedura ed eventuali incidenti sono oggetto di una valutazione semestrale e così via.
Il caso dei dai personali dei paesseggeri aerei (Pnr, Passenger name record) è stato altrettanto complesso e ci sono voluti nove anni di trattative e quattro versioni del testo per permettere finalmente di arrivare a un accordo nell'aprile 2012. Preoccupati soprattutto di evitare la firma di accordi bilaterali che avrebbero offerto poche garanzie, gli europei hanno finito per accettare la trasmissione di 19 dati riguardanti tutti i viaggiatori dell'Ue che vanno negli Stati Uniti o che li sorvolano. Washington aveva inserito nel negoziato la liberalizzazione delle autorizzazioni di accesso al territorio americano. I dati raccolti sono resi anonimi dopo sei mesi, conservati per cinque anni su una banca dati "attiva" e poi per dieci anni in una banca dati "dormiente".

Gli europei però non sono riusciti a risolvere una questione fondamentale: tre delle quattro compagnie mondiali che conservano i dati di prenotazione della maggior parte delle compagnie mondiali sono negli Stati Uniti e sono quindi sottoposte alla legislazione di questo paese. In caso di problemi le leggi europee non avrebbero alcun potere su di esse. Come nel caso di Prism, l'Unione è costretta a riconoscere non solo di essere sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti, ma anche che la sua capacità di azione è limitata.
Attualmente l'Ue cerca di negoziare con gli Stati Uniti la possibilità per i cittadini europei di far correggere attraverso una procedura giudiziaria dei dati personali errati in possesso di società private americane. I cittadini americani che vivono in Europa godono già di questo diritto.
L'eurodeputata liberale Sophie in't Veld spera che le rivelazioni sulle pratiche dell'Nsa risveglino la coscienza degli europei e li costringa a mostrarsi più esigenti. Ma il parere di un alto funzionario di Bruxelles è molto diverso: "Questo caso conferma ancora una volta che gli Stati Uniti sono i leader in materia di antiterrorismo e che molti stati membri non oseranno contrastarli". Secondo questa fonte è del resto "molto probabile" che il Regno Unito e altri paesi abbiano tratto vantaggio da informazioni ottenute da Prism. La cancelliera tedesca Angela Merkel sarà molto probabilmente la prima a sollevare direttamente la questione con Barack Obama, visto che il presidente americano si recherà a Berlino il 18 e 19 giugno.
La questione è molto delicata, soprattutto in un paese molto attento alla vita privata, e visto che le rivelazioni del Guardian hanno messo in evidenza come la Germania sia stata uno dei paesi più colpiti dalle intercettazioni. Secondo un esperto di Bruxelles questo potrebbe indicare che le autorità americane farebbero anche dello spionaggio industriale – cosa che Washington negava già ai tempi di Echelon. Nel frattempo lunedì 10 giugno un portavoce del ministero della Giustizia tedesco ha fatto sapere che l'amministrazione sta verificando "possibili ostacoli ai diritti dei cittadini tedeschi".