mercoledì 28 settembre 2016

Corte dell'Aja condanna per crimini di guerra a jihadista



Un verdetto destinato a diventare una pietra fondante del diritto internazionale.

I giudici della Corte Penale Internazionale dell'Aia hanno giudicato il jihadista maliano Ahmad Al Faqi Al Mahdi colpevole della distruzione di mausolei di Timbuctù, riconosciuti come patrimonio mondiale dell'umanità e lo hanno condannato a nove anni di prigione.

Una sentenza storica quella della Corte Penale Internazionale (CPI) che condanna il jihadista per crimini di guerra e per attacchi contro edifici storici e luoghi di culto.e per la prima volta ha pronunciato la sua ferma condanna per distruzione del patrimonio culturale.

Al Mahdi, condannato per le distruzioni dell'estate 2012 dei tesori culturali di Timbuctu, la città del Mali patrimonio mondiale dell'Unesco, è il responsabile della distruzione delle tombe sufi e delle porte della moschea di Sidi Yahia. La moschea di Sidi Yahia è uno dei simboli di questa città che spunta dal deserto per affacciarsi sulle rive del Niger, al crocevia tra le popolazioni nomadi Tuareg e quelle sedentarie, luogo d'incontro tra chi viaggiava in piroga e chi cavalcava il cammello.

Nel corso dei dieci mesi di permanenza a Timbuctu, i jihadisti di Ansar Eddine, oltre ai mausolei e alla moschea Sidi Yahya, hanno distrutto anche circa 4mila degli oltre circa 100mila manoscritti custoditi nelle 24 biblioteche pubbliche della città, diversi dei quali risalenti al XIII secolo. La furia devastatrice degli islamisti ha richiamato alla memoria quella dell’esercito di occupazione del sultano sadiano Aḥmad al-Manṣur, che, nel 1591, sotto la guida del generale spagnolo Jawdar Pascià, espugnò Timbuctu e uccise o deportò la maggior parte degli studiosi dell’antica città carovaniera.

Le basi giuridiche del processo risiedono in una convenzione sottoscritta nel 1954 da 125 Paesi, che protegge monumenti, siti archeologici, opere d’arte, manoscritti e collezioni scientifiche. Tuttavia, Stati Uniti, Russia e gran parte del Paesi del Medio Oriente non aderiscono alla Corte, che di conseguenza non ha giurisdizione nei loro confronti.

La presidentessa dell'Unesco Irina Bokova, definendo la decisione della Cpi storica per ottenere il riconoscimento dell'importanza del patrimonio per l'intera umanità e per le comunità che lo hanno conservato nei secoli, si è detta convinta che "in un contesto di ripetute violenze contro i popoli e il loro patrimonio, il verdetto della Cpi rappresenti un elemento chiave per contrastare l'estremismo violento".

Nel XV° secolo il capo Timbuctù, Mohammed Nadi, fece un sogno in cui arrivava da lontano un uomo di grandi qualità, un santo. Costruita la moschea Naddi mise la chiave in una buca accanto alla porta. La moschea rimase sigillata per 40 anni fino a quando dall'Andalusia arrivò uno sharif di nome Sidi Yahia. Si diresse verso la moschea e come se già conoscesse il posto prese la chiave dalla buca, aprì la porta ed entrò. Quando Yahia morì fu sepolto nella moschea e una pietra copre la sua tomba: tutti entrano per sfiorarla con la mano e chiedono l'intercessione di uno dei santi più venerati.

“Timbuctù è l’unica città dell’Africa nera che ha avuto un’Università non influenzata dalle scuole di pensiero formatesi in nord Africa o nel Golfo persico,” ha dichiarato Mohamed Haidara, una guida turistica maliana fuggita dalla regione per via della ribellione, “Egitto, Marocco, Algeria, Arabia saudita, sono tutti Stati in cui le università hanno manipolato l’interpretazione dell’Islam a seconda dei propri interessi. I musulmani di Timbuctù vantano invece un’indipendenza storica e religiosa che ha permesso loro di seguire la propria strada moderata – spiega Haidara – è quindi impensabile che ci venga imposta la versione della sharia voluta dagli integralisti”.

Molti studiosi perseguitati nei propri paesi d’origine si trasferivano nella regione con la loro ricchezza intellettuale. Timbuctù diventò presto una città internazionale fornita di oltre 700 mila preziosi manoscritti, tra cui documenti dell’era medievale africana, libri o semplici testimonianze dell’epoca.

“Dal XVI secolo in poi, con la modernità, è iniziato il periodo di decadenza”, ha sostenuto Salem Ould Elhaj, originario di Timbuctù e professore di storia che per oltre trent’anni ha insegnato in diverse scuole del nord maliano, “I cammelli e le piroghe sono stati sostituiti da barche a motore, treni, e aerei. Il progresso scientifico ha distrutto Timbuctù; il commercio cambiò aspetto, non puntava più verso l’interno, ma con incomprensibile avidità si dirigeva verso l’esterno, raggiungendo le coste dell’Africa Occidentale”.

Secondo El-Boukhari Ben Essayouti, coordinatore della ricostruzione, il processo a Mahdi è una lezione importante perché «mostra a tutti che così come non si può uccidere e restare impuniti, allo stesso modo non si può distruggere un patrimonio culturale mondiale e restare impuniti». Lo stesso segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon di recente ha condannato i crimini contro il patrimonio culturale, affermando che si tratta di un attacco al tessuto sociale di un Paese.



Dati da WhatsApp a Facebook, il Garante della privacy chiede trasparenza



L’unione di dati celebrato a fine agosto, grazie al quale Facebook ha a disposizione nuove informazioni provenienti dagli account WhatsApp, non è chiarissimo. Il progetto di Zuckerberg di connettere, almeno in parte, le due piattaforme merita un approfondimento, tale modifica della privacy policy effettuata da WhatsApp, mette a disposizione di Facebook dati sensibili degli utenti del servizio di messaggistica, non convince il Garante che chiede ai due colossi di "fornire tutti gli elementi utili alla valutazione del caso", in particolare riguardo al consenso e alla sua revoca da parte degli utenti.

Così il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un'istruttoria con l'obiettivo di fare chiarezza a seguito della modifica della privacy policy effettuata da WhatsApp a fine agosto che prevede la messa a disposizione di Facebook di alcune informazioni riguardanti gli account dei singoli utenti di WhatsApp, anche per finalità di marketing''. La comunicazione è arrivata da una nota ufficiale del Garante, dalla quale si evince che WhatsApp e Facebook sono state invitate a fornire «tutti gli elementi utili alla valutazione del caso».

'Il Garante - continua la nota - ha invitato WhatsApp e Facebook a fornire tutti gli elementi utili alla valutazione del caso. In particolare ha chiesto di conoscere nel dettaglio: la tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook; le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati; le misure per garantire l'esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall'avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato''. Inoltre ''Il Garante ha chiesto di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch'essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell'informativa originariamente resa agli utenti WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing''.

''La nuova privacy policy adottata da Facebook e WhatsApp pone serie preoccupazioni dal punto di vista della protezione dei dati personali''. A dirlo è Antonello Soro, presidente dell'Autorità italiana. "Il flusso massiccio di dati non riguarda solo gli utenti di Facebook o WhatsApp, ma si estende anche a chi non è iscritto a nessuno dei due servizi, i cui dati vengono comunicati per il semplice fatto di trovarsi in una rubrica telefonica di un utente di WhatsApp".

In particolare, il Garante ha chiesto di conoscere nel dettaglio «la tipologia di dati che WhatsApp mette a disposizione di Facebook; le modalità per l’acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati; le misure per garantire l'esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall'avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato».

Un'ulteriore richiesta è quella di chiarire «se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch'essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell'informativa originariamente resa agli utenti WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing».

Un colpo basso per la galassia Facebook, chiamata a chiarire una mossa che qualche settimana fa aveva sorpreso un po' tutti. Con un aggiornamento dei termini di servizio, infatti, il 25 agosto WhatsApp comunicava ai propri utenti che dopo 4 anni era arrivato il tempo di cambiare. E che grazie alle nuove impostazioni, Facebook era in grado di offrire «migliori suggerimenti di amici» e mostrare «inserzioni più pertinenti». Un'operazione con chiare finalità di marketing che faceva leva sulla pigrizia dell'utente medio, solitamente poco propenso ad entrare nei dettagli di un servizio che comunque piace e funziona. Ma è qui che sono entrati in azione i guardiani della privacy. Un portavoce del social network ha dichiarato che «WhatsApp è conforme alla legge sulla protezione dei dati dell'Ue. Lavoreremo con il garante della privacy italiano nel tentativo di rispondere alle loro domande e di risolvere eventuali problemi».


martedì 27 settembre 2016

Accordo di pace tra la Colombia e le Farc



L’intesa, che mette fine a una guerra civile cominciata nel 1964, è stata siglata dal capo delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia Rodrigo Londoño, detto Timochenko, e il Presidente Juan Manuel Santos.

Nel corso di una grande cerimonia, avvenuta a Cartagena - la città del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez e tutt'e due hanno usato l'immagine delle farfalle gialle che incarnavano l'amore di Mauricio Babilonia, uno dei personaggi di "cent'anni di solitudine", come metafora della speranza per il futuro del paese.

Alla presenza del segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon, a cui hanno partecipato più di 2.500 invitati. Il presidente Santos e il comandante delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), Londoño, detto Timochenko, hanno sottoscritto un documento che “porterà alla costruzione di una pace stabile e duratura”. L’accordo sarà sottoposto a referendum il 2 ottobre.

Il testo dell'intesa è stato sottoscritto con un "baligrafo", cioè una pallottola (bala) trasformata in penna stilografica, gesti simbolici di questo tipo hanno segnato la breve cerimonia. In una scenografia interamente bianca Santos, accompagnato da due bambini, ha aperto una "porta del futuro" per fare salire sul podio i negoziatori dell'accordo e i capi di stato invitati per la storica occasione.

Da parte sua, Timochenko ha offerto una dichiarazione senza precedenti, chiedendo perdono a nome delle Farc "a tutte le vittime, per tutto il dolore che abbiamo causato con questa guerra". Durante il suo discorso, il leader guerrigliero è stato interrotto dal passaggio di una pattuglia di esibizione dell'aeronautica e, guardando in aria, ha commentato con un sorriso: "questa volta vengono a celebrare la pace, non a buttarci addosso le bombe".

Sottolineando che l'accordo di pace colombiano deve servire come esempio per la soluzione di tutti i conflitti del mondo, il capo delle Farc ha lanciato un appello a favore di una trattativa di pace per porre fine alla guerra in Siria, e al conflitto fra israeliani e palestinesi.

L'unico oratore nella cerimonia, oltre ai due firmatari dell'accordo, è stato il segretario generale delle nazioni unite, Ban Ki-Moon, che ha dichiarato ufficialmente aperto il monitoraggio ONU dell'implementazione dell'intesa, commentando che considerava un onore essere presente "nel momento in cui un popolo ha deciso di cominciare a sanare le sue ferite".

Forse il momento più emozionante della cerimonia è stato l'intervento di un coro di donne della comunità afro di bojayà, nel nordest del paese, scenario di una strage di civili nel 2002, durante uno scontro fra le Farc e gruppi paramilitari, nella quale morirono un centinaio di persone, uccise da una bomba lanciata dai guerriglieri dentro a una chiesa. Da allora, le donne di Bojayà, sempre vestite di nero, cantavano il lamento per i loro parenti uccisi. Oggi, per la prima volta vestite di bianco, hanno cantato a cappella per celebrare la pace.



lunedì 26 settembre 2016

Trump-Clinton il super bowl delle presidenziali USA



A caccia del voto degli indecisi, a sei settimane dalle elezioni, negli Stati Uniti Hillary Clinton e Donald Trump si affrontano nel primo dibattito televisivo, alle 3 di notte ora centrale europea.

Per la prima volta li vedremo sfidarsi direttamente, faccia a faccia: Hillary Clinton e Donald Trump, in piedi dietro un leggio, per 90 lunghi minuti. Otto su dieci elettori americani dicono che guarderanno questo primo dibattito presidenziale — un pò per interesse politico e molto per ragioni di intrattenimento. Potrebbe diventare il dibattito presidenziale più visto della storia, con oltre 100 milioni di spettatori (al momento il record spetta a Reagan contro Carter, 1980, 80 milioni).

Quello di questa notte è il primo dei tre dibattiti previsti tra i candidati alla Casa Bianca (il secondo il 9 ottobre, il terzo il 19 ottobre), mentre i loro vice — il democratico Tim Kaine e il repubblicano Mike Pence — si fronteggeranno in un’unica occasione il 4 ottobre.

A poche ore dal primo duello tv tra Hillary Clinton e Donald Trump i sondaggi parlano di un testa a testa tra i due candidati. Secondo il sito specializzato RealClearPolitics, che fa la media di tutte le principali rilevazioni, la ex first lady è in leggero vantaggio, di appena 2,1 punti, con il 45,9% delle preferenze, contro il 43,8% del rivale repubblicano. In passato non si era mai avuto un confronto politico che proponesse soluzioni talmente divergenti per il Paese. Il tema centrale che è poi il primo tema in discussione, riguarda le condizioni di salute dei valori americani, il titolo è “America's Direction”, la direzione dell’America. E non si sono mai avute indicazioni più diverse in termini di valori come in queste elezioni.

Persino il “combattimento presidenziale” del 1980 fra Jimmy Carter e Ronald Reagan, quando molti temevano che a Washington arrivasse un attore impreparato al posto di uno statista come Carter che aveva già lavorato quattro anni alla Casa Bianca, le differenze erano soprattutto sul ruolo che lo stato dovesse giocare nell’economia; sugli ammontari di tasse che gli americani dovevano contribuire alle casse del Tesoro. Ma non si mettevano in dubbio i valori di fondo ereditati dai Padri Fondatori, valori di apertura, tolleranza, altruismo.

Oggi quei valori sono superati da Donald Trump per una semplice ragione: «Siamo in guerra - ha detto più volte il candidato repubblicano - e in una guerra, quando i terroristi ti attaccano in casa non c’è spazio per le buone maniere». Trump in sostanza propone un passaggio verso l’autoritarismo, Hillary invece resta posizionata sull'immagine che tutti hanno dell’America, un paese severo, ma non autoritario all’esterno o all’interno.

Sappiamo che una buona parte dello malcontento deriva dalle difficoltà della classe media, da una crescente sperequazione fra ricchi e poveri anzi, fra super ricchi e il resto del paese. Trump ha ricette molto drastiche: chiudere le frontiere e obbligare le aziende locali a rimpatriare il lavoro. Può funzionare? Tutti gli economisti sono concordi sul fatto che misure protezioniste potranno solo peggiorare le cose. E proprio in questi giorni dai ottenuti dal censimento americano dimostrano che c’è stato un recupero dei redditi per le classi più povere. Di nuovo, la differenza di fondo riguarda la direzione: apertura contro chiusura. Una direzione nuova visto che tradizionalmente, soprattutto in campo repubblicano si è sempre stati per l’apertura dei commerci.

Ma il tema valori diventa caldissimo per il terzo argomento in discussione, la Sicurezza dell’America “American Security”. E dopo una decina di giorni in cui abbiamo visto esplodere la violenza, sia quella di matrice estremista islamica che quella dell’intolleranza razziale, con l’omicidio di due afroamericani disarmati da parte della polizia, il dibattito sulla sicurezza e su come conciliare i valori americani con la necessità di proteggersi, diventa centrale non solo al dibattito di questa sera ma all'intero processo elettorale.

La vigilia dell’atteso faccia a faccia alla Hofstra University, poco fuori New York, per il quale si prevede un record storico di audience con 100 milioni di telespettatori, è stata ancora all’insegna dei veleni. In fondo il Super Bowl della politica non è una gara giocata a colpi di punti programmatici ma una prova di carattere e carisma.

Tutto è cominciato con la pubblicazione dell'ultimo sondaggio di Washington Post/Abc che ha assegnato a Hillary due punti di vantaggio sul rivale, con il 46% dei consensi contro il 44%. La squadra dell'ex first lady ha dunque fatto sapere di aver invitato tra il pubblico il miliardario Mark Cuban, sostenitore di Hillary e storico rivale di Trump.

Dal canto suo, Trump ha minacciato (salvo poi smentire) di schierare in prima fila Gennifer Flowers, l'ex modella diventata famosa per aver rivelato una relazione decennale con Bill Clinton, nel pieno della campagna per la Casa Bianca del 1992.

Il confronto, 56 anni dopo il primo dibattito presidenziale americano in tv tra John F. Kennedy e Richard Nixon, si preannuncia brutale e imprevedibile. Il moderatore è Lester Holt, al suo esordio sul palco della finalissima per la presidenza.

Su una cosa i commentatori sono d’accordo: la maggior parte della gente guarderà questo dibattito per vedere Trump; e Trump vincerà se riuscirà a dimostrare di essere «presidenziale». Infatti, la strategia di Hillary, che si è allenata metodicamente davanti al leggio con un finto rivale, mettendo a punto risposte da due minuti, è non solo di smascherare le bugie di Trump ma mostrare che è «caratterialmente inadatto allo Studio Ovale». Visivamente e fisicamente, il fatto di trovarsi faccia a faccia con Hillary gli darà la dignità del candidato a tutti gli effetti. C’è chi (Frank Bruni, sul New York Times) argomenta che per Trump la cosa migliore sarebbe riuscire ad essere noioso. Se invece esibisse la sua consueta volgarità, in particolare contro una donna, questo potrebbe sancire la sua fine. Nell’incertezza su quale Trump apparirà lunedì sera, Hillary si è addestrata a fronteggiarne di diversi: dal candidato che discute di grandi tematiche promesso dal suo staff, al bullo che insulta e denigra. Resta invece aperta la questione di che cosa significhi essere presidenziale per una donna come Hillary: poiché non è mai successo prima che ci sia stata una donna presidente degli Stati Uniti, tutto — dal tono di voce all’abbigliamento, al livello di emotività — è oggetto di scrutinio.



Chianti, 300 anni fa il bando del Granduca de' Medici



"Trecento anni di storia e neanche una penna bianca" ha ricordato Sergio Zingarelli - riferendoci al simbolo del Gallo nero che contraddistingue il consorzio del Chianti classico da quando nacque nel 1924.. È lo slogan scelto per festeggiare i 300 anni del Chianti Classico.

Sono passati tre secoli dal 24 settembre 1716, giorno in cui il Granduca Cosimo III dè Medici emanò un bando,  Il bando si denominava 'Sopra la Dichiarazione de' Confini delle quattro regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Vald'Arno di Sopra', per delimitare le zone di produzione del Chianti Classico, del Valdarno di Sopra, del Pomino/Chianti Rufina, e del Carmignano. Un'area compresa tra le città di Firenze e Siena. Da allora è sempre stato un'eccellenza toscana, italiana, con il suo colore rosso rubino e il sapore armonico e asciutto.

Risale invece al 1924 la nascita del consorzio del Chianti, al quale oggi aderisce il 96% dei produttori, che si fregerà della dicitura 'classico' solo dal 1932, per distinguere le produzioni vinicole che rientrano nei confini storici del bando di Cosimo III de' Medici. Nel 1984 arriva la Docg (Denominazioni di Origine Controllata e Garantita). Fin dalla sua nascita l'organo consortile sceglie come proprio simbolo il 'Gallo nero', che sancì, secondo la leggenda medievale, l'unità politica dell'intero territorio chiantigiano.

La cerimonia per l'anniversario svoltasi a Palazzo Vecchio hanno partecipato i presidenti dei quattro consorzi, Sergio Zingarelli (Chianti classico), Federico Giuntini (Chianti Rufina), Fabrizio Patresi (Carmignano) e Luca Sanjust (Valdarno di sopra). L'assemblea dei soci del Consorzio del Gallo Nero (simbolo del Chianti Classico) ha deciso di avanzare una proposta: l'avvio del processo di inserimento del territorio del Chianti nella lista dei siti patrimonio dell'umanità dell'Unesco e la costituzione di un distretto rurale del Chianti. Il ministero dello Sviluppo economico ha previsto, nel programma filatelico annuale dello Stato, l'emissione di un francobollo celebrativo.

I vitigni che producono il Chianti si estendono per oltre 70mila ettari. La produzione è in media di 35 milioni di bottiglie all'anno di classico. Un vino che si esporta molto all'estero, in circa 100 paesi, e che attira turisti stranieri che ogni anno vengono in questa parte della Toscana per acquistarlo, degustarlo e visitare le cantine storiche in cui si produce.

Negli ultimi cinque anni, il Chianti classico ha segnato una crescita complessiva del 35% nelle vendite a livello globale. Un risultato raggiunto, è stato spiegato, grazie a un processo di profondo rinnovamento finalizzato a riposizionare il Gallo nero sui mercati globali, a partire dall'introduzione di una nuova categoria di vino, la Gran selezione, che non ha tardato a dare frutti, in termini di qualità e competitività. Sul fronte dei mercati gli Stati Uniti si confermano il primo mercato per il Gallo nero, assorbendo circa il 31% delle vendite totali, seguiti dall'Italia con il 20%, dalla Germania con il 12%, dal Canada con il 10%, da Regno Unito con il 5%, dai Paesi Scandinavi, Svizzera e Giappone al 4%, da Benelux, Cina e Hong Kong al 3%, e infine dalla Russia con l'1%.

"Siamo molto soddisfatti dell'andamento del mercato - ha sottolineato Zingarelli - un risultato che premia il lungo lavoro di rilancio della denominazione svolto negli ultimi anni e culminato con l'introduzione della Gran selezione, che oggi rappresenta circa il 4% delle vendite dei vini del Gallo Nero. Un grande vino che ha qualificato ulteriormente la nostra denominazione e che ha già riscosso successi di critica e che in breve tempo si è posizionato nella sfera delle eccellenze enologiche mondiali".

Annunciato in Palazzo Vecchio, un accordo di cooperazione fra il Consorzio del Chianti Classico e il Comité des Vins de Champagne, ed arriva anche la candidatura del Chianti a Patrimonio dell’Unesco lanciata in un videomessaggio dal ministro dell’agricoltura Maurizio Martina.

L’accordo è stato annunciato dal presidente del Gallo Nero Sergio Zingarelli in occasione delle celebrazioni in Palazzo Vecchio a Firenze, per i 300 anni dalla presentazione del bando del granduca Cosimo III de’ Medici con il quale si delimitavano per la prima volta le zone di produzione vincola corrispondente all’attuale territorio del Chianti classico, del Pomino (Chianti Rufina), del Valdarno di Sopra e di Carmignano.

"Siamo pronti a lavorare per la candidatura del Chianti", che corrisponde al territorio dell'attuale Chianti classico, "a Patrimonio dell'Unesco, credo che sia un atto doveroso che possiamo fare insieme per rappresentare al massimo livello una storia di eccellenza come quella del Chianti. Prendersi questo impegno per celebrare i 300 anni di questa esperienza è una scommessa sul futuro che dobbiamo vincere insieme", così, il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina.



giovedì 22 settembre 2016

Tre mesi dal Brexit: Londra e l’Ue



Tre mesi dopo Brexit, tutto è tornato alla normalità in Gran Bretagna, almeno all'apparenza. Superato lo shock iniziale per il risultato a sorpresa del referendum del 23 giugno, non si è verificato il crollo economico che molti temevano e la fiducia resta elevata.

Gli elettori britannici non sono pentiti di avere votato per la Brexit e non vogliono un secondo referendum sull'uscita del Regno unito dall'Unione europea: è quanto ha spiegato oggi l'esperto di sondaggi John Curtice, presentando i risultati di uno studio.

Curtice ha analizzato una serie di sondaggi realizzati dopo il referendum del 23 giugno, nel quale circa il 52% dei britannici si è espresso in favore della Brexit. "Tre mesi dopo restiamo divisi, i pareri non sono cambiati", ha affermato Curtice davanti la stampa.

L'esperto ha anche rilevato numeri più realistici circa le promesse fatte in campagna elettorale di ridurre drasticamente l'immigrazione e impiegare i fondi allocati a Bruxelles sul sistema sanitario pubblico. "Prima del referendum, più della metà della popolazione era in attesa di un calo dell'immigrazione, ma questa percentuale è scesa al 45%", ha detto.

Interpellato sulle aspettative nel Paese con la Brexit, il ricercatore ha spiegato che la grande maggioranza dei britannici cita la fine del contributo finanziario britannico a Bruxelles e la fine della libertà di circolazione, ma anche il mantenimento nel mercato unico. Il ricercatore ha osservato, tuttavia, "una chiara volontà di compromesso", con la maggioranza dei britannici che vuole ampio accesso al mercato unico "mantenendo un certo controllo sull'immigrazione".

Sin dall'annuncio del referendum da parte di Cameron, ho iniziato ad analizzare le conseguenze di una potenziale uscita. I miei risultati denotavano, sin dall'inizio, che il panorama apocalittico, strumentalizzato da coloro che volevano controllare il risultato del referendum, era ingiustificato. Si stava terrorizzando la popolazione britannica, Europea e di riflesso quella mondiale con il "fantasma" Brexit.

A parte che la Gran Bretagna è stata sempre con un piede fuori dall'Ue non avendo adottato la moneta unica, ed era quindi prevedibile che:

1) sarebbe stato il primo paese a lasciare l'Unione;

2) le grida disperate di Merkel e Juncker erano solamente lacrime da coccodrillo in quanto non avevano concesso a Cameron quanto aveva chiesto pre-brexit, e questo, a mio avviso, indicava quasi certamente l'uscita;

3) le pressioni poste da parte di Bruxelles e Berlino sulla GB di uscire immediatamente dall'Unione subito dopo il referendum, erano solo una reazione infantile, in quanto la UE: a) ha perso il 20% delle entrate nelle casse di Bruxelles; b) ha bisogno della GB adesso più che mai poiché le sue prospettive di crescita sono diminuite considerevolmente dopo la perdita della seconda potenza europea e il famigerato "bazooka" di Draghi non sarà sufficiente per far ripartire l'economia; c) qualsiasi forma di "helicopter money" che sta contemplando la Bce è divenuta più complicata e meno probabile.

Anche Obama aveva minacciato pre-Brexit che una eventuale uscita avrebbe causato un'interruzione dei trattati economici/trade e che ci sarebbero voluti anni per la GB a rinegoziare e ricostituire i vari trattati con molti Paesi del mondo incluso gli USA. Due giorni dopo il referendum, il Presidente Americano si rimangia il tutto dichiarando: "Nulla è cambiato tra gli USA e la Gran Bretagna". Tali dichiarazioni contrastanti di Obama non erano altro che un escamotage per proteggere Hillary Clinton da una sconfitta elettorale qualora ci fosse stato il paventato disastro economico.

Anche se i dati economici post-Brexit della Gran Bretagna sono preliminari, essi suggeriscono un trend positivo. La settimana scorsa abbiamo visto un rialzo nel settore edilizio inglese ai livelli del 2013, nell'export e nel settore manifatturiero un dato più alto di quello previsto dagli economisti europei. Questo per via della sterlina che subito dopo il Brexit si è svalutata del 15% circa incentivando le esportazioni e gli investimenti nel Paese. Allo stesso tempo, per la Ue c'è stato un notevole declino (minimi di tre mesi fa) dei dati attinenti all'esportazione dovuti ad un calo della richiesta dei beni di consumo europei.

C'è da chiedersi: ma com'è possibile? Specialmente quando si considera la svalutazione dell'euro dovuto al programma Qe della Bce in corso da due anni? Se nell'equazione aggiungiamo che da maggio 2016 ad agosto 2016 il dollaro statunitense è salito, si avvalora il costante indebolimento dell'euro rispetto alle maggiori monete, ma l'esportazione e gli investimenti nell'Unione invece di incrementarsi scendono.

È chiaro che la colpa non è della sterlina ma di una politica economica europea errata. Senza dimenticare che il tasso di disoccupazione britannico uscito due settimane fa rispecchia un dato positivo risalente al 2008. Coincidenza? Non credo. Ma quando si capirà che c'è una fondamentale frattura del modus operandi della Ue e della Bce? Quante persone e piccole e medie imprese devono ancora soffrire per strategie economiche sbagliate? A parte che le grandi imprese internazionali non investono capitali in Italia, neanche minimi, per via della forte pressione fiscale e della mastodontica macchina burocratica italiana ed europea che fa dell'Italia un paese da evitare, nascondendo invece il suo grande potenziale.

Rimanendo succube del proprio disfunzionale governo nazionale e vittima del controllo di Bruxelles e della Germania, mi domando che speranze ha L'Italia di risollevarsi da questa crisi? L'Inghilterra si è impadronita nuovamente della propria sovranità ed è di nuovo padrona del proprio futuro economico.

Il referendum di questo autunno proposto da Renzi darà agli italiani una chance di riflettere,
perché le proposte adottate nella riforma costituzionale non vanno nel senso della crescita
perché non aiutano l'economia del paese ma hanno uno scopo oscuro e non-funzionale che non giova al PIL. Guarda caso, come avvenuto per la campagna pre-brexit, il premier italiano nelle sue dichiarazione pre-referendarie grida al disastro se i cittadini italiani opteranno per il no alla riforma costituzionale. Una canzone già sentita milioni di volte in passato e auspico che gli italiani siano stufi di ascoltare le stesse cose che vanno nell'interesse di pochi e non di una intera popolazione.

L'Italia ha un indice di povertà molto alto per un paese sviluppato (membro del G8), gli italiani hanno bisogno di riforme che riportino occupazione e benessere, e non di riforme che non si capisce bene cosa riformino e a quale scopo. Sicuro che anche questo sarà a scapito dei cittadini. Da notare che Paesi come la Svizzera, Islanda e Norvegia non appartengono alla UE e giovano di un'economia più stabile e attenta ai bisogni dei cittadini. La priorità della attuale Ue non è certo il cittadino ma qualcosa di astratto che devia notevolmente dal piano originale di una Unione prospera, e se ci mettiamo la continua incompetenza della Bce è una ricetta per il disastro. Se i dati economici della Gran Bretagna continuano a crescere, spingeranno altri Paesi membri a riflettere e mettere ulteriormente in discussione la validità della Ue cosi come concepita oggi. In conclusione, c'è molta carne al fuoco sui cui riflettere prima del referendum.

Il ministro degli esteri britannico Boris Johnson ha affermato che le procedure per ufficializzare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea potrebbero cominciare già nei primi mesi del 2017. Sempre secondo Johnson, dopo il ricorso di Londra all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, non saranno necessari i due anni di trattative previsti dagli accordi tra gli stati membri


mercoledì 21 settembre 2016

Obama, ultimo discorso all'ONU: il mondo deve cambiare rotta



No ai muri. No ai populismi e ai nazionalismi. E soprattutto no al mito degli uomini forti. "In otto anni abbiamo compiuto enormi progressi. Non sarebbe stato possibile se non avessimo lavorato insieme", dice Barack Obama rivolgendosi per l'ultima volta all'Assemblea generale dell'Onu. "Sono davanti a voi per l'ultima volta". Nel suo discorso anche un appello sui migranti. Poi l'attacco a Putin: "Cerca la gloria attraverso la forza".

Obama apre così il suo intervento. Nel ricapitolare i "progressi" compiuti negli anni in cui è stato presidente, ricorda la crisi finanziaria e come dopo questa "abbiamo evitato la catastrofe".

Il mondo è a un bivio "Il mondo oggi si trova davanti a una scelta: o andare avanti o tornare indietro. E noi dobbiamo andare avanti", ha detto il presidente Usa sottolineando la necessità di rafforzare la fiducia dei popoli. Perché "è più difficile governare se la gente perde la fiducia".

Mosca "cerca la gloria con l'uso della forza" "Abbiamo visto la Russia cercare di ottenere la gloria perduta con l'uso della forza", ma il mondo è troppo piccolo per far risorgere "le vecchie mentalità". "Lo abbiamo visto in Medio Oriente, dove i leader perseguono gli oppositori politici o le minoranze. E questo ha aiutato a far crescere l'Isis", sostiene il capo della Casa Bianca.

"Respingere fondamentalismo, razzismo, autoritarismo" "Dobbiamo correggere la globalizzazione, ma no ai nazionalismi e ai populismi", è l'appello lanciato da Obama. "Un Paese circondato dai muri - ha aggiunto - imprigionerebbe se stesso". "No agli uomini forti e a modelli di società guidate dall'alto. La democrazia resta il vero percorso da compiere. E la strada verso la vera democrazia è meglio dell'autoritarismo". ''Dobbiamo respingere qualsiasi forma di razzismo, fondamentalismo e di idee superiorità di razza. Bisogna abbracciare la tolleranza e il rispetto di tutti gli esseri umani e di tutte le culture''.

La critica a Israele "La diplomazia è la vera chiave per fermare la violenza", dice ancora Obama, facendo l'esempio di Israele. "Non si può affermare la propria leadership sminuendo gli altri. Israele sa che non può occupare in via permanente la terra palestinese". Obama ha poi parlato della necessità di lavorare sulla democrazia, «vera chiave per fermare la violenza», facendo l’esempio di Israele. E spiegando che entrambe le parti trarrebbero vantaggio se Israele riconoscesse che non può occupare in modo permanente il territorio palestinese. «Non si può affermare la propria leadership sminuendo gli altri. Israele sa che non può occupare in via permanente la terra palestinese» ha precisato parlando alla 71ma Assemblea Onu.

L’accordo sui rifugiati ''Dobbiamo fare di più per aiutare i rifugiati''. E' l'appello che Barack Obama lancia dall'Assemblea generale dell'Onu. ''Dobbiamo aprire i nostri cuori per accogliere i rifugiati nelle nostre case". "Ci sono tante nazioni che stanno facendo la cosa giusta ma molte nazioni, specialmente quelle benedette dalla loro ricchezza e dalla loro posizione geografica, devono fare di più". Obama ha annunciato l’accordo tra le oltre 50 nazioni che partecipano al Summit. «Verrà raddoppiata l’accoglienza dei profughi arrivando ad accoglierne 360 mila» ha detto il presidente Usa parlando del reinsediamento dei rifugiati.

Corea del Nord "terra desolata" La Corea del Nord è una "terra desolata" afferma Obama. "C'è un forte contrasto fra il successo della Corea del Sud e la terra desolata della Corea del Nord, che mostra come l'economia controllata dalla Stato è una strada senza uscita.

Obama ha ripetuto che negli ultimi otto anni sono stati raggiunti molti risultati, ma che gli Usa non possono essere i gendarmi del mondo. Solo la collaborazione fra gli Stati potrà davvero portare a un miglioramento globale della vita delle persone.

Invita tutti, poi, a non cedere al pessimismo e al cinismo di fronte alle difficoltà. Perché se è vero che la globalizzazione va corretta questo va fatto andando avanti: "Il mondo oggi è di fronte a una scelta, e il rischio è che si possa tornare indietro". Ecco di nuovo lo spettro dei muri, il termine più usato da Obama nel suo intervento. Un lungo applauso lo saluta. Il prossimo anno dal palco dell'Assemblea generale dell'Onu sarà la volta di Hillary Clinton o di Donald Trump.