Visualizzazione post con etichetta Cuba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cuba. Mostra tutti i post

giovedì 19 aprile 2018

La Cuba del dopo Castro: ecco Miguel Diaz-Canel



È la fine di un'era, ma una conclusione che ha in sé anche i segni della continuità quella che si vive oggi a Cuba, dove per la prima volta a capo dell'isola c'è un uomo che di cognome non fa Castro e che non ha partecipato direttamente alla guerriglia dei "barbudos".

Era stato annunciato ormai da tempo e non ci sono state grandi sorprese. Miguel Diaz-Canel è il nuovo presidente di Cuba il primo che non fa parte della famiglia Castro. Una presentazione in perfetto stile comunista con la promessa di difendere la rivoluzione e modernizzare il paese.

L'amministrazione Trump non è rimasta convinta dei proclami. Così la portavoce del dipartimento di Stato: "I cittadini cubani non possono davvero mettere bocca nel processo di transizione. Siamo delusi dal fatto che il governo cubano ha deciso di mettere la sordina all'opposizione e continuare il suo repressivo monopolio al potere, piuttosto che permettere al suo popolo elezioni sinceramente democratiche per arrivare a una scelta davvero ponderata di un leader.

Le reazioni sull'isola sono diverse da persona a persona. Alcuni combattono con la penuria economica e sono frustrati con l'enfasi del governo sulla continuità. "Molte cose dovrebbero cambiare a Cuba perché l'esperienza dimostra che ci sono sempre cose che vanno male. Non siamo perfetti". Altre persone sono più entusiaste: "Era un compagno che per me ha tutte le capacità che servono".

Washington ha ripetuto che continuerà a vigilare sull'isola anche se, per ora, non sembrano in dubbio le aperture della precedente amministrazione di Barack Obama.

"La rivoluzione continuerà", ha assicurato Miguel Diaz-Canel, il primo vice-presidente del governo, eletto come previsto per prendere il posto di Raul, fratello minore di Fidel Castro. Ma intanto si apre almeno in linea teorica un'era differente, che allontana il Paese dall'idea di un'isola a guida famigliare, pure se il generale Raul sovrintenderà da vicino il passaggio di potere: rimanendo a capo del Partito comunista fino al proprio congresso, che non si terrà prima del 2021; e mantenendo il grado militare che fa di lui l'ufficiale di più alto rango nelle forze armate cubane. Diaz-Canel ha reso omaggio al suo predecessore, Raul Castro, assicurando che resterà "a capo della vanguardia rivoluzionaria" in quanto segretario del Pcc e "prenderà le principali decisioni per il presente e il futuro" dell'isola. In risposta alle loro "preoccupazioni ed aspettative", ha aggiunto, i cubani sanno che possono contare sull'"esperienza e la leadership" del Pcc, l'eredità del pensiero di Fidel Castro e l'esempio di suo fratello Raul. In quanto alla "attualizzazione del modello economico e sociale" di Cuba, Diaz-Canel ha detto che è necessario "perfezionarne l'applicazione e correggerne gli errori, che spesso irritano la popolazione e seminano cinismo ed insoddisfazione", senza entrate nei dettagli della questione. Per quanto concerne la politica estera, il nuovo leader cubano ha assicurato che resterà "inalterabile", in un "contesto internazionale segnato da un ordine mondiale ingiusto", perché "Cuba non fa concessioni: mai cederemo i nostri principi in base a pressioni o minacce". "Siamo sempre disposti a dialogare con tutti, a partire dal rispetto, dall'essere trattati come uguali", ha indicato Diaz-Canel, prima di aggiungere che "la Rivoluzione è viva e va avanti", continuando a svilupparsi "senza timori e senza passi indietro".

Diaz-Canel è stato eletto nel secondo giorno dell'Assemblea nazionale che ha visto votare 604 deputati. Il 99,83% dei presenti - tutti tranne uno - hanno posto il loro voto sotto il nome del delfino di Castro, chiamato all'Avana nel 2009 per prendere il posto di ministro dell'Istruzione. Sarà ora il veterano Salvador Valdes Mesa ad affiancarlo come vice-presidente per i prossimi cinque anni.

Il 57enne Diaz-Canel, alle spalle una formazione da ingegnere e ruoli da leader locale nelle province di Villa Clara, dove è nato, e poi a Holguin, luogo d'origine della famiglia Castro, è ora sia presidente della Repubblica che del Consiglio dei ministri. Dovrà guidare un Paese in bilico, che aveva trovato la strada per un'apertura all'America e che ora deve fare i conti con un'amministrazione non necessariamente intenzionata a procedere sulla strada di una normalizzazione delle relazioni.

Per sei decenni i Castro hanno tenuto in mano le redini di Cuba. Da quando Fidel dichiarò la vittoria della rivoluzione nel 1959, fino a quando il fratello non ha passato il testimone, il nome dell'isola è sempre stato collegato ai due figli di Angel, un immigrato galiziano e Lina, una cubana.

Fidel pose fine alla dittatura di Fulgencio Batista, stabilendone un'altra e dando alla popolazione accesso universale ai servizi sanitari e all'istruzione. La caduta del blocco sovietico, suo principale sostenitore, mise in difficoltà il Paese, in particolar modo dal punto di vista economico.

Quando nel 2008 al potere salì Raúl, questo sorprese i cubani e il mondo intero con una politica più aperta del previsto. Il disgelo con gli Stati Uniti durante l'era Obama, rallentato poi con l'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, è stato il suo più grande successo in campo estero.

Per quanto riguarda gli affari interni, il Presidente ha espanso l'attività imprenditoriale privata, ancora povera in un Paese nel quale i due terzi della popolazione lavora nel settore pubblico e lo stipendio medio è di trenta dollari al mese. "La vecchia mentalità ha battuto Raúl Castro. Il peso della vecchia mentalità è ancora fortemente segnato da alcune linee politiche", spiega Carlos Alzugaray, ex diplomatico cubano.

Raúl ha revocato molti dei divieti ai suoi connazionali, come la possibilità di andare all'estero, avere un'auto, una casa, un telefono cellulare o un forno a microonde. Raúl ha inoltre dichiarato più volte che Cuba non può incolpare l'embargo statunitense per tutto ciò che non funziona. Ora bisogna vedere se continuerà ad avere un'influenza sull'isola caraibica, in quanto capo del Partito comunista, una posizione che manterrà almeno fino al 2021.




sabato 26 novembre 2016

La morte di Fidel Castro, Yoani Sanchez e gli esuli festeggiano



La notizia della morte di Castro, il "fondatore della rivoluzione", è stata data da suo fratello Raul, attuale presidente di Cuba, poco prima di mezzanotte e gli esuli si sono riversati sulle stradi principali di Little Havana. In alcune dichiarazioni rilasciate a Efe Ramon Saul Sanchez, capo dell'organizzazione di esuli Cuban Democracy Movement, ha parlato della morte di un "tiranno".

"Mia madre è cresciuta sotto Fidel Castro, io sono nata sotto Fidel Castro... mio figlio è nato sotto Fidel Castro, i miei nipoti nasceranno senza Fidel Castro". E' solo uno dei tweet che la dissidente cubana Yoani Sanchez ha postato dopo la notizia della morte dell'ex presidente cubano.

"Durante la mia infanzia e adolescenza Fidel Castro ha deciso da quello che ho mangiato, fino al contenuto dei miei libri di scuola...", scrive in un altro tweet. E ancora: "Mai nell'ultimo mezzo secolo, era stato così dimenticato quanto al momento della sua morte", prosegue in un ulteriore 'cinguettio'.

Scene di gioia per le strade di Little Havana, a Miami, dove una folla di cubani-americani si è riversata in strada per festeggiare la morte di Fidel Castro. Molti i cori e gli slogan contro "il dittatore" e lungo Calle Ocho, il cuore della piccola Avana.

Finalmente" Fidel Castro muore. Lo scrive in un tweet 14 y medio, il blog della nota dissidente Yoani Sanchez commentando la morte dell'ex presidente cubano. Anche un altro media, Diario de Cuba, commenta la notizia del decesso del "dittatore che aveva ceduto il potere al fratello Raul Castro nel luglio del 2006". L'altra faccia della morte del lìder màximo è quella degli oppositori e dissidenti, che non si fanno scrupolo a festeggiare il decesso.

Decine di esuli cubani si sono riuniti al Caffé Versailles a Miami, con le bandiere del loro paese e quelle degli Stati Uniti. I canali televisivi locali hanno mostrato le immagini della folla al di fuori del famoso caffè, che è già stato teatro di feste simili ogni volta che si sono diffuse voci sulla morte del Lìder Maximo, e in occasione di manifestazioni di protesta o riunioni di esuli a Miami.

La parabola biografica di Fidel Castro è inseparabile dalla storia della rivoluzione cubana della quale fu il Lider Maximo, una rivolta armata lanciata alla fine degli anni '50 contro il regime di Fulgencio Batista che poco tempo dopo l'abbattimento del tiranno cominciò a trasformarsi in un regime totalitario. Ancora oggi Cuba è il paese dell'emisfero occidentale nel quale il governo è responsabile delle peggiori violazioni e soppressioni dei diritti umani, secondo numerosi esperti e ONG, che nel corso degli anni hanno affrontato con dati e analisi questo aspetto oscuro dell'Avana.

La totale corruzione del regime ha reso difficile la raccolta di informazioni affidabili. Ciò non ha però impedito agli organismi a difesa dei diritti umani di segnalare per esempio che il governo reprime "sistematicamente individui e gruppi che lo criticano o rivendicano i loro diritti" (Human Rights Watch, 2013), mantiene "un ferreo controllo di oppositori, attivisti dei diritti umani e giornalisti indipendenti" (Amnesty International, 2014), nell'ambito di una "permanente e sistematica di violazione dei diritti dei cittadini" (Commissione Interamericana dei Diritti Umani, 2014).

Di fatto, nei suoi lunghi anni al potere Castro ha eliminato le libertà civili nell'isola, dove non esiste pluralismo politico, né diritto di assemblea o di manifestazione. E ancora, viene sottolineato da più fonti, le autorità controllano ogni forma di espressione pubblica. Sulla base del modello delle repubbliche popolari dell'Europa dell'Est, si è sviluppato un sistema di controllo e repressione sociale capillare di terribile efficacia.

E' difficile stabilire il numero esatto delle vittime del castrismo: Amnesty registra 237 condanne a morte per motivi politici dal '59 all'87, ma lo storico britannico Hugh Thomas sostiene che ci sono state 5.000 esecuzioni dal '59 al '70. Il 'Libro Nero del Comunismo', curato da Stephane Courtois, parla di 15-17 mila morti per motivi politici dal trionfo della Rivoluzione fino alla metà degli anni '90. Una cifra meno aleatoria e sicuramente significativa è quella dei cubani andati via dall'isola, malgrado le forti restrizioni all'emigrazione, da quando i Castro sono al potere: in totale circa 1,2 milioni, pari al 10% della popolazione cubana. Un numero che aiuta a capire perché le rimesse dei cubani all'estero rappresentano un'entrata di valuta estera superiore a quella dell'industria turistica.

La storia di Fidel, che è la storia di Cuba, è segnata dai capitoli che hanno accompagnato lo sviluppo autoritario del governo, a partire dalle fucilazioni nella prigione della Cabana all'Avana e la fondazione del primo campo di lavoro a Guanahacabibes nel '59: entrambi coordinati da Ernesto 'Che' Guevara. Oltre alla condanna a 20 anni di carcere per "sovversione" del comandante ribelle Huber Matos, che scontò tutta la sua pena e morì in esilio nel febbraio del 2014.

Nel '61 Castro pronunciò d'altra parte il suo famoso discorso rivolto agli intellettuali che segnò la fine della libertà artistica ("Quali sono i diritti degli artisti? Dentro la rivoluzione tutto, contro la rivoluzione nessun diritto"). Dieci anni dopo il poeta Herberto Padilla fu processato per "attività sovversive" e obbligato ad un'autocritica pubblica nello stile dei processi stalinisti.

Nel 1989 il generale ed eroe della 'revolucion' Arnaldo Ochoa venne fucilato per narcotraffico e tradimento. Ogni iniziativa dei dissidenti viene schiacciata con una combinazione di repressione poliziesca e 'manifestazione spontanea delle masse': nel 1998 Oswaldo Payà lanciò il 'Progetto Varela', raccogliendo le firme per promuovere una riforma costituzionale. Fidel rispose con un appello al popolo e nel giugno del 2002 convocò in piazza oltre 9 milioni di cubani.

Nel 2003 lanciò la 'Primavera Nera', durante la quale decine di dissidenti furono arrestati e condannati a lunghi anni di carcere. Le mogli e le familiari delle vittime di quell'ondata repressiva fondarono le 'Damas de Blanco' - Premio Sakharov dell'Europarlamento nel 2005 - che ancora oggi sfilano ogni domenica andando a messa nel centro dell'Avana, circondate da gruppi che gridano contro "i nemici della Rivoluzione".

Ricordiamo che la blogger cubana Yoani Sanchez non era potuta uscire da Cuba, nemmeno per ritirare un premio alla Columbia University di New York , dove le era stato assegnato un riconoscimento prestigioso: una menzione per giornalismo eccellente dal Maria Moors Cabot Prize, uno dei più antichi al mondo. Era già successo per ritirare un premio in Spagna per il suo lavoro di reporter digitale.

Da quando è diventata celebre per il blog Generacion Y, dove racconta la vita di tutti i giorni a Cuba e non ha risparmiato critiche all’autorità politica, Yoani è stata invitata all' estero numerose volte, ma non è mai riuscita a lasciare l' isola. In una intervista sul settimanale brasiliano Veja, ha raccontato di aver chiesto il visto di uscita in dieci occasioni, sempre motivandolo con inviti ricevuti. In tre casi il permesso è stato esplicitamente negato, negli altri la blogger non ha ricevuto in tempo la risposta, a causa di lungaggini burocratiche, e ha desistito. Nella stessa intervista, ha confermato che non intende approfittare di un eventuale visto di turismo per lasciare Cuba, come spesso decide di fare chi lo ottiene, in quanto: ”La materia prima del mio lavoro è la realtà cubana. Non voglio e non posso restare lontana dalle mie storie. Da tempo ho capito che la vita per me non esiste in altro posto che non sia Cuba. È il mio Paese e qui tornerò sempre”.

Un altro episodio che ha mostrato la cruda realtà dell’isola caraibica, che la blogger, insieme ad un altro reporter digitale le autorità cubane, con l’aiuto degli agenti della Sicurezza dello Stato, usando “molta violenza fisica e verbale” hanno impedito loro di partecipare a una manifestazione per la pace e la non violenza all’Avana. È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente».

Nell’aprile del 2007 comincia l’avventura del Blog Generación Y, definito come “un esercizio di codardia”, perché è uno spazio telematico dove può dire quello che è vietato sostenere nella vita di tutti i giorni. Yoani vive all’Avana insieme al giornalista Reinaldo Escobar, con il quale divide la sua vita da quindici anni, e adesso può dirsi più informatica che filologa. Ha pubblicato in Italia Cuba libre - vivere e scrivere all’Avana. Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una "y greca". Nati nella Cuba degli anni 70 e 80, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione. Per questo invito a leggermi e a scrivermi soprattutto Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che si portano dietro le loro "y greche".



martedì 29 marzo 2016

Fidel Castro critica la visita di Barack Obama


Dopo che Barack Obama ha seppellito la guerra fredda arrivano le parole di commento di Fidel Castro: “Non abbiamo bisogno di regali dall’impero”, ha scritto l’ex leader comunista sul giornale del governo Granma, a una settimana dal viaggio sull’isola del presidente statunitense.
Obama era stato accolto da Raul Castro, il fratello di Fidel che oggi è al potere, nel quadro della generale distensione dei rapporti diplomatici tra i due paesi.

Così aveva sostenuto al suo arrivo a Cuba Obama "Sono qui per seppellire quello che resta della Guerra Fredda", aveva sostenuto Barack Obama parlando al popolo di Cuba al Gran Teatro dell'Avana. "Qualcuno ha pensato che sarei venuto qui a demolire, mentre sono qui a parlare a giovani cubani che vogliono costruire". Così il presidente degli Stati Uniti parla degli "ideali, punto iniziale di ogni rivoluzione", ma che possono trovare "la giusta espressione" soltanto "nella democrazia". La stessa che risolve i problemi delle società", ma che certo, riconosce, "non è un processo sempre gradevole. Guardate alla campagna elettorale degli Stati Uniti", dice con riferimento ai 'toni' nella battaglia in corso per la sua successione alla Casa Bianca.

Siamo dunque alla fine di un’epoca, ma non ancora del duello su diritti umani e democrazia, sui quali i due leader hanno ribadito con “franchezza” le loro “profonde differenze” impegnandosi tuttavia ad “accettarle” e a cooperare, “privilegiando i legami che uniscono i due Paesi e i due popoli”, come aveva sottolineato Rual Castro.

L'ex presidente cubano lo ha scritto in una "riflessione" pubblicata su 'Granma' - a quasi una settimana dalla storica visita di Obama sull'isola - nella quale risponde al discorso pronunciato dal presidente americano a L'Avana.

"Si presume che ognuno di noi abbia rischiato un infarto ascoltando le parole del presidente Usa", ha scritto ancora Fidel Castro, in riferimento al discorso di riconciliazione rivolto da Obama ai cubani. "Siamo in grado - ha poi aggiunto nell'articolo dal titolo 'Il fratello Obama', in cui ricorda anche gli scontri passati tra i due Paesi - di produrre alimenti e ricchezze alimentari di cui abbiamo bisogno con lo sforzo e l'intelligenza del nostro popolo".

In un editoriale intitolato ironicamente "Fratello Obama", l'ex lider maximo sottolinea che i cubani non hanno bisogno "che l'impero ci faccia dei regali di qualsiasi genere, i nostri sforzi saranno legali e pacifici, dal momento che questo è il nostro impegno verso la pace e la fraternità di tutti i popoli". Castro ha definito "parole mielose" quelle pronunciate da Obama nel discorso tenuto all'Avana, ed ha ricordato invece la lunga lista di contenziosi passati e presenti fra Cuba e le varie amministrazioni statunitensi.

In una delle sue abituali "riflessioni" pubblicate dalla stampa ufficiale, che sebbene è intitolata "fratello Obama" contiene una dura critica del discorso che il presidente Usa ha rivolto al popolo cubano.

Analizzando il contenuto del discorso "mieloso" di Obama, l'ex presidente cubano osserva ironicamente che "si suppone che ognuno di noi rischiava di soffrire un infarto nel sentire queste parole del presidente Usa", ed elenca una serie di denunce contro la politica di Washington, non solo riguardo a Cuba ma anche ricordando la guerra civile in Angola, alla quale hanno partecipato militari castristi, in quella che ha definito "una pagina onorabile nella lotta per la liberazione dell'essere umano".

"Che nessuno si illuda che il popolo di questo nobile e disinteressato Paese rinuncerà alla gloria e ai diritti, alla ricchezza spirituale che ha guadagnato con lo sviluppo dell'educazione, la scienza e la cultura", ha sottolineato il 'Lìder Maximo', prima di aggiungere che "siamo capaci di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui abbiamo bisogno, grazie allo sforzo del nostro popolo: non abbiamo bisogno che l'impero ci regali niente".

Già nei giorni scorsi sullo stesso quotidiano era uscito un commento piuttosto severo a firma di Omar Gonzales nel quale, in relazione al discorso di Obama era scritto che “si sperava che il Presidente degli Stati Uniti, in una storica visita in 90 anni, la prima durante la Rivoluzione, emettesse giudizi di valore e una scusa per quanto misurata, per tutti gli affronti dei governi che lo hanno preceduto”. Gonzales non aveva certo risparmiato critiche al discorso del presidente Usa: ”In cambio quello che ascoltato è stato un sermone abbastanza triviale, in cui sono state banalizzate la politica e il capitalismo al punto da definire il sistema che impera negli Stati Uniti come libero mercato, un modo per evitare di chiamare le cose con il loro nome”.


venerdì 25 marzo 2016

Kacho Estudio Romerillo: il wi-fi libero e gratuito


L'iniziativa è stata promossa dall'artista Alexis Leiva Machado detto (Cacio)  che ha deciso di condividere la connessione attivata a suo nome all'interno del centro culturale “Kacho Estudio Romerillo”. Il Centro, che si propone di sviluppare progetti di impatto sociale, educativo e culturale, è situato all'estrema periferia ovest dell'Avana, nel quartiere Romerillo, una delle zone più povere e disagiate della capitale. Il primo Internet point completamente libero e gratuito sul suolo cubano segna un rapido cambiamento nell’isola dopo la fine della "guerra fredda" con Washington. All’ingresso un cartello con la suggestiva password di accesso alla rete "aqui no se rinde nadie" (Qui, non si arrende nessuno), che fa eco a un vecchio slogan rivoluzionario.

E’ la prima connessione internet di questo tipo di cui si ha notizia sull’isola, ed è stata approvata dalla compagnia telefonica nazionale cubana Etesca.

Da quando è stato reso disponibile il Wi-Fi, ogni giorno al centro culturale si ritrovano decine di persone per usare internet sui propri laptop e tablet: pubblicano cose e passano il tempo sui social network, chiamano gli amici e i parenti che non vivono a Cuba e leggono le notizie. Quando sono connesse molte persone, il Wi-Fi di Kacho rallenta notevolmente: la sua velocità di connessione è comunque più veloce della maggior parte delle connessioni a cui si ha accesso a Cuba, dove si stima che solo il 5 per cento della popolazione possa navigare in internet senza limitazioni. A poter accedere a internet con le limitazioni – cioè potendo visitare solo certi siti e con restrizioni per quanto riguarda le email – è un quarto della popolazione, uno dei tassi più bassi del mondo.

A Cuba le connessioni di tipo dial-up, quelle cioè che in Italia erano diffuse prima delle linee ADSL, sono strettamente regolamentate: solo alcuni cittadini stranieri possono permettersi di pagare centinaia di dollari al mese per una connessione a banda larga. Nei centri in cui è possibile connettersi a internet, un’ora di connessione costa 4,50 dollari a una velocità comunque minore di quella disponibile da Kacho. Dopo che nel 2013 è stato completato un collegamento via fibra ottica con il Venezuela, le potenzialità di connessione di Cuba sono molto aumentate, ma il governo ha deciso di dare la priorità dell’accesso a internet alle scuole e ai posti di lavoro.

sabato 6 ottobre 2012

Cuba: la blogger Yoani Sanchez liberata dopo 30 ore

La blogger dissidente cubana Yoani Sanchez, arrestata giovedì, è stata liberata dopo trenta ore di detenzione. La stessa Yoani ha annunciato su twitter di essere stata "liberata dopo 30 ore di detenzione" e ha ringraziato "tutti quelli che hanno alzato al loro voce e i loro tweet. Non ho toccato né cibo né acqua".

"Siamo stati appena liberati! 30 ore di detenzione e molti aneddoti da raccontare", ha twittato la Sanchez.
Grazie a tutti quelli che hanno levato la loro voce e i loro tweet perché tornassimo a casa", ha aggiunto pochi secondi dopo. "Durante la mia detenzione ho rifiutato di mangiare e di bere ogni liquido, primo bicchiere d’acqua che hopreso al rientro a casa come fuoco nell’esofago". In successivi tweet la bloggerha scritto che "ancora è in stato d’arresto Henry Constantin a Rio Cauto, arrestato all’ingresso del tribunale di Bayamo".

La "blogger cieca" così si definisce perchè non vede quello che invia su internet, era stata arrestata giovedì insieme al marito, il giornalista Reinaldo Escobar, a Bayamo, 750 km a sudest dell'Avana, dove voleva assistere al processo contro un giovane politico spagnolo accusato di omicidio colposo per la morte di un dissidente. Il giovane attivista spagnolo del Partido Popular di Madrid Angel Carromero è stato accusato dalle autorità castriste di omicidio colposo per l'incidente stradale nel quale, lo scorso 22 luglio, sono morti il dissidente Oswaldo Payà e un altro oppositore cubano, Harold Cepero, e rischia 7 anni di carcere. La versione ufficiale sulla morte di Payà è peraltro contestata dai familiari e da ambienti del dissenso.

Yoani Sanchez, blogger anti-regime, è ormai da tempo nel mirino del governo di Raul Castro. Qualche mese fa, il sito web ufficiale Cubadebate ha pubblicato un attacco frontale alla dissidente, descrivendola come "mercenaria", "bugiarda" e "ignorante", "un'impiegata" dell'organismo statunitense Sina. Il dossier del sito era accompagnato da una foto in cui il volto della Sanchez era inquadrato in una banconota da 100 dollari Usa, con sotto la scritta: "Tutto per soldi". Nel dossier si citava tra l'altro un'indagine condotta dagli Usa, e svelata da Wikileaks, in cui Sanchez viene indicata come una "falsa leader", "conosciuta solo dal 2% degli intervistati".

Il suo blog 'Generazione Y', veniva inoltre sottolineato, "non ha alcun impatto presso l'opinione pubblica cubana". Cubadebate sosteneva poi che il blog della dissidente "non è un referente internazionale affidabile per conoscere gli argomenti cubani", che la Sanchez è "una falsa esperta e una falsa libertaria" e che la sua "ignoranza sulla storia e la realtà cubana sono proverbiali". E' una "bugiarda compulsiva", rincarava la dose il sito. La blogger viene molto spesso invitata all'estero per partecipare a incontri o ricevere premi. Come ricorda spesso la stessa Sanchez via twitter, le autorità le hanno impedito di lasciare il paese ormai una ventina di volte.

Sulla vicenda dell'arresto aveva preso duramente posizione anche il ministro degli Esteri italiano, Terzi.