venerdì 21 ottobre 2016
Attacco informatico: Twitter, Spotify e New York Times. Web «down» negli Usa
Prima la notizia della portaerei hackerata, poi tutta una serie di down per alcuni dei siti Internet fra i più importanti del Paese. Non è un bel giorno, questo, per l'America digitale. Un susseguirsi di attacchi hacker violentissimi sta minando le certezze statunitensi. E che possa essere un assaggio di cyber war appare molto più che una semplice ipotesi, soprattutto dopo le polemiche di questi giorni che hanno visto coinvolte la Casa Bianca e la Russia di Putin. Ma andiamo con ordine.
Il Dipartimento americano per la sicurezza nazionale ha aperto un'inchiesta sul maxi-cyber attacco sferrato sulla costa orientale degli Stati Uniti da hacker ai siti web di molte società, da Twitter al New York Times. Lo riporta la Nbc.
Un enorme cyeberattacco ha colpito il traffico di centinaia di siti web, soprattutto per gli utenti internet della costa est degli Stati Uniti, compresi quelli di Twitter, Financial Times, Spotify, Reddit, e-Bay e New York Times. Lo riportano i media Usa.
Il blocco di alcuni dei principali siti web causato da un attacco hacker negli Stati Uniti e' durato circa due ore, mentre ora il traffico e' ripreso regolarmente. Lo rende noto la societa' Dyn, i cui server sono stati presi di mira - si spiega - da pirati informatici che hanno mandato in tilt il sistema provocando un sovraccarico di traffico.
Il Financial Times lo ha definito «un enorme cyber-attacco», e l’aggettivo non pare esagerato se si pensa al numero – centinaia – di siti coinvolti. E al loro nome: da quello del quotidiano economico stesso al New York Times, da Twitter a Pinterest, da Reddit a Spotify e eBay (qui l’elenco completo). Si è trattato di un vero blackout, pur delimitato a livello geografico: a soffrire dell’inacessibilità sono stati soprattutto gli utenti americani, e in particolar modo quelli residenti nella costa est del Paese.
L’obiettivo dell’attacco in stile Ddos – sigla ormai conosciuta ai più che significa “Distributed denial of service”, un’enorme numero di “chiamate” continue che abbattono i server – è stata l’azienda Dyn del New Hampshire, quello che si può definire un elenco telefonico della Rete. Il lavoro della Dyn è di tradurre gli indirizzi che comunemente digitiamo nei browser – come Corriere.it - negli indirizzi Ip, i numeri di riferimento che la Rete riconosce per “servirci” il sito richiesto.
L’attacco, non rivendicato in alcun modo, sarebbe partito alle 7 del mattino ora locale (le 13 italiane) e come detto ha interessato larga parte della costa est degli Usa, come mostrato dall’immagine sopra. Se i motivi non sono noti, più evidenti sono i danni per milioni di dollari causati da un “buio” di questa portata. Il servizio di distribuzione dei siti richiesti infatti sarebbe stato ripristinato solo tre ore dopo, intorno alle 9.45 della costa est.
Al momento è difficile stabilire la matrice dell'attacco. L'ipotesi russa, visti i rapporti tesissimi fra i due Paesi e le note capacità informatiche degli hacker all'ombra del Cremlino, è sicuramente una pista caldissima. I servizi di Dyn sono stati messi ko da un violento attacco DDoS (distributed denial of service). Ma cos'è un attacco DDoS?
In sostanza è una variante di un attacco DoS, nella quale si impiega un vastissimo numero di computer infetti per sovraccaricare il bersaglio (il sito, o l'insieme di siti) con traffico fasullo. È come se decine di milioni di persone cliccassero contemporaneamente su un sito, andando così a saturare tutte le risorse di banda a disposizione. Il risultato è semplice: sito down. Ovviamente nei casi di attacchi vengono usati botnet in grado di cooptare milioni di computer infetti affinché partecipino - involontariamente - all'attacco.
mercoledì 19 ottobre 2016
Elezioni Usa, Malik Obama si schiera con Donald Trump
Hillary Clinton è avanti di 9 punti su Donald Trump. E' quanto emerge dall'ultimo sondaggio di Bloomberg, che dà la ex first lady al 47% contro il 38% del tycoon. Il candidato libertario, Gary Johnson, è all'8% e la candidata dei Verdi, Jill Stein, al 3%. Il 5% degli intervistati comprende gli indecisi, coloro che non andranno a votare e chi si rifiuta di esprimere la propria preferenza.
Tutto e' pronto alla University of Nevada di Las Vegas per l'ultimo grande appuntamento mediatico della campagna elettorale americana. L'ultimo duello tv tra Donald Trump e Hillary Clinton, per il quale ci si attende un nuovo record di ascolti con oltre 80 milioni di persone incollate al piccolo schermo. La parola d'ordine e' una sola: vietato sbagliare.
Il dibattito, che cade a 21 giorni dall'Election Day dell'8 novembre, avrà inizio alle 8 di sera ora di Las Vegas (le 3 del mattino in Italia) e avrà come i precedenti una durata di 90 minuti. A moderare sara' l'anchorman di Fox News Chris Wallace. La serata sarà divisa in sei segmenti di 15 minuti l'uno, ognuno su uno dei temi principali della campagna elettorale. Ogni candidato avra due minuti per rispondere. I due contendenti avranno anche la possibilità di rispondersi a vicenda.
Mancano meno di venti giorni alle elezioni presidenziali, e la campagna ormai è senza esclusione di colpi: Trump "punta" persino sui parenti di Obama.
Ci sarà infatti anche un Obama al terzo e ultimo dibattito presidenziale statunitense tra la candidata democratica, Hillary Clinton, e il candidato repubblicano, Donald Trump, in programma questa sera a Las Vegas: Malik, fratellastro del presidente Barack, è stato invitato dal miliardario di New York.
Malik, 58 anni, è nato a Nairobi ed è cittadino statunitense. "Sono eccitato all'idea di andare al dibattito. Trump può rendere di nuovo grande l'America" ha detto Malik, intervistato dal New York Post.
Il candidato repubblicano ha detto: "Non vedo l'ora di incontrare e di stare con Malik. Capisce molto più di suo fratello". Malik ha poi dichiarato al quotidiano di non credere alle accuse sessuali contro Trump: "Perché non sono uscite fuori prima?". Il fratellastro del presidente americano ha anche accusato Hillary Clinton di essere la responsabile del caos e delle violenze attuali in Medio Oriente: un vero e proprio "trumpiano doc". Malik Obama aveva annunciato il suo endorsement a Trump alcuni mesi fa, mettendo in serio imbarazzo il presidente degli Stati Uniti.
Ce l’ha col presidente in carica per l’uccisione di Muammar Gheddafi e con Hillary Clinton per il vecchio scandalo delle mail, quando la candidata ed ex first lady era segretario di Stato. Per questo Malik Obama, fratellastro di Barack Obama, ha deciso di votare per il candidato repubblicano Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti.
A rivelarlo in esclusiva è il New York Post, che dedica due pagine allo sfogo di Malik, attualmente presidente di una controversa fondazione caritatevole intitolata alla memoria del padre Barack H. Obama, in Virginia.
«Mi piace Donald Trump perché parla con il cuore», ha detto al New York Post Malik Obama, che al fratellastro rinfaccia di non averlo mai aiutato o supportato nelle sue attività. «Make America Great Again è un grande slogan», continua Malik, che sulla copertina del quotidiano americano compare con tanto di cappellino rosso e motto pro-Trump.
E se col presidente degli Stati Uniti dice di non parlare ormai da un anno, la stima per il tycoon di New York è tale e tanta che Malik confessa che sarebbe onorato di poter incontrare di persona Donald J. Trump. Alla faccia del fratellastro e di tutto il Partito Democratico.
martedì 18 ottobre 2016
Riunione a Parigi il 20 ottobre sul futuro di Mosul
La Francia e l’Iraq hanno invitato una ventina di paesi, tra cui la Turchia e i paesi del Golfo, a “preparare il futuro politico di Mosul” dopo l’offensiva lanciata il 17 ottobre. L’esercito iracheno, i peshmerga curdi e le milizie sciite, sostenute da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, avrebbero già inflitto dure perdite ai jihadisti, che controllano Mosul dal giugno del 2014. Secondo l’Unicef più di mezzo milione di bambini è minacciato dai combattimenti in corso. Si stima che in totale i civili in pericolo siano un milione e mezzo.
Ritirandosi, l’Isis lascia terra bruciata. Dà fuoco ai campi di sterpaglia secca, facili da accendere, come ben sanno i contadini abituati a lavorare d’autunno. Incendia abitazioni, fattorie, distributori di benzina e piccoli carretti carichi di taniche di carburante sparsi nella campagna. Colonne di fumo nero si librano nel cielo.
L’orizzonte è offuscato, l’aria inquinata, si aggiunge sporco allo sporco. «Il fumo li nasconde ai droni e agli elicotteri della coalizione alleata. Sotto la sua protezione i jihadisti del Califfato piazzano le cariche esplosive, le mine anti-uomo, nascondono dietro i muri le loro auto kamikaze pronte lanciarsi contro le nostre colonne», dicono i soldati peshmerga (i battaglioni curdi nell’Iraq settentrionale), legandosi fazzoletti scuri attorno al viso. In alto sfrecciano i jet della coalizione guidata dagli americani, con una forte partecipazione canadese. A terra lo sferragliare dei tank, i tremolii del suolo al loro passaggio, l’eco di esplosioni e raffiche.
«Nessuno sa bene cosa avverrà della maggioranza sunnita della popolazione di Mosul. Quanti di loro stavano davvero con l’Isis? Quanti ne sono invece ostaggi o collaboratori riluttanti? In verità non lo sappiamo e tutto ciò costituisce una gigantesca ipoteca politica», ci dice una vecchia conoscenza tra i diplomatici occidentali che da anni lavorano a Erbil. Si ipotizza oltre un milione di profughi.
Vengono allestiti campi di tende. Il fatto che siano solo poche migliaia sino a ora è così spiegato: l’Isis minaccia di uccidere chiunque cerchi di fuggire. Propaganda e classica confusione delle notizie in guerra vanno a braccetto. Sostiene in modo sorprendentemente diretto Ahmed Meithan, sergente 26enne della Al Furqa al Dhabbiah, traducibile come «L’Unità Dorata», il fior fiore delle forze speciali irachene, mandate specificamente dai comandi di Bagdad per mettersi alla testa delle colonne che prenderanno il centro della città. «Sono oltre tre mesi che ci addestriamo per questo compito.
Abbiamo unità simili alla nostra anche a sud e ad est. Militari curdi, milizie sunnite e soprattutto milizie sciite dovranno evitare di entrare nel cuore di Mosul. Lo faremo invece noi, che siamo soldati iracheni, sciiti o sunniti non importa, abbiamo ordini precisi per risparmiare la popolazione ed evitare scontri settari», spiega Meithan. Con un’aggiunta: «Al momento il nostro attacco a tenaglia mira a guadagnare territorio e isolare Mosul. In meno di due giorni abbiamo liberato una ventina di villaggi, molti dei quali curdi. Ci stiamo avvicinando a quelli cristiani. Ma, una volta dentro Mosul città, la sfida sarà più politica che militare. Dovremo guadagnarci la fiducia della popolazione. E sarà molto complicato. Ci sono partiti, minoranze, interessi diversi ed opposti in gioco».
Secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati le persone in fuga da Mosul potrebbero arrivare a 100.000. Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi. Gli sciiti iracheni protestano contro la partecipazione dell'esercito turco alla battaglia di Mosul. La Croce Rossa Internazionale teme l'uso di armi chimiche .
Il ministro della Difesa francese ritiene che i combattimenti potrebbero continuare per mesi Secondo il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian i combattimenti per strappare Mosul alle milizie dello Stato Islamico potrebbero anche durare mesi: "potrebbe essere una battaglia lunga, non è una guerra-lampo, un blitzkrieg", ha avvertito Le Drian, che martedì prossimo ospiterà a Parigi un vertice con dodici pari grado di altrettanti Paesi facenti parte della coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Usa. "E' una faccenda di lunga durata, destinata a durare parecchie settimane, forse mesi", ha aggiunto il ministro francese, riprendendo le parole pronunciate ieri dal comandante della coalizione, il generale americano Stephen Townsend.
Intanto a Baghdad migliaia di seguaci del religioso sciita iracheno Muqtada al-Sadr si sono radunati davanti all'ambasciata turca per protestare contro l'intervento di Ankara negli affari interni dell'Iraq e la presenza delle truppe turche nel Paese. Lo sceicco Ali al-Saadi, uno degli organizzatori, ha riferito che i manifestanti hanno intonato degli slogan contro Ankara a cui è stato richiesto più volte di ritirare le sue truppe dalla base di Bashiqa, 14 chilometri a nord della città di Mosul. Il governo iracheno ha più volte chiesto alla Turchia di ritirare le sue truppe da Bashiqa, dove militari turchi formano le milizie sunnite locali. Ankara ha però rifiutato categoricamente di ritirare il contingente, dichiarando che la sua è una missione volta all'addestramento e non a combattere, malgrado la presenza di carri armati e blindati. La protesta di oggi coincide con la notizia, diffusa dal primo ministro turco Binali Yildirim, sulla partecipazione dell'aviazione turca nei raid della coalizione internazionale impegnata nella liberazione di Mosul, roccaforte dell'Isis in Iraq.
In un ulteriore sviluppo la Croce Rossa internazionale ha comunicato di temere l'uso di armi chimiche nella battaglia per Mosul e di essersi preparata a questa evenienza. "Non possiamo escludere l'uso di armi chimiche" nella battaglia per liberare Mosul dal sedicente Stato Islamico (Is), ha ammesso Robert Mardini del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc). Incontrando i giornalisti, Mardini ha spiegato che l'Icrc si sta preparando i propri operatori sanitari e sta inviando equipaggiamento alle strutture sanitarie vicino a Mosul "in modo che possano trattare casi di persone contaminate e provvedere alla decontaminazione".
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lunedì 10 ottobre 2016
Morto il regista polacco Andrzej Wajda, l'uomo dell'impegno politico
Aveva 90 anni. Palma d'oro nel 1981 e Oscar alla carriera nel 2000. E' morto a Varsavia il più famoso regista polacco, Andrzej Wajda. Aveva 90 anni. Wajida ha vinto la Palma d'oro nel 1981 col suo "L'uomo di ferro" e nel anno 2000 ha ricevuto l'Oscar alla carriera.
L’impegno politico e civile, i temi dell’antisemitismo e della lotta ai totalitarismi hanno segnato l’intera opera del regista che aveva da poco raggiunto i 90 anni, festeggiandoli proprio con «Immagini residue», il suo sessantacinquesimo lungometraggio, l’ultimo di una carriera lunga 60 anni. Figlio di un militare di carriera assassinato dai Sovietici nel 1940, in quello che poi divenne noto come il massacro di Katyn (episodio ricostruito nel film omonimo del 2007), Wajda si era arruolato durante l’ultima guerra nelle formazioni partigiane non comuniste e subito dopo, nel 1953, si era iscritto alla Scuola Cinematografica di Lodz, dove aveva iniziato a girare cortometraggi.
Negli Anni ‘90, in linea con la scelta di assumere la carica politica di senatore di Solidarnosc, la sua ispirazione si concentra sugli argomenti intorno a cui ruota la sua intera esistenza, lasciando però, sempre al centro di tutto, l’attenzione verso gli esseri umani, con le loro pulsioni e la loro possibilità di scegliere tra il bene e il male. Il suo ultimo film, dedicato a un artista vittima, nel dopoguerra, repressioni dovute al rifiuto di piegarsi alle norme del «realismo socialista», è il testamento di un regista che non ha mai fatto un passo indietro sul cammino della libertà: «”Immagini residue” - spiegava Wajda - è il ritratto di un uomo integro, un uomo sicuro delle proprie decisioni, un uomo dedito a un’arte di non sempre facile apprendimento».
Ha sempre trattato nelle sue opere la storia complessa e drammatica della Polonia. Un suo importante film è stato Walesa – L’uomo della speranza, uscito nel 2013. Il regista, nato a Suwalki il 6 marzo 1926, secondo i media locali si è spento a Varsavia. Il suo classico L’uomo di marmo, del 1977, è una critica convinta dellostalinismo nel suo paese: in L’uomo di ferro, del 1981, raccontò la storia degli scioperi che si erano svolti l’anno precedente e la lotta per la nascita di liberi sindacati, Solidarnosc. Wajda ha studiato alla Scuola nazionale di cinema di Lodz e i suoi primi tre film,Generazione (1954), I dannati di Varsavia (1957) e Cenere e diamanti (1958) sono considerati dei classici della scuola di cinema polacca. In questi film, il regista, affronta i temi della guerra e dell’arrivo al potere del Partito Comunista dopo il 1945.
Il suo ultimo film "Afterimage" sarà presentato giovedì prossimo a Roma durante la Festa del cinema, presenti l'equipe e gli attori che lo hanno realizzato. Il film racconta la vita del pittore polacco Wladyslaw Strzeminski (1893-1952) e delle repressioni da lui subite nel dopoguerra in Polonia per il rifiuto di piegarsi alle regole del 'realismo socialista', ovvero la dottrina ufficiale imposta agli artisti dal Partito comunista.
Wajda è il simbolo del cinema polacco che sta "annusando i tempi" e cerca di sottoporre le risposte alle domande che si pongono gli spettatori polacchi: è quanto ha scritto nel suo commiato per il regista piu' noto critico cinematografico polacco, Tadeusz Sobolewski. Sobolewski ricorda come il film 'L'uomo di marmo' realizzato nel 1977 precedeva solo di qualche anno lo sciopero dell'agosto 1980 a Danzica e la nascita del sindacato Solidarnosc, il tema poi continuato da Wajda con 'L'uomo di ferro' realizzato nel 1982 nonché, dopo anni, con il film sul premio Nobel Lech Walesa 'L'uomo della speranza', presentato nel 2013. Wajda, che ha subito il duro impatto della Seconda guerra mondiale e nelle fosse di Katyn ha perso il padre, secondo Sobolewski ha cercato con vari film, compreso 'Katyn' del 2007, di avvisare e prevenire affinché' i suoi connazionali non ripetono più "i sacrifici inutili", "l'eroismo invano", "il culto della sconfitta". "Ha creduto nella missione del cinema, nella responsabilità dell'artista di fronte alla società", ha sottolineato Sobolewski.
sabato 8 ottobre 2016
John Rockefeller un secolo fa
John Rockefeller, fondatore della dinastia Standard Oil, diceva da ragazzo a Cleveland, Ohio, «Ho solo due ambizioni, guadagnare 100.000 dollari e arrivare a cento anni». Morirà nel 1937, due anni e due mesi prima di doppiare il secolo, ma con un patrimonio stimato da Forbes in 340 miliardi di dollari rivalutati al 2015 che fa di lui l’uomo più ricco della storia, quattro volte Bill Gates, «Titano del capitalismo» secondo lo storico Chernow. Il suo schivo nipote, David Rockefeller, compie invece il secolo che ha eluso il titanico nonno, e oggi celebra l’evento regalando un’oasi naturale al Maine, dove passava le vacanze da scolaro.
La sua ambizione, quando aveva soli 16 anni, era di guadagnare 100.000 dollari e vivere 100 anni. Ma John Davidson Rockefeller, che ha vissuto 97 anni, ha guadagnato molto di più: a 25 anni era l'uomo più ricco dei suoi tempi e nel 1916 Forbes lo incoronò il primo miliardario al mondo con una fortuna pari ad attuali 30 miliardi di dollari.
Il suo successo, iniziato nel 1870 con la fondazione di Standard Oil, è alla base ancora oggi delle fortuna della famiglia Rockefeller, una delle paperone al mondo con 10 miliardi di dollari, ma non più ai vertici della gerarchia finanziaria americana. La sua eredità è visibile in tutta America. Uno dei contributi maggiori è stato l'assegno staccato dallo stesso John Rockefeller per fondare l’Università di Chicago: un contributo per creare il primo ateneo Battista da 80 milioni di dollari, pari ad attuali 2 miliardi di dollari. Ma il contributo più famoso è di suo figlio John Rockefeller Junior, che ha realizzato il Rockefeller Center di New York.
La scalata al successo di John Rockefeller, devoto religioso e avido giocatore di golf, è avvenuta con alle spalle solo un breve periodo di studi da ragioniere presso una scuola professionale di Cleveland, in Ohio, dove si è trasferito con la famiglia quando aveva 14 anni. Nel 1855, a 16 anni, ha trovato lavoro in una società di Cleveland che acquistava e vendeva grano, carbone e altre commodity. Quattro anni dopo fondo, con alcuni partner, una sua società. Il 1859 è anche l'anno della prima trivellazione per il petrolio americano. Nel 1863 Rockefeller entrava nel boom dell'industria petrolifera investendo in una raffineria di Cleveland, poi divenuta la più grande della città. E' stato a quel punto che Rockefeller ha deciso di accendere un prestito per acquistare le quote dei suoi soci e iniziare a gettare le basi di Standard Oil, che ha fondato nel 1870.
Da li' una corsa senza fine, con Standard Oil che ha iniziato a crescere con acquisizioni, fino a diventare monopolista del settore. Un monopolio durato anni, fino al 1911, quando la Corte Suprema ordinò di smantellarla dopo anni di battaglia legale. Rockefeller ha guidato il suo colosso fino alla metà degli anni 1890, per poi dedicarsi alla filantropia.
I campi petroliferi della Pennsylvania occidentale erano allora oggetto di uno sfruttamento febbrile, che moltiplicava le torri di trivellazione e creava città in pochi giorni, mentre i barili di greggio si accumulavano sulle rive del fiume Allegheny e nelle stazioni costruite in tutta fretta. Rockefeller comprese rapidamente che se voleva riuscire nella attività della raffinazione e delle perforazioni era necessario mettere ordine nel sistema produttivo e sforzarsi di controllarne i prezzi. Nel 1870 creò la Standard Oil, con un capitale record di un milione di dollari e siglò un accordo con le compagnie ferroviarie per distribuire il petrolio a basso costo.
La Standard Oil non era all'epoca una grande impresa. Era però la cerniera efficiente di un cartello petrolifero, una sorta di federazione che riuniva i principali operatori nel campo della raffinazione per il controllo dei prezzi.
Presentato da Rockefeller come un sistema di cooperazione necessario in un panorama industriale senza regole ne legge, ovvero come un antidoto al darwinismo economico-sociale, il cartello venne ripetutamente denunciato dai contemporanei, indignati per i metodi intimidatori impiegati dall'uomo d'affari per raggiungere i suoi fini.
E certo Rockefeller non usava molta diplomazia per convincere i suoi concorrenti ad aderire alla federazione e a porsi sotto la bandiera della Standard Oil. Non esitava nemmeno a ricorrere alle minacce e ai sabotaggi per forzare la mano dei recalcitranti. Sta di fatto che verso il 1880 il cartello controllava ormai il 90% delle capacità di raffinazione del paese.
La seconda tappa della costruzione dell'impero risale al 1882, con la creazione del cartello. Il cartello conferì i poteri dei dirigenti delle imprese federate ad una autorità centrale formata da trustees, cioè da amministratori delegati. Cambiamenti tecnici motivarono questa trasformazione: i vagoni cisterna degli anni 1870 furono infatti soppiantati dagli oleodotti, che alimentavano con continuità le raffinerie, che conseguentemente obbligavano a ingrandire e installare nuove raffinerie vicino alle grandi città, come New York o Philadelphia.
Theresa May: «Brexit al via a marzo, la scelta democratica non verrà sovvertita»
La Gran Bretagna attiverà all'inizio del 2017, al massimo "entro marzo", l'articolo 50 del trattato di Lisbona per l'avvio formale dell'iter di divorzio dall'Ue. Lo ha detto la premier Theresa May, scoprendo le carte al talk show di Andy Marr, sulla Bbc, nella giornata di apertura della Conferenza annuale del Partito Conservatore a Birmingham.
È compito del governo decidere quando avviare l'articolo 50 che sancisce l'uscita dall'Ue, non di Westminster.
Theresa May scioglie il mistero, sulla tempistica e le modalità del divorzio europeo con un'azione di comunicazione che muove da un'intervista al Sunday Times, una alla Bbc fino all'appassionato discorso alla platea del congresso Tory a Birmingham. Ed è proprio lì che il premier britannico ha scandito i termini della Brexit che verrà annunciando che nel Queen speech della prossima primavera apparirà fra le altre leggi destinate ad essere.
Poco dopo, è arrivato il commento del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: «È un annuncio benvenuto che fa chiarezza», ha fatto sapere, pur aggiungendo che nel negoziato gli altri 27 difenderanno i loro interessi.
Se questa è la tempistica, il processo è altra cosa. E su questo Theresa May ha voluto essere rassicurante. «L'acquis comunitario (ovvero la summa delle norme varate con l'Ue e adottate da Londra ndr) sarà legge anche per la Gran Bretagna. In altre parole nulla cambierà. Anche per i diritti dei lavoratori Ue oggi residenti che tale diritto manterranno fino a quando io sarò premier». Le eventuali modifiche all'acquis comunitario.
Il referendum sulla Brexit "è stato legittimo", anzi è stato "il più grande voto per il cambiamento che questo Paese abbia mai avuto" e "la Gran Bretagna lascerà l'Ue": così la premier Theresa May alla conferenza annuale del Partito Conservatore, ribadendo che "Brexit significa Brexit" e di volerne "fare un successo". Ironia poi su su chi rifiuta il risultato del referendum o pensa di ricorrere alle corti di giustizia: "Ma andiamo...".
"I diritti esistenti dei lavoratori europei" residenti in Gran Bretagna saranno "garantiti in pieno" anche dopo la Brexit: lo ha assicurato Theresa May. Tali diritti, ha insistito May, sono al riparo "almeno finche' io saro' primo ministro".
Il primo passo - scrive il Telegraph - per lasciare l'Ue è l'abrogazione dell'European Communities Act del 1972, il là vero e proprio per l'intero processo.
In parlamento approderà un "Great Repeal Bill", che riporterà tutto il potere nelle mani dei parlamentari e dei pari. Utilizzando l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, inizierà il percorso di due anni che porterà al divorzio definitivo.
L'annuncio della May, aggiunge il quotidiano britannico, è il primo impegno concreto da che a luglio ha preso il suo posto da primo ministro.
martedì 4 ottobre 2016
L'attacco di Assange: 'Clinton e Trump tormentati dalle ambizioni'
Il fondatore dell'organizzazione no-profit annuncia nuove rivelazioni, in occasione del decimo anniversario. Leak che potrebbero incidere sulle sorti delle presidenziali statunitensi Hillary Clinton e Donald Trump sono "tormentati dalle proprie ambizioni": lo ha detto il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, rispondendo a domande poste in un teatro di Berlino con cui è connesso in video-collegamento dall'ambasciata ecuadoriana a Londra in occasione del decennale dell'organizzazione che pubblica documenti segreti.
Assange ha annunciato nuove pubblicazioni di documenti ogni settimana per i prossimi mesi. In particolare, la diffusione del nuovo materiale di Wikeleaks si protrarra' per dieci settimane e saranno "significative per le elezioni americane" perché contengono materiale "interessante sulle fazioni del potere americano". Ha quindi ricordato che in dieci anni di attività Wikileaks ha pubblicato dieci milioni di documenti. Si tratta di 10 miliardi di parole, in media 3.000 documenti al giorno.
Pubblicheremo nuovi documenti relativi alle elezioni statunitensi e che riguarderanno altri tre governi", lo rivela il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, in occasione del decimo compleanno dell'organizzazione no-profit nata con l'intento di diffondere informazioni segrete d'interesse pubblico. Con indosso una maglietta nera su cui campeggia la scritta bianca "truth", verità, Assange non poteva trovare miglior modo di festeggiare l'anniversario della propria creatura: ovvero annunciando altre notizie scomode in arrivo. Il rilascio dei file è atteso prima dell'otto novembre e dovrebbe avvenire a cadenza settimanale per le prossime dieci settimane. Un'attività che non si fermerà nemmeno se lui stesso dovesse scegliere di abbandonare la guida dell'organizzazione, assicura Assange nel video trasmesso a Berlino, dove sono in corso le celebrazioni.
In questi dieci anni, è stato pubblicato tanto. Dieci anni di scoop. Dieci anni di rivelazioni che hanno fatto discutere. Così può essere sintetizzata l'attività di Wikileaks che adesso spegne le candeline. È il 4 ottobre del 2006 quando Julian Assange, giornalista e hacker australiano dall'inconfondibile chioma argentea, ne registra il dominio: Wikileaks.org. Il simbolo è una clessidra con dentro un globo: in alto nero, in basso azzurro. Limpido. L'opacità ha le ore contate, la neonata organizzazione ''corsara'' promette di traghettarci nell'era della trasparenza. Di rivoluzionare il mondo dell'informazione e di attaccare il potere. Per farlo utilizza una piattaforma web a prova di censura, in cui sdogana mediaticamente l'utilizzo della crittografia per proteggere le fonti. Un sistema che funziona dato che da quel 4 ottobre a oggi sono stati messi online dieci milioni di documenti, 10 miliardi di parole. All'incirca tremila file al giorno: carteggi, faldoni top secret che hanno svelato crimini contro l'umanità, messo in imbarazzo i governi del pianeta, nonché i consigli di amministrazione di grandi colossi finanziari.
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