mercoledì 6 luglio 2016

Invasione in Iraq, rapporto Chilcot: "Guerra non era necessaria"


Il 6 luglio è stato reso pubblico il rapporto Chilcot sull'intervento del Regno Unito durante la guerra in Iraq. L’invasione dell’Iraq è stato un errore, secondo l’inchiesta ufficiale del governo britannico, .

Il Regno Unito non esaurì tutte le possibili opzioni pacifiche prima di decidere di unirsi nel 2003 agli Stati Uniti nell'invasione dell'Iraq di Saddam Hussein. Queste le attese conclusioni di Sir John Chilcot, a capo della commissione di inchiesta che per 7 anni ha indagato sulle ragioni della guerra e che oggi presenta il suo Rapporto finale.

Per Chilcot, l'allora premier laburista Tony Blair giudicò le informazioni di intelligence sulla minaccia delle presunte armi di distruzione di massa irachene "con una certezza che non era giustificata". I piani per il dopoguerra, inoltre, furono "completamente inadeguati" alla situazione.

L’inchiesta ufficiale del governo britannico sull'intervento armato del 2003 è stata diretta da Sir John Chilcot, uno dei consiglieri privati della regina. Il Regno Unito, secondo il rapporto, è andato in guerra prima che si fossero esaurite tutte le opzioni pacifiche e la minaccia delle armi di distruzione di massa nelle mani del regime di Saddam Hussein, considerata la principale motivazione per l’entrata in guerra, è stata “presentata con una convinzione non giustificata”. L’ex premier britannico Tony Blair, che guidava il governo al tempo del conflitto, ha dichiarato che si assume “piena responsabilità” per la decisione La guerra in Iraq si poteva evitare, il rapporto Gb boccia ex primo ministro

Andare in guerra in Iraq è stata "la decisione più dolorosa che io abbia mai preso": così l'ex premier britannico Tony Blair dopo la pubblicazione del rapporto Chilcot. "Ma il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein", ha aggiunto.

L'ex primo ministro Tony Blair ha detto di aver preso la decisione di entrare in guerra contro l'Iraq nel 2003 "in buona fede" e in quello che riteneva "essere il miglior interesse del paese".

Al tempo dell’invasione dell’Iraq Blair, poi dimessosi nel 2007, sostenne che le informazioni di intelligence dimostrassero che Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate. In Iraq sono morti 179 militari inglesi e in molti hanno accusato Tony Blair di essere il diretto responsabile. In un’intervista a Cnn, l’ottobre scorso, Blair si scusò per il fatto che le informazioni a disposizione prima della guerra fossero sbagliate e per gli errori nella pianificazione, ma non per l’operazione destinata a rimuovere Saddam Hussein dal potere.

Ammise che la guerra ha avuto un ruolo nell’ascesa dello Stato islamico, sottolineando però come essa non sia stata l’unico fattore scatenante. Blair si assume la piena responsabilità per ogni errore commesso nella guerra in Iraq ''senza eccezioni o scuse''. E' quanto dirà secondo la Bbc l'ex premier britannico rispondendo al rapporto finale sulla Chilcot Inquiry. Blair resta comunque dell'idea secondo cui ''era meglio rimuovere Saddam Hussein'' e non crede che il conflitto sia stato una causa del terrorismo che vediamo oggi nel Medio Oriente e nel mondo.

E' una critica "devastante", come la definisce il Guardian, quella rivolta nei confronti di Blair dal Rapporto. Per John Chilcot, che per sette anni ha guidato la commissione d'inchiesta, la decisione britannica di invadere uno stato sovrano per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale prima che tutte "le opzioni pacifiche per il disarmo" venissero esplorate, fu della "massima gravità". E se l'azione militare non era all'epoca "l'ultima risorsa" possibile, Chilcot suggerisce che uno dei fattori decisivi nella decisione di unirsi agli Stati Uniti e scendere in guerra, fu proprio il convincimento di Blair.

Secondo il Rapporto, il celebre dossier presentato dal premier alla Camera dei Comuni nel settembre del 2002 non era sufficiente a supportare l'accusa che l'Iraq di Saddam Hussein stava sviluppando armi di distruzione di massa. L'allora governo laburista non riuscì inoltre a prevedere le disastrose conseguenze della guerra, ha detto Chilcot nell'illustrare le conclusioni contenute nei 12 volumi che compongono il Rapporto. Con almeno 150mila morti, molti dei quali civili e "oltre un milione di sfollati", ha ricordato, "il popolo iracheno soffrì enormemente".

Vediamo cosa c’è scritto in breve:

Secondo il documento redatto dalla commissione «le circostante in cui fu deciso che c’era la base legale per l’azione militare britannica furono tutt’altro che soddisfacenti» e «non c’è traccia (nei documenti analizzati, ndr) di nessuna significativa discussione dell’argomento legale» da parte delle autorità.

Il rapporto critica l’ex premier Tony Blair per la presentazione delle informazioni di intelligence ai cittadini, sostenendo che il parere espresso dalla Commissione congiunta di intelligence fu comunicato all'opinione pubblica con modifiche riconducibili alle convinzioni personali di Blair.

Per il rapporto, il Regno Unito scelse di prendere parte all'invasione dell’Iraq prima che tutte le opzioni pacifiche per il disarmo fossero state escluse.

Blair fu messo in guardia circa la minaccia che le attività di al-Qaeda a seguito dell’invasione aumentassero, secondo il rapporto.

Il rapporto critica l’assenza di una pianificazione post-conflitto da parte del governo inglese.


lunedì 4 luglio 2016

Juno si sta avvicinando al pianeta Giove



La manovra della sonda a una velocità di circa dieci volte superiore a quella dello Space Shuttle, circa 66 chilometri al secondo. Per poi rallentare bruscamente per entrare nell'orbita del gigante gassoso. Il team del Jet propulsion laboratory ha seguito le operazioni in differita, perché il segnale impiega 48 minuti a raggiungere la Terra. L'evento in diretta streaming dall'Agenzia spaziale americana.

Juno ha incontrato il gigante del Sistema Solare per strapparne di segreti. Giove è infatti un pianeta ancora misterioso, che con la sua mole ha condizionato la storia e la struttura del nostro sistema planetario e del quale si ignora ancora se abbia un nucleo roccioso. C'è molto da chiarire anche sull'origine complessa delle sue aurore, che sta sfoggiando in questi giorni per salutare Juno.

Lanciata il 5 agosto 2011, Juno (JUpiterNear-polarOrbiter) è stata realizzata dal Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasaha ed ha viaggiato per cinque anni, percorrendo quasi tre miliardi di chilometri e alle 5,35 del mattino di martedì 5 luglio entrerà' nell'orbita del pianeta più grande del Sistema Solare per studiarlo da vicino come nessuna missione spaziale ha mai fatto finora, grazie a un 'cuore' scientifico che parla italiano.

Il 5 luglio dalle 5.18 di mattina (ora italiana) la sonda della Nasa ha cominciato le manovre per entrare in orbita. Se come previsto sarà catturata dalla gravità del pianeta, Juno potrà studiarlo per i prossimi diciotto mesi. In caso contrario, sorvolerà il pianeta e si perderà nello spazio. Le operazioni sono rese difficili dalle condizioni estreme di Giove.

L'incontro con Giove promette di essere avvincente come un thriller. La sonda sarà infatti immersa nel gigantesco campo magnetico del pianeta, l'ambiente più ricco di radiazioni del Sistema Solare, bersagliata dall'equivalente di 100 milioni di radiografie. Altre radiazioni proverranno dalle particelle liberate dai vulcani della più interna delle lune di Giove, Io. Senza contare che lo strato di idrogeno nascosto sotto le nubi di Giove, in condizioni di pressione incredibili, potrebbe comportarsi come un conduttore elettrico.

Negli anni '70 le sonde Pioneer sono state le prime a passare vicino al pianeta gigante, catturando dettagli della superficie, come macchie, aurore e maree. Adesso si tratta di conoscere tutti questi aspetti molto più da vicino e, soprattutto, bisogna capire che cosa si nasconde sotto la superficie del pianeta gigante.

Scoprirlo è il compito dei nove strumenti della sonda, il cui cuore scientifico è  lo spettrometro italiano Jiram (JovianInfraRedAuroral Mapper): oltre a catturare le immagini delle aurore polari, studiera' gli strati superiori dell'atmosfera a caccia di metano, vapore acqueo, ammoniaca e fosfina. Finanziato dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), è stato realizzato da Leonardo-Finmeccanica a Capi Bisenzio (Firenze) sotto la responsabilità scientifica dell'Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Iaps-Inaf). Ottenere la prima mappa interna di Giove è l'obiettivo di KaT (Ka-Band Translator), progettato dall'Università Sapienza di Roma e realizzato dalla Thales Alenia Space Italia con il supporto dell'Asi. Italiano, infine, anche il sensore d'assetto Autonomous Star Tracker, realizzato da Leonardo-Finmeccanica: dopo averla guidata verso Giove, il sensore permetterà a Juno di mantenere la rotta nell'orbita del pianeta gigante.

A bordo di Juno non ci sono solo strumenti scientifici; ci sono la targa con il ritratto e la firma di Galileo Galilei e il testo che descrive la scoperta delle lune di Giove. Questo omaggio al grande fisico italiano e' accompagnato da un carico meno serioso, ma ugualmente importante: tre minuscole statuine che raffigurano Galilei e le antiche divinità' Giove e Giunone, realizzate dalla Lego in collaborazione con la Nasa nell'ambito di un programma teso a stimolare nei ragazzi l'interesse per i temi scientifici.

La partecipazione italiana alla missione si basa sull’esperienza ormai consolidata nel campo degli spettrometri, camere ottiche e radio scienza, in particolare l’Italia fornirà due strumenti: lo spettrometro ad immagine infrarosso JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper, PI Alberto Adriani INAF-IAPS, realizzato dalla Divisione Avionica di Leonardo-Finmeccanica) e lo strumento di radioscienza KaT (Ka-Band Translator, PI Luciano Iess dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, realizzato da Thales Alenia Space-I) che rappresenta la porzione nella banda Ka dell’esperimento di gravità. Ambedue questi strumenti sfruttano importanti sinergie con gli analoghi strumenti in sviluppo per la missione BepiColombo, ottimizzando i costi ed incrementando il ruolo sia scientifico che tecnologico italiano.


mercoledì 29 giugno 2016

ONU: per il Consiglio di sicurezza accordo tra Italia e Olanda


Compromesso raggiunto alle Nazioni Unite tra Italia e Olanda che propongono di dividersi un anno per uno il seggio come membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri olandese Bert Koenders, dopo l’accordo raggiunto con l’italiano Paolo Gentiloni.

L’intesa - che ha precedenti rarissimi - è stata raggiunta dopo cinque “fumate nere”, infatti il seggio diviso tra due paesi è una evenienza rarissima: è successo la prima volta nel 1955 con Jugoslavia e Filippine e pochissime altre volte.

L’Olanda ha tenuto duro fino a tarda notte quando l’esito della partita restava ancora incerto. Un confronto difficile, denso di incertezze e costellato di accordi dietro le quinte fin dalla prima mattinata, quando i tre concorrenti, Italia, Svezia e Olanda per i due seggi destinati all’Europa occidentale si sono presentati all’Assemblea generale dell’Onu riunita in seduta plenaria per un voto che riguardava anche altre geografiche.

Al primo turno, la Svezia, che vanta grandi tradizioni alle Nazioni Unite, ha ottenuto 134 voti, molto al di sopra dei 127 necessari per il quorum. Fonti diplomatiche dicono che ha molto aiutato l’avere al Palazzo di Vetro il numero il numero due della prima organizzazione multilaterale al mondo, Jan Eliasson, vice di Ban Ki-moon. In quel voto l’Italia ha avuto 113 voti e l’Olanda 123.

Per i capi delegazione chiamati al voto la scelta non è stata facile anche alla luce del ruolo significativo rivendicato da entrambi i Paesi. L’Olanda è un Paese che ha dedicato negli ultimi anni molti più fondi di quanto non abbiamo fatto noi alla cooperazione, questo le ha consentito di intessere stretti rapporti con numerosi Paesi in via di sviluppo. L’Italia invece è il settimo contributore in termini di fondi alle Nazioni Unite ed è il primo fra i paesi europei per partecipazione alle missioni di peacekeeping e di addestramento. Inoltre il nostro Paese mancava da dieci anni dal Consiglio, pur vantando una forte esperienza al suo interno sulla base di sei mandati ottenuti in passato. Infine, dopo Brexit vi è la necessità di riaffermare l’importanza del multilateralismo e potrebbe anche riaprirsi la battaglia per la riforma del Consiglio, fronte su cui l’Italia ha giocato partite importanti.

Ad attendere il risultato all'interno dell'aula, insieme all'ambasciatore Sebastiano Cardi, c'era anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che negli ultimi mesi ha portato avanti una decisa campagna per sostenere la candidatura dell'Italia. Per il Paese quella dell'Onu è un'occasione importante per gli sforzi in atto sui fronti caldi dell'immigrazione ma, soprattutto, della stabilizzazione della Libia. Non solo, il Paese è impegnato anche su altri capitoli importanti della politica estera, come la Siria e il cambiamento climatico. Intanto i cinque seggi a disposizione per il prossimo biennio sono stati ricoperti, oltre che dalla Svezia, dall'Etiopia e dalla Bolivia. Infine per l'area asiatica ha spuntato un seggio il Kazakistan che ha battuto la Thailandia.



martedì 28 giugno 2016

Che cos’è l’articolo 50 del trattato di Lisbona



Articolo 50 sì, articolo 50 no. Ma che cos'è?

Secondo l'articolo 50 del trattato sull'Unione europea, uno stato membro può avviare unilateralmente la pratica di recessione dall'Unione. La decisione di avviare tale processo deve essere presa nel pieno rispetto delle singole Costituzioni nazionali.

Una volta che l’intenzione di uscire è stata comunicata al Consiglio europeo, hanno inizio le trattative fra l’Unione e il singolo paese riguardo alle modalità del "divorzio" e alle relazioni future fra le due parti (per esempio, il Regno Unito e l’Ue potrebbero decidere di discutere riguardo a nuovi accordi commerciali). Il Consiglio europeo, rappresentante dell’Unione, conclude il rapporto con una delibera a maggioranza, non senza aver ottenuto l’approvazione del Parlamento di Bruxelles.

Nel momento in cui si raggiunge l’accordo di recesso, il singolo paese cessa di essere sottoposto ai trattati europei. Lo stesso accade, anche se non si dovesse arrivare a un compromesso fra i negozianti, due anni dopo la notifica al Consiglio europeo, a meno che non venga concessa una proroga dalle autorità continentali.

Durante i due anni di trattative, il recedente in questione dovrebbe comunque sottostare alle regole dell’Unione ma rinunciare ad ogni potere decisionale all'interno di essa.

Secondo un documento rilasciato dal governo britannico, l’intera pratica di uscita richiederebbe molti anni e in caso di vittoria degli euroscettici, il paese si dovrebbe preparare a un "decennio di incertezze".

Se lo stato mai decidesse di rientrare nell’Unione, si troverebbe costretto a seguire un processo di adesione uguale a quello dei nuovi membri. Brexit, come David Cameron ha tenuto a sottolineare più volte nell’incitare a votare remain, è quindi irreversibile.

L’articolo 50 è comparso per la prima volta nella versione del trattato dell’UE siglato a Lisbona nel 2007, ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009. Prima di allora, un membro non poteva lasciare l’Unione a meno che entrambe le parti riconoscessero il diritto informale di uscita o che le circostanze in cui il trattato era stato negoziato fossero cambiate così drasticamente da trasformare gli obblighi dei firmatari.

Prima della sua ratificazione e della nascita dell’Ue nel 1992 a Maastricht, alcuni stati e territori avevano tentato, invano o con successo, di lasciare l’allora Comunità economica europea. Il Regno Unito indisse un referendum nel 1975, ma fu il fronte remain a trionfare. I cittadini della Groenlandia, che fa parte della Danimarca ma gode di una certa autonomia, nel 1985 hanno invece effettivamente votato per l’abbandono della Cee.

Dopo la vittoria del leave (lasciare) nel referendum britannico del 23 giugno, si parla molto dell’articolo 50 del trattato di Lisbona, che definisce la procedura per lasciare volontariamente l’Unione. La formulazione è vaga: 250 parole, cinque paragrafi. “Quasi come se i suoi redattori pensassero che non sarebbe mai stato usato”, scrive il Guardian. Il parlamento europeo il 28 giugno ha approvato una mozione che chiede al primo ministro britannico di invocare rapidamente l’articolo 50, dopo la vittoria della Brexit. Cameron invece ha detto che non sarà lui a farlo, ma lascerà questo compito al suo successore, che dovrebbe essere scelto entro il 2 settembre.

Cosa dice l’articolo 50?
L’articolo 50 dice che ogni stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali. Se decide di farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli stati membri e deve avere il consenso del parlamento europeo. I negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Se in un momento successivo lo stato che ha lasciato l’Unione vuole rientrarvi deve ricominciare le procedure di ammissione. Nessuno stato ha mai invocato finora l’articolo 50, il Regno Unito sarà il primo.

Che tempi ci sono per invocare l’articolo 50?
I tempi per il ricorso all’articolo 50 sono diventati il principale contenzioso dopo il referendum del 23 giugno. Nel suo discorso di dimissioni David Cameron ha chiarito che non c’è fretta di procedere: 

“Una trattativa con l’Unione europea dovrà essere intrapresa da un nuovo primo ministro e penso che sia giusto che questo nuovo premier prenda la decisione su quando far ricorso all’articolo 50 e avviare il processo formale per lasciare l’Unione europea”. Anche i sostenitori della Brexit all’interno dello schieramento conservatore sono determinati ad aspettare: non vogliono che il Regno Unito si sieda al tavolo delle trattative con una leadership debole come quella di un premier dimissionario. Il partito nazionalista Ukip, tuttavia, ha chiesto che la procedura sia avviata “non appena possibile”. I leader europei, arrabbiati e delusi, vogliono che il Regno Unito esca rapidamente in modo da limitare l’instabilità ed evitare che altri paesi mettano in discussione la loro permanenza nell’Unione. Il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha detto: “Questo processo deve cominciare il più presto possibile”. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “Non ha alcun senso aspettare fino a ottobre per negoziare l’uscita di Londra”.

Che può fare l’Unione europea?
Per quanto gli europei vogliano accelerare il processo di uscita del Regno Unito, hanno pochi mezzi legali per farlo. Infatti non è previsto alcun meccanismo per costringere uno stato a uscire dall’Unione europea. L’articolo 50 può essere invocato solo dallo stato che voglia lasciare l’Unione e da nessun altro stato membro o istituzione europea. L’unica iniziativa consentita all’Unione è semmai il ricorso all’articolo 7 del trattato di Lisbona, in base al quale l’Unione può sospendere uno stato membro se ritiene che violi i principi fondamentali di libertà, democrazia, uguaglianza. Questo articolo non è mai stato invocato.

La vittoria della Brexit al referendum non obbliga il governo ad agire immediatamente perché la votazione non è giuridicamente vincolante. In effetti, come e quando appellarsi all’Articolo 50 è diventato nelle ultime ore la questione principale attorno al voto di giovedì.

Nel suo discorso a commento dei risultati del referendum Brexit, durante il quale ha annunciato le sue dimissioni, il Primo Ministro David Cameron ha tenuto a specificare che non ha alcuna fretta di appellarsi all’Articolo 50.

“La trattativa con l’Unione Europea ha bisogno di iniziare con un nuovo primo ministro e penso che sia giusto che sia questo nuovo primo ministro a prendere la decisione su quando far scattare l’articolo 50 e avviare il processo formale e legale di abbandono dell’Unione europea”,

ha dichiarato.

Così facendo, Cameron ha fatto un favore a chi ha faticato di più per spodestarlo - Boris Johnson e Michael Gove - i leader della campagna Leave. Entrambi sostengono che non c’è alcuna fretta di agire: così facendo si metterebbe la Gran Bretagna in una posizione sfavorevole durante le negoziazioni in un momento in cui la sua classe politica è allo sbando.


domenica 26 giugno 2016

Brexit, quali sono le conseguenze



Il Regno Unito ha deciso: la maggioranza dei britannici ha scelto di lasciare l’Unione europea. Le conseguenze della Brexit saranno numerose per i sudditi della corona, sia per coloro che sono residenti in patria sia per chi vive in un Paese europeo.

Ecco i possibili risvolti pratici che cambieranno dopo il referendum:

L’effetto più immediato della Brexit potrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d'identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l'uscita della Gran Bretagna dall’Ue potrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare nell’Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell'euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d'acquisto, ma anche in virtù di accordi comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell'Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. "Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa", ha ricordato nei giorni scorsi Michael O'Leary, l’amministratore delegato della compagnia aerea low cost britannica.

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell'occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna. L'uscita del Regno Unito dall'Ue potrebbe essere accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Soprattutto per le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all'inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office.

La moneta nazionale ai minimi da 30 anni avrà un impatto concreto sui risparmi depositati in banca e sui mutui che diventeranno più alti. Le tasse però sono destinate a scendere. Il quotidiano Independent, che era favorevole al Remain, ha elencato in sei punti l’impatto del voto sulla vita di tutti i giorni e sull’economia: tra le altre segnalano vacanze più care, inflazione e tassi d’interesse in aumento, fuga dei capitali delle aziende, meno investimenti e meno assunzioni.

Comunque il problema più immediato è di ordine finanziario con le Borse che crollano, ma nel medio periodo bisognerà fare i conti con le altre conseguenze della Brexit, che per le imprese italiane si riflettono in primis sull’Export e sulle strategie di  aziende con delocalizzazioni in Gran Bretagna. In vista, sostanziali cambiamenti anche per gli Italiani che lavorano oltre Manica, i quali perdono i vantaggi riservati ai cittadini comunitari. Ma tutto questo si risolverà nel tempo con normative e trattati ad hoc, nel frattempo tutti possono stare tranquilli.

Al di là al terremoto politico con le dimissioni di Cameron, lo scossone vero al momento è quello finanziario. Se le Borse crollano, la Sterlina precipita: Piazza Affari ha fatto fatica ad aprire, i titoli del paniere principale, il FTSE Mib, hanno avuto difficoltà a fare prezzo. Apertura a -11% (difficile trovare un precedente), tutti gli indici europei lasciano sul terreno almeno il 5-6%. Titoli finanziari in caduta libera, a Milano le banche lasciano sul terreno quasi il 20%.

Dunque, il primo vero impatto della Brexit riguarda i mercati e sarebbe un errore sottovalutarlo: ma davvero si rischierebbe una nuova crisi finanziaria, paragonabile a quella seguita al crollo di Lehman Brothers? E’ questa la domanda che  preoccupa tutti.

L’Europa da qualche anno è impegnata in un’opera di rafforzamento del sistema bancario, che metta gli istituti finanziari nelle condizioni di resistere agli shock. Gli effetti  Brexit sul sistema finanziario europeo si vedranno  nei prossimi giorni: il settore riuscirà a sollevarsi? C’è il rischio di una nuova crisi mondiale? La vera domanda è questa e riguarda l’effetto sistemico della Brexit. In gioco, c’è la sopravvivenza dell’Europa (anche della moneta unica?).

Nel frattempo, si fa i conti con le questioni che si aprono nell’immediato. Il problema numero uno per le imprese è certamente rappresentato dalla Sterlina. Per chi ha filiali in Gran Bretagna, o comunque lavora in sterline, significa pagare di più le materie prime.

Esportazioni
Ma per tutte le imprese che esportano in Euro, significa  uno svantaggio competitivo, in primo luogo sul fronte delle esportazioni in Gran Bretagna, in secondo luogo sui mercati internazionali rispetto alla concorrenza britannica. Uno studio Nomisma segnala che per l’Italia:«il Regno Unito pesa per il 5,4% dell’Export, quasi tutto è composto da prodotti del manifatturiero. Considerando i singoli comparti, si va dal minimo di 0,2% del tabacco al massimo del 13% delle bevande e del 10% dei mobili». Secondo S&P l’Italia è comunque fra i paesi europei meno esposti alla Brexit (al 19esimo posto su una classifica di 20 paesi).

Tornando all’analisi Nomisma, la regione italiana più esposta è la Basilicata, che esporta in Gran Bretagna il 16% del totale, a causa soprattutto della Jeep Renegade prodotta negli stabilimenti di Melfi. Seguono il manifatturiero dell’Abruzzo (10,6% di esportazioni verso la Gran Bretagna, per €778 mln) e l’agricoltura e pesca della Campania (12,6% e €55 mln).

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all'1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

I pensionati dovrebbero vedere diminuire il poter di acquisto delle loro pensioni, causa del forte deprezzamento della sterlina.

Copertura sanitaria - Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell'ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

Nuove frontiere - La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici.
Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

La Brexit potrebbe avere conseguenze anche per il mezzo milione di italiani che vivono nel Regno Unito.

Lavoro - Chi già paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. Qualcuno si è mosso in anticipo prendendo la doppia cittadinanza (britannica e italiana). Chi volesse farlo ora rischia di scontrarsi con una burocrazia molto più lunga. Chi vuole trasferirsi in Uk, da oggi in poi, non può più farlo se non ha già trovato un’occupazione prima della partenza.

Studio e assistenza sanitaria - Le rette universitarie sono destinate a salire notevolmente mentre ancora non è chiaro come funzionerà l’assistenza sanitaria. Finora era basata sulla reciprocità dei Paesi Ue. Ora c’è il rischio che un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.



venerdì 24 giugno 2016

Brexit: Regno Unito fuori dall'Europa



La data del 23 giugno 2016 potrebbe rivoluzionare le sorti della Gran Bretagna e di tutta Europa, E si va dal secco "We're out", "Siamo fuori", al più creativo "See EU Later" sfoderato dal Sun, che gioca sulle parole e saluta l'Unione Europea, senza rimpianti. Ecco le prime pagine dei giornali britannici in edicola oggi, giorno della Brexit.

Al referendum l’opzione leave (lasciare) ha vinto con il 51,9 per cento, contro il 48,1 per cento del remain (restare). Il premier David Cameron ha annunciato le sue dimissioni entro ottobre.
 Per fare una sintesi un po’ brusca hanno votato per restare in Europa, molti quartieri di Londra, la Scozia, l’Irlanda del Nord e i giovani e i laureati.

Il divorzio dall’Ue non sarà immediato: il premier David Cameron dovrà notificare la scelta al Consiglio europeo, composto da Capi di Stato e di governi dell’Ue e, solo da questo momento, inizierà l’iter di recesso, che potrebbe durare dai due ai cinque anni.

Nove delle 12 macroaree che compongono il Regno Unito hanno votato in favore di Leave e contro l'Ue. Lo certifica un prospetto della Bbc secondo il quale Remain e' prevalso soltanto in Scozia, a Londra e in Irlanda del Nord. Le aree piu' euroscettiche sono state le Midlands, regioni che comprendono grandi centri urbani come Birmingham e vecchi distretti industriali, con le West Midlands contro l'Ue al 59,3% e le East Midlands al 58,8. A ruota il North East e poi lo Yorkshire, proprio la regione in cui giovedi' 16 l'estremista di destra Tommy Mair ha ucciso la deputata laburista Jo Cox, paladina di migranti e integrazione europea. Da notare pure l'inattesa vittoria di Leave, di misura, in Galles La vera roccaforte europeista resta invece la Scozia, pur con un'affluenza inferiore alla media nazionale, che si conferma una realta' a parte nel regno e che ha votato Remain al 62%. Segue Londra, filo-Ue al 59,9% e l'Irlanda del Nord, un po' meno anti-Brexit delle previsioni con il 55,8%

Nigel Farage: “Vittoria della gente comune. Ora un governo Brexit” Farage afferma che al referendum sulla brexit c'e' stata "la vittoria della gente comune contro le grandi banche, il grande business e i grandi politici".   "Ora c'è bisogno di un governo Brexit, che faccia il suo lavoro, che inizi subito il processo di rinegoziazione". Così il leader dell'Ukip, Nigel Farage, commentando la vittoria della Brexit nel referendum di ieri.     "Diciassette milioni di persone hanno detto che dobbiamo uscire dall'Ue - ha aggiunto Farage - Adesso ci siamo liberati per poter stringere accordi di associazione e commercio con tutto il resto del mondo. Ci siamo ridati la possibilità  di collegarci all'economia globale di tutto il mondo".       Bank of England: pronti a sostenere economia con 250 mld di sterline  La Banca d'Inghilterra è pronta a sostenere l'economia nazionale con oltre 250 miliardi di sterline (344 miliardi di dollari) dopo che il paese ha votato per il si' alla Brexit. Per il governatore Mark Carney ci si può infatti attendere un certo grado di "volatilità economica e sui mercati".

Boris Johnson è "triste" per la decisione di David Cameron di dimettersi, ma la "rispetta". L'ex sindaco di Londra, leader della campagna per il Leave al referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, lo ha sottolineato all'inizio della conferenza in cui ha commentato il risultato del voto che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. "Conosco Cameron da molto tempo, è un uomo coraggioso e di principi, che ha servito il suo Paese per molti anni. E' stato il coraggio di Cameron a darci questo referendum", ha aggiunto Johnson.   La Gran Bretagna si prepara a "districarsi dall'Ue senza fretta", ma non volteremo le spalle all'Europa. Il Paese resterà unito". Poi una rassicurazione ai giovani britannici: "Restiamo europei e continuerete a viaggiare in Europa"


martedì 21 giugno 2016

Antartide, è la giornata del Midwinter, il solstizio d'inverno


Mentre nell'emisfero Nord è arrivata l'estate, con il giorno più lungo dell'anno, nell'emisfero Sud è ormai inverno e in Antartide, nelle basi aperte in questo periodo, si celebra il Midwinter. Quest'anno, però, non c'è spazio per i festeggiamenti: nella base italo-francese Concordia, come probabilmente accade nelle altre basi antartiche, il pensiero va alla missione di soccorso diretta alla base americana Amundsen Scott.

Per il personale delle basi antartiche il Midwinter è il giro di boa dell'inverno. Da quel momento in poi ci vorranno 50 giorni prima che il Sole si riaffacci sul continente bianco la prima alba è attesa il 12 agosto. Nel giorno più corto dell'anno la temperatura a Concordia, sul plateau antartico, è di meno 64.9 gradi, ma quella percepita raggiunge meno 82.3 e il vento soffia alla velocità di 3,3 metri al secondo, informa il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), che insieme all'Enea gestisce il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide.

Nella base, informa il suo coordinatore, Vito Stanzione, dell'Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Cnr (Isafom-Cnr) rileva che a Concordia si sta vivendo con partecipazione l'esito della difficile operazione di evacuazione medica di uno dei 48 membri dell'equipaggio della base Amundsen Scott, che ha urgente bisogno di cure ospedaliere.

"Conosciamo bene le difficoltà nell'organizzare una tale operazione di soccorso da parte di chi è in base", ha rilevato Stanzione in una nota. "Siamo in pieno inverno australe, con temperature estreme: le medie del periodo sono di circa meno 65 gradi con picchi di meno 8o gradi, siamo in piena notte polare e il buio regna sovrano per 24 ore su 24". Molto dell'intervento di salvataggio, ha aggiunto, dipende dai piloti esperti che operano nel nord del Canada, Artico ed Antartide con i Twin Otter.

Uno scienziato della base americana Amundsen-Scott South Pole in Antartide necessita di cure mediche urgenti e, per salvarlo, è stata organizzata una delle missioni più complesse e ardue della storia. A complicare terribilmente le cose c'è il maltempo e la stagione invernale, tanto che al buio e al freddo dell'inverno sono stati organizzati soltanto tre salvataggi da sempre.

Per salvare la vita allo scienziato sono stati inviati alla base statunitense due aerei Twin Otter: costretti a fermarsi all'aeroporto cileno di Punta Arenas per il maltempo, l'arrivo dei due velivoli, partiti da Calgary lo scorso 14 giugno, è avvolto nel mistero, anche se Peter West, portavoce della National Science Foundation (Nsf), ha ammesso che i due Twin Otter sono arrivati sabato 18 giugno alla base inglese di Rothera, che si trova sulla costa Antartica.

"Non posso confermare che i due aerei abbiano lasciato l'aeroporto di Punta Arenas in Cile - precisa - ma posso dire che è atteso per oggi il loro arrivo alla base di Rothera, dove si fermeranno attendendo che le condizioni meteorologiche siano idonee per proseguire". La base Usa si trova all'interno dell'Antartide, a 2.400 dalle base di Rothera. La missione è particolarmente difficile perché si trova al culmine del freddo e del buio dell'inverno antartico.

Con quella iniziata lo scorso 14 giugno da Calgary in Canada, sono solo le tre le missioni di salvataggio medico partite alla volta dell'Antartide in inverno. Le altre due sono state nel 2001 e nel 2003.

Di solito infatti, tra febbraio e ottobre, non ci sono più voli verso il continente bianco, e chi si trova a trascorrere l'inverno lì è come se stesse sulla Luna. Le difficoltà di una missione di salvataggio in Antartide sono però venute agli onori delle cronache già prima, nel 1999, quando la dottoressa Jerri Nielsen, membro del personale della base Amundsen-Scott South Pole, scoprì di avere un cancro al seno alla fine del mese di maggio.

Essendo l'unico operatore medico della base, fu costretta ad affidarsi a dei tecnici non formati per farsi fare la biopsia e a rimanere nella base fino ad ottobre, quando vennero a prenderla. Una vicenda che ha in parte ispirato anche uno degli episodi del celebre telefilm Dottor House. Anche nell'agosto del 2011 quando la 51enne Renee-Nicole Douceur, manager della base Usa in inverno, ebbe un ictus, la National Science Foundation (Nsf) ritenne poco sicuro mandare un aereo di soccorso.

Nonostante le suppliche dei suoi familiari, una petizione alla Casa bianca e il coinvolgimento di molti media, la donna rimase nella base per due mesi, finché finalmente non vennero a recuperarla. Il primo ad essere salvato in inverno, nell'aprile del 2001, è stato invece Ron Shemenski, medico della base Usa, ammalatosi di pancreatite. Prima di Sean Loutitt, il capo pilota impegnato in quella missione, nessuno aveva volato fino alla base Amundsen-Scott nella notte polare. Si pensava che fosse una cosa impossibile.

La seconda missione è stata quella che ha visto coinvolto Barry McCue, 51 anni esperto di sicurezza ambientale, nel settembre del 2003. Nel suo caso fu necessario sottoporlo a un intervento chirurgico per calcoli alla bile. La compagnia aerea canadase Kenn Borek gestisce queste missioni da 15 anni. L'equipaggio di solito è composto da due piloti e un meccanico. Nel gennaio 2013 uno dei suoi aerei si schiantò sul fianco di una montagna in Antartide mentre trasportava del carburante al gruppo di ricerca italiano della base di Terra Nova. Morirono i tre membri dell'equipaggio, ma i loro corpi sono rimasti sepolti tra i rottami dell'aereo.