venerdì 31 maggio 2013
Rassegna stampa dei quotidiani europei del 31 maggio 2013
Il giornale greco Ta Nea. I tre partiti della coalizione di governo non sono riusciti a trovare un accordo sulla legge contro il razzismo e presenteranno due testi differenti al parlamento.
I due partiti di sinistra, Pasok e Dimar, si sono accordati su una proposta di legge che punisce l’istigazione ai crimini razzisti e che riguarda principalmente il partito di estrema destra Alba dorata. Nuova democrazia (destra), partito del primo ministro Antonis Samaras, difende invece una proposta di legge che non prevede l’interdizione dei partiti i cui esponenti si macchiano di comportamenti razzisti.
“I dettagli giuridici indicano che le due proposte vanno nella stessa direzione e che basterebbero alcuni aggiustamenti per trovare un consenso”, nota Ta Nea. Syriza, partito della sinistra radicale, dovrebbe presentare una terza proposta all’inizio della prossima settimana.
Politika il quotidiano serbo di riferimento. Il 30 maggio il tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha assolto l’ex capo della sicurezza di stato Jovica Stanišić e l’ex commendante in capo delle unità speciali Franko Simatović.
La corte ha stabilito che i due pilastri del regime di Slobodan Milošević “non hanno partecipato a un’azione criminale comune” con i serbi di Croazia e di Bosnia Erzegovina tra il 1991 e il 1995, spiega Politika.
Secondo la corte non esistono prove sufficienti che l’azione di Stanišić e Simatović al fianco delle forze serbe di Croazia a Vukovar nel 1991 “avesse l’intenzione di contribuire alla realizzazione di un obiettivo comune attraverso i crimini”. Alla vigilia il tribunale aveva condannato sei ufficiali croati per crimini in Bosnia.
Il giornale polacco Rzeczpospolita con il titolone “Povertà, disoccupazione, salari bassi, sfiducia: è questo il prezzo che stiamo pagando per la crisi economica”. Il quotidiano conservatore paragona la situazione nel paese nel primo trimestre dell’anno con lo stesso periodo del 2009, quando la Polonia è stata colpita dalla prima ondata della crisi globale. Nonostante nel 2013 il pil sia cresciuto dello 0,5 per cento rispetto allo 0,4 per cento del 2009, il tasso di disoccupazione è più alto (11,3 per cento contro 8,3 per cento), e l’aumento dei salari si è quasi fermato (2,8 per cento contro 6,8 per cento).
Eppure il partito di governo, Piattaforma civica, non sembra pronto ad avviare le riforme, nonostante continui a perdere il sostegno della popolazione.
The Wall Street Journal Europe la versione europea della bibbia della finanza mondiale. “La tassa Ue sulle transazioni rallenta”
Il progetto di una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe essere rallentato e ridimensionato a causa della mancanza di un accordo tra gli undici stati che hanno promesso di introdurre l’imposta, scrive il Wall Street Journal.
Dopo l'interruzione dei colloqui di ottobre sull’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie in undici paesi, i governi avevano deciso mettere in pratica la proposta della Commissione. Tuttavia il timore che la tassa possa colpire il valore delle azioni e aumentare i costi di finanziamento sembra aver provocato un cambio di rotta.
Secondo una fonte anonima vicina ai negoziati, a questo punto la nuova tassa potrebbe riguardare soltanto il commercio di azioni e non anche i bond e i derivati come era stato originariamente previsto.
Mentre in Italia i maggiori quotidiani hanno come tema centrale il fatto che Grillo scarica Rodotà."L’Italia vuole Rodotà». Recitava così uno dei tanti cartelli sventolati come bandiere nell’aula di Montecitorio dai parlamentari «grillini». Nato il 30 maggio di ottant’anni fa in Calabria e presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali dal ’97 al 2005, l’ex deputato comunista era arrivato al terzo posto nelle cosiddette «Quirinarie» online del M5S. Aveva totalizzato 4.677 voti dietro Milena Jole Gabanelli, con 5.796, e Luigi Strada, detto Gino, con 4.938.
Beppe Grillo e i suoi gridarono al tradimento e all’«inciucio»: il Pd aveva sostenuto Napolitano, che aveva conquistato il secondo settennato sul Colle. Gli italiani erano stati ingannati, tuonò l’ex comico genovese. Il popolo voleva Rodotà (un «popolo», in questo caso, composto da una piccola percentuale di internauti) e invece si ritrovava di nuovo il «vecchio» Presidente. Era il 22 aprile scorso. Sembra passato un secolo".
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domenica 5 maggio 2013
Giornata Mondiale libertà di stampa. Quando il giornalismo subisce troppe intimidazioni
La giornata Giornata Mondiale libertà di stampa è stata ricordata con "Un fiocco giallo su tutti i giornali. Iniziativa straordinaria per il rispetto del lavoro dei giornalisti, per Domenico Quirico e tutti i giornalisti impediti di comunicare o fermati nei luoghi di guerra.
La ventesima giornata mondiale dell'Unesco per la libertà di stampa è stata dedicata alla sicurezza e alla libertà di espressione, messe particolarmente a rischio nei luoghi di guerra, nelle terre dominate dai regimi e dalla malavita che infesta soprattutto le aree di frontiera.
E’ bene ricordare che la ricerca della verità, un dovere e un diritto. Nella giornata mondiale per la libertà di stampa proclamata dalle Nazioni Unite si ricorda e si riflette. “La nostra missione è raccontare gli orrori della guerra “scriveva Marie Colvin da vent’anni inviata del “Sunday Times”, uccisa il 22 febbraio in Siria. Stessa sorte per la giapponese Mika Yamamoto e Gilles Jacquier di France 2. Solo in Iran sono 16 i giornalisti in prigione. La libertà di espressione non è ancora garantita, l’appello a un maggiore impegno è arrivato da Ban Ki-moon. “Dobbiamo fare molto di più” – ha detto il segretario generale dell’Onu. “Servono maggiori tutele attraverso il rispetto della legge. Esorto tutti a fare il possibile per tradurre le parole in azioni concrete per creare un ambiente più sicuro per i media.”
19 i cronisti uccisi nel 2013, 174 quelli arrestati nella denuncia di “Reporter Senza Frontiere” che ogni anno pubblica numeri preoccupanti.
A fare sperare sono le battaglie vinte, come quella in Myanmar dove sono tornati i giornali indipendenti, dopo 50 anni di censura militare.
Il giornalismo non è mai stato attaccato come in questi tempi, in cui viene accusato di essere parte della casta e indicato come complice del decadimento della politica e delle amministrazioni pubbliche.
Ricordiamo in questa giornata Yoani Sánchez, la dissidente e giornalista cubana, che intende il mestiere del giornalista in questo modo: «Noi non possiamo stare lontani dalla realtà, osservare dall’alto la vita delle formiche, usando la lente di ingrandimento per avere l’illusione di essere vicini. Noi dobbiamo invece assumere il punto di vista delle formiche, stare con i piedi ben ancorati a terra: essere cronisti del reale».
Come diceva più di un secolo fa Lord Northcliffe, giornalista e poi editore inglese: «La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità».
Il fatto di avere una data per celebrare e rivendicare la libertà di stampa va benissimo così ha sostenuto Yoani Sánchez a Perugia, però bisogna sempre ricordare che ogni giorno dell’anno dobbiamo lottare per ottenere questo obiettivo. La situazione è molto complicata: non solo in Paesi come Cuba dove la libertà di espressione è seriamente compromessa, ma anche per i cittadini di altri Paesi che devono difendere le piccole porzioni di libertà informativa che hanno raggiunto. Credo che avvicinarsi a quelle nazioni dove la situazione è più difficile sia un modo per prendere coscienza e per tenere in debito conto i passi avanti fatti dalla libertà di espressione da parte dei Paesi dove ciò è avvenuto.
A Cuba è illegale avere un’antenna parabolica per la tv via satellite, ma a quelle che ci sono si collegano tante famiglie: la condivisione di qualsiasi cosa possa servire per la nostra sopravvivenza non solo fisica, ma anche intellettuale, per noi è la prassi. A Cuba non si può avere una connessione Internet a casa, salvo stranieri. Usiamo i social network come un Sos: sono un martello per abbattere il muro informativo, più difficile di quello di Berlino. Sono stati un’enorme protezione per me. A me piace soprattutto Twitter per come agevola la comunicazione essenziale e diretta.
Perché i cubani non si svegliano? Me lo chiedono in tanti. Perché c’è tanta paura: non solo paura dello stigma, ma di diventare una non persona. Io quando ho paura non è per me, ma per i miei cari. Se però mi lasciano parlare, non ho più paura.
La ventesima giornata mondiale dell'Unesco per la libertà di stampa è stata dedicata alla sicurezza e alla libertà di espressione, messe particolarmente a rischio nei luoghi di guerra, nelle terre dominate dai regimi e dalla malavita che infesta soprattutto le aree di frontiera.
E’ bene ricordare che la ricerca della verità, un dovere e un diritto. Nella giornata mondiale per la libertà di stampa proclamata dalle Nazioni Unite si ricorda e si riflette. “La nostra missione è raccontare gli orrori della guerra “scriveva Marie Colvin da vent’anni inviata del “Sunday Times”, uccisa il 22 febbraio in Siria. Stessa sorte per la giapponese Mika Yamamoto e Gilles Jacquier di France 2. Solo in Iran sono 16 i giornalisti in prigione. La libertà di espressione non è ancora garantita, l’appello a un maggiore impegno è arrivato da Ban Ki-moon. “Dobbiamo fare molto di più” – ha detto il segretario generale dell’Onu. “Servono maggiori tutele attraverso il rispetto della legge. Esorto tutti a fare il possibile per tradurre le parole in azioni concrete per creare un ambiente più sicuro per i media.”
19 i cronisti uccisi nel 2013, 174 quelli arrestati nella denuncia di “Reporter Senza Frontiere” che ogni anno pubblica numeri preoccupanti.
A fare sperare sono le battaglie vinte, come quella in Myanmar dove sono tornati i giornali indipendenti, dopo 50 anni di censura militare.
Il giornalismo non è mai stato attaccato come in questi tempi, in cui viene accusato di essere parte della casta e indicato come complice del decadimento della politica e delle amministrazioni pubbliche.
Ricordiamo in questa giornata Yoani Sánchez, la dissidente e giornalista cubana, che intende il mestiere del giornalista in questo modo: «Noi non possiamo stare lontani dalla realtà, osservare dall’alto la vita delle formiche, usando la lente di ingrandimento per avere l’illusione di essere vicini. Noi dobbiamo invece assumere il punto di vista delle formiche, stare con i piedi ben ancorati a terra: essere cronisti del reale».
Come diceva più di un secolo fa Lord Northcliffe, giornalista e poi editore inglese: «La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità».
Il fatto di avere una data per celebrare e rivendicare la libertà di stampa va benissimo così ha sostenuto Yoani Sánchez a Perugia, però bisogna sempre ricordare che ogni giorno dell’anno dobbiamo lottare per ottenere questo obiettivo. La situazione è molto complicata: non solo in Paesi come Cuba dove la libertà di espressione è seriamente compromessa, ma anche per i cittadini di altri Paesi che devono difendere le piccole porzioni di libertà informativa che hanno raggiunto. Credo che avvicinarsi a quelle nazioni dove la situazione è più difficile sia un modo per prendere coscienza e per tenere in debito conto i passi avanti fatti dalla libertà di espressione da parte dei Paesi dove ciò è avvenuto.
A Cuba è illegale avere un’antenna parabolica per la tv via satellite, ma a quelle che ci sono si collegano tante famiglie: la condivisione di qualsiasi cosa possa servire per la nostra sopravvivenza non solo fisica, ma anche intellettuale, per noi è la prassi. A Cuba non si può avere una connessione Internet a casa, salvo stranieri. Usiamo i social network come un Sos: sono un martello per abbattere il muro informativo, più difficile di quello di Berlino. Sono stati un’enorme protezione per me. A me piace soprattutto Twitter per come agevola la comunicazione essenziale e diretta.
Perché i cubani non si svegliano? Me lo chiedono in tanti. Perché c’è tanta paura: non solo paura dello stigma, ma di diventare una non persona. Io quando ho paura non è per me, ma per i miei cari. Se però mi lasciano parlare, non ho più paura.
giovedì 28 marzo 2013
A Spamhaus è comparsa la cyber war il più grande attacco della storia
Internet sotto attacco per lo spam. Un vasto attacco informatico ha colpito Spamhaus: è un'organizzazione internazionale che compila gli elenchi dei filtri per bloccare i mittenti di email spazzatura. L'offensiva sta causando effetti a catena. E potrebbe aver rallentato la navigazione su internet in alcune regioni.
A lanciare l'allarme sono i siti della Bbc e del New York Times.Causa della battaglia è lo scontro tra un gruppo che combatte le mail "spazzatura" e un provider olandese accusato di diffondere messaggi spam on line.
Stando alle prime informazioni l'ondata di dati ha raggiunto picchi di 300 Gigabit per secondo, equivalenti a 300 miliardi di bit al secondo. Per la Bbc è il più grande attacco informatico mai avvenuto. Potrebbe aver reso difficili le connessioni degli utenti a piattaforme online. Al momento in cui viene scritto questo articolo il sito web di Spamhaus risulta di nuovo raggiungibile. I sospetti sull'origine dell'offensiva digitale sono indirizzati verso il gruppo di web hosting CyberBunker.
A dare luce su quanto è avvenuto è l’interpretazione presente nel blog della società di sicurezza informatica CloudFlare che in queste ore cerca di fermare l'offensiva. Ha scritto che Spamhaus ha iniziato a sperimentare verso la metà di marzo attacchi di tipo Ddos diventati insostenibili per le sue risorse: sono valanghe di dati che arrivano da più sorgenti, viaggiano verso un singolo sito web e impediscono l'accesso congestionandolo.
L'assalto contro Spamhaus era all'inizio di circa 10 Gigabit al secondo. Come se da più città fossero partite automobili dirette in massa verso un solo casello autostradale: il traffico intenso rallenta l'ingresso per tutti.
La strategia adottata per difendere Spamhaus ha portato alla dispersione dell'ondata dei pacchetti di dati.
La congestione del web e i problemi che questa sta causando a essenziali infrastrutture nel mondo è legata ad uno scontro fra l'organizzazione no profit Spamhaus e il server olandese Cyberbunker, che trae il proprio nome dal suo quartier generale, un ex bunker della Nato. Spamhaus, nelle ultime settimane, ha aggiunto alla sua lista nera, quella dei server che ospitano contenuti non chiari, Cyberbunker. La società di hosting olandese si è difesa: sul sito vengono ospitati tutti i contenuti tranne - riporta il New York Times - quelli legati alla "pedopornografia e al terrorismo".
Un chiarimento che non è servito a cambiare la posizione di Spamhaus e che ha scatenato la vendetta, sotto forma di attacco spam, perpetrato da Cyberbunker inondando i server dell'organizzazione no profit con 'Distributed denial of service' (Ddos), cioé risposte a false richieste inviate dal sito che non si vuole lasciare in condizione di operare. Un attacco con flussi di dati di 300 miliardi di bit al secondo indirizzati verso il sito dell'organizzazione.
"E' un numero reale. Si tratta del maggiore attacco mai denunciato pubblicamente dalla storia di internet" ha affermato Patrick Gilmore del provider di contenuti Akamai Networks, descrivendo tali tipi di attacchi come sparare sulla folla con un mitra avendo come unico obiettivo quello di uccidere una sola determinata persona. A Cyberbunker "sono matti, dovrebbero essere catturati e fermati: ritengono che sia loro permesso di inondare con lo spam" aggiunge Gilmore.
A lanciare l'allarme sono i siti della Bbc e del New York Times.Causa della battaglia è lo scontro tra un gruppo che combatte le mail "spazzatura" e un provider olandese accusato di diffondere messaggi spam on line.
Stando alle prime informazioni l'ondata di dati ha raggiunto picchi di 300 Gigabit per secondo, equivalenti a 300 miliardi di bit al secondo. Per la Bbc è il più grande attacco informatico mai avvenuto. Potrebbe aver reso difficili le connessioni degli utenti a piattaforme online. Al momento in cui viene scritto questo articolo il sito web di Spamhaus risulta di nuovo raggiungibile. I sospetti sull'origine dell'offensiva digitale sono indirizzati verso il gruppo di web hosting CyberBunker.
A dare luce su quanto è avvenuto è l’interpretazione presente nel blog della società di sicurezza informatica CloudFlare che in queste ore cerca di fermare l'offensiva. Ha scritto che Spamhaus ha iniziato a sperimentare verso la metà di marzo attacchi di tipo Ddos diventati insostenibili per le sue risorse: sono valanghe di dati che arrivano da più sorgenti, viaggiano verso un singolo sito web e impediscono l'accesso congestionandolo.
L'assalto contro Spamhaus era all'inizio di circa 10 Gigabit al secondo. Come se da più città fossero partite automobili dirette in massa verso un solo casello autostradale: il traffico intenso rallenta l'ingresso per tutti.
La strategia adottata per difendere Spamhaus ha portato alla dispersione dell'ondata dei pacchetti di dati.
La congestione del web e i problemi che questa sta causando a essenziali infrastrutture nel mondo è legata ad uno scontro fra l'organizzazione no profit Spamhaus e il server olandese Cyberbunker, che trae il proprio nome dal suo quartier generale, un ex bunker della Nato. Spamhaus, nelle ultime settimane, ha aggiunto alla sua lista nera, quella dei server che ospitano contenuti non chiari, Cyberbunker. La società di hosting olandese si è difesa: sul sito vengono ospitati tutti i contenuti tranne - riporta il New York Times - quelli legati alla "pedopornografia e al terrorismo".
Un chiarimento che non è servito a cambiare la posizione di Spamhaus e che ha scatenato la vendetta, sotto forma di attacco spam, perpetrato da Cyberbunker inondando i server dell'organizzazione no profit con 'Distributed denial of service' (Ddos), cioé risposte a false richieste inviate dal sito che non si vuole lasciare in condizione di operare. Un attacco con flussi di dati di 300 miliardi di bit al secondo indirizzati verso il sito dell'organizzazione.
"E' un numero reale. Si tratta del maggiore attacco mai denunciato pubblicamente dalla storia di internet" ha affermato Patrick Gilmore del provider di contenuti Akamai Networks, descrivendo tali tipi di attacchi come sparare sulla folla con un mitra avendo come unico obiettivo quello di uccidere una sola determinata persona. A Cyberbunker "sono matti, dovrebbero essere catturati e fermati: ritengono che sia loro permesso di inondare con lo spam" aggiunge Gilmore.
sabato 23 marzo 2013
Caso marò e la mancata diplomazia italiana
Dopo la vicenda dei marò romanzata dal ministro Terzi. Rimangono in Italia.. devono partire…. l’aereo è pronto al decollo..... C’è la netta sensazione che sul caso marò il governo dei tecnici e la sua diplomazia abbia perso la strada della ragione e delle minime idee legate alla diplomazia e all’arre diplomatica.
Infatti è incredibile che il governo abbia rimandato in India i marò. Prima aveva deciso di tenerli in Italia, dove erano rientrati grazie a un permesso elettorale di quattro settimane concesso dagli indiani.
I due militari sono stati accompagnati dal sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura. «La parola data per un italiano è cosa sacra» ha esordito De Mistura, dopo che per un anno gli indiani ci hanno presi a pesci in faccia.
«La decisione di sospendere il ritorno era basata sul silenzio indiano a una nostra richiesta chiara: la corte non può nemmeno contemplare una pena capitale. Abbiamo ricevuto oggi una dichiarazione scritta, sia sul trattamento dei marò, che su questa questione», ha continuato il sottosegretario. In pratica l'India ci assicura che non manderà Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sul patibolo e noi ringraziamo rimandandoli indietro: «Manteniamo la parola, ma restiamo fermi sulla posizione che vanno giudicati in Italia e che chiediamo un arbitrato internazionale. Tornano a Delhi, ma in ambasciata come uomini liberi di circolare.
Una decisione difficile ma onorevole». E forse un po' folle rispetto a quella dell'11 marzo, quando è stata annunciata con tanto di note ufficiali al governo indiano, che i marò restavano in Italia.
A New Delhi tirerà un respiro di sollievo l'ambasciatore Daniele Mancini, che la Corte suprema aveva bloccato e voleva punire per l'aver firmato sul rientro dei marò. Le famiglie dei marò hanno spiccicato poche parole, frastornate: «Una cosa troppo grande» e «morale a zero».
I fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione". Il sottosegretario De Mistura precisa che il governo indiano ha garantito che non ci sarà la pena di morte nei confronti dei due militari italiani. Poi precisa: "La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso" il loro rientro "in attesa che New Delhi garantisse alcune condizioni". E la battaglia per il rispetto del diritto internazionale? Nel cestino.
La vicenda dei marò "sta sempre più assumendo i toni di una farsa". A sostenerlo è il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il quale auspica che "si concluda quanto prima" e che i due militari italiani "siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana". In una nota il Capo di Stato Maggiore della Difesa, "a nome ed insieme a tutto il personale delle Forze Armate, si stringe affettuosamente ai nostri Fucilieri di Marina, Latorre e Girone, ammirandone l'esempio, il coraggio, la disciplina e il senso dello Stato".
Le autorità giudiziarie indiane hanno disposto la costituzione di un tribunale ad hoc per esaminare il caso dei due marò ritornati ieri a New Delhi. E’ quanto hanno riferito i media indiani. L'Alta Corte di New Delhi ha emanato ieri sera un'ordinanza per formare uno speciale organo giudicante come stabilito nella sentenza della Corte Suprema del 18 gennaio. La decisione è stata presa dopo l'autorizzazione del ministro della Giustizia.
Il governo indiano non ha dato al governo italiano "nessuna garanzia" sulla sentenza che sarà pronunciata dal tribunale ad hoc istituito dalla Corte suprema di New Delhi sul caso dei due marò italiani. Così il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, in un'intervista all'emittente Tv Ibn, la Cnn indiana.
Comunque l’Italia ha fatto una pessima figura sul piano internazionale, infatti è palese che oltre alla parola disattesa il governo, il inistro dehli esteir ha sottovalutato la reazione del governo indiano e le possibili conseguenze. Pacta sunt servanda. Cosi’, in latino, il politologo Edward Luttwak ha commentato in un’intervista al Corriere della Sera la decisione italiana di non far tornare in India i marò: “I patti si rispettano, l’episodio compromette la credibilità del Paese”.
Infatti è incredibile che il governo abbia rimandato in India i marò. Prima aveva deciso di tenerli in Italia, dove erano rientrati grazie a un permesso elettorale di quattro settimane concesso dagli indiani.
I due militari sono stati accompagnati dal sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura. «La parola data per un italiano è cosa sacra» ha esordito De Mistura, dopo che per un anno gli indiani ci hanno presi a pesci in faccia.
«La decisione di sospendere il ritorno era basata sul silenzio indiano a una nostra richiesta chiara: la corte non può nemmeno contemplare una pena capitale. Abbiamo ricevuto oggi una dichiarazione scritta, sia sul trattamento dei marò, che su questa questione», ha continuato il sottosegretario. In pratica l'India ci assicura che non manderà Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sul patibolo e noi ringraziamo rimandandoli indietro: «Manteniamo la parola, ma restiamo fermi sulla posizione che vanno giudicati in Italia e che chiediamo un arbitrato internazionale. Tornano a Delhi, ma in ambasciata come uomini liberi di circolare.
Una decisione difficile ma onorevole». E forse un po' folle rispetto a quella dell'11 marzo, quando è stata annunciata con tanto di note ufficiali al governo indiano, che i marò restavano in Italia.
A New Delhi tirerà un respiro di sollievo l'ambasciatore Daniele Mancini, che la Corte suprema aveva bloccato e voleva punire per l'aver firmato sul rientro dei marò. Le famiglie dei marò hanno spiccicato poche parole, frastornate: «Una cosa troppo grande» e «morale a zero».
I fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione". Il sottosegretario De Mistura precisa che il governo indiano ha garantito che non ci sarà la pena di morte nei confronti dei due militari italiani. Poi precisa: "La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso" il loro rientro "in attesa che New Delhi garantisse alcune condizioni". E la battaglia per il rispetto del diritto internazionale? Nel cestino.
La vicenda dei marò "sta sempre più assumendo i toni di una farsa". A sostenerlo è il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il quale auspica che "si concluda quanto prima" e che i due militari italiani "siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana". In una nota il Capo di Stato Maggiore della Difesa, "a nome ed insieme a tutto il personale delle Forze Armate, si stringe affettuosamente ai nostri Fucilieri di Marina, Latorre e Girone, ammirandone l'esempio, il coraggio, la disciplina e il senso dello Stato".
Le autorità giudiziarie indiane hanno disposto la costituzione di un tribunale ad hoc per esaminare il caso dei due marò ritornati ieri a New Delhi. E’ quanto hanno riferito i media indiani. L'Alta Corte di New Delhi ha emanato ieri sera un'ordinanza per formare uno speciale organo giudicante come stabilito nella sentenza della Corte Suprema del 18 gennaio. La decisione è stata presa dopo l'autorizzazione del ministro della Giustizia.
Il governo indiano non ha dato al governo italiano "nessuna garanzia" sulla sentenza che sarà pronunciata dal tribunale ad hoc istituito dalla Corte suprema di New Delhi sul caso dei due marò italiani. Così il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, in un'intervista all'emittente Tv Ibn, la Cnn indiana.
Comunque l’Italia ha fatto una pessima figura sul piano internazionale, infatti è palese che oltre alla parola disattesa il governo, il inistro dehli esteir ha sottovalutato la reazione del governo indiano e le possibili conseguenze. Pacta sunt servanda. Cosi’, in latino, il politologo Edward Luttwak ha commentato in un’intervista al Corriere della Sera la decisione italiana di non far tornare in India i marò: “I patti si rispettano, l’episodio compromette la credibilità del Paese”.
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Storico incontro tra Papi a Castel Gandolfo il 23 marzo 2013
Il Papa emerito nell'incontro con il Papa, vestiva con la talare bianca. E' il primo incontro di persona ma Francesco 'ha già rivolto molte volte il suo pensiero' a Ratzinger. L'emerito ha già fatto atto di obbedienza al nuovo papa
All'eliporto c'è stato un "abbraccio bellissimo tra il Papa e il papa emerito" ha detto padre Lombardi. E quando si sono recati nella cappella di Castel Gandolfo per pregare, Benedetto XVI voleva che il Papa si sedesse sull'inginocchiatoio d'onore, ma il Papa ha voluto che si sedessero insieme sullo stesso banco a pregare. "Siamo fratelli", ha detto, secondo quanto ha riferito padre Federico Lombardi. Il papa emerito nell'incontro con il Papa, vestiva con la talare bianca. Lo ha riferito padre Federico Lombardi conversando con i giornalisti all'esterno del palazzo apostolico di Castel Gandolfo.
Il colloquio privato tra il Papa e il papa emerito è durato "tra i 40 e i 45 minuti". Lombardi ha ricordato che si è trattato del primo incontro di persona, ma che il Papa "ha già rivolto molte volte il suo pensiero al Papa emerito". Ha anche ricordato che l'emerito ha già fatto atto di obbedienza al nuovo papa.
Hanno passeggiato, entrambi molto emozionati, si danno del "lei", sentono di essere protagonisti di un evento senza precedenti nella storia. Poi le immagini del Centro Televisivo Vaticano mostrano Francesco e Benedetto a colloquio, seduti in un salottino. Sul tavolo basso che li divide è poggiata una cassetta bianca con all'interno documenti e su questa c'è una busta chiusa. Si sono inginocchiati davanti all'immagine della Madonna e hanno pregato insieme.
Immagini difficili da ideare fino a poche settimane fa: due uomini vestiti di bianco conversano come "fratelli". Francesco ha incontrato a Castel Gandolfo Benedetto XVI. Dopo brevi saluti anche alle altre persone presenti (il vescovo di Albano e il direttore delle Ville Pontificie, Petrillo) sono saliti in macchina. Francesco è salito alla destra, quindi nel posto classico del Papa, mentre Benedetto si è posto alla sinistra. Vi era anche sulla stessa macchina monsignor Georg Gänswein, che è Prefetto della Casa Pontificia. E così, la macchina si è portata poi agli ascensori e quindi i due protagonisti dello storico incontro sono saliti nell’appartamento e si sono recati subito alla cappella per un momento di preghiera.
All'eliporto c'è stato un "abbraccio bellissimo tra il Papa e il papa emerito" ha detto padre Lombardi. E quando si sono recati nella cappella di Castel Gandolfo per pregare, Benedetto XVI voleva che il Papa si sedesse sull'inginocchiatoio d'onore, ma il Papa ha voluto che si sedessero insieme sullo stesso banco a pregare. "Siamo fratelli", ha detto, secondo quanto ha riferito padre Federico Lombardi. Il papa emerito nell'incontro con il Papa, vestiva con la talare bianca. Lo ha riferito padre Federico Lombardi conversando con i giornalisti all'esterno del palazzo apostolico di Castel Gandolfo.
Il colloquio privato tra il Papa e il papa emerito è durato "tra i 40 e i 45 minuti". Lombardi ha ricordato che si è trattato del primo incontro di persona, ma che il Papa "ha già rivolto molte volte il suo pensiero al Papa emerito". Ha anche ricordato che l'emerito ha già fatto atto di obbedienza al nuovo papa.
Hanno passeggiato, entrambi molto emozionati, si danno del "lei", sentono di essere protagonisti di un evento senza precedenti nella storia. Poi le immagini del Centro Televisivo Vaticano mostrano Francesco e Benedetto a colloquio, seduti in un salottino. Sul tavolo basso che li divide è poggiata una cassetta bianca con all'interno documenti e su questa c'è una busta chiusa. Si sono inginocchiati davanti all'immagine della Madonna e hanno pregato insieme.
Immagini difficili da ideare fino a poche settimane fa: due uomini vestiti di bianco conversano come "fratelli". Francesco ha incontrato a Castel Gandolfo Benedetto XVI. Dopo brevi saluti anche alle altre persone presenti (il vescovo di Albano e il direttore delle Ville Pontificie, Petrillo) sono saliti in macchina. Francesco è salito alla destra, quindi nel posto classico del Papa, mentre Benedetto si è posto alla sinistra. Vi era anche sulla stessa macchina monsignor Georg Gänswein, che è Prefetto della Casa Pontificia. E così, la macchina si è portata poi agli ascensori e quindi i due protagonisti dello storico incontro sono saliti nell’appartamento e si sono recati subito alla cappella per un momento di preghiera.
domenica 17 marzo 2013
Caso marò: decisione politica tardiva e poco diplomatica
Tensione ancora molto alta fra India e Italia sul caso dei marò. Ieri la Corte suprema indiana ha invitato l'ambasciatore italiano, Daniele Mancini a non lasciare il Paese e a fornire una spiegazione, entro il 18 marzo, sul mancato rientro in India dei due marò, accusati di aver ucciso due pescatori indiani.
La Corte suprema indiana può ''teoricamente ordinare l'arresto'' dell'ambasciatore d'Italia Daniele Mancini ritenendolo responsabile del non ritorno dei marò in India. Lo sostiene Harish Salve, l'avvocato che fino all'11 marzo ha difeso gli interessi italiana per poi rinunciare in disaccordo con la decisione di Roma.
Intervistato nel programma 'Devil's Advocate' della tv CNN-IBN, Salve, che non ha condiviso la decisione di trattenere in Italia Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ha sostenuto che Mancini non rispettando la dichiarazione giurata depositata presso la Corte Suprema si e' reso responsabile di ''oltraggio alla Corte''.
Secondo Salve l'ambasciatore non potrebbe far valere una immunità diplomatica perché ''la nostra Costituzione stabilisce che tutti agiscano in aiuto e secondo gli orientamenti della Corte Suprema''.
Dopo essersi detto certo che i giudici del massimo tribunale ''agiranno'' nei confronti di Mancini (una udienza e' stata fissata per domattina a New Delhi, ndr.), Salve ha ribadito che ''teoricamente'' il diplomatico potrebbe ''andare in prigione''.
Sul piano pratico, ha concluso, ''dipende da come (i giudici) vorranno regolarsi con lui. Ma possono, se vogliono, mandarlo in carcere''
Pacta sunt servanda. Cosi’, in latino, il politologo Edward Luttwak commenta in un’intervista al Corriere della Sera la decisione italiana di non far tornare in India i marò: “I patti si rispettano, l’episodio compromette la credibilità del Paese”.
“E’ mille volte peggio del caso Ruby – spiega l’analisi di geopolitica – E’ inutile che il governo Monti adotti patetiche scuse giuridiche, quei marinai devono tornare in India. Spero che il presidente della Repubblica intervenga e rovesci la decisione del governo ristabilendo il rispetto delle regole base della vita internazionale”.
“Facciamo un passo indietro – aggiunge al Corriere della Sera – il governo italiano ha chiesto agli indiani di rilasciare i due marò e i giudici hanno detto di sì. La corte del Kerala aveva stabilito una cauzione molto alta ma la Corte Suprema ha detto che i marinai dovevano essere rilasciati perché lo Stato italiano garantiva per loro, dava la sua parola. Se la cauzione fosse stata pagata allora il non ritorno dei marinai poteva avere conseguenze diverse perché’ i soldi potevano essere considerati una sorta di riscatto. Ma così non c’è scampo”.
Agendo in questo modo, aggiunge Luttwak, “il governo italiano ha compromesso lo Stato italiano, la sua credibilita”. La scelta ha conseguenze anche sull’ambasciatore italiano in India: “Per questa Corte suprema se l’Italia non rida’ indietro i marinai si mette fuori dalla legge. Siccome lo Stato è fuorilegge non esiste più l'immunità’ per l’ambasciatore perché’ rappresenta un Paese illegale”.
L'India sta valutando l’ipotesi di ridimensionare la sua missione diplomatica in Italia. Ieri New Delhi ha bloccato l’arrivo a Roma dell’ambasciatore indiano designato, Basant Kumar Gupta. La decisione "è di fatto una riduzione della missione diplomatica a Roma", ha detto oggi all’Ansa una fonte autorevole indiana. Sempre ieri un portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, ha dichiarato alla stampa che l’India sta riconsiderando "l’intera gamma dei nostri rapporti" con l’Italia, sottolineando che Roma dovrebbe rispettare gli accordi sottoscritti dal suo ambasciatore con le autorità giudiziarie indiane.
L’Unione europea "prende nota delle discussioni in corso fra Italia e India" sul caso dei due militari italiani "e continua a sperare che una soluzione accettabile reciprocamente possa essere trovata attraverso un negoziato". È quanto dichiara a Bruxelles la portavoce dell’alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea
venerdì 30 novembre 2012
ONU: Palestina Stato osservatore
In una giornata che sarà ricordata nei libri di storia, la Palestina diventa Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite dell'Onu. Esattamente 65 anni dopo il voto sulla spartizione della Terra Santa in due Stati (era il 29 novembre del 1947), l'Assemblea generale delle Nazioni Unite si rende protagonista di un'altra giornata da ricordare per la storia politica internazionale, e nasceranno molte polemiche approvando con 138 voti su 193 una risoluzione che il presidente dell'Anp Abu Mazen ha voluto con forza. E che i vertici dell'Autorità nazionale palestinese considerano solo un primo passo verso la nascita di un vero e proprio Stato e verso il riconoscimento della Palestina come Paese membro a pieno titolo delle Nazioni Unite.
Ricordiamo che la votazione è avvenuta dopo che il presidente dell'Anp, Abu Mazen, aveva preso la parola davanti all'Assemblea generale spiegando che "la Palestina crede nella pace e la sua gente ne ha un disperato bisogno. Dateci il certificato di nascita".
"È arrivato il momento di dire basta all'occupazione e ai coloni, perché a Gerusalemme Est l'occupazione ricorda il sistema dell'apartheid ed è contro la legge internazionale. I palestinesi non accetteranno niente di meno dell'indipendenza sui territori occupati nel 1967 con Gerusalemme Est", aveva tuonato il leader palestinese.
La replica di Israele è arrivata subito. Il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la votazione "non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà", assicurando tuttavia che "la mano di Israele resta tesa verso la pace". Nei confronti del leader palestinese la risposta è stata caustica: "Parole ostili, velenose non da uomo che vuole la pace".
Gli Usa, che hanno votato contro la risoluzione, non hanno preso bene la decisione dell'Onu. Secondo l'ambasciatore Usa all'Onu, Susan Rice, si tratta di una "risoluzione controproducente" che ostacola il raggiungimento dell'obiettivo di "due Stati per due popoli". Ancor più netta l'opinione del segretario di Stato americano Hillary Clinton, secondo cui il voto "pone nuovi ostacoli sul cammino della pace". Soddisfazione invece da parte della Santa Sede: "Accogliamo con favore la decisione dell'Assemblea Generale".
Mentre l'Europa si è trovata ampiamente divisa, infatti, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Grecia e Spagna hanno dichiarato di appoggiare la risoluzione, la Germania ha fatto invece sapere che si sarebbe astenuta. L'Italia invece ha deciso di dare il sostegno all'Anp. Lo ha annunciato nel pomeriggio una nota di Palazzo Chigi che ha suscitato l'irritazione di Israele, rimasta "delusa dall'Italia", nonostante il premier Monti avesse precisato che la scelta del suo esecutivo fosse "parte integrante dell'impegno del governo italiano volto a rilanciare il processo di pace con l'obiettivo di due Stati, quello israeliano e quello palestinese, che possano vivere fianco a fianco, in pace, sicurezza e mutuo riconoscimento".
“Ora bisogna immediatamente riaprire i negoziati”, hanno chiesto i paesi europei, con in testa l'Italia, che hanno votato sì. Soddisfazione anche dal Vaticano, mentre il segretario generale Ban Ki Moon ha chiesto che siano i palestinesi a fare il prossimo passo riconoscendo il diritto ad esistere in pace e sicurezza di Israele.
Fiamma Nirenstein dalle colonne del Il Giornale ha attaccato la posizione di Palazzo Chigi sostenendo che: “un Parlamento che da vari anni ha fatto suo onore e vanto di essere il migliore amico europeo di Israele, la cui delegazione all’Onu solo nel luglio del 2011 di fronte a una risoluzione identica ha risposto in modo opposto a quello attuale, e poi ha affermato che: il comunicato di Palazzo Chigi sembra scritto da un bambino che ignora l’abc della politica mediorientale, e soprattutto che scavalca senza remore, le scelte politiche di fondo del Parlamento italiano, che non è mai stato minimamente consultato”.
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