domenica 30 novembre 2014

Italia, Francia e Belgio nel mirino della Commissione europea



Confermate le indiscrezioni secondo cui la Legge di Stabilità non rispetta a pieno le regole. Sotto la lente anche Francia e Belgio.

Francia, Italia e Belgio finiscono sotto la lente della Commissione europea a causa delle leggi di Stabilità 2015 che rischiano di violare le regole di bilancio comunitarie. E’ quanto riporta l’agenzia Reuters che, citando un documento interno all’esecutivo, rende noto che domani la Commissione europea metterà in luce tali rischi, rinviando qualsiasi decisione formale al mese di marzo.

La Commissione sollecita dunque tutti questi Paesi a rispettare le regole ma rimanda Roma, Parigi e Bruxelles a un secondo esame in marzo. In questo modo viene concesso più tempo ai tre Stati membri per correggere le loro strategie di politica economica in vista della decisione dell'esecutivo Ue.

Inoltre, sempre secondo quanto riporta Reuters, l'esecutivo dovrà decidere se sanzionare la Francia per non aver rispettato gli obiettivi di riduzione del deficit e se aprire una procedura di infrazione nei confronti di Italia e Belgio per l’ alto livello del debito pubblico. A settembre il ministero dell'Economia italiano ha stimato che rispettare integralmente le richieste europee richiederebbe una correzione complessiva "pari a 2,2 punti" di Pil nel 2015, 35 miliardi in valore assoluto.

“La Commissione – dice Gros direttore del Centre for European Policies Studies- ha rinunciato al suo ruolo di garante, ha accettato praticamente tutto quello che gli stati membri hanno presentato”

La Francia aveva detto che avrebbe riportato il deficit sotto la barra del 3% nel 2015, ma ora ha chiesto altri due anni di tempo. Se non porterà avanti le riforme rischia una multa di oltre 4 miliardi di euro.

“La Francia avrà probabilmente tutto il tempo che vuole, perché il Presidente francese presenta un’unica e semplice ragione: “Se non mi date tempo con il mio budget, l’estrema destra del Fronte Nazionale vincerà le prossime elezioni.. non è certo quel che volete…”

La situazione della Francia, ma anche quella dell’Italia e del Belgio, appesantite dal debito pubblico e alle prese con gravi problemi di crescita, saranno nuovamente analizzate a marzo, e rischiano sanzioni.

Quali saranno gli effetti di questa situazione sulla zona euro?
“Non ci saranno grandi cambiamenti nella politica di bilancio, perché i paesi stanno tutti andando un po’ oltre i limiti consentiti e la Commissione permette loro di farlo”.

Anche Spagna, Portogallo, Austria e Malta sono sorvegliate speciali di Bruxelles perché rischiano di violare il patto di stabilità.



sabato 29 novembre 2014

Regno Unito: David Cameron e la nuova politica dell’immigrazione



David Cameron annuncia un giro di vite contro gli abusi al sistema previdenziale britannico da parte degli immigrati europei. Con le legislative in vista, il premier si pronuncia su una delle questioni che più preoccupano gli elettori, limitare l’afflusso dei lavoratori europei, cresciuti del 39% nel 2014. Cameron minaccia di fare campagna per uscire dell’Unione europea nel caso in cui Bruxelles dovesse sbarragli la strada. Margaritis Schinas, portavoce dell’Unione:

“Queste sono idee britanniche e fanno parte del dibattito. Dovranno essere esaminate senza drammi, con attenzione e con calma. Dipende dai legislatori nazionali lottare contro gli abusi del sistema e le normative europee lo consentono”.

Le idee britanniche vedono il primo ostacolo nella Germania, contraria al principio di limitare la libertà di movimento nell’Ue. Il ministro degli esteri tedesco dalla Conferenza di Roma sull’emigrazione:

“Questa conferenza mostra che la strategia di aumentare le barriere per tenere lontani gli immigrati con strumenti esecutivi, non hanno portato soluzioni al grosso problema dell’immigrazione”.

Cameron intende rinegoziare i legami con l’Unione prima del referedum promesso nel 2017 sulla membership. Le misure restrittive proposte dal primo ministro interesserebbero 400 mila migranti.

La marcia verso la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è cominciata con un vigoroso discorso di David Cameron in una fabbrica Jcb nelle Midlands. Fra le catene di montaggio di un’industria che probabilmente impiega un gran numero di lavoratori stranieri, il premier inglese ha annunciato la sua determinazione a limitare i diritti dei cittadini europei immigrati nel Regno Unito.

Un piano in quattro punti: chi sbarca a Dover e dintorni alla ricerca di lavoro dovrà attendere 4 anni per ottenere i benefici del generoso welfare britannico; se dopo sei mesi non avrà trovato un'occupazione dovrà lasciare il Paese. Chi lavora, invece, dovrà attendere 4 anni per avere benefici fiscali e case popolari oggi garantiti subito e non potrà più ricevere gli assegni famigliari se la famiglia risiede nel Paese d'origine.

«Questi sono punti irrinunciabili del mio negoziato con l’Unione europea… mi auguro che siano accolti da tutti, ma se non sarà così chiederemo deroghe specifiche per il nostro Paese», ha detto il premier britannico. E ha poi aggiunto una velenosa nota: se i partner diranno di sì alle sue richieste farà di tutto per un voto favorevole al referendum sull'Unione europea. Se al contrario l'Unione gli sbatterà la porta in faccia «terrò tutte le mie opzioni aperte». In altre parole David Cameron ha ipotizzato di schierarsi per l'uscita del regno dall’Unione.

L’affondo del premier, seppure attutito dalle positive considerazioni sui benefici effetti dell'immigrazione sull'economia della Gran Bretagna, colpisce al cuore le regole del mercato interno. La libera circolazione dei cittadini è fortemente messa in discussione e Cameron lo sa. Ha giocato infatti d’anticipo lasciando intendere che non tutto il single market è completato e quindi sono legittimi ripensamenti anche sul movimento intraeuropeo dei lavoratori.

L’atteso discorso del premier ha svelato misure che colpiranno circa 300 mila lavoratori europei oggi impiegati in Gran Bretagna. Ed è giunto, non a caso, poche ore dopo la diffusione dei dati sull'immigrazione nel Regno Unito. Il saldo netto è cresciuto del 43% rispetto allo scorso anno, un fenomeno che ha rinforzato le politiche antieuropeiste dell’Ukip, il partito che più minaccia la tenuta dei conservatori di David Cameron alle prossime elezioni politiche.


domenica 23 novembre 2014

Samantha Cristoforetti: pronti al lancio verso la ISS



Nata a Milano e cresciuta in Trentino, trascorrerà sei mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale. Amante delle escursioni, delle immersioni, del ballo e dello yoga, racconta: "Ho sempre sognato di fare l'astronauta".

Milanese di nascita, cresciuta a Malè in provincia di Trento, ha studiato negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, in Russia. Il suo lavoro l’ha portata un po’ ovunque. La Stazione Spaziale dove passerà i prossimi sei mesi si chiama “Internazionale” e il curriculum di Samantha Cristoforetti è decisamente in linea con questo aggettivo. Gli astronauti dicono che da lassù la Terra appare senza confini, di sicuro lei è già adesso una cittadina del mondo.

Inizia la missione "Futura": alle 22.01 italiane la prima donna italiana ad andare nello spazio partirà dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakhstan. Dopo sei ore a bordo della navicella Soyuz, Samantha Cristoforetti arriverà sulla ISS insieme ai colleghi Anton Shkaplerov, russo, e Terry Virts, statunitense. L'attracco è previsto intorno alle 4 del mattino italiane. Sarà l'inizio effettivo della missione Futura dell'Agenzia Spaziale Italiana, che nei prossimi sei mesi prevede circa 200 esperimenti, 10 dei quali esclusivamente dell'Asi.

Per gli astronauti la vigilia riserva sempre un mix di momenti emozionanti, preparativi e obblighi scaramantici. La 37enne nata a Milano e cresciuta a Malè, in Trentino, ieri ha effettuato colloqui tecnico-scientifici, ha affrontato le ultime riunioni sulla missione e ha concluso la giornata guardando un film, “Il sole bianco del deserto”, una tradizione per chi parte dal cosmodromo. "È una giornata così perfetta"

Al direttore dell’Esa Jean-Jacques Dordain che le ha augurato buon viaggio, Samantha Cristoforetti ha detto di essere orgogliosa di rappresentare e di portare avanti l'Europa dello spazio attraverso la bandiera italiana. A chi le ha chiesto cosa prova all’idea di diventare la prima donna italiana nello spazio, ha risposto che il fatto in sé non la colpisce in modo particolare (se fosse stata la seconda o la terza per lei non sarebbe cambiato molto), ma che è orgogliosa di essere stata selezionata nel corpo astronauti dell'Esa e di poter essere un esempio per i giovani nell'intraprendere la strada dello spazio. Sei ore per raggiungere la ISS

La Soyuz con la quale partirà è già posizionata sulla rampa di lancio numero 31 del cosmodromo, la stessa dalla quale partì la prima donna nello spazio, Valentina Tereshkova. Dopo la partenza impiegheranno sei ore per raggiungere la ISS a 400 chilometri di altezza. Oltre 200 esperimenti da compiere. Una volta a bordo, per Samantha Cristoforetti inizieranno sei mesi intensissimi. Il programma della sua missione, la missione “Futura” dell’Agenzia Spaziale Italiana, prevede moltissimi esperimenti: complessivamente ne dovrà compiere circa duecento, dieci dei quali esclusivamente dell’Asi. L’ultima canzone che sarà diffusa nella Soyuz prima della partenza sarà “Get the party started” di Pink, cioè “Che la festa abbia inizio”. Per restare nell’ambito delle citazioni musicali, il volo fino alla Iss sarà solo l’inizio: il meglio deve ancora venire.



sabato 22 novembre 2014

Presidenziali in Tunisia, la prima sfida di una donna



Si aprono domani 23 novembre alle 8.00 e (fino alle 18.00) i seggi elettorali in Tunisia dove si vota per eleggere a suffragio diretto il primo Presidente della Repubblica del dopo Ben Alì. Autorizzato l'uso degli exit polls la cui diffusione è consentita a partire dall'orario di chiusura dei seggi. I risultati ufficiali ci saranno forse già entro lunedì sera. Oltre 20 i candidati in corsa per il Palazzo di Cartagine, ma solo una manciata quelli che hanno qualche possibilità di farcela.

A meno di un mese dalle elezioni legislative che ne hanno ridisegnato il panorama politico la Tunisia è chiamata di nuovo alle per scegliere a suffragio universale il primo Presidente della Repubblica del dopo Ben Ali, che resterà in carica 5 anni.

Favorito indiscusso rimane il leader di Nidaa Tounes, Beji Caid Essebsi, al quale non vengono tuttavia risparmiate critiche come il fatto di essere troppo anziano (88 anni tra pochi giorni), fattore sul quale, tra l’altro, l’interessato ironizza frequentemente, e la sua passata appartenenza al vecchio apparato. Suoi avversari nella corsa alla più alta carica dello Stato, l’attuale Presidente della Repubblica Moncef Marzouki, considerato in calo da quasi tutti gli osservatori politici ed attaccato in questi giorni per il sospetto di aver usato soldi pubblici per la sua campagna elettorale, e qualche outsider come l’uomo d’affari Slim Rihahi dell’Upl (Unione patriottica libera) affermatosi come il terzo partito del Paese alle ultime elezioni, il giudice Khaltoum Kannou, unico candidato donna, o ancora il leader della sinistra Hamma Hammami o l’imprenditore Mohamed Frika.

Essebsi risulta favorito soprattutto dopo la decisione del partito islamico Ennhadhadi non appoggiare nessun candidato alle presidenziali. Il secondo partito del Paese infatti non ha presentato nessun suo candidato preferendo sceglierne uno «consensuale» tra quelli in lizza, ma alla fine non essendo riuscito a trovare un accordo sul nome del candidato ha deciso di lasciare liberi i suoi elettori. Rimane il dubbio se la Tunisia sarà in grado di eleggere o meno il proprio Presidente al primo turno. Se nessun candidato infatti dovesse raggiungere la metà delle preferenze degli elettori più uno, allora si andrà al secondo turno probabilmente il 28 dicembre: un’opzione che i candidati con minori possibilità di vincita auspicano fortemente.

Khaltoum Kannou, 55 anni, il carattere, ed il coraggio, certo non mancano e sa di non avere molte chance ma il suo slogan è battagliero: «Yes We Kannou». Mutuando il motto con cui Barack Obama ha vinto le elezioni, potrebbe fare anche una certa presa. A Durante la dittatura osò perfino spiccare un mandato di cattura contro Moez Trabelsi, il nipote del ex dittatore Ben Ali. Lei sa di essere la sola donna, tra 22 candidati in corsa per la presidenza. E se il sogno diventasse realtà sarebbe la prima presidente donna di un Paese arabo. Il suo curriculm è blasonato: Giudice di cassazione, ex presidente dell'associazione nazionale dei magistrati tunisini, Commissario alla corte internazionale di giustizia. Kannou preferisce giocare la carta dell'indipendenza.

Pur riconoscendo di essere nella “famiglia dei democratici”, ama precisare di non sentirsi vicina ad alcun partito in particolare. E ci tiene ancor di più a voler rivendicare con fermezza la separazione dei poteri e la laicità dello Stato. Il fatto che comunque sia in corsa è già un fatto incoraggiante.

La parola spetterà agli elettori. Solo un mese dopo le elezioni parlamentari, i tunisini torneranno oggi alle urne per eleggere il loro nuovo presidente. E per la prima nella storia del loro Paese lo faranno liberamente, e a suffragio diretto.

Sono elezioni importanti nella fase di transizione che sta vivendo la Tunisia, la culla delle primavere arabe, il solo Paese dove le rivoluzioni non si sono lasciate dietro guerre, caos, o altri regimi, ma un credibile processo democratico guardato con soddisfazione e speranza dalla Comunità internazionale.

Il 26 ottobre, durante le seconde elezioni parlamentari dopo la Primavera, c'è stata una netta affermazione del partito laico Nidaa Tounis (86 seggi su 217) , formazione composta da varie forze politiche in cui figurano anche esponenti del vecchio regime. Il popolare movimenti islamico Ennahda, che aveva vinto le precedenti elezioni del 2011 si è dovuto accontentate del secondo posto con 69 seggi.

Il grande favorito resta Beji Cad Essebsi, fondatore di Nidaa Tounis, ma difficilmente riuscirà a superare la soglia del 50 per cento. In questo caso occorrerà attendere il turno di ballottaggio. Ma l'età di questo esperto politico con oltre mezzo secolo di onorata carriera politica alle spalle, 88 anni, e la sua appartenenza al vecchio apparato potrebbe rappresentare un limite.

Il suo principale rivale è l'attuale presidente ad interim della Repubblica, Moncef Marzouki, tuttavia in calo nei sondaggi e attaccato dai suoi oppositori in questi giorni per il sospetto di avere utilizzato fondi pubblici per la campagna elettorale. Outsider, ma capace di riscuotere un buon risultato, è anche il magnate quarantaduenne Slim Rihahi, definito il “Berlusconi tunisino”, che con il suo nuovo partito Unione Patriottica libera si è affermato con sorpresa al terzo posto nelle elezioni parlamentari ottenendo 16 seggi. Anche Hamma Hammami, 62 anni, sta crescendo nei sondaggi. Ma il leader comunista della coalizione di sinistra, il Fronte popolare, non sembra avere i numeri per arrivare al doppio turno.



I disaccordi sulla Siria rovinano le relazioni tra USA e Turchia



La Turchia è lo Stato cardine dei rapporti tra l’Europa e il Medio Oriente, non solo per la posizione geografica, ma anche per la fiorente economia che consente ai turchi di essere i primi partner commerciali di praticamente tutti i Paesi mediorientali e una considerevole influenza culturale che è stata veicolata, negli ultimi anni, dalla massiccia produzione e diffusione di telenovela e sceneggiati televisivi di varia fattura.

Recep Tayyp Erdoğan, Primo Ministro turco, conservatore ultimamente in vena di polemiche, ha aspramente criticato una di queste telenovela, Muhteşem Yüzyıl (“Il secolo magnifico”), poiché rappresenterebbe il glorioso Sultano Solimano I, detto “il Magnifico”, come dedito alle donne e all’alcol, e ciò offenderebbe i valori dello Stato turco, fatto che costituisce reato. Erdoğan vive il valore dell’epopea dei sultani ottomani in maniera totale, tanto che ha dichiarato che il suo Governo è mosso dallo “spirito fondatore dell’Impero ottomano” e che vorrebbe “un nuovo ordine mondiale nel quale la Turchia è non solo una superpotenza regionale ma ha anche un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gestisce le antiche terre ottomane non con la forza della spada ma con un potere più morbido, influisce sulle politiche regionali e globali con un mix inedito di pragmatismo e di supremazia dell’Islam sunnita turco”. Tutta questa fiducia sulla “supremazia dell’Islam sunnita turco” sta portando il Primo Ministro a dire ciò che pensa, senza remore, su molti dei propri vicini di casa.

Scricchiolano i rapporti tra Stati Uniti e Turchia, in disaccordo sulla strategia da adottare per affrontare i miliziani islamici dell’ISIL in Siria ed Iraq.

In visita ad Istanbul, il vicepresidente statunitense Joe Biden ha velatamente criticato il presidente turco, l’islamico Recep Tayyip Erdogan. “Pericoloso accentrare troppo potere”, ha detto.

Dal canto suo Erdogan ha contestato l’efficacia occidentale in Medio Oriente.

“La pace mondiale è minacciata, ma in quest’area le istituzioni internazionali stanno fallendo nel loro ruolo di moderazione e stabilizzazione” ha detto.

La Turchia è in disaccordo con la strategia americana in Siria, centrata sugli attacchi aerei e sull’alleanza implicita con il presidente siriano Bashar Al Assad, favorendo un intervento più diretto e la rimozione di Assad e del suo regime.

Il gelo tra Ankara e Washington riflette il sentimento della piazza. La visita di Biden è stata contestata da alcune centinaia di nazionalisti turchi. Un recente sondaggio ha rivelato che tra i turchi neanche uno su cinque vede favorevolmente gli Stati Uniti.



New York Times: Obama cambia i piani della missione in Afghanistan



A maggio, è giusto ricordarlo, Obama aveva detto che le truppe rimaste in Afghanistan, attualmente 9.800 unità, si sarebbero limitate ad addestrare i soldati afgani e a “dare la caccia ai resti di Al Qaeda”.

Il New York Times ha pubblicato un'inchiesta che porta le firme di Mark Mazzetti ed Eric Schmitt, con la collaborazione di Matthew Rosenberg, con la quale rivela che nelle scorse settimane il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato un ordine segreto con il quale autorizza i soldati americani a un'azione in Afghanistan nel 2015 , che autorizza le truppe statunitensi a combattere di nuovo contro i talebani in Afghanistan almeno per un altro anno. Il nuovo piano prevede anche che i caccia e i droni statunitensi faranno da supporto alle missioni dell’esercito afgano.

Il presidente Obama ha firmato un ordine segreto nelle ultime settimane che ampliare il ruolo delle forze armate statunitensi in Afghanistan.

Nel 2015 rispetto a quanto originariamente previsto la presenza sarà più massiccia, una mossa che dovrebbe garantire alle truppe americane un ruolo diretto nella lotta al terrorismo nel paese devastato dalla guerra, almeno per un altro anno. Così scrive il New York Times.

La decisione di Obama, spiega il quotidiano statunitense, consentirà alle forze americane di effettuare missioni contro la talebani e altri gruppi militanti che minacciano le truppe statunitensi e il governo afghano. La nuova autorizzazione consente anche jet americani, bombardieri e droni per sostenere le truppe afghane in missioni di combattimento.

La mossa arriva dopo la promessa di Obama di lasciare le truppe nel paese con due missioni: per addestrare le forze afgane e di sostenere operazioni antiterrorismo contro al-Qaeda. A maggio, inoltre, aveva detto che era "il momento di voltare pagina" sulle politiche concentrate sul Medio Oriente negli ultimi dieci anni.

Ma questo ultima scelta del presidente Usa rivela un cambiamento di politica estera per l'amministrazione Obama. L'autorizzazione è stata fatta su richiesta di comandanti militari, che vogliono più truppe sul terreno per combattere i talebani, così ha riferito l'Associated Press. Ma entro la fine del prossimo anno, la metà delle 9.800 truppe americane avrà lasciato l'Afghanistan. Il resto sarà consolidato a Kabul e Bagram e poi lascerà alla fine del 2016, consentendo a Obama di dire che ha posto fine alla guerra in Afghanistan prima del suo mandato.

Secondo i giornalisti del NYT, la decisione di cambiare la missione è il risultato di un lungo e acceso dibattito che ha messo a nudo la tensione all'interno dell'amministrazione Obama tra due imperativi spesso in comparizione tra loro: da una parte la promessa di Obama di porre fine alla guerra in Afghanistan, dall'altra le richieste del Pentagono che vuole che le truppe americane possano portare a termine con successo le loro ultime missioni nel Paese che da anni è devastato dalla guerra. A tutto questo si è aggiunto il collasso delle forze di sicurezza irachene davanti all'avanzata dello Stato Islamico. Inoltre, sulla decisione ha inciso anche il trasferimento di potere in Afghanistan al presidente Ashraf Ghani, che è più tollerante del suo predecessore Hamid Karzai per quanto riguarda la presenza americana nel suo Paese. Anzi, secondo un funzionario afgano, pare che sia stato proprio Ghani, insieme con il suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, a chiedere agli Stati Uniti di continuare a combattere contro i talebani anche l'anno prossimo e ha stretto una collaborazione con il generale John F. Campbell. Tra l'altro, anche quando al comando c'era ancora Karzai, i generali afghani hanno spesso chiesto ai soldati Usa di ignorare le direttive del presidente e di aiutarli con i loro aerei quando si trovavano in difficoltà. D'ora in poi, dunque, richieste di questo genere da parte degli afgani non dovranno più essere fatte in segreto.

Il piano degli Usa è comunque quello che entro la fine del 2015 la metà delle 9.800 truppe che sono ancora presenti in Afghanistan lasci il Paese. L'obiettivo di Obama è quello di poter dire, entro la fine del suo mandato, di aver posto fine alla guerra in Afghanistan.



domenica 16 novembre 2014

G20: venti di guerra fredda



Venti di guerra fredda, sull’impegno a rilanciare la crescita globale a Brisbane.

E’ il presidente russo Vladimir Putin il primo a lasciare il G20 di Brisbane. Sulla sua partenza un piccolo giallo: è andato via prima degli altri reagendo alla freddezza con cui è stato accolto?

Sul dossier ucraino tra Mosca e i paesi della Nato si sono registrate grandi distanze, e le gelide relazioni con gli Usa non hanno fatto un solo passo avanti. Idem con Berlino, che ancora ieri ribadiva la possibilità di nuove sanzioni contro la Russia.

La crisi in Ucraina ha di fatto oscurato gli altri temi del vertice, a partire dalle azioni per rallentare il riscaldamento globale del pianeta.
Di crisi economica e di rilancio delle politiche per la creazione di nuova occupazione, ha parlato il presidente statunitense Obama. Resta tutto da verificare però fino a che punto affermazioni di principio come queste si tradurranno in decisioni vincolanti.

Quando arriva il comunicato sugli accordi raggiunti al G20, Putin è già lontano da autografi e sorrisi tirati di un vertice dominato dalla crisi Ucraina, che si è affrettato a lasciare prima ancora della sua conclusione ufficiale.

"Se la Russia in Ucraina continuerà a violare lo spirito dell'accordo di Minsk, che Putin stesso ha accettato, l'isolamento della Russia continuerà". Lo ha detto il presidente americano Barack Obama in una conferenza stampa al vertice del G20 in Australia. "La Russia ha l'opportunità di prendere una strada diversa per risolvere la crisi in Ucraina nel rispetto della sovranità e del diritto internazionale - ha detto ancora Obama - se lo farà io sarò il primo a eliminare le sanzioni che obiettivamente hanno un effetto devastante su economia russa. Se continuerà a violare il diritto e gli accordi di Minsk allora continuerà anche l'isolamento della Russia".

Usa, Giappone ed Australia si oppongono alle "azioni destabilizzanti" della Russia in Ucraina, chiedendo che i responsabili della distruzione dell'aereo MH17, a luglio, "vengano rinviati a giudizio". E' quanto emerge da un incontro multilaterale ai margini del G20 di Brisbane, in Australia.Il presidente russo Vladimir Putin ha lasciato Brisbane, al termine di un Vertice teso a causa della crisi ucraina. L'aereo presidenziale ha lasciato l'aeroporto della città australiana prima della pubblicazione del comunicato finale: il decollo è stato trasmesso dagli organizzatori del Vertice nel circuito chiuso di immagini televisive a disposizione della stampa.