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domenica 17 febbraio 2019

Airbus non costruirà più l’A380, aereo simbolo dell’Europa



E così, il super-jumbo europeo, l’Airbus A380 è ufficialmente morto: non se ne costruiranno più. La fine di un sogno, forse di un incubo, certamente un brutto colpo per l’industria aerospaziale europea e per l’Europa tutta intera. L’Airbus era e rimane tuttora un po’ una bandiera dell’Europa unita ma, certamente, dopo questa vicenda uno si domanda come questi qui siano arrivati a rifare un’altra volta lo stesso clamoroso errore che avevano fatto con il Concorde. Miliardi di dollari buttati via per un progetto fuori tempo e fuori misura.

Il più grande aereo di linea del mondo resta senza pista: Airbus ha deciso di chiudere la produzione dell’A380 dopo 12 anni di servizio. Le ragioni dello stop a partire dal 2021 vanno ricercate nelle vendite fiacche. E la scelta rappresenta un po’ l’atto conclusivo di una delle più grandi avventure industriali d’Europa, poco compresa dalle compagnie aeree, da subito mostratesi insensibili al tema della congestione aeroportuale. Curioso paradosso: il traffico aereo cresce a un ritmo quasi record in giro per il mondo.

La crescita, tuttavia, ha generato principalmente una domanda di jet bimotore abbastanza agili da poter volare direttamente dove la gente vuole viaggiare, piuttosto che di ingombranti jet quadrimotore che costringono i passeggeri a cambiare velivolo negli aeroporti hub. E mentre i sostenitori fedeli come il cliente top Emirates dicono che il popolare jet da 544 posti a sedere si rivela molto redditizio quando è pieno, ogni posto invenduto potenzialmente brucia un buco nelle finanze della compagnia aerea a causa del carburante necessario per far volare l’enorme struttura su due piani sviluppati in altezza. È un aereo che spaventa i cfo delle compagnie aeree. Il rischio di non riuscire a vendere un bel po’ di posti a sedere è troppo alto, rivelano fonti che hanno familiarità con il programma. C’è stato un tempo in cui venne salutato come la controparte industriale della moneta unica europea, un simbolo dell’innovazione del Vecchio continente riconosciuto a livello mondiale. Ironia della sorte, la crisi del prodotto coincide con le crescenti tensioni politiche tra Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna, Paesi in cui viene costruito l’aereo.

Qualcosa di molto diverso dall’aria di unità e ottimismo «europeista» che si respirava nel 2005, quando questo colosso dell’ingegneria fu per la prima volta mostrato ai leader dell’Ue con tanto di mirabolante gioco di luci. Il premier britannico Tony Blair definì l’A380 «simbolo di forza economica» d’Europa, mentre il premier spagnolo Jose Zapatero parlò della «realizzazione di un sogno». Quanta meraviglia destò nei passeggeri questo super jumbo jet che per certi versi assomigliava al Boeing 747, tuttavia con un concept profondamente rinnovato. Le compagnie aeree si erano inizialmente affrettate a piazzare ordini, prevedendo una riduzione dei costi operativi e un aumento dei profitti, dato che dal settembre 2001 l’industria usciva da un rallentamento del turismo. Airbus si vantava di riuscire a vendere tra i 700 e i 750 A380, velivolo che oggi costano 446 milioni di dollari di listino. Per il 747, insomma, il viale del tramonto sembrava dietro l’angolo.

Alla fine gli ordini per l’A380 hanno a malapena superato la soglia dei 300, poco per impensierire il 747 che ha appena festeggiato i 50 anni. I segnali della debacle del A380 erano già presenti dietro le quinte del party di lancio del 2005, secondo gli addetti ai lavori. Nonostante i discorsi pubblici sull’unità, la sfida enorme era superare le fratture nella partnership franco-tedesca, alle origini del crollo industriale. Quando il jet, seppure in ritardo, nel 2007 raggiunse finalmente il mercato, la crisi finanziaria globale stava cominciando a mordere. Le dimensioni e l’opulenza sembravano fuori contesto. Le vendite rallentarono. Allo stesso tempo, i costruttori di motori che avevano promesso ad Airbus un decennio di efficienza imbattibile con i loro nuovi motori super jumbo stavano mettendo a punto progetti ancora più efficienti per la prossima generazione di aerei bimotore, in competizione con l’A380.

Intanto Boeing con il 787 Dreamliner, nonostante qualche problemino industriale, andava a vincere la battaglia. Un velivolo pensato per bypassare gli hub serviti dall’A380 con rotte aperte tra città secondarie: una strategia nota come «point to point». Airbus faceva spallucce: secondo la joint venture europea, i viaggi tra le megalopoli avrebbero comunque dominato il trasporto aereo prossimo venturo. Una previsione smentita dai fatti. Le città intermedie stanno infatti crescendo quasi al doppio della velocità rispetto alle megalopoli, secondo un documento del 2018 pubblicato dall’Ocse. Questo è un vantaggio per i «jet gemelli» i Boeing 787 e 777 o l’Airbus A350, ma quasi un certificato di morte per il programma A380. L’amministratore delegato di Airbus, Tom Enders, sempre molto tiepido a proposito dell’A380, ha provato a dargli un’ultima possibilità.

Ma con Emirates incapace di trovare un accordo sul motore necessario a confermare l’ultimo ordine di A380, il tempo sembra definitivamente scaduto. Stop alla produzione a partire dal 2021, insomma. Con tutti le incognite che ne conseguono per chi finora lo ha acquistato e chiede garanzie su manutenzione e tempi di ricambio.

In pratica quello che è successo è che sì, il numero di passeggeri ha continuato ad aumentare, ma questo è dovuto principalmente al successo delle compagnie low cost, mentre la resa economica per passeggero ha cominciato a diminuire dal 2014. I costi aumentano, la recessione si fa sentire – pur di spendere poco, i passeggeri si adattano ad essere maltrattati dalle low cost su tratte brevi o medie – ma hanno difficoltà ad affrontare viaggi più lunghi e impegnativi. E se l’A380 è stata la prima vittima illustre di questa situazione, anche il blasonato Jumbo Jet, i Boeing 747, sta per fare la stessa fine. Ma il 747 è stato un successo commerciale, ne sono stati costruiti più di 1500.



mercoledì 29 novembre 2017

Brexit: il conto per uscire dall'Europa



I quotidiani inglesi non parlano d'altro: è stato raggiunto l'accordo finanziario tra il Regno Unito e l'Unione Europea con il quale il primo si assume la responsabilità di pagare fino a 100 miliardi di euro per uscire dall'Europa, anche se il costo per la Brexit oscilla tra i 44 e i 55 miliardi di euro.

Il costo del divorzio tra Londra e Bruxelles ammmonterà fra i 45 e i 55 miliardi di euro. Una fattura che il Regno Unito dovrà pagare all'Europa per poter uscire dall'Unione. L'accordo sulla cifra sarebbe stato già raggiunto. La notizia è rimbalzata questa mattina sulle prime pagine di diversi quotidiani britannici ed è stata confermata dalla televisione di Stato. Ma come si arriva a questa cifra?

30 miliardi
Ogni anno il budget europeo prevede degli stanziamenti pluriennali per il finanziamento di diversi progetti. Al momento dunque Londra deve saldare almeno 30 miliardi di euro per i progetti a venire.

20 miliardi
Ma Londra sarà costretta a versare nelle casse dell'UE almeno 20 miliardi per gli impoegni legali assunti per il periodo 2014-2020. Poi ci sono altri impegni economici assunti nel passato che il Regno Unito dovrà rispettare.

Gli altri 'spiccioli'
Bruxelles vorrebbe anche almeno 7 miliardi di euro per pagare una parte delle pensioni dei funzionari europei, oltre al contributo per la politica migratoria o quella relativa agli investimenti strategici.

Secondo alcuni analisti in realtà la somma totale potrebbe facilmente superare i 100 miliardi di euro. Il prossimo 4 dicembre è previsto un incontro tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il capo dei negoziati per la Brexit Michel Bernier e la premier britannica Theresa May.

Si tratta di una prima importante fase prodromica a quella dei negoziati necessari per definire gli accordi commerciali tra la Gran Bretagna e l'Unione Europea.

Come ha affermato, cautamente, il capo negoziatore dell'Ue, Michel Barnier “ci stiamo ancora lavorando duramente, spero di poter annunciare presto un'intesa”, sebbene tale tipologia di accordo si configuri certamente come una sconfitta per il Regno Unito.

Sulla base di tale preliminare accordo la premier britannica Theresa May e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker si incontreranno a pranzo lunedì 4 dicembre, sue giorni prima che la Commissione discuta sullo stato dei negoziati.

Non vi sono commenti a tale accordo né dal governo britannico né tantomeno dalla Commissione europea, ma quello che è certo è che intanto il prezzo della sterlina sale a 1,33 dollari e nei confronti dell'euro a 0,89.

Il calcolo viene effettuato in questo modo: 10 miliardi all'anno per i due anni di transizione dopo Brexit chiesti da Londra tra il 2019 e il 2021, (che i Ventisette sono pronti a concederle), a cui bisogna aggiungere 20-30 miliardi che sono gli impegni finanziari promessi ma non ancora versati inclusi nel bilancio comunitario 2014-2020. A questo totale bisogna sommare alcuni miliardi fuori bilancio per pagare tra le altre cose le pensioni dei funzionari europei.

Oltre al nodo finanziario, su cui si stanno facendo progressi, restano aperte due altre questioni: il diritto dei cittadini e il rapporto tra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord. Quest'ultimo aspetto è diventato particolarmente difficile da risolvere dopo che il governo irlandese ha deciso di alzare la posta, chiedendo specifiche garanzie a Londra. Dublino vuole che nell'Ulster ci sia nei fatti uniformità regolamentare per preservare i vantaggi del mercato unico sull'intera isola. «Vogliono una soluzione che valga per l'intera isola, tale da preservare gli strettissimi scambi commerciali sui due lati della frontiera», nota un diplomatico nazionale. Per il Regno Unito, la richiesta irlandese appare difficile da accettare. In ballo, c'è la sovranità stessa della Gran Bretagna. «D'altro canto – spiega ancora l'esponente comunitario –, dietro a Brexit c'è proprio la volontà di staccarsi dall'Unione, abbandonare l'assetto regolamentare comunitario».

Molti diplomatici ammettono che il governo irlandese ha deciso di fare la voce grossa, nel timore che rinviando la questione all'accordo definitivo Dublino rischi di dover accettare la posizione inglese. Ufficialmente, l'Irlanda può contare sull'appoggio dei suoi partner, ma nella sostanza la posizione irlandese è molto particolare. Agli altri governi preme soprattutto trovare una soluzione sulle finanze e sui diritti dei cittadini. «La questione irlandese è tale: prettamente irlandese», ammette un altro diplomatico.

Per Londra, garantire l'unità regolamentare sull'intera isola significherebbe avere due regimi in uno stesso paese. Sarebbe anche interpretato come un primo passo verso una clamorosa riunificazione dell'isola. In un recente vertice europeo l'allora premier Enda Kenny aveva ottenuto che fosse precisata la possibilità per l'Irlanda del Nord, una volta eventualmente inglobata nella Repubblica d'Irlanda, di aderire direttamente all'Unione, come la DDR in occasione della riunificazione tedesca.


domenica 22 gennaio 2017

A Coblenza il vertice tra i partiti euroscettici



Dopo il referendum sulla Brexit e l'elezione di Donald Trump, il 2017 sarà "l'anno del risveglio dei popoli dell’Europa centrale”, ha detto la presidente del Front National Marine Le Pen, dove si sono riuniti per il battezzato “controsummit europeo”, la riunione di Coblenza, che ha visto la partecipazione di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, di Frauke Petry del partito anti-migranti tedesco (AfD), dell’olandese Geert Wilders, capo dell’anti-islamico partito della Libertà, di Harald Vilimsky, segretario del partito della Libertà austriaco.

L'aspirante candidata alle presidenziali francesi, Marine Le Pen, è stata tra le protagoniste del raduno europeo di leader euroscettici che si sono ritrovati in Germania nel tentativo di formare un fronte comune in un anno di elezioni molto importanti.  «Viviamo la fine di un’era e la nascita di una nuova». Lo ha detto, all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, la leader del Front National francese, Marine Le Pen, parlando a Coblenza, in Germania, ha continuato la candidata alle presidenziali francesi, «il tempo in cui i nazionalisti in Europa erano gruppi marginali è finito».

Poi, la Le Pen ha attaccato Angela Merkel: «La cancelliera tedesca si presenta sui media francesi come un’eroina umanitaria per aver accolto i rifugiati, però non chiede ai tedeschi cosa pensano di questa politica migratoria». Al vertice di Coblenza, oltre alla leader del Fn ed a Salvini, ci sono i “padroni di casa” dell’Alternativa per la Germania, con Frauke Petry, e l’olandese Gert Wilders, leader del Partito per la libertà (Pvv).

«Il 2016 - ha sottolineato la Le Pen parlando a Coblenza, dove sono riuniti i partiti che al Parlamento europeo formano il gruppo Enl, Europa delle nazioni e della libertà - è stato l’anno in cui si è risvegliato il mondo anglosassone. Il 2017 sarà, ne sono sicura, l’anno del risveglio dei popoli dell’Europa continentale». Secondo la candidata alle presidenziali francesi, «bisogna passare alla tappa successiva, la tappa in cui non ci accontentiamo più di essere una minoranza all’Europarlamento, la tappa in cui saremo maggioranza alle urne in ogni elezione». Marine Le Pen - la più applaudita, la chiara eroina della destra europea che vede nella sua eventuale conquista a maggio dell'Eliseo la più importante opportunità di riscatto - ne è convinta: dopo la Brexit "ci sarà un effetto domino".

«Il successo che sta riscuotendo AfD dimostra che questo modello di Unione Europea a «trazione tedesca» si sta rivelando controproducente anche per gran parte del vostro popolo, spiega Salvini. Penso che tutti noi siamo consapevoli che l’euro è un esperimento fallito. Quindi, come uomini di Stato, dobbiamo prepararci per il dopo». «Abbiamo già studiato metodi per smantellare l’euro e pensiamo che sia nell’interesse di tutti lavorare per una soluzione ordinata, poiché i costi di un crollo incontrollato sarebbero un conto finale troppo» alto per «un progetto che ci è già costato troppo», sottolinea ancora Salvini che attacca: «Draghi non è l’unico volto dell’Italia, Merkel non è l’unico volto della Germania».

"Ieri una nuova America, oggi Coblenza, domani una nuova Europa!" ha detto l'olandese Geert Wilders guida un partito di estrema destra che nel suo Paese è ormai primo nei sondaggi, oltretutto in imminenza delle elezioni politiche che si terranno il 15 marzo. E ha riassunto gridando il clima della rimpatriata delle destre europee che si è data appuntamento oggi nel capoluogo della Renania-Palatinato. La destra europea spera dichiaratamente di approfittare della rabbia e del risentimento che hanno prodotto i due grandi traumi dell'anno scorso, la Brexit e l'elezione di Donald Trump, e di produrre atri traumi, nell'anno elettorale europeo 2017. La vittoria di «The Donald» è il regalo che nemmeno loro si aspettavano, il segno «che il tappo è saltato». L’immagine è di Wilders: «Una volta fuori, il genio nella bottiglia non ci rientra». Il simbolo, dicono a Coblenza, delle lotta vittoriosa dei cittadini e del popolo contro le élites. Della «democrazia contro la burocrazia» come dice Le Pen. Sintetizza Petry: «Il successo di Trump ha aperto una strada là dove c’era un vicolo cieco».

La padrona di casa, Frauke Petry, ha accusato le istituzioni europee di fare un 'nudging', tradotto dall'ex chimico ed ex imprenditrice con 'lavaggio del cervello' con i cittadini "più furbo di quello dei regimi comunisti". Secondo la leader dell'Afd, cresciuta nella Ddr, si tratta di una manipolazione che "minaccia la libertà degli individui e le conquiste culturali degli Stati europei". Petry ha chiesto "una svolta spirituale e morale".

Per le destre nemiche dell’Unione, euforizzate dalla Brexit e dalla vittoria di Donald Trump, il 2017 sarà insomma la data in cui sfonderanno i muri ed entreranno nelle stanze dei bottoni, quelle da cui si pilota anche Bruxelles. Oltre che in Olanda con Wilders, in Germania con Frauke Petri di Alternative für Deutschland (Afd) e soprattutto in Francia: a maggio Marine (che in campagna elettorale vuole essere chiamata così, soltanto con il nome) tenterà la difficile scalata all’Eliseo.


sabato 7 gennaio 2017

Londra del dopo Brexit: scambi commerciali più facili tra Cina e Londra



Gli scambi tra Cina e Gran Bretagna diventano più facili, in linea con la politica post-Brexit di Londra di rafforzare i rapporti commerciali con i Paesi asiatici. Le Ferrovie di Stato cinesi, la China Railway Corporation, hanno annunciato la partenza del primo treno merci a collegare direttamente i due Paesi.

Il treno raggiungerà la stazione di Barking, vicino Londra, in 18 giorni, dopo avere attraversato oltre 12mila chilometri. Il tragitto prevede il passaggio del treno attraverso il Kazakhstan, la Russia, la Bielorussia, la Polonia, la Germania, il Belgio e la Francia prima dell'arrivo a Londra, seguendo le antiche rotte commerciali della via della Seta. L'obiettivo è dare alle imprese che fanno import/export con la Cina un'alternativa al trasporto aereo, che è molto costoso, e al trasporto via nave, che è molto lento.

Il nuovo treno merci arriverà in quindici città europee, tra le quali Londra. «Il nuovo servizio merci sottolinea l'importanza dei rapporti commerciali tra la Cina e la Gran Bretagna dopo Brexit, - ha dichiarato Oscar Lin, manager di Onetwothree Logistics, agente unico per il treno in Gran Bretagna. – Il treno servirà soprattutto per gli scambi tra Cina e Gran Bretagna, ma si fermerà anche in Germania.

Philip Hammond, il nuovo cancelliere dello Scacchiere è alla ricerca ormai da mesi di più stretti legami commerciali con altri Paesi parte dalla Cina, e ha compreso di utilizzare l’incontro dei ministri delle Finanze del G-20 a Chengdu per inviare un messaggio di apertura e disponibilità a nuove intese.

«Il mio obiettivo in Cina è promuovere opportunità di business per le imprese britanniche, anche nel settore dei servizi finanziari dove abbiamo una leadership mondiale - ha detto Hammond. – La Gran Bretagna spalanca le porte agli affari e resta una delle migliori destinazioni al mondo per gli investimenti internazionali». La delegazione che accompagna Hammond comprende dirigenti della Borsa di Londra, di Hsbc, Virgin Money, Aberdeen Asset Management, Standard Life e Clifford Chance, dimostrazione di quella che il cancelliere ha definito.

Il Governo britannico sta rafforzando il suo team commerciale con 300 nuovi esperti che avranno l’incarico di negoziare nuove intese bilaterali con altri Paesi. Le speranze di Londra di siglare un accordo in tempi rapidi con gli Stati Uniti sono state deluse questa settimana, quando il segretario di Stato John Kerry ha detto a chiare lettere che un’intesa potrà essere negoziata solo dopo l’uscita formale della Gran Bretagna dalla Ue.

Più promettenti i rapporti con il Brasile, che ha detto di voler avviare negoziati immediati con la Gran Bretagna sotto la bandiera di Mercosur, il blocco commerciale dell’America Latina che comprende anche Argentina, Uruguay, Venezuela e Paraguay. Il ministro degli Esteri brasiliano José Serra ha detto che il suo Paese, la maggiore potenza economica del continente, vuole «al più presto» affiancare negoziati bilaterali con Londra ai negoziati già in corso tra Ue e Mercosur.


Boris Johnson ha ospitato il consigliere cinese di Stato Yang Jiechi oggi per i colloqui annuali di politica estera a Lancaster House, Londra.

Il ministro degli Esteri ha sottolineato l’apertura del Regno Unito di studenti cinesi, turisti e le imprese come parte di discussioni su come il libero commercio, mercati aperti e stato di diritto migliorerà la crescita economica.

I Ministri hanno discusso l’importanza di rispettare il diritto internazionale nel Mar Cinese Meridionale e astenendosi da attività che potrebbero aumentare le tensioni. Hanno anche uno scambio di opinioni sui diritti umani e di Hong Kong, tra cui l’importanza di mantenere la fiducia nei “un paese due sistemi”.

Il ministro degli Esteri Boris Johnson ha detto:

Il Regno Unito e la Cina condividono un interesse in un mondo stabile e ordinato. Consigliere di Stato Yang ed io abbiamo parlato del grande progresso che abbiamo fatto nel primo anno del nostro partenariato strategico globale, così come l’urgenza di lavorare sempre più a stretto contatto per affrontare le sfide globali anche attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questioni come la Corea del Nord e Siria . Sono lieto che abbiamo concordato di intensificare la nostra cooperazione a sostegno della ricostruzione afghana e un afgano di proprietà e ha portato soluzione politica al conflitto, e lavorare insieme per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture in Afghanistan.

Come due potenze mondiali, il Regno Unito e la Cina stanno costruendo economie del futuro sostenuta dalla norma di legge che consente l’ambiente imprenditoriale. Mi impegno a intensificare la nostra relazione commerciale, tra cui più l’accesso al mercato per le esportazioni di servizi del Regno Unito e più investimenti cinesi nel Regno Unito.

E i legami tra il nostro popolo continuano a crescere. Il numero di turisti cinesi di visitare la Gran Bretagna è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni e che attualmente accolgono oltre 140.000 studenti cinesi verso le nostre istituzioni educative di livello mondiale qui nel Regno Unito. Qui nel Regno Unito sempre più giovani stanno imparando cinese, il posizionamento del Regno Unito in un mercato sempre più globale.




mercoledì 28 dicembre 2016

Ue asse Francia e Germania. Europa a due



E’ ancora utile all’Europa che il cancelliere tedesco e il presidente francese appaiano insieme di fronte alla stampa, dopo un vertice dell’Unione, per confermare l’esistenza fra i due Paesi di un rapporto speciale? Le prime riserve sulla opportunità dell’asse (come venne subito definito) risalgono alle prime reazioni provocate dal trattato che Charles De Gaulle e Konrad Adenauer firmarono all’Eliseo il 22 gennaio 1963. Tornato al potere nel 1958, il generale aveva accettato i Trattati di Roma per la creazione del Mercato Comune, firmati in Campidoglio un anno prima; ma non aveva mai nascosto il suo scetticismo per il progetto europeista e, contemporaneamente, la sua diffidenza per le potenze anglosassoni e l’Alleanza atlantica.

Quando il trattato dell’Eliseo arrivò al Bundestag per la ratifica, Adenauer dovette constatare l’esistenza di molte riserve e le superò soltanto con un preambolo in cui si assicurava il Paese che l’accordo con la Francia gollista non avrebbe reso la Germania meno europeista e meno atlantica. Il preambolo non piacque al generale, ma fu accettato a Parigi e il trattato divenne da quel momento il simbolo di una storica riconciliazione fra due Paesi che si erano duramente combattuti nel 1870 e nel 1914. Da quel momento anche i partner europei di Francia e Germania dovettero rassegnarsi. L’asse era una implicita offesa alla parità dei membri della Comunità, ma archiviava un dissidio che aveva insanguinato più volte la storia dell’Europa.

La storica fotografia di François Mitterrand e Helmut Kohl, la mano nella mano di fronte al grande ossario di Douaumont, il 22 settembre 1984, per una celebrazione dedicata alla battaglia di Verdun, dimostrava che l’asse era ancora, per molti aspetti, un valore europeo. Ma anche le grandi memorie sono soggette al logorio del tempo. I rapporti di forza tra i due Paesi sono cambiati. Per molto tempo la inferiorità economica della Francia è stata compensata dalla sua superiorità militare. Ma la fine della Guerra fredda ha ridotto il valore della force de frappe (l’arma nucleare francese) mentre l’unificazione tedesca lasciava sul piatto della bilancia una Germania molto più pesante sul piano economico, demografico e geopolitico. Eppure esiste fra i due Paesi una convenienza reciproca a cui nessuno intende rinunciare. La Germania non ha aiutato la lira, durante la crisi monetaria del settembre 1992, all’epoca del governo Amato; ma ha salvato il franco francese. La Germania ha spalleggiato la Francia nel novembre 2003 quando i due Paesi, grazie alla presidenza italiana, poterono sottrarsi alle misure disciplinari per la violazione delle regole sul deficit. Francia e Germania hanno fatto fronte comune contro la guerra degli Stati Uniti all’Iraq nello stesso anno.

Ma ciò che maggiormente garantisce la sopravvivenza dell’asse è probabilmente una sorta di reciproca prudenza. Il rischio di una guerra franco-tedesca non esiste più, ma ciascuno dei due Paesi ha comunque interesse a tenere d’occhio il partner, a seguirne le evoluzioni politiche, a spegnere subito le divergenze che inevitabilmente sorgono fra due grandi Paesi anche quando sono amici e alleati. Nell’ambito della Unione europea, poi, i due Paesi devono sempre accordarsi per evitare di muoversi in direzioni diverse e pregiudicare così la credibilità dell’asse. Finché il quadro politico non cambierà radicalmente, vi sarà sempre una riunione franco tedesca prima di ogni vertice e una conferenza stampa franco-tedesca alla fine dell’incontro. Quanto alla posizione assunta da Matteo Renzi a Bratislava, non è difficile comprendere le ragioni del suo disappunto per un vertice piuttosto modesto e il suo desiderio di non lasciare agli euro-scettici del suo Paese il diritto di criticare l’Europa. Ma se avesse voluto contribuire al declino dell’asse franco-tedesco avrebbe dovuto, in linea con le iniziative prese nel corso dell’estate, partecipare alla conferenza stampa di Merkel e Hollande.

I Paesi che contano, Francia e Germania, hanno già redatto un programma di riforma dell'Europa.

Berlino e Parigi, in qualche modo, vogliono sfruttare l'ondata britannica per aumentare "l'integrazone dei Paesi Ue" e, soprattutto, le prerogative delle istituzioni europee. Il piano è stato firmato dai ministri degli esteri dei due Paesi (il tedesco Frank-Walter Steinmeier e il francese Jean Marc Ayrault) e presentato un po' in sordina al vertice straordinario dei ministri europei a Visegrad di due giorni fa. Un documento che da più parti, soprattutto in Polonia, è stato letto come "il progetto per un Superstato Europeo" che toglierà ulteriore sovranità agli Stati nazionali (leggi il documento).
"Il nostro obiettivo - scrivono Francia e Germania - è quello di muoverci ulteriormente verso l'Unione politica in Europa e invitare gli altri europei a unirsi a noi in questo sforzo". Bene. Bello. Interessante. "Più Europa", insomma, sarebbe la risposta agli euroscettici che stanno spopalando nei Paesi membri e che, invece, chiedono "meno Europa". Ma vediamo in cosa consiste questo rivoluzionario documento.

Sicurezza Europea
Per far fronte agli attentati terroristici, l'obiettivo è quello di "considerare la nostra sicurezza come una e indivisibile". Come realizzarlo? Semplice: "Germania e la Francia - si legge nel documento - propongono un 'European Security Compact' che comprenda tutti gli aspetti della sicurezza e della difesa". In particolare, "l'UE dovrebbe essere in grado di pianificare e condurre operazioni civili e militari in modo più efficace, con il supporto di una catena civile-militare permanente di comando". Poi Bruxelles "dovrebbe essere in grado di contare su forze ad alta prontezza e di fornire un finanziamento comune per le sue operazioni" e "se necessario, gli Stati dovrebbero considerare la creazione di forze navali permanenti". In poche parole, un esercito europeo che scavalchi quelli nazionali.

Non solo. Secondo Berlino e Parigi, i Paesi membri dovrebbero sostenere Bruxelles per creare una "piattaforma europea per la cooperazione di intelligence" per migliorare la sicurezza interna. Anche qui, gli Stati dovrebbero favorire "lo scambio di dati", la "pianificazone di emergenze europee per grandi scenari di crisi" e la creazione di un sistema di risposta europea. Oltre che la "creazione di un corpo europeo di protezione civile".

Infine, nel lungo termine, Francia e Germania puntano a creare un ufficio giudiziario europeo, con un Procuratore sovranazionale per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Cosa che prevede, ovviamente, una sorta di armonizzazione dei sistemi penali dei Paesi membri.
Per ottenere tutto ciò, l'idea è quella di far riunire periodicamente un "Consiglio di sicurezza europeo" che discuta della difesa comunitaria.

Immigrazione
Anche sul tema migranti, Francia e Germania puntano a togliere potere ai governi nazionali. Non solo con la difesa delle frontiere esterne, più volte sbandierata ma mai realizzata, ad opera delle istituzioni europee. La proposta è quella di rendere Frontex autonoma dagli Stati con personale proprio. E il secondo punto riguarda la creazione di un ESTA europeo per concedere i visti agli immigrati diretti in Europa.

L'Euro per salvare l'Ue
Non manca, ovviamente, un riferimento all'unione economica. Per Berlino e Parigi, solo l'Euro può continuare a far da collante dell'Ue. E così propongono di "rafforzare la convergenza economica" per "salvaguardare l'irreversibilità" della moneta unica. In che modo? "Migliorando la responsabilità democratica", ovvero facendo in modo che i cittadini in un modo o nell'altro si convincano che l'Euro è una buona cosa. Inoltre, si prevede di ampliare il "Fondo Europeo per gli investimenti strategici" insieme alla creazione di un'autorità di vigilanza comune.

Un modo, insomma, per spingere gli Stati a trasferire all'Ue i poteri sugli eserciti, sui sistemi economici e sui controlli delle frontiere. Come teme la Polonia.

venerdì 2 settembre 2016

Il premio nobel Joseph Stiglitz: cosa pensa dell'Euro



Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall'alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso.

Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall'inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30. Il tasso di disoccupazione giovanile in Grecia ha invece superato ora il 60%, mentre quello della Spagna è oltre il 50%. Con la devastazione del capitale umano, il tessuto sociale europeo si sta lacerando ed il suo futuro è sempre più a rischio.

I dottori dell’economia dicono che il paziente deve lasciare che la malattia faccia il suo corso, mentre i leader politici che suggeriscono il contrario vengono accusati di populismo. La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia. E ci vorrà un decennio o più per recuperare le perdite generate da questo processo di austerità.

In breve, non è stato né il populismo né la miopia che ha portato i cittadini a rifiutare le politiche che gli sono state imposte, ma è la modalità errata con cui sono state portate avanti.

Le risorse e i talenti dell’Europa (il suo capitale umano, fisico e naturale) sono gli stessi del periodo precedente alla crisi. Il problema è che le cure imposte stanno portando ad un significativo sottoutilizzo di tali risorse. Qualsiasi sia la natura dei problemi dell’Europa, una risposta che comporti uno spreco di quest’entità non può rappresentare la soluzione.

La diagnosi semplicistica dei mali dell’Europa che sostiene che i paesi ora interessati dalla crisi stessero vivendo al di sopra delle loro possibilità, è evidentemente sbagliata almeno in parte. Prima della crisi, infatti, sia la Spagna che l’Irlanda registravano un surplus fiscale ed un rapporto debito/PIL basso, e se la Grecia fosse stata l’unico problema a livello europeo, l’Europa avrebbe potuto gestirlo facilmente.

Ci sono una serie di politiche alternative in discussione che potrebbero funzionare. L’Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. Ovviamente, l’Europa potrebbe non avere bisogno del sistema usato negli Stati Uniti che prevede un rapporto di due a uno della spesa federale rispetto alla spesa statale, ma necessita in ogni caso di una spesa maggiore a livello europeo invece dell’esiguo budget attuale dell’UE (ridotto ulteriormente dai sostenitori dell’austerità).

E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile.

I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa.

Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro). E con l’implementazione di una serie di modifiche nei diversi settori a velocità diverse, la deflazione a livello mondiale innescherebbe degli stravolgimenti enormi nell’economia.

Se la svalutazione interna fosse la soluzione, lo standard dell’oro non sarebbe stato un problema durante la Grande Depressione. La svalutazione interna unita alle politiche di austerità e al principio del mercato unico (che favorisce la fuga di capitali e l’emorragia dei sistemi bancari) è una combinazione altamente dannosa.

Il progetto europeo è stato ed è ancora una grande idea politica con un elevato potenziale di promozione della prosperità e della pace. Ma invece di migliorare la solidarietà all'interno dell’Europa, sta seminando i semi della discordia all’interno e tra i vari paesi.

I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario.

Ovviamente i tedeschi hanno dovuto accettare con riluttanza la necessità di un’unione bancaria che comprenda un sistema di assicurazione dei depositi comune. Ma il passo con cui sostengono queste riforme è in discordanza con i mercati, mentre in diversi paesi i sistemi bancari sono già attaccati al respiratore. Quante altre banche dovranno entrare in terapia intensiva prima che l’unione bancaria diventi una realtà?

E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi.

L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato. Questa è l’unica e semplice verità che i leader europei non sono ancora riusciti a cogliere.

Euro, Stiglitz: “Doveva portare prosperità, ha fatto l’opposto. Ora abbandonarlo o crearne uno per il Sud Europa”

Il Nobel per l'economia, in un intervento sul Financial Times, auspica l'abbandono della valuta comune che in alcuni Paesi ha prodotto "recessioni peggiori della Grande Depressione" e ora "è diventata un fine di per sé, che mina altri aspetti più fondamentali del progetto europeo perché semina divisione invece che solidarietà"

L’euro è “difettoso” fin dalla nascita. E ora la soluzione per i problemi dell’Europa può essere solo un ”divorzio amichevole”: o la fine della moneta unica tout court o l’istituzione di una valuta più flessibile, differenziata tra un “euro del Nord” forte e uno del Sud Europa più debole. La ricetta arriva dal premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, che in un intervento sul Financial Times pubblicato in occasione dell’uscita del suo nuovo libro L’euro e la sua minaccia al futuro dell’Europa auspica l’abbandono della valuta comune. “Doveva essere un mezzo per raggiungere degli obiettivi”, come la prosperità e la solidarietà europea, spiega Stiglitz, ma “ha fatto l’opposto”, producendo in alcuni Paesi recessioni “peggiori della Grande Depressione“. E ora “è diventata un fine di per sé, che mina altri aspetti più fondamentali del progetto europeo perché semina divisione invece che solidarietà”.

“Alcuni ritengono che i governanti abbiano fatto una serie di errori, come l’eccessiva austerità e le riforme strutturali mal disegnate. In altre parola, non ci sarebbe nulla di sbagliato nell’euro a cui non si possa rimediare mettendo qualcun altro al comando”, argomenta il docente della Columbia University. “Io non sono d’accordo. Ci sono problemi fondamentali nella struttura dell’Eurozona, le regole e le istituzioni che la guidano e la costituiscono. Problemi che possono rivelarsi insormontabili, aprendo la strada alla possibilità di un più complessivo ripensamento della moneta unica, fino al punto di disfarla”. Questo, secondo l’economista, “non rappresenterebbe la fine del progetto europeo, visto che le altre istituzioni resterebbero, così come la libera circolazione delle merci e delle persone”.

Per spiegare quali solo i “difetti” originari che rendono l’euro insostenibile, Stiglitz prende come esempio due Paesi agli antipodi come performance economiche: Grecia e Germania. “L’alternativa ad aggiustare i tassi di cambio nominali è adattare quelli reali, facendo diminuire i prezzi greci rispetto a quelli tedeschi. Ma non ci sono regole che possano forzare un aumento dei prezzi tedeschi e i costi sociali ed economici che deriverebbero dal far diminuire abbastanza quelli greci sono enormi”. Risultato: “In assenza di una grande strategia, la troika delle istituzioni internazionali si è agitata e ha creato regole per il latte fresco o la dimensione delle pagnotte“.

’Europa “deve focalizzarsi su quello che è importante per raggiungere l’obiettivo di una stretta cooperazione economica e politica”, per la quale la valuta unica “non è necessaria né sufficiente”. Di conseguenza “è importante che possa esserci una transizione senza scossoni fuori dall’euro, eventualmente in direzione di un euro flessibile”, diviso appunto tra uno forte che sarebbe in vigore nei Paesi del Nord Europa e uno debole per il Sud. “Il problema più complesso sarebbe gestire la zavorra del debito“. Ma la soluzione, spiega Stiglitz, c’è: “La strada più facile per farlo è rinominare tutti i debiti in euro nel nuovo euro del Sud”.

Troppo profonde le differenze fra le economie dei Paesi dell'Eurozona, troppo diverse nelle capitali europee le convinzioni di politica economica. Per Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel, l'euro, come ha scritto nel suo ultimo libro, è ormai una "minaccia per il futuro dell'Europa". 




domenica 21 agosto 2016

Il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli



 Nel 1941 quando il conflitto sembra ancora destinato ad essere vinto dalle forze dell’Asse, tre illuminate menti del panorama intellettuale italiano preparano quello che verrà ricordato come il Manifesto di Ventotene.

La studio di quest’opera, da parte di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, al confino sull’isola di Ventotene appunto, durò all’incirca sei mesi. Furono ispirati da un libro scritto da Junius (pseudonimo usato da Luigi Einaudi) pubblicato circa vent’anni prima, è un fondamentale documento che traccia le linee guida di quella che sarà la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Nel documento dal titolo "Per un'Europa libera e unita" viene sottolineato come i principi che nacquero dalla Società delle Nazioni in seguito alla prima guerra mondiale si fossero persi, lasciando spazio al nazionalismo imperialista delle potenze. Come gli ordinamenti democratici si fossero svuotati del loro senso lasciando spazio a plutocrati e monopolisti. Come lo spirito critico scientifico fosse stato sostituito da nuove fedi materialistiche.

I tre intellettuali previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a sfuggire alle subdole manovre delle élites conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste sarebbe stato quello di ristabilire l’ordine prebellico.

Per contrastare queste forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L’ordinamento di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all'ordinamento democratico e all'autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto.

"È perfettamente esatto, e confermato da tutta l`esperienza storica, che il possibile non sarebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l`impossibile". A queste parole di Max Weber si ispirò il pensiero e l`opera di Altiero Spinelli (Roma, 1907-1986), che fece di tutta la sua vita una battaglia in favore della costruzione di una Europa politica a modello federale.

I risultati formidabili che il movimento federalista ottenne, contribuendo a creare il terreno culturale e politico che favorì il formarsi della prima comunità europea, sono la dimostrazione del valore e dell`attualità del pensiero di Altiero Spinelli.

Con il Manifesto di Ventotene ha cominciato ad affermarsi una nuova visione della politica – il federalismo soprannazionale –, che rappresenta un’autentica alternativa a quello che ancora oggi è considerato come l’ordine naturale delle cose: il paradigma stato-centrico. Il Manifesto di Ventotene segna il superamento della vecchia visione del mondo, secondo la quale lo Stato nazionale è il centro dell’universo politico e il mondo intero ruota attorno ad esso. E prefigurò la  necessità di una federazione europea dotata di Parlamento e di un governo democratico.





venerdì 24 giugno 2016

Brexit: Regno Unito fuori dall'Europa



La data del 23 giugno 2016 potrebbe rivoluzionare le sorti della Gran Bretagna e di tutta Europa, E si va dal secco "We're out", "Siamo fuori", al più creativo "See EU Later" sfoderato dal Sun, che gioca sulle parole e saluta l'Unione Europea, senza rimpianti. Ecco le prime pagine dei giornali britannici in edicola oggi, giorno della Brexit.

Al referendum l’opzione leave (lasciare) ha vinto con il 51,9 per cento, contro il 48,1 per cento del remain (restare). Il premier David Cameron ha annunciato le sue dimissioni entro ottobre.
 Per fare una sintesi un po’ brusca hanno votato per restare in Europa, molti quartieri di Londra, la Scozia, l’Irlanda del Nord e i giovani e i laureati.

Il divorzio dall’Ue non sarà immediato: il premier David Cameron dovrà notificare la scelta al Consiglio europeo, composto da Capi di Stato e di governi dell’Ue e, solo da questo momento, inizierà l’iter di recesso, che potrebbe durare dai due ai cinque anni.

Nove delle 12 macroaree che compongono il Regno Unito hanno votato in favore di Leave e contro l'Ue. Lo certifica un prospetto della Bbc secondo il quale Remain e' prevalso soltanto in Scozia, a Londra e in Irlanda del Nord. Le aree piu' euroscettiche sono state le Midlands, regioni che comprendono grandi centri urbani come Birmingham e vecchi distretti industriali, con le West Midlands contro l'Ue al 59,3% e le East Midlands al 58,8. A ruota il North East e poi lo Yorkshire, proprio la regione in cui giovedi' 16 l'estremista di destra Tommy Mair ha ucciso la deputata laburista Jo Cox, paladina di migranti e integrazione europea. Da notare pure l'inattesa vittoria di Leave, di misura, in Galles La vera roccaforte europeista resta invece la Scozia, pur con un'affluenza inferiore alla media nazionale, che si conferma una realta' a parte nel regno e che ha votato Remain al 62%. Segue Londra, filo-Ue al 59,9% e l'Irlanda del Nord, un po' meno anti-Brexit delle previsioni con il 55,8%

Nigel Farage: “Vittoria della gente comune. Ora un governo Brexit” Farage afferma che al referendum sulla brexit c'e' stata "la vittoria della gente comune contro le grandi banche, il grande business e i grandi politici".   "Ora c'è bisogno di un governo Brexit, che faccia il suo lavoro, che inizi subito il processo di rinegoziazione". Così il leader dell'Ukip, Nigel Farage, commentando la vittoria della Brexit nel referendum di ieri.     "Diciassette milioni di persone hanno detto che dobbiamo uscire dall'Ue - ha aggiunto Farage - Adesso ci siamo liberati per poter stringere accordi di associazione e commercio con tutto il resto del mondo. Ci siamo ridati la possibilità  di collegarci all'economia globale di tutto il mondo".       Bank of England: pronti a sostenere economia con 250 mld di sterline  La Banca d'Inghilterra è pronta a sostenere l'economia nazionale con oltre 250 miliardi di sterline (344 miliardi di dollari) dopo che il paese ha votato per il si' alla Brexit. Per il governatore Mark Carney ci si può infatti attendere un certo grado di "volatilità economica e sui mercati".

Boris Johnson è "triste" per la decisione di David Cameron di dimettersi, ma la "rispetta". L'ex sindaco di Londra, leader della campagna per il Leave al referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, lo ha sottolineato all'inizio della conferenza in cui ha commentato il risultato del voto che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. "Conosco Cameron da molto tempo, è un uomo coraggioso e di principi, che ha servito il suo Paese per molti anni. E' stato il coraggio di Cameron a darci questo referendum", ha aggiunto Johnson.   La Gran Bretagna si prepara a "districarsi dall'Ue senza fretta", ma non volteremo le spalle all'Europa. Il Paese resterà unito". Poi una rassicurazione ai giovani britannici: "Restiamo europei e continuerete a viaggiare in Europa"


mercoledì 1 giugno 2016

Festa per il San Gottardo: tunnel dei record simbolo unità d'Europa



Mezzogiorno. Questa l' "ora x" dell'inizio dei festeggiamenti per l'inaugurazione della galleria di base del San Gottardo, quella che AlpTransit ha ufficialmente consegnato oggi, mercoledì, alla Confederazione.  
Inaugurazione del tunnel di base del San Gottardo, la galleria ferroviaria più lunga del mondo. Per i soli festeggiamenti la Svizzera ha investito 9 milioni di franchi e ha organizzato uno spettacolo, affidato al regista Volker Hesse, che coinvolge 600 artisti.  All'appuntamento i leader europei: il presidente francese Francois Hollande, la cancelliera Angela Merkel, il premier italiano e il cancelliere austriaco Christian Kern.

Al via con una benedizione interconfessionale la giornata di celebrazioni per l’inaugurazione del tunnel ferroviario del San Gottardo: oltre 57 km nel cuore delle Alpi, che ne fanno il più lungo al mondo e promettono di avvicinare il nord e il sud dell’Europa, riducendo i tempi di percorrenza lungo la direttrice fra Genova e Rotterdam.

Dall’entrata in funzione, il prossimo dicembre, il tunnel sarà attraversato quotidianamente da più di 320 treni, nei due sensi di marcia. Cifre che, in base alle stime delle ferrovie svizzere, entro il 2020 dovrebbero garantire un incremento del 20% del traffico merci e di più del 30% di quello passeggeri.

Quando nel 2020 saranno ultimati anche il Tunnel Ceneri, in Canton Ticino, e le altre opere sul versante italiano, il San Gottardo ridurrà i tempi di percorrenza fra Milano e Zurigo a meno di tre ore.

L’inaugurazione dell’opera, costata quasi 11 miliardi di euro, arriva al termine di 17 anni di lavori e di scavi, fino ad oltre 2000 metri di profondità.

Sono oltre 1.100 gli ospiti e 300 i giornalisti accreditati per l'evento che si svolge contemporaneamente a Erstfeld nel canton dell'Uri e a Pollegio nel Canton Ticino, cioè ai due lati della galleria

Passeggeri del viaggio inaugurale, mille svizzeri che hanno vinto un concorso a cui hanno partecipato 160 mila persone e due scolaresche. Prima della partenza Johann Schneider-Amman, il presidente della confederazione Elvetica (da Rynaecht, a nord del tunnel), e il ministro Doris Leuthard (a Pollegio, nel Canton Ticino, all'ingresso Sud del tunnel) hanno sottolineato l'importanza del nuovo collegamento che permette di risparmiare almeno mezz'ora,  (un'ora nel 2020) fra Zurigo e Milano.

Scheider-Amman ha ricordato che già all'inaugurazione della prima galleria nel 1882 erano presenti le autorità degli Stati confinanti a sottolineare "l'importanza internazionale" dell' opera che ancora oggi è importante per "l'Europa". "L'opera del secolo" ha aggiunto il ministro. Poi si è levato il fischio dei treni che, in contemporanea, hanno iniziato ad attraversare i 57,1 km del tunnel ed è cominciato lo spettacolo. Primi ad entrare ballerini-acrobati vestite con le tute arancioni degli operai che hanno costruito la galleria.

mercoledì 9 marzo 2016

Le Europa alza il muro: chiusa la rotta balcanica verso il nord


Europa per migranti e profughi. Macedonia, Croazia e Serbia hanno chiuso definitivamente le loro frontiere. Circa 13mila persone sono rimaste bloccate in Grecia. Dopo il vertice tra Unione europea e Turchia, la Slovenia consente l’accesso solo a chi ha documenti validi per l’area Schengen.

L’Ungheria ha inviato altri 1.500 soldati al confine con la Serbia per fermare il passaggio dei migranti.

Le autorità a Skopje hanno spiegato che ciò fa seguito alle decisioni di Slovenia Croazia e Serbia di non accettare più migranti senza documenti validi e di ripristinare il regime delle regole Schengen. Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) si è definito "profondamente preoccupato" per il progetto di accordo Ue-Turchia.

La Macedonia ha chiuso i suoi confini per i migranti, e dalla mezzanotte non si accettano più profughi nel centro di accoglienza di Gevgelija. Le autorità a Skopje hanno spiegato che ciò fa seguito alle decisioni di Slovenia Croazia e Serbia di non accettare più migranti senza documenti validi e di ripristinare il regime delle regole Schengen. Nessun migrante è entrato in Macedonia dalla Grecia nelle ultime ore, e in pratica la rotta dei Balcani è stata chiusa.  La Slovenia è stata il primo Paese dell’Ue ad applicare l’intesa raggiunta lunedì notte a Bruxelles con la Turchia. I termini non sono ancora perfezionati e con Ankara servirà un nuovo incontro, il 17 marzo, ma per Lubiana un accordo c’è e va dunque applicato al confine con la Croazia, Paese che a sua volta non è dell’area Schengen e dallo scorso agosto faceva passare i migranti: da mezzanotte, la polizia accetterà solo chi ha il visto, chi chiede asilo e chi ha bisogno d’aiuto umanitario.

Orban decreta stato di crisi in Ungheria  Il governo ungherese ha proclamato lo stato di crisi in tutto il Paese, in seguito alla chiusura della rotta balcanica. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Sandor Pinter oggi a Budapest, in conferenza stampa. In seguito a questa decisione, la polizia e i militari ungheresi saranno rafforzati con altri 1.500 soldati. Tusk: stop nei Balcani è decisione a 28 "Il flusso irregolare di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali è finito. Non è una questione di azioni unilaterali, ma una decisione comune a 28", così il presidente del consiglio europeo Donald Tusk su Twitter. "Ringrazio i Paesi dei Balcani occidentali per l'attuazione di parte della strategia globale europea per gestire la crisi dei migranti", aggiunge.

Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) si è definito "profondamente preoccupato" per il progetto di accordo Ue-Turchia "Come prima reazione sono profondamente preoccupato da qualsiasi accordo che possa implicare un respingimento a tappeto da un Paese a un altro senza le protezioni di salvaguardia previste dalla legge internazionale", ha dichiarato Filippo Grandi al Parlamento europeo all'indomani dell'intesa di massima raggiunta tra Europa e Ankara, da finalizzare al vertice Ue del 17-18 marzo, che prevede innanzitutto che la Turchia si riprenda tutti i migranti "economici" (quelli che non hanno diritto alla protezione internazionale) che sono arrivati in Grecia dopo aver attraversato illegalmente la frontiera. Inoltre, saranno rimandati indietro, a spese dell'Ue, anche i profughi che avrebbero diritto alla protezione internazionale (siriani compresi) ma che sono approdati illegalmente nelle isole greche dell'Egeo partendo dalle coste turche.

A Idomeni restano ancora 15 profughi  Nel centro di accoglienza di Tabanovce, nei pressi di Kumanovo al confine nord con la Serbia, restano poco più di mille migranti in condizioni molto precarie sia per la scarsità di cibo sia perché sono tutti all'aperto, al freddo e sotto la pioggia. Al tempo stesso a sud sono quasi 15 mila i migranti e profughi bloccati da settimane a Idomeni, in territorio greco alla frontiera con la Macedonia, anche'essi in condizioni insostenibili, con una situazione igienico-sanitaria indescrivibile, sotto tende precarie che affondano nel fango. Tantissime famiglie con donne, bambini e anziani molti dei quali malati e bisognosi di assistenza medica. Nessuno sa ancora quale sarà la loro sorte.

venerdì 31 ottobre 2014

I missili russi Iskander ai confini con l’Europa a Kaliningrad



Mosca conferma di aver dislocato vicino ai confini con l’Europa una serie di batterie di missili a corto raggio Iskander. Secondo un portavoce del ministero della difesa russo il nuovo scenario non contraddice gli accordi internazionali.

Per molti osservatori però si tratta di una risposta al programma di scudo antimissile avviato dalla Nato, che prevede nuove infrastrutture in Polonia, alle porte della Russia.

Il progetto di guerre stellari, annunciato da George Bush e non cancellato da Obama, divide le due superpotenze, e rischia di far tornare sull’Europa un clima da guerra fredda.

Per il Cremlino lo scudo antimissile è “difensivo solo a parole”. “La corsa degli Stati Uniti verso nuovi armamenti – ha detto il presidente Putin in tv – rischia di “ridurre a niente” gli attuali accordi sul disarmo atomico”.

La Russia ha pubblicato il piano per schierare i missili Iskander alla sua frontiera occidentale – nella regione di Kaliningrad o nei territori dei paesi confinanti, ma il processo per sondare la reazione di Washington è chiaramente troppo lungo. In politica, non saper apprezzare l’importanza dell’azione rapida crea sempre problemi, la situazione di cui sopra ne è un esempio lampante. Gli Iskander sono un’arma straordinariamente potente, ma sembra che Mosca rischi di giocare la carta come elemento secondario nel gioco diplomatico. Si ha l’impressione che la minaccia di dispiegare i missili nella regione di Kaliningrad, sia stata trasmessa troppo a lungo affinché la NATO nel suo complesso, o anche per la Polonia e la Repubblica Ceca, la prendano sul serio.

Se questo è il caso e la potente arma è svalutata a causa della evidente mancanza di volontà di usarla, l’avversario ha motivo di ritenere che la minaccia sia inesistente. In altre parole, la NATO si sente libera espandersi a est, in linea con la sua strategia, e di disprezzare le obiezioni della Russia come verbosità.

Recentemente, il ministro russo della Difesa e veemente fautore della riforma dell’esercito, A. Serdjukov, ha involontariamente contribuito alla decisione della NATO di farsi strada nello spazio geopolitico post-sovietico. Ha detto in Finlandia, il 19 febbraio, che se l’Europa non pone rischi alla Russia, non ci saranno Iskander nella regione di Kaliningrad – e sarebbero dispiegati solo se emergessero delle minacce.

Che cosa significa il ‘se’ di Serdjukov? La questione è di quali nuove minacce, provenienti da Occidente, il ministro della difesa russa abbia bisogno per muoversi. Gli Stati Uniti hanno affermato, con estrema chiarezza, che le infrastrutture della loro difesa anti-missilistica dovrebbero essere localizzate in Polonia, Romania e Bulgaria. Altri paesi – Georgia e Turchia – potrebbero ospitarle in futuro. E non basta? Dobbiamo aspettarne altre? Le minacce sono elencate dalla dottrina militare ufficiale della Russia. Washington spiega audacemente che i piani per i siti dello scudo antimissile, in prossimità dei confini della Russia, sono volti a neutralizzare la minaccia posta dai missili della Corea del Nord e dell’Iran. Gli autori di tali “spiegazioni” devono voler prendere in giro la Russia.

E nei giorni scorsi la Nato è stata all'inseguimento di aerei russi, la guerra fredda è resuscitata ieri nei cieli d'Europa. Le tensioni tra Russia e Occidente che dall'Ucraina si sono proiettate sul Baltico - e non solo - hanno toccato il culmine quando l'Alleanza atlantica ha fatto sapere che tra martedì e mercoledì più di 20 aerei militari russi, tra cui sei bombardieri nucleari, hanno condotto «manovre militari significative» ai limiti dello spazio aereo europeo e della Nato. Un'attività «insolita» che ha fatto alzare in volo aerei di otto Paesi Nato, oltre alla forza di monitoraggio dell'Alleanza sul Baltico. Incursioni che, fa notare la Nato, costituiscono un potenziale rischio per l'aviazione civile, dal momento che gli aerei russi interessati non hanno presentato piani di volo, hanno spento i radar e non hanno risposto a chiamate radio da controllori di volo civili o militari.

Gli apparecchi russi - caccia, bombardieri e aerei cisterna - sono stati avvistati sul Mar Baltico, sul Mare del Nord e sul Mar Nero. Un'operazione che segue di una settimana la violazione dello spazio aereo estone, secondo la Nato la prima seria provocazione nei confronti di un Paese dell'Alleanza dalla caduta del muro di Berlino.

Da quattro diverse località aerei portoghesi, turchi, britannici e norvegesi sono decollati ieri per intercettare i caccia. La Nato non precisa se la missione si sia conclusa. L'operazione più significativa è avvenuta sul Mare del Nord, dove una pattuglia di otto aerei russi - quattro bombardieri strategici nucleari Tu-95 accompagnati da quattro rifornitori - sono stati intercettati mentre volavano in formazione sopra il Mar di Norvegia, provenienti dalla Russia.

L'aeronautica norvegese ha inviato F-16 a intercettarli, e quando due bombardieri russi hanno proseguito verso il Mare del Nord, è intervenuta la Raf con i suoi Typhoons, seguita da bombardieri portoghesi una volta che i russi si sono avvicinati alla penisola iberica.

L'avventura continuava intanto su un altro fronte, sul Baltico: dove i jet della missione aerea della Nato di base in Lituania si sono alzati in volo per intercettare una pattuglia di sette caccia russi, tra cui due MiG-31 Foxhounds, due Su-34 Fullbacks, un Su-27 Flanker e due Su-24 Fencers. Dall'altra parte dell'Europa, la Turchia ha scortato due bombardieri strategici russi che si stavano avvicinando al suo spazio aereo attraverso il Mar Nero. Il giorno precedente jet tedeschi, danesi, finlandesi e svedesi avevano partecipato a un'operazione simile sul Baltico, dopo aver intercettato una formazione simile a quella che si è alzata in volo ieri. Anche se in questo caso, spiega la Nato, i jet russi avevano comunicato i propri piani di volo e lasciato accesi i radar, pur mantenendo il silenzio radio con i controllori di volo.

La prova di forza russa è proseguita anche dal mare, dove il sommergibile nucleare Jurij Dolgorukij ha testato ieri con successo il lancio del missile balistico Bulava. Come comunica il ministero della Difesa russo, il lancio è stato eseguito nel Mare di Barents, e l'obiettivo è stato colpito in un poligono russo della Kamchatka, nell'Estremo Oriente russo.

A sottolineare il clima di tensione, martedì scorso la Polonia aveva comunicato che intende rafforzarsi sui confini orientali, verso l'énclave russa di Kaliningrad e verso l'Ucraina. «È un piano che verrà attuato nel corso di alcuni anni - ha spiegato alla radio nazionale il ministro della Difesa, Tomasz Siemoniak -. Sarà una serie di iniziative connesse alle unità all'Est, e ci saranno anche investimenti in infrastrutture. Ovviamente, tutto questo ha un collegamento con quanto sta avvenendo in Ucraina. È parte di un processo che trae conclusioni da quella crisi». E dall'inizio della crisi ucraina la Polonia insiste perché la Nato stabilisca basi militari permanenti sul suo territorio: in violazione degli impegni presi al momento dell'ingresso nell'Alleanza dei Paesi confinanti con l'ex Urss.



martedì 1 luglio 2014

Corte europea accetta la legge francese sul velo integrale



La Corte europea dei diritti umani ha giudicato legittima la decisione francese di vietare il velo integrale nel paese bocciando il ricorso di una francese usa indossare il niqab e il burga.

La corte nella sua sentenza sottolinea che le autorità francesi nel definire il provvedimento di divieto del velo integale hanno avuto “l’obbiettivo legittimo di garantire le condizioni della vitta associata”. Di conseguenza la legge che vieta il velo, adottata in Francia a fine 2010, non è contraria alla convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Secondo la corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo la legge francese che vieta d’indossare il velo integrale non viola né il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata.
È stato quindi respinto il ricorso presentato da una donna francese di 24 anni, di religione musulmana, che si era rivolta alla corte per contestare la legge approvata nel 2010 in Francia ed entrata in vigore l’11 aprile 2011.

La donna si era appellata all’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata), all’articolo 9 (diritto alla libertà di pensiero e di religione) e all’articolo 14 (diritto a non essere discriminati) della Convezione europea dei diritti dell’uomo, dichiarando di indossare burqa e niqab in piena libertà e seguendo la propria volontà di vestirsi a suo piacimento.

La sentenza della corte sottolinea che la legge francese è effettivamente un’intromissione “permanente” nella vita privata e nella religione dei cittadini, ma è legittimata dalla motivazione di “proteggere le condizioni della vita associata”, prevista dalla Convezione, spiega Le Monde.

Per la corte è invece eccessiva la motivazione della sicurezza addotta dalla Francia per introdurre il divieto. Secondo la corte europea il divieto assoluto di portare il velo non è proporzionato alla preoccupazione di evitare “scambi d’identità” e “prevenire attentati alla sicurezza di persone e beni”.

Secondo Amnesty International la decisione della corte è “profondamente sbagliata” ed è “una minaccia alla libertà d’espressione”.



venerdì 30 novembre 2012

ONU: Palestina Stato osservatore


In una giornata che sarà ricordata nei libri di storia, la Palestina diventa Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite  dell'Onu. Esattamente 65 anni dopo il voto sulla spartizione della Terra Santa in due Stati (era il 29 novembre del 1947), l'Assemblea generale delle Nazioni Unite si rende protagonista di un'altra giornata da ricordare per la storia politica internazionale, e nasceranno molte polemiche approvando con 138 voti su 193 una risoluzione che il presidente dell'Anp Abu Mazen ha voluto con forza. E che i vertici dell'Autorità nazionale palestinese considerano solo un primo passo verso la nascita di un vero e proprio Stato e verso il riconoscimento della Palestina come Paese membro a pieno titolo delle Nazioni Unite.

Ricordiamo che la votazione è avvenuta dopo che il presidente dell'Anp, Abu Mazen, aveva preso la parola davanti all'Assemblea generale spiegando che "la Palestina crede nella pace e la sua gente ne ha un disperato bisogno. Dateci il certificato di nascita".

"È arrivato il momento di dire basta all'occupazione e ai coloni, perché a Gerusalemme Est l'occupazione ricorda il sistema dell'apartheid ed è contro la legge internazionale. I palestinesi non accetteranno niente di meno dell'indipendenza sui territori occupati nel 1967 con Gerusalemme Est", aveva tuonato il leader palestinese.

La replica di Israele è arrivata subito. Il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la votazione "non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà", assicurando tuttavia che "la mano di Israele resta tesa verso la pace". Nei confronti del leader palestinese la risposta è stata caustica: "Parole ostili, velenose non da uomo che vuole la pace".

Gli Usa, che hanno votato contro la risoluzione, non hanno preso bene la decisione dell'Onu. Secondo l'ambasciatore Usa all'Onu, Susan Rice, si tratta di una "risoluzione controproducente" che ostacola il raggiungimento dell'obiettivo di "due Stati per due popoli". Ancor più netta l'opinione del segretario di Stato americano Hillary Clinton, secondo cui il voto "pone nuovi ostacoli sul cammino della pace". Soddisfazione invece da parte della Santa Sede: "Accogliamo con favore la decisione dell'Assemblea Generale".

Mentre l'Europa si è trovata ampiamente divisa, infatti, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Grecia e Spagna hanno dichiarato di appoggiare la risoluzione, la Germania ha fatto invece sapere che si sarebbe astenuta. L'Italia invece ha deciso di dare il sostegno all'Anp. Lo ha annunciato nel pomeriggio una nota di Palazzo Chigi che ha suscitato l'irritazione di Israele, rimasta "delusa dall'Italia", nonostante il premier Monti avesse precisato che la scelta del suo esecutivo fosse "parte integrante dell'impegno del governo italiano volto a rilanciare il processo di pace con l'obiettivo di due Stati, quello israeliano e quello palestinese, che possano vivere fianco a fianco, in pace, sicurezza e mutuo riconoscimento".

“Ora bisogna immediatamente riaprire i negoziati”, hanno chiesto i paesi europei, con in testa l'Italia, che hanno votato sì. Soddisfazione anche dal Vaticano, mentre il segretario generale Ban Ki Moon ha chiesto che siano i palestinesi a fare il prossimo passo riconoscendo il diritto ad esistere in pace e sicurezza di Israele.

Fiamma Nirenstein dalle colonne del Il Giornale ha attaccato la posizione di Palazzo Chigi sostenendo che: “un Parlamento che da va­ri anni ha fatto suo onore e vanto di essere il migliore amico europeo di Israele, la cui de­legazione all’Onu solo nel luglio del 2011 di fronte a una risoluzio­ne id­entica ha risposto in modo op­posto a quello attuale, e poi ha affermato che: il comunicato di Palazzo Chigi  sembra scritto da un bambino che ignora l’abc della politica medio­rientale, e soprattutto che scaval­ca senza remore, le scel­te politiche di fondo del Parlamen­to italiano, che non è mai stato mi­nimamente consultato”.