venerdì 25 aprile 2025

Aforismi sul 25 aprile



Moltissimi poeti, scrittori e storici prendendo ispirazione dalla loro esperienza, hanno parlato del valore del 25 aprile. Ecco una breve raccolta delle frasi e dei pensieri sul 25 aprile.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione. (Piero Calamandrei)

La Costituzione è un buon documento, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua. (Sandro Pertini)

La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline. (Pier Paolo Pasolini)

Tu non sai le colline | dove si è sparso il sangue. | Tutti quanti fuggimmo | tutti quanti gettammo | l'arma e il nome. (Cesare Pavese, 9 novembre 1945)

Renzo De Felice (Rosso e Nero, 1995) parla di “lunga zona grigia” nella quale si ritrovò la maggioranza del popolo italiano in attesa della fine. La stessa idea del “popolo alla macchia”, immagine simbolica di una presunta partecipazione popolare alla Resistenza, cozza con la realtà, laddove proprio gli eventi-simbolo della Resistenza (provocati dalla repressione delle forze armate tedesche) non furono strettamente legati a momenti di combattimento tra le forze in campo.

Romolo Gobbi (Il mito della Resistenza, 1992) ha definito una militanza “intermittente”, “contrariamente agli schemi epici del ‘partigiano continuo’dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945”. Tra partigiani e combattenti della RSI è la cosiddetta “zona grigia dell’astensione” a tenere ancora il campo, dando ai più un lasciapassare per il dopo, ed esonerandoli, allo stesso tempo, a fare i conti con il Regime. Con il risultato che – come ha scritto lo storico liberale Rosario Romeo (voce “Nazione”, in Enciclopedia del Novecento, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1979) – “la Resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggioranza degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare fino in fondo i conti con il passato”.

In prima fila Piero Operti, una delle figure storiche dell’antifascismo non comunista, che così fotografava (Lettera aperta a Benedetto Croce, 1946) la reale “condizione italiana”: “L’italiano medio, ieri falso fascista, oggi falso antifascista, si ricostruisce una verginità coprendo d’ingiurie un passato a cui vent’anni della sua vita sono strettamente intrecciati. Su questo italiano, che naviga solo nella direzione del vento, nelle ore difficili non si potrà contare: in quelle ore egli imbroglierà le vele e si terrà alla cappa. Sui fascisti sinceri sopravvissuti al macello si potrà contare, perché sono uomini e non sacchi segnavento. Gli antifascisti onesti si sentono infinitamente più vicini agli onesti fascisti che non alla turba delle scimmie urlatrici che oggi li applaudono senza conoscerli”.

 


giovedì 25 aprile 2024

Il 25 aprile è una data spartiacque o una festa?




Sicuramente il 25 aprile è una data simbolo molto divisoria che negli anni più che una giornata di festa per tutti si è presentata come la festa degli “anti”.... Il simbolo della Nazione deve essere unico ed indivisibile, certo con le loro sfaccettature e le loro diversità. Pensare sempre “anti” non porta nulla di buono nel senso che non mette in evidenza dei concetti quanto esaspera i toni verso chi ha creduto, giustamente o ingiustamente a dei principi o dei valori. Che comunque sono stati la culla di molti anni per i giovani italiani.


Dalla Treccani prefisso anti-, “apparentemente lo stesso per tutti i moltissimi derivati, può avere due origini diverse: dal greco antí che significava 'contro', o dal latino ante che voleva dire 'davanti' nello spazio o 'prima' nel tempo. In italiano il prefisso greco antí esprime due significati: 'contro' e 'il contrario di' “. Quindi esprimere un concetto contro un aspetto politico che ha segnato un’epoca risulta essere estremamente riduttivo.


Quindi possiamo asserire che il concetto del 25 aprile in Italia è molto esasperato. Sarebbe stato più lucido parlare della liberazione dallo straniero invece che accattivare gli animi come se in gioco ci fossero i buoni ed i cattivi di una stessa Nazione, concetto difficilmente asseribile.  


Negli anni «Nessuna festa nazionale in Italia è mai stata fattore di unità, neppure il 25 aprile» parole dello storico Emilio Gentile.


Come giustamente e felicemente asserito lo spirito degli italiani è sempre stato intriso di concetti “contro”. Le feste nazionali non hanno fortuna nel creare consenso attorno alle istituzioni, ma tutti se ne avvalgono per fare politica, dal 25 aprile al 2 giugno.  


Non esiste uno spirito unitario a meno che si parli delle feste pagane, altra storia. 

Quando siamo di fronte ad una festa Nazionale l’unica bandiera che dovrebbe sventolare è quella italiana, ed è l’unica che dovrebbe sventolare nella ricorrenza della festa del 25 Aprile.




martedì 25 aprile 2023

Tratto da Rosso e Nero di DE FELICE a cura di Pasquale Chessa


Rifacciamo la resistenza




La caduta del governo Parri, il dicembre 1945, mise fine al sogno della “Resistenza al potere”. Fu proprio nei pochi mesi dopo il 25 aprile, che si giocarono i destini dell’Italia futura. Infatti saranno due partiti Democrazia Cristiana e partito comunista, a conquistare il consenso delle masse. E dietro di loro due grandi potenze: la Russia di Stalin e il Vaticano di PIO XII.

…….Ferruccio Parri aveva sempre pensato che la rivoluzione politica della Resistenza avesse come nerbo il PCI e il Pd’a. Durante la guerra partigiana aveva finito per sacrificare un partito, il suo Partito d’azione, sull’altare del mito dell’ ”unità” antifascista. Per reggere la situazione ci sarebbe voluta ben altra tempra politica. 

  In realtà, dai combattenti comunisti non fu mai accetta l’idea partigiana dovesse essere combattuta solo per tornare alla “democrazia parlamentare borghese prefascista. L’obiettivo ultimo del PCI, fino alla fine, rimase la “democrazia popolare”  o come si preferì chiamarla nella versione italiana, la “democrazia progressiva”, fondata sull’unità della Resistenza intesa  come passaggio verso il mito della dittatura del proletariato.  


In relazione  al mito resistenziale, gli anni del terrorismo fecero emergere un altro problema, decisivo per bi destini ideologici della estrema sinistra armata: quando e quanto l’uso della violenza, fuori da un quadro istituzionale, potesse legittimare la lotta politica. Perché   contro il fascismo della Repubblica di Salo’ si, mentre contro la la Democrazia Cristiana di Moro no?

Ricorda nel testo intervista che l’8 settembre 1943 fu la “morte della patria” e in merito De FELICE, da grande scienziato della storia, ha consigliato di leggere “De profundis”, straordinario racconto verità di Salvatore SATTA. 

Questo esposto è una brevissima parentesi che si riferisce alle 167 pagine dell’intervista di Pasquale Chessa allo storico. Renzo De Felice - è riconosciuto come massimo storico dell'epoca fascista, prova ne sono le sue opere. L'impostazione del libro, in collaborazione con un giornalista che formula domande multiple, rende agevole la lettura.

Visto l’interesse dell’argomento e nonostante siano passati quasi 30 anni dalla pubblicazione il testo risulta essere ancora valido e contemporaneo.




domenica 24 gennaio 2021

Russia, sollevazione per Navalny, arrestati centinaia di minorenni




Sui social circola un video in cui si vede un agente che prende a calci una donna durante la manifestazione a San Pietroburgo: secondo i media, la 54ene ha subito un trauma cranico ed ora è ricoverata in coma.


La polizia russa ha arrestato numerosi sostenitori dell'oppositore Alexei Navalny, scesi in piazza dopo il suo appello a protestare contro il presidente Vladimir Putin. 


Le prime proteste si sono svolte in Estremo Oriente e in Siberia, comprese Vladivostok, Khabarovsk e Chita, dove diverse migliaia di persone sono scese in piazza, hanno detto i sostenitori di Navalny. Nella capitale, piazza Pushkin e nelle aree dello shopping e nelle strade principali sono apparse barricate. Tra i fermati molti portavano cartelli con scritto "Io non ho paura", citazione dello stesso Navalny e diventata uno degli slogan della giornata. 


"Il prossimo fine settimana terremo nuove proteste in tutto il Paese. Alexey Navalny deve essere immediatamente rilasciato dalle grinfie dei suoi assassini e le nostre richieste, assolutamente giuste, devono essere soddisfatte". Lo ha detto su Twitter Leonid Volkov, coordinatore della rete regionale del Fondo Anti-Corruzione di Navalny.


A Mosca la polizia ha iniziato a fermare i manifestanti pro-Navalny ancora prima dell'inizio della protesta contro l'arresto dell'oppositore. Secondo la testata online Meduza. Gli agenti trattengono chi ha in mano cartelli con slogan pro-opposizione come "Libertà per i prigionieri politici". 


Un allarme è stato lanciato poi dal commissario per i diritti dei bambini, che afferma che tra gli arrestati vi sono almeno 300 minorenni. Decine di migliaia di russi hanno partecipato a proteste che si sono svolte in almeno 100 città in tutta la Russia per chiedere il rilascio del dissidente russo e protestare contro Vladimir Putin. I sostenitori di Navalny parlano di almeno 40mila dimostranti per la manifestazione di Mosca, parla di una "grandiosa azione tutta russa" e promette di continuare la protesta.


Navalny è stato incarcerato al suo rientro dalla Germania dove si trovava da agosto scorso in seguito a un avvelenamento. Il giorno della protesta dei sostenitori di Alexei Navalny, rivale numero uno di Vladimir Putin, sono scesi in piazza, nonostante il freddo polare. Si tratta di manifestazioni non autorizzate dalle autorità. Sarebbero almeno 40.000 le persone che si sono unite alle proteste a Mosca per chiedere il suo rilascio per quella che sembra essere una delle più grandi azioni di protesta anti-Putin nel paese. La miccia: la pubblicazione di un video di quasi due ore, in cui il blogger attribuisce al presidente russo Vladimir Putin spese folli per una tenuta sul Mar Nero. Secondo i cronisti di Afp durante la marcia nella capitale, la polizia ha usato pesantemente la forza per disperdere i dimostranti, utilizzando i manganelli. 


Intanto il mondo guarda attonito e reagisce con diverse dichiarazioni che richiamano al rispetto dei diritti civili. L'Europa "Seguo gli eventi in corso in Russia con preoccupazione. Deploro le detenzioni" dei manifestanti da parte della polizia, "l'uso sproporzionato della forza, l'interruzione delle connessioni internet e delle reti telefoniche", scrive su Twitter l'Alto rappresentante dell'Ue, Josep Borell. "Lunedì discuteremo i prossimi passi" da intraprendere nei confronti di Mosca "con i ministri degli esteri degli stati membri", aggiunge. 


Proteste anche al quartier generale dell'FSB, i servizi di sicurezza interni eredi del KGB, situato sulla Lubyanka. I manifestanti urlano lo slogan "Russia senza Putin".  Tra i fermati anche la dissidente Liubov Sobol, una delle più strette collaboratrici di Aleksey Navalny. Lo riporta la testata online Meduza rimandando a un video della tv Dozhd. Sobol era stata fermata anche giovedì e multata per 250.000 rubli (circa 2.750 euro) da un tribunale di Mosca. 


E' stata rilasciata dopo l'arresto a Mosca anche la moglie di Navalny, Yulia che manifestava a Mosca. Sul suo profilo Instagram ha postato una foto scattata all'interno di un van della polizia: "Scusate la bassa qualità. Una luce terribile nella camionetta della polizia". Lo riporta il sito di Mbkh media.  A San Pietroburgo Arresti anche in piazza del Senato, a San Pietroburgo. "Mi vergognerei di restare a casa. Ho bisogno di parlare, ho bisogno di esprimere la mia posizione", dice Galina Fedosseva, 50 anni. "La gente è stanca di Putin, (è stato presidente) tutta la mia vita. È ora di fare spazio agli altri. (...) Non voglio vivere sotto una dittatura ", ha detto il ventenne Alexeï Skvortsov. 


Le forze dell'ordine di Mosca hanno già detto che le proteste verranno considerate come "una minaccia all'ordine pubblico" e saranno "immediatamente represse". Il Cremlino ha ribadito per l'ennesima volta che sono "inammissibili" e la Procura generale ha avvertito che chi vi prende parte potrà essere perseguito penalmente per "disordini di massa". Intanto il Comitato Investigativo ha già aperto un procedimento penale per aver lanciato l'appello a scendere in piazza e con l'aggravante del coinvolgimento di minori. 




domenica 17 gennaio 2021

Guerra del Golfo, l'ambasciatore italiano: "Io, Saddam e i nostri ostaggi"




Intervista Adnkronos


Franco Tempesta racconta l''avventura' a Baghdad: "Ho temuto di essere usato come scudo umano", La crisi degli italiani in ostaggio del governo iracheno, l'incontro con Saddam Hussein, la paura di essere usato come scudo umano, il ritorno a Roma ed i colloqui con De Michelis e Cossiga. Franco Tempesta fu l'ambasciatore italiano a Baghdad durante la prima guerra del Golfo, di cui domani ricorre il trentesimo anniversario. In un'intervista ad Aki-Adnkronos International racconta quel periodo in Iraq concitato e "stimolante" dal punto di vista professionale, che - non nasconde - lo coinvolse "emotivamente moltissimo".


Tempesta arrivò a Baghdad nel maggio del 1990. Quello stesso mese incontrò il rais Saddam Hussein, cui sottopose le credenziali di ambasciatore. "Era un signore elegante, aveva un sarto portoghese nel suo staff - inizia il racconto Tempesta - Aveva un modo di fare molto pacato che, si scoprì in seguito, nascondeva dei segreti orribili e sanguinari, ma da buon cristiano ho provato grande compassione quando lo impiccarono".


Durante quel colloquio, che durò alcuni minuti, "Saddam parlò poco, si limitò ad un saluto e ad annuire, mentre io feci un piccolo pistolotto in cui utilizzai molto il nome del presidente Andreotti, che era apprezzato in Medio Oriente, e nominai tutti gli esponenti del governo più attivi nel mondo arabo".



L'esperienza dell'ambasciatore a Baghdad, tuttavia, fu segnata senza dubbio dalla vicenda dei circa 600 italiani che dal 2 agosto 1990, giorno dell'invasione del Kuwait da parte delle forze irachene, furono trattenuti dal regime per evitare di subire attacchi nella capitale. Quella situazione si sbloccò solo quattro mesi dopo, all'inizio di dicembre, con la partenza di tutti gli ostaggi.


"Il mio primo contatto con gli ostaggi fu l'8 agosto in un teatro all'interno dell'Istituto di cultura - afferma Tempesta - Arrivai e la sala era strapiena di gente nervosissima, in gran parte tecnici di aziende petrolifere. Il direttore dell'Istituto di cultura aveva organizzato una cattedra con tutte le sedie davanti, ma io decisi di sedermi in mezzo a loro e questo credo che li spiazzò. Le mie prime parole furono 'Vi posso assicurare che presto partirete dall'Iraq, ma quando partirete io non lo farò perché voi siete ostaggi di Saddam e io sono il vostro'. Queste parole cambiarono radicalmente il loro atteggiamento nei miei confronti".


Il lavoro dell'ambasciata italiana in quei mesi fu frenetico per soddisfare le richieste e le esigenze di tutti gli ostaggi, che erano riuniti in gran parte nell'Hotel Babilon sotto la sorveglianza delle forze irachene, mentre altri "più controllati" si trovavano in un altro albergo soprannominato "La Botola", prosegue l'ambasciatore che cita alcuni episodi di autolesionismo di cui furono protagonisti alcuni italiani nel tentativo di ottenere il via libera per lasciare l'Iraq.



"Ci giunse notizie che un paio di giovani si stavano nutrendo di chili e chili di zucchero per risultare diabetici, altri si facevano visitare dall'oncologo sostenendo di essere malati di tumore. Un gruppo di milanesi scapparono di nascosto e furono arrestati alla frontiera con la Siria dalla polizia irachena che per fortuna me li riconsegnò in ambasciata", ricorda Tempesta.


Tutti i Paesi occidentali si mobilitarono per la liberazione dei loro ostaggi, ricorrendo anche ad artisti e personalità che ritenevano potessero giovare alla causa. Gli Stati Uniti, ad esempio, mandarono Cassius Clay, che era diventato musulmano. Per l'Italia arrivò "Mario Capanna, ma combinò ben poco", mentre il governo fermò all'ultimo la partenza di Maria Pia Fanfani, allora presidente del Comitato nazionale femminile della Croce rossa, rimarca Tempesta, elogiando la linea seguita da Roma - allora presidente di turno dell'Ue - in quella crisi.


"Il governo fece molto bene, fu inflessibile nel non trattare con i sequestratori e tutti i Paesi europei seguirono questa regola. Al contrario di quanto fatto da Conte e Di Maio che hanno passato in rassegna le truppe di Haftar" per ottenere il rilascio dei pescatori trattenuti a Bengasi, osserva l'ambasciatore.



In quei mesi a Baghdad ci furono momenti molto duri per Tempesta. "Mi mise molta preoccupazione la voce fatta circolare dal governo iracheno che in caso di attacco occidentale gli ambasciatori sarebbero stati portati al fronte e sistemati come scudi umani", evidenzia, sottolineando lo spirito con il quale la missione italiana lavorava: "Ci sentivamo protagonisti di qualcosa di utile, ci si aiutava, mentre alcuni ambasciatori scapparono con la coda tra le gambe".


Quel conflitto fu il primo trasmesso in diretta dai network di tutto il mondo e, secondo Tempesta, in un certo senso cambiò il rapporto delle persone con la guerra, avvicinandola a uno "show'. "Per tutto quel periodo ho avuto contatti quotidiani con decine giornalisti, ma due su tutti - Fabrizio Del Noce e Lucia Annunziata - mi hanno lasciato un'impressione estremamente positiva. Poi c'era un nugolo di reporter che erano lì per fare titoli e che facevano domande discutibili agli ostaggi. Molti non degni del nome di giornalista", dichiara.


Secondo Tempesta, la Guerra del Golfo fu una guerra delle Nazioni Unite perché fu scatenata sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzò l'uso della forza per ripristinare l'ordine internazionale. "La finalità era liberare il Kuwait e per questo motivo - spiega - alla fine del conflitto Bush padre, che era un diplomatico di carriera, non detronizzò Saddam".



L'ambasciatore conclude ricordando il suo incontro con il presidente Cossiga al rientro in Italia, dove l'allora ministro degli Esteri De Michelis lo aveva richiamato nel gennaio del 1991 per consultazioni sullo scoppio imminente della guerra. "Mi ricevette pochi minuti mentre stava incontrando i parenti del giovane Augusto De Megni, che era stato liberato in Sardegna, e mi presentò come l'eroe di Baghdad. Cossiga mi fu vicino per tutta la crisi".


De Michelis voleva che Tempesta tornasse a Baghdad per dare un segnale alla comunità internazionale di disponibilità al dialogo con Saddam e l'8 gennaio l'ambasciatore si recò in aeroporto per volare alla volta dell'Iraq.


"Ad un tratto dall'altoparlante sentì che ero desiderato al telefono. Era l'allora direttore generale della Farnesina che mi chiedeva di restare a Roma su pressioni dell'allora segretario di Stato americano, James Baker. Tornai al ministero degli Esteri e diedi disposizioni per evacuare l'ambasciata a Baghdad - conclude - Da lì a un mese l'Iraq ruppe i rapporti diplomatici con l'Italia ed i nostri interessi a Baghdad vennero curati dall'ambasciata ungherese".




domenica 8 novembre 2020

Fondi europei servono obiettivi limpidi





La Commissione ha dato indicazioni di metodo chiare per i prossimi mesi e anni. Sono limiti di indirizzo che non impediscono a un governo di portare l'obiettivo della giustizia sociale sullo stesso piano di quello della giustizia ambientale.

Gli investimenti nel contesto del RRF sono una spesa per un'attività, un progetto o un'altra azione che dovrebbe portare risultati positivi alla società, nell'ambito del RRF. Il regolamento RRF mira a promuovere misure che, se adottate ora, avrebbero un impatto duraturo sull'economia e sulla società (resilienza), in tutti i suoi aspetti, compresa la sostenibilità (inverdimento), la competitività a lungo termine (transizione digitale) e l'occupazione (Articolo 4 e articolo 16, paragrafo 3, lettera c), della proposta di regolamento RRF). Il regolamento proposto è pertanto coerente con un ampio concetto di investimento come formazione di capitale in settori quali capitale fisso, capitale umano e capitale naturale.

I vertici politici e tecnici della Commissione Europea hanno parlato con forza e in relativa sintonia sulle priorità della nostra Unione e sull'uso della Recovery and Resilience Facility (RRF), la punta di diamante della strategia “Nuova Generazione UE”.  E' bene che l'Italia presti forte attenzione cogliendo novità, opportunità e punti deboli. Ci serve per disegnare con intelligenza il Piano italiano, perché esso risponda alle aspirazioni e alle necessità di ridisegno dei piani di vita di milioni di noi Italiani. Il Discorso sullo Stato dell'Unione della Presidente Ursula von der Leyen rompe la tradizione della non-politica degli ultimi anni. Coglie i dolori, i fremiti e il desiderio di certezze di 450 milioni di Europei e con un linguaggio robusto prende impegni chiari: su hub europeo della salute, trasformazione verde e digitale, idrogeno, salario minimo, razzismo. Non mette al centro disuguaglianze e giustizia sociale, ma ne tiene conto nella strategia sul fronte digitale. Coglie, infine, solo parzialmente le esperienze e le nuove strade che vengono da migliaia di pratiche sociali e comunitarie nei territori di tutta Europa.


Questi tratti sono riflessi nei documenti prodotti dalla Commissione per indirizzare l'uso della RRF (Bozza di Regolamento, Guida per i Piani di ripresa e resilienza, Strategia annuale per lo sviluppo sostenibile 2021). La debolezza di attenzione alla missione sociale e alla dimensione territoriale viene qui significativamente temperata sul piano giuridico dall'individuazione della coesione economica, sociale e territoriale come obiettivo generale. E soprattutto questi documenti fissano un metodo di utilizzo della RRF che apre speranze e opportunità. Per tre ragioni: rendono chiaro che non dai progetti bisogna partire, ma da strategie che, unendo investimenti e riforme, identifichino obiettivi motivati, espressi in termini di risultati attesi, cadenzati e monitorati nel tempo; mettono un forte accento sulle condizioni istituzionali e di contesto necessarie per fare accadere davvero le cose: confermano che la Commissione sarà assai più presente che in passato nell'accompagnare e valutare tutto ciò. Vediamo in dettaglio, partendo dalle priorità strategiche.

Sulla transizione energetica si esprime tutta la forza e la concretezza di un mandato politico coeso, un'opportunità che ci invita e obbliga a obiettivi ambiziosi. Non così sul fronte sociale. Pesa il (dichiarato) continuismo con l'impianto tradizionale del “Semestre Europeo”. Nello specificare i 4 “key principles” – sostenibilità ambientale, produttività e trasformazione digitale, equità e stabilità macro – la declinazione di equità in “fairness” si concretizza nel riferimento alle opportunità di accesso al lavoro e allo spostamento delle tasse dal lavoro ad altri cespiti, ma resta debole nelle opportunità di accesso a servizi di qualità. La “coesione economica, sociale e territoriale”, nel muovere verso gli obiettivi concreti, scivola progressivamente a comprimario di secondo piano. E soprattutto il principio sociale evapora quando si tratta di indicare i 7 “obiettivi primari” a cui mirare – in ambito ambiente, digitale e istruzione – visto che persino nel descrivere l'istruzione il solo divario preso in considerazione è quello digitale.

Nel dettagliare, poi, gli obiettivi sul fronte digitale il testo tecnico fa un passo indietro rispetto allo stesso discorso della Presidente. Assieme al Cloud Europeo e alla copertura digitale delle aree rurali, Ursula von der Layen ha posto l'obiettivo di assicurare un uso controllato e regolato degli algoritmi: non solo, dunque, sovranità nazionale sul digitale … ma “sovranità popolare”. E invece, anche negli “obiettivi primari” tutto pare risolversi con la “digitalizzazione” - “digital” prende il posto di “smart” come parola ammiccante, che può coprire ogni cosa - senza guardare ai suoi effetti sulla qualità di vita delle persone. Un obiettivo che invece deve essere centrale nel Piano italiano.


Sono limiti di indirizzo che non impediscono a un governo “progressista” di portare l'obiettivo della giustizia sociale sullo stesso piano di quello della giustizia ambientale, anche come metro ultimo di ogni trasformazione digitale. E di farlo avendo davanti l'articolo 3 della Costituzione che assegna alla “Repubblica” il compito di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana”, ossia a quella libertà sostanziale che è la più avanzata definizione di giustizia sociale. E, nel farlo, si ricordi che quei due obiettivi sono la condizione anche per una ripresa della produttività: obiettivo importante per un paese dove - a causa delle stesse disuguaglianze – la produttività si è fermata da tempo e il cui incremento deve aiutarci a produrre le risorse con cui ripagare i debiti accumulati. E allora, su questa strada, arriva da Bruxelles la buona notizia. I materiali della Commissione disegnano un metodo di governo della RRF che ci può aiutare assai. Se sapremo applicarlo.

Sei sono le carte da giocare che leggiamo nei documenti. Primo: in ogni “componente” del Piano si supera la tradizionale segmentazione settoriale, combinandosi molteplici misure di riforma e di investimento che siano rivolte ad un comune obiettivo in termini di benessere collettivo; l'intero Piano dovrà essere coerente e complementare con le misure finanziate da altre risorse comunitarie. Secondo: la rendicontazione non dovrà riguardare solo la spesa – con riguardo a costi stimati “ragionevoli” – ma realizzazioni e risultati attesi e loro tappe di attuazione (rivedibili in modo motivato); è una svolta per l'Italia, visto che i pagamenti bi-annuali verranno effettuati in relazione alle “prove dei progressi compiuti” a ogni tappa. Terzo: viene data forte enfasi alle condizioni di contesto necessarie per assicurare attuazione ed efficacia; e fra le raccomandazioni fatte all'Italia nel 2019 e 2020, accanto a requisiti da lasciare nel passato – come ulteriori flessibilità nel lavoro! – spicca il rinnovamento della PA, condizione di quella “capacità amministrativa” che la Commissione torna ora a chiederci di dimostrare. Quarto: la democraticità del processo decisionale; nel Piano dovrà essere indicato come i partner sociali e le organizzazioni della cittadinanza attiva, da un lato, e il Parlamento e le istituzioni regionali o locali “hanno contribuito al disegno del Piano” stesso. Quinto: presidio unitario del disegno strategico e responsabilità dell'attuazione; il Piano deve fare capo a un unico soggetto coordinatore con forti poteri e documentata capacità di svolgere tale funzione, mentre la responsabilità di attuare le singole componenti può essere assegnata a singole “entità responsabili”. Sesto: forte presidio tecnico e politico da parte della Commissione; essa presidierà il lavoro di programmazione e attuazione di ogni paese per mezzo di una Task Force articolata per paesi che, pur prevedendo un ruolo della Direzione finanziaria – dove si concentra il continuum culturale col passato - farà capo direttamente alla Presidente della Commissione.

Si tratta di indicazioni chiare di metodo per il lavoro dell'Italia tutta nelle prossime settimane e mesi. Lo schieramento di forze della Commissione ci dice che al suo filtro non passerebbe certo un Piano che fosse palesemente frutto di una macedonia di progetti priva di strategia e obiettivi chiari e condivisi o che non indicasse un radicale rinnovamento degli strumenti attuativi. Sono indicazioni che si sposano e valorizzano ciò che il ForumDD lo scorso 24 luglio ha proposto al Governo e a tutto il paese in un suo Documento. Assieme ne escono chiare raccomandazioni al Governo, a Regioni e Comuni e all'intero partenariato. Che così riassumiamo:

 Completare la rimozione dal tavolo di lavoro della massa di progetti che il Governo ha raccolto nella sua “falsa partenza” per ripartire dall'individuazione di obiettivi prioritari, proseguendo nella strada di ravvedimento intrapresa con le Linee Guida italiane da poco prodotte. Nel farlo, tenere conto dei contributi strategici che il ForumDD e molte altre alleanze sociali e centri di competenza hanno messo e stanno mettendo sul tavolo. Alcuni esempi di cosa intendiamo per “obiettivi”: Abbattere la povertà educativa; Assicurare a tutti una cura socio-sanitaria di prossimità; Prevenire e renderci resilienti alle catastrofi naturali; Superare emergenza, sovraffollamento e degrado abitativo; Aprire alle PMI l'accesso all'innovazione tecnologica; Orientare la trasformazione digitale alla giustizia sociale, garantendo la sovranità popolare; Accelerare la transizione energetica, prima di tutto a favore dei più vulnerabili; Assicurare a tutti una mobilità flessibile e sostenibile; Adattare gli spazi collettivi aperti e chiusi alle nuove esigenze. Fatto questo passo, i progetti sin qui raccolti potranno essere riconsiderati insieme a molti altri, ma solo in relazione alle priorità e obiettivi stabiliti.

Dare unitarietà effettiva al governo del Piano coinvolgendo tutte le risorse umane del centro competenti nella programmazione comunitaria e aprire un dialogo quotidiano, con Regioni e Comuni.

Le norme sugli aiuti di Stato si applicano  pienamente le norme sugli aiuti di Stato. Nel preparare e attuare i propri piani di risanamento e di resilienza e proporre riforme e investimenti, gli Stati membri devono tenere debitamente conto dell'articolo 107 TFUE e del quadro degli aiuti di Stato e delle sue restrizioni. I fondi dell'UE erogati attraverso le autorità degli Stati membri diventano risorse statali e possono costituire aiuti di Stato se tutti gli altri criteri dell'articolo 107 sono soddisfatti. Come regola generale, gli aiuti di Stato devono essere notificati e autorizzati dalla Commissione prima di essere concessi. Il regolamento generale di esenzione per categoria (regolamento (UE) n. 651/2014) esonera gli Stati membri da questo obbligo di notifica, purché siano soddisfatti tutti i criteri del regolamento generale di esenzione per categoria. Quando i finanziamenti dell'Unione sono combinati con aiuti di Stato, solo questi ultimi saranno presi in considerazione per determinare se le soglie di notifica e le intensità massime di aiuto sono rispettate o, nel contesto di questo quadro, soggetti a una valutazione di compatibilità (articolo 8 del regolamento generale di esenzione per categoria). Per un sostegno che non soddisfa questi criteri, gli Stati membri devono notificare i loro regimi alla Commissione (DG Concorrenza) che valuterà se soddisfano le condizioni di cui all'articolo 110 TFUE e, in tal caso, li dichiara compatibili con il mercato. 




martedì 12 maggio 2020

Baarle Nassau, il borgo che taglia coronavirus (e doveri) in due





Passare da una stanza all’altra e varcare il confine, dormire nello stesso letto eppure essere in due paesi diversi: per gli abitanti della cittadina di Baarle-Nassau è la normalità. L’anomalia geografia deriva da una lunga tradizione di contese interne, che risalgono fin dal medioevo, fra due case aristocratiche: Baarle-Nassau era di proprietà della casata belga Naussau, ma al suo interno un pezzo di terra, la cosiddetta Baaler-Hertog, era in mano al duca olandese di Brabant. 

La più strana e complicata enclave europea è quella di Baarle-Hertog. Un insieme di pezzetti di territorio belga, immersi nel territorio olandese, vicino al confine fra i due Paesi. Essi formano un mosaico, ed hanno delle particolarità molto strane. 

Questa strana situazione è presente fin dal lontano 1479 nella cittadina di Baarle, che è suddivisa fra Hertog, in Belgio, e Nassau, in Olanda. La cittadina è percorsa da strade e piazze, come in tutti i centri abitati, ma queste strade sono talvolta tagliate dal confine, o per lungo o trasversalmente. Se il confine corre lungo la mezzeria, di qua abbiamo abitazioni belghe e di là case appartenenti ai Paesi Bassi. Si passa da uno Stato all'altro, e il cambiamento di sovranità del suolo calpestato dall'ignaro visitatore può avvenire molte volte durante una breve passeggiata.

La quarantena imposta dal Governo di Bruxelles ma non da quello dell’Aja ha evidenziato un confine che fino ad oggi era ininfluente sulla vita dei cittadini.

Potreste provare un senso di pena, oppure di rabbia, tristezza e compassione o, perché no, di invidia.

Se vi sentite così prendete il treno, l’aereo o la macchina e raggiungete Baarle-Nassau, una cittadina dei Paesi Bassi che conta 6.701 anime, nella provincia del Brabante settentrionale. Al suo interno si trova l’exclave belga di Baarle-Hertog, che a sua volta circonda diversi territori olandesi. Insomma, un labirinto.

Come dite? Le restrizioni del Governo vi obbligano a stare a casa e non potete neppure portare fuori il cane perché non lo avete? Allora accontentatevi di provare pena, rabbia o invidia per chi, al confine del confine tra Olanda e Belgio, si trova a fare i conti con due pesi e due misure indotte dal coronavirus, anche se vive spesso sotto lo stesso tetto.

Non è un modo di dire. La regola generale a Baarle-Nassau è che se il portone si trova esattamente sulla linea di confine è l’inquilino a decidere dove registrare il proprio domicilio: Paesi Bassi o Belgio.

È accaduto però in questo borgo, che i cittadini si siano trovati di fronte al dilemma di una casa costruita a cavallo del confine: come ristrutturare la casa al suo interno e rifare l’intonaco esterno se il solo ingresso ricade in territorio olandese? Le leggi dei Paesi Bassi sono molto più restrittive di quelle belghe. E allora come si fa? Semplice, apro una seconda porta ingresso sul suolo belga, dove le normative sono più permissive. Et voilà: casa riverniciata e architettura rivista.

Certo, direte voi: vallo a fare con le strade o sul suolo pubblico tagliato a metà da un confine che zigzagando taglia edifici, piazze e mercati e sarebbe invisibile se non fosse per quelle mattonelle che da un lato sono affiancate dalla lettera “B” (Belgio ) e dall’altra dal dittongo “Nl” (Paesi Bassi)? E difatti accade che asfaltare le strade diventi un problema, da risolvere con l’armonia e il buon senso. I sindaci – ovviamente – sono due ma decidono di comune accordo le questioni che riguardano viabilità, illuminazione e fognatura.

Ora, accade che a dividere in due questo villaggio perfettamente bilingue e dove la maggior parte dei cittadini è dotato di doppio passaporto e vive pacifica e serena  intervenga la quarantena imposta dal Governo di Bruxelles. Limitazioni per le uscite e attività commerciali, birrerie e negozi chiusi.

Peccato che quelli a un passo dalle mattonelle di confine, nel territorio olandese, restino (almeno per il momento) aperti. L’età legale per bere alcoolici è 18 anni nei Paesi Bassi e 16 in Belgio.

Non solo. Per evitare di trovarsi a fare i conti con i pendolari della benzina – in Belgio il carburante costa meno che nei Paesi Bassi – è fatto divieto agli olandesi di rifornirsi nelle stazioni “dall’altra parte” del confine. La sanzione per gli olandesi che non rispettano le regole va dai 350 ai 4mila euro.

I controlli di fatto sono inesistenti (la convivenza pacifica tollera molte distrazioni) ed un giornalista olandese della testata Omroep Brabant lo ha provato sul campo. Questa anomalia geografica è il frutto di conflitti – risalenti al Medioevo – tra dinastie aristocratiche. Baarle-Nassau era di proprietà della casata belga Breda-Naussau ma al suo interno Baaler-Hertog, era di proprietà del duca olandese di Brabant. Il Belgio ottenne l’indipendenza dall’Olanda nel 1831 ma i confini non sono stati definiti prima del 1995.

Nel 1959 la Corte di Giustizia dell’Aia ha confermato la sovranità del Belgio su quelle porziuncole in territorio olandese che occupano circa otto chilometri quadrati, sanando così il contenzioso fra i due Paesi confinanti. 

Al turista (prima dell’emergenza da coronavirus) tutto ciò non interessava e, come del resto i residenti, saltella indifferentemente da una parte all’altra. Si rende conto dell’esistenza dei due Stati se fa caso alle differenze tra i bus, le cabine telefoniche (di fatto sparite con l’avvento della telefonia mobile), gli uffici postali o se presta, chissà perché, attenzione alle targhe dei veicoli.

venerdì 27 marzo 2020

Coronavirus, Mario Draghi al Financial Times: il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire



Draghi, ex presidente della Banca centrale europea non usa mezzi termini: «Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»: la sfida è «come agire con sufficiente forza e velocità per prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili».

«È già chiaro che la risposta» alla guerra contro il coronavirus «deve coinvolgere un significativo aumento del debito pubblico» afferma Draghi. «La perdita di reddito del settore privato - scrive l’ex presidente della Bce sul Financial Times – dovrà essere eventualmente assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi. Livelli di debito pubblico più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata da una cancellazione del debito privato».

Per Draghi «di fronte a circostanze non previste un cambio di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che ci troviamo ad affrontare non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di chi la soffre. Il costo dell'esitazione potrebbe essere irreversibile. La memoria delle sofferenze degli europei negli anni 20 del ’900 sono un ammonimento».

«La velocità del deterioramento dei bilanci privati, causata da uno shutdown che è inevitabile e opportuno» deve incontrare «un'uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l'altro in quella che è evidentemente una causa comune», aggiunge Draghi definendo «coraggiose e necessarie» le misure prese dai governi per prevenire che il sistema sanitario sia sopraffatto.

Si tratta di azioni che «vanno sostenute» anche se comportano un «alto e inevitabile costo economico. Giorno dopo giorno le notizie economiche peggiorano». Nel suo intervento Draghi sottolinea: «È l'appropriato ruolo dello stato quello di dispiegare il suo bilancio per proteggere i cittadini e l'economia contro shock di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire», aggiunge Draghi mettendo in evidenza che le «guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Draghi ricorda anche che tutte "guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale in Italia e in Germania fra il 6 e il 15 per cento delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse". E conclude affrontando il ruolo della Ue in questa guerra. "L'Europa è ben equipaggiata" per affrontare questo "shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell'economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta rapida". Per l'ex presidente della Bce, proprio "la velocità è essenziale per l'efficacia della risposta".

È ancora il concetto di rapidità quello che evoca l’ex presidente della Bce. Sotto diversi punti di vista «l'Europa è ben equipaggiata» per affrontare questo «shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell'economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta rapida. La velocità è essenziale per l'efficacia» della risposta al coronavirus.

Agire subito per evitare depressione. Le parole che l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha usato dalle colonne del «Financial Times» non lasciano molti margini di interpretazione: il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire le fasi di guerra.

È il segno di un’emergenza che ha bisogno di pensiero nuovo per essere affrontata, perché il congelamento di una parte consistente delle attività economiche, in un sistema fortemente intrecciato, come quello europeo, non può essere gestito se non in modo condiviso. Nelle guerre conta la linea di comando, la linea che porta gli ordini e le decisioni fino all’ultimo reparto. In questo caso è decisivo il modo nel quale le garanzie pubbliche ai finanziamenti, gli aiuti e i sostegni al reddito, l’utilizzo delle risorse pubbliche, in grado di garantire che la liquidità non si fermi, funzionino. Uno sforzo enorme per le burocrazie, quella nazionale e quella europea, che dovranno fare in pochi giorni quello che di solito sono abituati a realizzare nell’arco di qualche mese. Visione e velocità, come Draghi riuscì a fare otto anni fa.



martedì 24 marzo 2020

Emergenza in Russia: tra disinformazione e crisi



Un dossier di 9 pagine, rivelato dal Financial Times, avverte: è in corso un’operazione di disinformazione su Internet. Dispiegati gli stessi account usati durante la Brexit.

Nove pagine. Per provare a districarsi tra migliaia di messaggi e notizie sparsi su Internet che vogliono diffondere «confusione, panico, paura» legati al Covid-19. L’Unione Europea è convinta che la Russia stia mettendo in campo le stesse armi digitali già dispiegate durante le campagne di disinformazione attorno a referendum sulla Brexit britannica, alle rivolte dei gilet gialli in Francia o per la sistematica diffamazione dei Caschi Bianchi in Siria, il gruppo di pronto soccorso creato nelle aree controllate dai ribelli (Mosca è intervenuta militarmente in sostegno del regime di Bashar Assad).

Il dossier – redatto dal Servizio europeo per l’azione esterna, è stato rivelato dal quotidiano Financial Times – illustra i tentativi di sfruttare le reazioni dei cittadini europei alla pandemia: «L’obiettivo globale del Cremlino è quello di aggravare la crisi nei Paesi occidentali minando la fiducia nel sistema sanitario nazionale e ostacolando così una risposta efficace all’emergenza». Implicati nella disinformatia sarebbero gli stessi account (legati alla struttura statale russa) già usati in altre operazioni: dal 22 gennaio pubblicano messaggi in italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese.

Petrolio in calo, coronavirus, fuga dal rublo: Vladimir Putin sembra avere più conflitti al suo interno. Dal 2014 a oggi, sotto il peso delle sanzioni internazionali e ricordando la crisi finanziaria del 2008, le autorità russe hanno accumulato risorse per i giorni difficili, costruendo una fortezza che rendesse il Paese impermeabile ai fattori esterni. Le riserve della Banca centrale hanno così superato i 570 miliardi di dollari, quarto posto nel mondo; mentre il Fondo di riserva nazionale - alimentato dai guadagni del petrolio - si appoggia su liquidità di 170 miliardi. Davanti a queste cifre, e a un debito estero tra i più bassi al mondo, gli investitori stranieri erano tornati.

Putin contava di attingere a tutto questo per rimediare almeno in parte agli squilibri sociali, per rilanciare la crescita con grandi progetti infrastrutturali e rinvigorire la propria popolarità. Improvvisamente, però, le ragioni per mettere mano al tesoro di casa si sono moltiplicate, tutte nello stesso tempo. C’è bisogno di soldi per sostenere il rublo e tenere a bada l’inflazione, per affrontare l’emergenza sanitaria e attutire l’impatto sui conti pubblici di un petrolio sotto i 30 dollari al barile; senza contare la fuga dei capitali, di nuovo spaventati, e gli interventi a sostegno di famiglie e imprese nella crisi che rischia di scatenarsi. Per un presidente che sta per mettere ai voti l’idea di restare al Cremlino a tempo indeterminato, la tempesta non poteva arrivare in un momento peggiore.

Putin, il suo governo e la Banca centrale russa ostentano sicurezza, nel nome di una stabilità finanziaria che non considerano in pericolo: né possono permettere che sia messa a rischio quella politica, incarnata dal presidente. Le risorse raccolte in questi anni consentono di far fronte a un prezzo del petrolio a 25/30 dollari il barile per 6/10 anni, dice il ministro delle Finanze, Anton Siluanov. Prezzi così bassi non fanno certo piacere, ammette il portavoce del presidente, Dmitrij Peskov, ma non sono catastrofici: la Russia è in grado di reggere l’impatto. È tutto sotto controllo, ripete Putin. Al punto, scrive l’agenzia Bloomberg, che il presidente russo non ha alcuna intenzione di cedere per primo nella sfida ingaggiata con i sauditi, a chi resiste di più con il petrolio così basso.

«La situazione è cambiata drammaticamente, nell’economia globale, sui mercati delle commodities e su quelli finanziari», ha riconosciuto Elvira Nabiullina, presidente della Banca centrale e ha spiegato la decisione di lasciare invariati al 6% i tassi di interesse. L’incertezza è evidenziata dalla scelta «rara» tra le opzioni considerate dal consiglio di Bank Rossii: abbassare i tassi, alzarli o lasciarli invariati. Diversamente dalle banche centrali di mezzo mondo, infatti, alla minaccia di un rallentamento dell’economia, la Russia unisce la necessità di proteggere il rublo, bersagliato dal calo del petrolio: a marzo, la moneta ha già perso il 19%. Nelle ultime settimane, per sostenerlo, la Banca centrale aveva così ripreso le vendite di valuta estera, per incoraggiare invece l’attività economica, Nabiullina ha annunciato un pacchetto di iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese, con la possibilità di accedere a prestiti agevolati a un tasso del 4%.



domenica 23 febbraio 2020

Voto storico in Irlanda



Venti di rivoluzione in Irlanda, secondo gli exit poll delle elezioni anticipate di ieri. La sinistra nazionalista del Sinn Fein, paladina dei sogni di riunificazione con l'Ulster, alimentati anche dai possibili contraccolpi della Brexit sul grande vicino britannico, è per la prima volta in corsa per il traguardo di primo partito della Repubblica da un secolo: e, anche se la maggioranza assoluta resta fuori portata e non potrà andare al governo, appare in grado di condizionare l'agenda futura del Paese.

Lo scrutinio è iniziato stamani, procede a rilento e si concluderà non prima di lunedì, ma gli exit diffusi dalla tv pubblica Rte indicano un testa a testa all'ultima scheda. Con il Sinn Fein di Mary Lou McDonald - la leader 50enne subentrata a Gerry Adams e protagonista del cambio generazionale che ha portato quello che fu il braccio politico della guerriglia dell'Ira da forza di riferimento della trincea repubblicana nel solo Ulster a partito competitivo pure a Dublino - che avanza al 22,3%. E i due partitoni filo-Ue di centro-destra che da sempre si contendono il potere nell'isola, il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar (Ppe), il più giovane nella storia irlandese, oltre che il primo gay dichiarato e figlio di padre immigrato, e il Fianna Fail di Micheal Martin (liberali), rispettivamente al 22,4 e al 22,2%.

Dato il margine di errore, si tratta di una parità virtuale che i risultati reali potrebbero far oscillare. Mentre resta da decidere l'assegnazione dei seggi secondo un complicato sistema proporzionale trasferibile (con indicazione delle seconde e terze preferenze) destinato alla fine a lasciare comunque spazio a una coalizione fra Fianna Fail e Fine Gael (che in campagna elettorale hanno escluso accordi con il partito della McDonald) o un governo retto dalla stampella di gruppi minori come i Verdi e i Laburisti.

Ma il Sinn Fein (in gaelico Noi Stessi), pur avendo presentato solo 42 candidati a fronte degli 80 seggi necessari per la maggioranza assoluta, sarà comunque il vincitore morale: ovvero, la risposta di una parte non piccola d'irlandesi sia alla sfida della Brexit, sia soprattutto ai problemi sociali. Un partito la cui ascesa rompe un tabù sull'isola verde, quello dei vecchi legami con la disciolta Ira e la lotta armata durante la sanguinosa stagione dei 'troubles', a oltre 20 anni dall'accordo di pace del Venerdì santo. E mette quanto meno sul tavolo del confronto una piattaforma radicale che invoca un referendum sulla riunificazione entro 5 anni, problematico e ad alto rischio di conflitto, ma meno aleatorio del passato sullo sfondo dei potenziali effetti sull'Irlanda del Nord del divorzio del Regno Unito dall'Ue; nonché un programma economico e sui diritti civili di sinistra-sinistra, ispirato agli spagnoli di Podemos o a Jeremy Corbyn su dossier quali la spesa pubblica, la sanità, l'edilizia popolare.

Nuova lega anseatica coalizione anti brexit



La Lega anseatica (nota come Hansa, termine germanico usato nel senso di “raggruppamento”) fu un’alleanza commerciale fondata nel XII secolo (tardo Medioevo), tra mercanti dell’Europa settentrionale.

L’alleanza aveva sedi in numerose città che si affacciavano sul mare del Nord e sul mar Baltico. Ne facevano parte Lubecca, Colonia, Brema e Amburgo in Germania; Stettino e Danzica in Polonia; Stoccolma e Visby in Svezia; Riga, Tallinn e Tartu in Lettonia ed Estonia; Novgorod in Russia e molte altre città. La sede principale dell’Hansa fu Lubecca.

Grazie alle navi appartenenti ai mercanti dell’Hansa, un’infinità di prodotti di diversa provenienza raggiungeva tutte le città dell’alleanza, originando enormi profitti commerciali. Nelle città anseatiche questa ricchezza favorì inoltre lo sviluppo di fiorenti attività artigianali.

Un nuovo soggetto politico si aggira per l’Europa da quasi due anni, nato dalle ceneri di Brexit e desideroso di far sentire forte la propria voce. È la cosiddetta Nuova lega anseatica, una coalizione tra Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Lituania, Lettonia, Estonia e Irlanda che - ispirandosi ai fasti dell’alleanza tra città dell’Europa settentrionale e del Baltico che dominò il commercio tra il tardo Medio Evo e il XVI secolo – punta a difendere gli interessi, anche commerciali, dei suoi membri. E a improntare le riforme dell’Eurozona, come suggerisce il logo: uno stemma medievale dove, insieme alle bandiere, compare il simbolo dell’euro.

Promotore del progetto l’Olanda, chiare sin dal documento costitutivo – una lettera dei ministri delle Finanze del febbraio 2018 - le intenzioni: richiamare l’Eurozona prima di tutto al rispetto delle regole di bilancio e spingere perché si concentri sul completamento delle riforme già avviate (dall’unione bancaria al mercato unico) piuttosto che su un ulteriore trasferimento di competenze.

In questa presa di posizione, come sottolinea Greg Lewicki, PhD e autore per il Polish Economic Institute dello studio “Hansa 2.0. Un ritorno all’Età dell’oro del commercio?”, c’è prima di tutto un messaggio alla Francia di Macron «che cerca di attuare una fuga in avanti, allo scopo di contrapporre successi internazionali a una grave instabilità interna, evidenziata dalla protesta dei Gilets gialli. Di qui l’idea di un budget separato per la Francia e gli altri Paesi dell’Eurozona». Non sorprende perciò il fatto che proprio con Parigi si siano già verificati contrasti vivaci, con il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire che, ricevendo nel novembre scorso il suo omologo olandese Wopke Hoekstra, definì la Lega anseatica 2.0 un «club chiuso» che minacciava l’unità europea.

Diverso il rapporto con la Germania, più vicina al conservatorismo rigorista in materia di conti pubblici di questi Paesi e per la quale, come sottolinea ancora Lewicki, l’alleanza è «un utile strumento per controbilanciare le idee francesi che non piacciono alle élite tedesche. Anche se nessuno probabilmente lo ammetterebbe ufficialmente».

Illustrando le relazioni della Nuova lega anseatica con Francia e Germania, un’altra considerazione si impone. Nelle prese di posizione di questi Paesi ci sono i timori innescati dalla grave crisi del debito che l’Europa ha dovuto affrontare, ma il primo motore appare senza dubbio Brexit, con la perdita di un alleato chiave e campione del liberismo come la Gran Bretagna. «È fondamentale notare – evidenzia Lewicki – che, nei negoziati su questioni economiche, il sistema europeo funzionava come uno spinner, un meccanismo imperniato su tre poli rappresentati da Francia, Germania e Regno Unito. Ma il Regno Unito è quasi uscito. Perciò l’Olanda e i suoi alleati vogliono presentarsi come l’equivalente funzionale di Londra, un gruppo con obiettivi ben definiti in grado di bilanciare, collettivamente, l’approccio franco-tedesco».

La Nuova lega anseatica finirà dunque per indebolire il progetto europeo, come denunciano i francesi? Per Greg Lewicki è il contrario: «Credo che senza idee come quelle di questi Paesi siamo condannati. In passato la diversità all’interno di una stessa civiltà era un vantaggio, ma oggi la tendenza è opposta: la diversità politica significa con tutta probabilità confini e i confini significano che l’impatto a livello globale viene limitato. La Lega anseatica ci dà la vaga speranza che l’Europa un giorno sarà capace di competere economicamente a livello globale».

La Nuova lega anseatica è una delle tante manifestazioni di quella che lo studio del Polish Economic Institute definisce la “nuova medievalizzazione dell’Europa”, fondata su «strutture a più livelli e multipolari, le corporazioni, e altre reti internazionali che oltrepassano i confini». «Come una volta una miriade di gilde e associazioni prosperavano sotto le insegne della Cristianità – conclude Lewicki – oggi, sotto la bandiera dell’Unione europea, vediamo l’emergere di numerose iniziative locali e finalizzate all’obiettivo , come la Nuova lega anseatica o l’Iniziativa dei Tre Mari (l’unione di 12 Paesi Ue per contrastare la minaccia russa lanciata nel 2015, ndr)».

Ma ciò che li accomuna è chiaro: sono i falchi fiscali d’Europa. Liberisti fino al midollo. Araldi del pari in bilancio. Nemici giurati dell’interventismo e del gigantismo statale. Contrari a stanziare soldi dei propri contribuenti per soccorrere Stati membri in difficoltà. Basti ricordare che nel 2011 la Finlandia chiese l’Acropoli e le isole egee a titolo di garanzia per sottrarre la Grecia alla bancarotta. Aggiunge al tutto una punta d’ironia l’adesione al club dell’Irlanda, uscita nel 2013 proprio da tre anni di programma di salvataggio.

Per sincerarsi degli orientamenti ideologici è sufficiente scorrere uno dei documenti prodotti di recente: «La prima linea di difesa dovrà sempre essere al livello nazionale, sotto forma di politiche fiscali prudenti nel rispetto del Patto di stabilità e crescita e di decise riforme strutturali che rafforzino l’economia in generale e le finanze pubbliche.

La coalizione possiede un preciso sostrato geopolitico. In formula: la nuova lega anseatica è una reazione all’addio del Regno Unito, un ostacolo ai piani della Francia e uno strumento utile alla Germania. Scomponiamo i tre fattori.

Il Brexit sta rimuovendo uno dei vertici del triangolo Berlino-Parigi-Londra attorno al quale si erano adagiati negli ultimi decenni i membri più piccoli dell’Ue, in particolare quelli settentrionali. Primi fra tutti i l’Olanda, centro geometrico di questa figura oggi sbilanciata.

L’Aia, per esempio, trovava conveniente mandare avanti Londra per chiedere un maggiore coinvolgimento decisionale dei parlamenti nazionali, una riduzione dei benefit per gli immigrati e un alleggerimento della burocrazia per le imprese.

Il bersaglio principale dei neoanseatici è Parigi. Più precisamente, un’Europa trainata da francesi e tedeschi. Ad Aquisgrana, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno voluto rinnovare il trattato dell’Eliseo per nascondere le reciproche debolezze dietro un’artificiosa unità d’intenti sull’Ue. Una sceneggiata. Ma che ha comunque adirato gli otto paesi, secondo i quali la Commissione europea ha esternalizzato il proprio ruolo di iniziativa a Francia e Germania.

Comprensibilmente, nessuno vuol vedersi recapitare decisioni già concordate in altre stanze. In particolare quelle avanzate dai transalpini, sempre ammantate di luccicanti ambizioni – vedi il ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire che vorrebbe fare un nouvel empire dell’Europa, con la Grande nation quale ovvia guida spirituale.

Così, la coalizione nordeuropea ha speso il 2018 a sabotare la proposta di Parigi di dotare l’Eurozona di un ministro delle Finanze e di un bilancio separato, da impiegare anche per aggiustare gli squilibri degli Stati che adottano la valuta comune. Finendo per farla deragliare del tutto: del ministro neanche l’ombra, il budget sarà una voce di quello generale dell’Ue e il capo delle Finanze olandesi Wopke Hoekstra ha fatto rimuovere dopo ore di estenuanti trattative con Le Maire ogni riferimento all’uso del bilancio a scopi di stabilizzazione, troppo in odore di pietismo mediterraneo.

La nuova lega anseatica si oppone ai progetti francesi di aumentare l’integrazione nell’Eurozona anche perché riconosce l’intento di Parigi di spostare più a sud-ovest, ossia verso di sé, il baricentro decisionale dell’Ue, ora coincidente con il cuore dello spazio germanico. Dando una veste geopolitica alla moneta comune, l’Esagono avrebbe potuto ergersi a campione dei membri mediterranei, Italia compresa, le cui casse hanno più bisogno di respirare. Aggiustando così a proprio favore gli sbilanciati rapporti di forza con la Germania.

Come evidente nel caso dell’Irlanda in cerca di alleati contro la tassa digitale che minaccia l’esodo delle tante multinazionali extraeuropee stanziate nell’isola. O ancora nella strenua opposizione alla riforma delle regole della competitività e della concorrenza avanzate, di nuovo, da francesi e tedeschi per creare dei campioni europei, cioè imprese dotate della taglia e della mentalità imprenditoriale per resistere ai concorrenti cinesi e americani.

Logico che i paesi piccoli siano contrari, poiché più hanno da perdere da un rilassamento delle regole sul monopolio – di cui non a caso è stata finora protettrice una commissaria danese, Margrethe Vestager.

Non s’intravedono molte concrete politiche comunitarie su cui questi Stati membri possano convergere con un approccio costruttivo. Sembra semmai accomunarli un orientamento ancora molto generico sul mantenere leggera l’Ue, sulla difesa della mano invisibile dell’economia dalle ingerenze delle burocrazie centrali e sull’approfondimento dei flussi commerciali (tutti intendono sviluppare digitalizzazione, mercato unico dei capitali, accordi di libero scambio).

Questo scenario è sempre presente nei piani d’emergenza tedeschi poiché risponde all’imperativo strategico, costante nella storia dei popoli germanici, di circondarsi di un’area in cui commerciare il surplus produttivo della nazione, pena il tracollo economico. Contrastare un simile sviluppo è prioritario per gli Stati Uniti, che da cento e due anni intervengono in Europa per scongiurare l’espansionismo dello spazio germanico o la sua conquista da parte di terzi.



sabato 3 agosto 2019

Groenlandia: "12 mld di tonnellate di ghiaccio sciolte"







A mostrare le drammatiche immagini la giornalista scientifica Laurie Garrett con un video postato su Twitter. "Le immagini sotto il ponte verso Kangerlussiauq in Groenlandia - twitta, mostrando l'effetto del rialzo delle temperature -, dove oggi ci sono 22 ° C e i funzionari danesi sostengono che ieri 12 miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono sciolte in 24 ore".

Perdita record di ghiaccio, 10 miliardi di tonnellate in un giorno, per le temperature torride.
L'ondata di caldo eccezionale che ha investito il Nord Europa non ha risparmiato nemmeno la Groenlandia, accelerando lo scioglimento del ghiaccio nella più grande isola del mondo, in piena zona artica: ben dieci miliardi di tonnellate si sono disperse nell'oceano in un solo giorno. L'allarme è stato lanciato dall'Istituto Meteorologico della Danimarca (di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo). 

Il picco dello scioglimento dei ghiacciai si è verificato mercoledì, e in tutto luglio si parla di 197 miliardi di tonnellate: un miliardo di tonnellate, per avere un termine di paragone, corrisponde al contenuto d'acqua di 400mila piscine olimpioniche.L'ondata di caldo eccezionale che ha investito il Nord Europa non ha risparmiato nemmeno la Groenlandia, accelerando lo scioglimento del ghiaccio nella più grande isola del mondo, in piena zona artica: ben dieci miliardi di tonnellate si sono disperse nell'oceano in un solo giorno. L'allarme è stato lanciato dall'Istituto Meteorologico della Danimarca (di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo). Il picco dello scioglimento dei ghiacciai si è verificato mercoledì, e in tutto luglio si parla di 197 miliardi di tonnellate: un miliardo di tonnellate, per avere un termine di paragone, corrisponde al contenuto d'acqua di 400mila piscine olimpioniche. E le previsioni a lungo termine non promettono nulla di buono: "Il caldo e il clima soleggiato in Groenlandia è destinato a persistere, quindi lo scioglimento dei ghiacci proseguirà", ha rilevato la climatologa Ruth Mottram, che lavora per l'istituto danese.

martedì 30 aprile 2019

Giappone finisce un'era Akihito lascia il trono






L'imperatore Akihito ha abdicato. E' il primo monarca giapponese a compiere questo gesto negli ultimi due secoli. Il principe ereditario Naruhito ascenderà al trono mercoledì, dando il via ad una nuova era, Reiwa, la 248esima nella storia Imperiale, che significa 'Ordine, Armonia e Pace'. Nel suo ultimo discorso, l'85enne ha augurato "al Giappone e al mondo pace e prosperità". E si è detto "grato per il popolo che mi ha accettato come simbolo e mi ha sostenuto".


La cerimonia è avvenuta secondo regole fissate dalla Costituzione e la funzione 'Taiirei-Seiden-no-gi' (il tradizionale rituale di abdicazione di sua maestà l'imperatore) si è svolta nella sala di Stato del palazzo imperiale, nel centro di Tokyo. L'imperatore Akihito, vestito con abiti tradizionali, ha comunicato il suo ritiro agli antenati, rinunciando al trono dopo un regno durato 30 anni. E' la prima abdicazione del Giappone da quando l'imperatore Kokaku lasciò il trono nel 1817.

Circa 300 persone, tra cui il primo ministro Shinzo Abe e i suoi ministri, alla cerimonia. Mercoledì la seconda cerimonia in cui il principe ereditario Naruhito (59 anni), il figlio maggiore di Akihito, salirà al trono ed erediterà le tradizionali insegne come la spada sacra e i gioielli, come prova della successione.

Il popolo giapponese avrà la possibilità di incontrare il nuovo imperatore, sua moglie, l'imperatrice Masako (55 anni) e altri membri della famiglia reale il 4 maggio, quando si affacceranno sul balcone del palazzo imperiale, ha detto l'Agenzia della casa reale. L'imperatore Akihito e l'imperatrice Michiko, che diventeranno imperatori emeriti e imperatrice emerita rispettivamente in seguito all'abdicazione, non sono tenuti a partecipare all'evento.

Per il Giappone, l'ascesa di Naruhito significa l'inizio di una nuova era e un mese prima della successione, il governo ha annunciato che si sarebbe chiamata "Reiwa". La parola è composta da due caratteri kanji giapponesi - "rei" significa "ordine", "comando" o "buono" mentre "wa" significa "armonia".

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sua moglie Melania si recheranno in Giappone il prossimo mese come primi ospiti dello stato del Giappone dopo l'intronizzazione. Più avanti, il governo inviterà anche ospiti provenienti da almeno 195 Paesi per partecipare ad eventi che celebrano l'ascesa di Naruhito.

Akihito divenne imperatore l'8 gennaio 1989 all'età di 55 anni, in seguito alla morte del padre, l'imperatore Hirohito, nel cui nome il Giappone combatté e perse la Seconda guerra mondiale. Nell'agosto 2016, in un raro videomessaggio, il sovrano aveva annunciato la sua intenzione di dimettersi, citando come motivazione il fatto che la sua età avanzata e la sua salute fragile avrebbero potuto impedirgli di adempiere ai suoi doveri ufficiali come simbolo dello stato. Poiché l'imperatore non ha alcun potere politico, non può decidere direttamente l'abdicazione. Così, nel giugno 2017, il parlamento giapponese aveva promulgato una legge speciale permettendogli di abdicare.

Durante il regno di Akihito, il Giappone ha subito diverse calamità naturali e il peggior disastro nucleare del mondo dall'incidente di Chernobyl nel 1986. Nel 1995, un terremoto di magnitudo 7,3 scosse la principale città occidentale di Kobe, causando la morte di oltre 6.400 persone. Nel 2011, il nord-est del Giappone è stato colpito da un terremoto di magnitudo 9 che ha causato uno tsunami, in cui sono morte circa 18.500 persone, e una tripla fusione alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Nel corso di un evento governativo a febbraio per celebrare il trentesimo anniversario del suo regno, l'imperatore ha ricordato con emozione il sostegno delle persone intervenute per aiutare coloro che si trovavano nella zone colpite da disastri naturali. "In tutta la nazione, le persone hanno condiviso il dolore di quelle comunità come se fossero le loro e si sono schierate con i loro concittadini in vari modi: questi sono tra i ricordi più indimenticabili del mio regno", ha detto. Akihito ha anche espresso apprezzamento per il tanto necessario sostegno fornito dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni globali in seguito a tali disastri. "Innumerevoli Paesi, organizzazioni internazionali e regioni ci hanno dato la loro gentile e cortese assistenza - ha detto l'imperatore - , a queste persone offro la mia più profonda gratitudine".

 Il popolo giapponese avrà la possibilità di incontrare il nuovo imperatore Naruhito, sua moglie, l'imperatrice Masako (55 anni) e altri membri della famiglia reale il 4 maggio, quando si affacceranno sul balcone del palazzo imperiale. L'imperatore Akihito e l'imperatrice Michiko, che diventeranno imperatori emeriti e imperatrice emerita rispettivamente in seguito  all'abdicazione, non sono tenuti a partecipare all'evento. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sua moglie Melania si recheranno in Giappone il prossimo mese come primi ospiti dello stato del Giappone dopo l'intronizzazione. Più avanti, il governo inviterà  anche ospiti provenienti da almeno 195 paesi per partecipare ad eventi che celebrano l'ascesa di Naruhito.

L'inizio di una nuova era Protetta da un imponente apparato di sicurezza, che vede dispiegati migliaia di poliziotti, in particolare in seguito al dibattito connesso al rischio terrorismo dopo la strage dello Sri Lanka costata la vita anche a un cittadino nipponico, Tokyo ha assistito così alla prima abdicazione di un imperatore in 200 anni e all'accesso al trono di un nuovo Tenno, Naruhito, che porta con sé l'inizio dell'era Reiwa.

Per i giapponesi l'inizio di una nuova era rappresenta un'occasione per interrogarsi sullo stato dell'arte del paese, in una fase storica che è piena d'incertezze per la terza economia del mondo, la quale rischia di vedere il suo ruolo marginalizzato da una Cina sempre più arrembante in Asia orientale e dal tradizionale alleato statunitense sempre meno affidabile per quanto riguarda la gestione della sua sicurezza. L'istituto dell'abdicazione è stato attivato in Giappone per l'ultima volta 202 anni fa, nel 1817, quando a lasciare il Trono del Crisantemo fu Kokaku in favore del figlio Ninko che introdusse l'appellativo di Tenno per tutti gli imperatori giapponesi. Questa scelta, comune nel Giappone classico e feudale, era così desueta che non esisteva un percorso legislativo nella Legge sulla Casa imperiale. Dopo la richiesta di Akihito di poter lasciare il trono, con molte difficoltà il governo di Tokyo ha stabilito un percorso una tantum per l'abdicazione dell'imperatore ormai 85enne.




domenica 14 aprile 2019

Primo volo per Stratolaunch, l'aereo più grande del mondo




Si avvera il sogno di Paul Allen, miliardario e co-fondatore di Microsoft scomparso a ottobre 2018, che aveva annunciato nel 2011 l'intenzione di realizzare Stratolaunc.

Un aereo gigante dotato di sei motori e con l'apertura alare più grande mai realizzata, chiamato Stratolaunch, ha compiuto il suo primo volo sul deserto del Mojave, in California. Il capo esecutivo della Stratolaunch Systems Jean Floyd ha detto che l'aeroplano ha compiuto uno "spettacolare" atterraggio raggiungendo appieno l'obiettivo. È stato progettato dalla "Scaled Composites" per trasportare nello spazio e sganciare un razzo vettore, che a sua volta trasporta un satellite. Questo metodo semplificherebbe la messa in orbita di satelliti perché far decollare un aereo è molto più facile che lanciare un razzo.

La Stratolaunch, fondata dallo stesso Allen, punta a competere sul mercato dei velivoli pensati per il lancio di piccoli satelliti. "E' stato un momento emozionante - ha aggiunto Floyd - osservare di persona questo uccello maestoso spiccare il volo, vedere il sogno di Allen prendere vita davanti ai miei occhi". Il colossale Stratolaunch, un jet a doppia fusoliera con 117 metri di apertura alare, ha percorso 112 chilometri sul deserto a nord di Los Angeles in due ore e mezza, ad una velocità massima di 304 chilometri l'ora e a un'altezza massima di 5.181 metri.

Pensato per trasportare satelliti e, in un domani neanche troppo lontano, i turisti dello spazio, l’intenzione della società costruttrice è quella di rendere i velivoli un’alternativa efficiente ed economica al lancio dei razzi che trasportano i satelliti nello spazio. Stratolaunch è stato pensato come alternativa più economica ed efficiente al lancio dei razzi che trasportano satelliti nello spazio. I vettori, infatti, verrebbero sganciati direttamente a 35mila piedi, a un costo inferiore e con meno complicazioni rispetto a quelle che si incontrerebbero con un lancio tradizionale da una base sulla terra ferma.






domenica 24 marzo 2019

Via della Seta il Memorandum d'intesa tra Italia e Cina



L'Italia è il primo Paese del G7 a sottoscrivere un accordo sul discusso maxi piano infrastrutturale della Repubblica popolare. Ue e Usa contrari. Il premier Conte: "Impostare relazioni più efficaci".

Firmato a Villa Madama il memorandum d'intesa, da parte italiana il testo è stato firmato dal vicepremier e ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Il presidente cinese Xi Jinping è giunto a Villa Madama.

Italia e Cina "devono impostare una più efficace relazione", l'auspicio espresso dal premier Giuseppe Conte, che ha sottolineato come i rapporti tra Roma e Pechino siano già "tradizionalmente molto buoni". "L'incontro sia proficuo - ha aggiunto il premier - e ci permetta di guardare con rinnovato interesse" ai rapporti tra i due Paesi. Di Maio dal canto suo ha rimarcato che "per noi oggi è un giorno importantissimo, un giorno in cui vince il Made in Italy, vince l'Italia, vincono le imprese italiane. Abbiamo fatto un passo per aiutare la nostra economia a crescere". "Solo gli accordi firmati qui oggi in sostanza valgono 2,5 miliardi di euro - ha aggiunto - Accordi che hanno un potenziale di 20 miliardi di euro". In occasione della visita di Stato di Xi Jinping, Di Maio ha firmato tre Memorandum d’Intesa sulla Belt and Road Initiative, sul Commercio elettronico e sulle Startup.

Gli accordi commerciali: in campo Eni, Ansaldo, Snam, Intesa, Danieli e i porti di Trieste e Genova – Il valore degli accordi siglati, ammonta a circa 2,5 miliardi, con un potenziale di 20 miliardi considerando l’effetto ‘volano’ delle intese raggiunte. Tra il resto, la Cina autorizzerà Cassa depositi e prestiti ad emettere ‘Panda bond‘, consentendo all’Italia di essere il primo tra i principali Paesi europei a vendere debito agli investitori nella Cina continentale.

Le altre nove intese sono un memorandum sul partenariato strategico tra Eni e Bank of China, un’intesa di collaborazione tecnologica sul programma di turbine a gas tra Ansaldo Energia e China United Gas Turbine Technology, un contratto per la fornitura di una turbina a gas AE94.2K per il progetto Bengangtra Ansaldo Energia, Benxi Steel Group e Shanghai Electric Gas Turbine, un memorandum tra Cdp, Snam e Silk Road Fund, una intesa di cooperazione strategica tra Agenzia Ice e Suning per la realizzazione di una piattaforma integrata di promozione dello stile di vita italiano in Cina, due accordi di cooperazione tra i Porti di Trieste e Monfalcone e quello di Genova e China Communications Construction Company, un memorandum of understanding tra Intesa Sanpaolo e il governo popolare della città di Qingdao, un contratto tra Danieli e China CAMC Engineering Co per l’installazione di un complesso siderurgico integrato in Azerbaijan.

Le intese istituzionali: dallo stop a doppia imposizione a export di agrumi – Le diciannove intese istituzionali, oltre alla collaborazione nell’ambito della ‘Via della Seta Economica’ e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo, vanno dalla promozione della collaborazione tra startup innovative all’accordo tra governi per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali passando per un protocollo sui requisiti fitosanitari per l’esportazione di agrumi freschi dall’Italia alla Cina e un memorandum sulla prevenzione dei furti, degli scavi clandestini, importazione, esportazione, traffico e transito illecito di beni culturali e sulla promozione della loro restituzione. C’è poi anche la restituzione di 796 reperti archeologiciappartenenti al patrimonio culturale cinese. Due i gemellaggi: tra Verona e Hangzhou e tra l’Associazione per il patrimonio dei paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e il comitato di gestione per il patrimonio dei “Terrazzamenti del Riso di Honghe Hani” dello Yunnan

''Questa mia visita a Palermo è stato un grande spot per la città e la Sicilia. Sono sicuro che in futuro verranno milioni di turisti cinesi'', ha detto Xi Jinping durante la sua visita a Palazzo reale. "Benché la Cina sia molto ricca di opere d'arte, Xi e la moglie non hanno nascosto lo stupore per la bellezza del Palazzo Reale e della Cappella Palatina, dove hanno concentrato la loro attenzione sui serpenti-draghi, mirabilmente illustrati da Giovanni Scaduto, storico dell'arte della Fondazione 'Federico II'. Decorazioni che hanno molte somiglianze con quelle cinesi - si legge in una nota -Xi Jinping ha attraversato la Sala dei Viceré, ha visitato la Sala Pompeiana e la Sala cinese, dove ha subito notato che alcune scritte in cinese ''non hanno alcun significato'', ha detto.

Critici anche gli Usa, preoccupati che l’apertura da parte di un membro della Ue possa minare gli sforzi di Washington per chiudere la guerra commerciale con la Cina. Oggi il Washington Post dedica alla visita in Italia del presidente cinese un pezzo intitolato Un’Italia ‘provocatoria’ (defiant) diventa il primo Paese del G7 a firmare l’iniziativa per la Via della Seta. L’articolo si apre con la descrizione della “calorosa accoglienza” ricevuta da Xi, anche per “gli standard decorosi delle visite di Stato”, un’accoglienza iniziata nel momento in cui il presidente cinese è entrato nello spazio aereo italiano e “due caccia del Paese ospite hanno scortato il suo aereo”. Secondo il quotidiano americano, “il simbolo geopoliticamente più importante, e controverso, di questa accoglienza è la firma” del memorandum, con l’Italia che diventa il primo Paese del G7 a farlo. “L’Italia, la cui economia è in affanno da decenni, sostiene i potenziali benefici economici sono troppo grandi per rinunciarvi. Ma con la firma dell’accordo, il governo populista sta rompendo le righe con i Paesi più potenti dell’Occidente, sfidando gli auspici dell’amministrazione Trump ed evidenziando il dibattito inquieto all’interno dell’Europa su come trattare le ambizioni di una Cina che si espande globalmente”.

Il monito di Washington era stato chiaro. E gli Usa pensavano di essere stati molto chiari durante l’ultimo viaggio di Giancarlo Giorgetti negli States e con i contatti dell’ambasciatore Lewis Eisenberg con i vari rappresentanti del governo (il sottosegretario ma anche con Giovanni Tria). Avevano chiesto garanzie al governo in generale e al Carroccio in particolare. Ma non è bastato a far desistere Palazzo Chigi da un memorandum che è stato una vittoria politica formidabile da parte della Cina di Xi Jinping.



domenica 17 marzo 2019

Clima, tutto il mondo in piazza per il Fridays For Future



Noi siamo giovani e non abbiamo contribuito a questa crisi. Noi siamo solo venuti al mondo e ora ci troviamo a dover convivere con questa crisi per il resto della nostra vita, come i nostri figli, i nostri nipoti e le prossime generazioni". "Non lo accetteremo, noi scioperiamo perché vogliamo un futuro e non molleremo".

Sta in queste parole innocenti della piccola Greta Thunberg, la 16enne svedese con la sindrome di Asperger che ha ispirato il movimento dei Fridays For Future - meritandosi una candidatura al Nobel per la Pace - il senso della mobilitazione planetaria che venerdì 15 marzo 2019 ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto studenti, come Greta, scesi in piazza contro i cambiamenti climatici e per salvare il pianeta Terra. Ormai simbolo mondiale di questa protesta e di questa istanza, di quello che è diventato un movimento studentesco mondiale. Ma a cui aderiscono anche gli adulti, e fra questi oltre tremila scienziati. Con il suo cartello "Sciopero della scuola per il clima", Greta è andata a protestare silenziosamente tutti i giorni davanti al Parlamento di Stoccolma. Dopo le elezioni, la sua manifestazione è proseguita tutti i venerdì. E poi non è stata più solitaria. La notizia ha fatto il giro del mondo e Greta ha fatto seguaci, diventando di fatto portavoce di questo movimento giovanile. Ha pronunciato parole forti contro tanti grandi della Terra.

Il mondo intero è stato invaso dall'onda verde del "Global Strike for Future". Una movimentazione globale che lancia un segnale inequivocabile: non esiste un piano B e non c'è più molto tempo, bisogna agire ora per assicurare un futuro al genere umano.

"Penso che il cambiamento climatico non sia affrontato seriamente dalla classe dirigente - dice Benedetta da Roma - e comunque è importante perché siamo noi che dobbiamo fare il futuro della nostra nazione". "Trovo contraddittorio scendere in piazza per l'ambiente e poi fumare e buttare le cicche di sigaretta a terra - aggiunge una studentessa di Napoli - bisogna partire dalle piccole cose del proprio quotidiano e poi arrivare ai potenti della Terra per fare un cambiamento più radicale".

"Con i miei amici non possiamo giocare per strada a causa delle polveri e dell'inquinamento - ha detto da Seoul la giovane Kim Joon Soo - durante le lezioni di educazione fisica non possiamo uscire e siamo costretti a restare in classe. Mi sono resa conto che tutto questo è causato dal cambiamento climatico".

Accanto ai giovani sono scesi in strada anche tanti insegnanti e ambientalisti per alzare al cielo un'unica voce, nonostante le lingue diverse e per chiedere alla classe politica e agli adulti di agire non solo di fare "mea culpa".

Dicendosi "molto emozionata" per la giornata, Greta ha avuto parole dure per i leader del mondo della politica e della finanza che ha incontrato a Davos. "Non stanno scalfendo neanche la superficie del problema, non so quello che stanno facendo, stanno sprecando tempo - ha detto - l'inizio sarebbe iniziare a dire le cose come stanno e quello che deve essere fatto, quanto le emissioni devono essere ridotte". Alla domanda se anche gli adulti oggi devono scioperare, Greta ha risposto: "Dipende da loro, se vogliono che i loro figli abbiano un futuro".

A dicembre, alla Conferenza dell'Onu sul clima a Katowice, in Polonia, ha rimproverato i leader mondiali di "comportarsi come bambini irresponsabili, non abbastanza maturi da dire le cose come stanno", e da lì ha invitato tutti i ragazzi a mobilitarsi personalmente per questa causa. A gennaio ha parlato davanti al gotha dell'economia a Davos, attaccando chi "ha sacrificato valori inestimabili per continuare a fare somme di denaro inimmaginabili". Ha parlato a Bruxelles davanti al Comitato economico e sociale europeo, per dire che "non c'è abbastanza tempo per permetterci di crescere e prendere in mano la situazione

Viaggiando sempre in treno, perché gli aerei inquinano troppo, Greta ha girato da Parigi a Berlino ad Amburgo ed altre città europee, per sfilare in strada con altri studenti nello sciopero della scuola. Ha stilato una sorta di manifesto con le regole per manifestare: no a violenza, incidenti, rifiuti, profitti, odio, ridurre al minimo la propria impronta di carbonio e fare sempre riferimento alla scienza. E poi il suggerimento a seguire l'accordo di Parigi e i Rapporti degli scienziati dell'Ipcc (il panel intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici), contenere l'aumento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi, focalizzarsi sull'equità e la giustizia climatica.



domenica 17 febbraio 2019

Airbus non costruirà più l’A380, aereo simbolo dell’Europa



E così, il super-jumbo europeo, l’Airbus A380 è ufficialmente morto: non se ne costruiranno più. La fine di un sogno, forse di un incubo, certamente un brutto colpo per l’industria aerospaziale europea e per l’Europa tutta intera. L’Airbus era e rimane tuttora un po’ una bandiera dell’Europa unita ma, certamente, dopo questa vicenda uno si domanda come questi qui siano arrivati a rifare un’altra volta lo stesso clamoroso errore che avevano fatto con il Concorde. Miliardi di dollari buttati via per un progetto fuori tempo e fuori misura.

Il più grande aereo di linea del mondo resta senza pista: Airbus ha deciso di chiudere la produzione dell’A380 dopo 12 anni di servizio. Le ragioni dello stop a partire dal 2021 vanno ricercate nelle vendite fiacche. E la scelta rappresenta un po’ l’atto conclusivo di una delle più grandi avventure industriali d’Europa, poco compresa dalle compagnie aeree, da subito mostratesi insensibili al tema della congestione aeroportuale. Curioso paradosso: il traffico aereo cresce a un ritmo quasi record in giro per il mondo.

La crescita, tuttavia, ha generato principalmente una domanda di jet bimotore abbastanza agili da poter volare direttamente dove la gente vuole viaggiare, piuttosto che di ingombranti jet quadrimotore che costringono i passeggeri a cambiare velivolo negli aeroporti hub. E mentre i sostenitori fedeli come il cliente top Emirates dicono che il popolare jet da 544 posti a sedere si rivela molto redditizio quando è pieno, ogni posto invenduto potenzialmente brucia un buco nelle finanze della compagnia aerea a causa del carburante necessario per far volare l’enorme struttura su due piani sviluppati in altezza. È un aereo che spaventa i cfo delle compagnie aeree. Il rischio di non riuscire a vendere un bel po’ di posti a sedere è troppo alto, rivelano fonti che hanno familiarità con il programma. C’è stato un tempo in cui venne salutato come la controparte industriale della moneta unica europea, un simbolo dell’innovazione del Vecchio continente riconosciuto a livello mondiale. Ironia della sorte, la crisi del prodotto coincide con le crescenti tensioni politiche tra Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna, Paesi in cui viene costruito l’aereo.

Qualcosa di molto diverso dall’aria di unità e ottimismo «europeista» che si respirava nel 2005, quando questo colosso dell’ingegneria fu per la prima volta mostrato ai leader dell’Ue con tanto di mirabolante gioco di luci. Il premier britannico Tony Blair definì l’A380 «simbolo di forza economica» d’Europa, mentre il premier spagnolo Jose Zapatero parlò della «realizzazione di un sogno». Quanta meraviglia destò nei passeggeri questo super jumbo jet che per certi versi assomigliava al Boeing 747, tuttavia con un concept profondamente rinnovato. Le compagnie aeree si erano inizialmente affrettate a piazzare ordini, prevedendo una riduzione dei costi operativi e un aumento dei profitti, dato che dal settembre 2001 l’industria usciva da un rallentamento del turismo. Airbus si vantava di riuscire a vendere tra i 700 e i 750 A380, velivolo che oggi costano 446 milioni di dollari di listino. Per il 747, insomma, il viale del tramonto sembrava dietro l’angolo.

Alla fine gli ordini per l’A380 hanno a malapena superato la soglia dei 300, poco per impensierire il 747 che ha appena festeggiato i 50 anni. I segnali della debacle del A380 erano già presenti dietro le quinte del party di lancio del 2005, secondo gli addetti ai lavori. Nonostante i discorsi pubblici sull’unità, la sfida enorme era superare le fratture nella partnership franco-tedesca, alle origini del crollo industriale. Quando il jet, seppure in ritardo, nel 2007 raggiunse finalmente il mercato, la crisi finanziaria globale stava cominciando a mordere. Le dimensioni e l’opulenza sembravano fuori contesto. Le vendite rallentarono. Allo stesso tempo, i costruttori di motori che avevano promesso ad Airbus un decennio di efficienza imbattibile con i loro nuovi motori super jumbo stavano mettendo a punto progetti ancora più efficienti per la prossima generazione di aerei bimotore, in competizione con l’A380.

Intanto Boeing con il 787 Dreamliner, nonostante qualche problemino industriale, andava a vincere la battaglia. Un velivolo pensato per bypassare gli hub serviti dall’A380 con rotte aperte tra città secondarie: una strategia nota come «point to point». Airbus faceva spallucce: secondo la joint venture europea, i viaggi tra le megalopoli avrebbero comunque dominato il trasporto aereo prossimo venturo. Una previsione smentita dai fatti. Le città intermedie stanno infatti crescendo quasi al doppio della velocità rispetto alle megalopoli, secondo un documento del 2018 pubblicato dall’Ocse. Questo è un vantaggio per i «jet gemelli» i Boeing 787 e 777 o l’Airbus A350, ma quasi un certificato di morte per il programma A380. L’amministratore delegato di Airbus, Tom Enders, sempre molto tiepido a proposito dell’A380, ha provato a dargli un’ultima possibilità.

Ma con Emirates incapace di trovare un accordo sul motore necessario a confermare l’ultimo ordine di A380, il tempo sembra definitivamente scaduto. Stop alla produzione a partire dal 2021, insomma. Con tutti le incognite che ne conseguono per chi finora lo ha acquistato e chiede garanzie su manutenzione e tempi di ricambio.

In pratica quello che è successo è che sì, il numero di passeggeri ha continuato ad aumentare, ma questo è dovuto principalmente al successo delle compagnie low cost, mentre la resa economica per passeggero ha cominciato a diminuire dal 2014. I costi aumentano, la recessione si fa sentire – pur di spendere poco, i passeggeri si adattano ad essere maltrattati dalle low cost su tratte brevi o medie – ma hanno difficoltà ad affrontare viaggi più lunghi e impegnativi. E se l’A380 è stata la prima vittima illustre di questa situazione, anche il blasonato Jumbo Jet, i Boeing 747, sta per fare la stessa fine. Ma il 747 è stato un successo commerciale, ne sono stati costruiti più di 1500.