venerdì 24 agosto 2012

Febbre siriana si diffonde il contagio

“Gli scontri in Libano fra i sostenitori di Bashar Assad e le forze ribelli evidenziano la necessità di un’azione internazionale»: l’allarme per il contagio delle violenze armate dalla Siria al Paese dei Cedri viene da Jeffrey Feldman, sottosegretario dell’Onu per gli Affari Politici, intervenendo ad una seduta del Consiglio di Sicurezza con una relazione sulle violenze in corso a Tripoli in Libano.

Esercito contro disertori, milizie filogovernative degli shabiha contro fondamentalisti islamici stranieri, sciiti contro sunniti: è uno scontro furioso e la guerra diventa febbrile, contagiosa. Infatti la vera battaglia adesso sta varcando i confini stessi della Siria.

La dinamica del febbre contagiosa, della guerra civile dalla Siria al Libano segue vari binari. Quello dei rapimenti: il 15 agosto una fazione sciita libanese, alleata di Damasco, ha sequestrato almeno venti sunniti siriani espatriati con un gesto di ritorsione contro l’azione dei ribelli che dentro i confini siriani avevano catturato una dozzina di “pellegrini sciiti libanesi” rivelatisi poi, in almeno cinque casi, miliziani dei pasdaran e di Hezbollah inviati da Teheran per sostenere la repressione del regime di Assad. Vi è un braccio di ferro in atto fra sciiti e sunniti nei due Paesi, così come resta aperta l’indagine senza precedenti della polizia di Beirut su un leader cristiano molto vicino a Damasco. La cui consistenza è legata al personaggio in questione ovvero Michel Samaha, ex ministro del Lavoro appartenente al partito falangista cristiano rivelatosi dall’indomani della fine della guerra civile nel 1991 uno dei più importanti alleati politici di Damasco nei governi libanesi.

Ufficialmente sono 37.240, probabilmente superano i cinquantamila, i profughi siriani in Libano e vengono riconosciuti come un pericoloso problema di sicurezza interna. Rispetto agli altri Stati che confinano con la Siria, solo il Paese dei cedri si è rifiutato di preparare campi e tendopoli, temendo non solo di mettere a repentaglio il proprio equilibrio confessionale, con nuove ondate di sunniti, ma anche un esodo di palestinesi siriani verso i già sovraffollati campi profughi dei loro compatrioti in Libano.

Secondo le stime dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi palestinesi, sarebbero giunte più di tremila persone nelle ultime settimane. Si tratta per lo più di profughi scappati dopo i violenti bombardamenti nel campo palestinese di Yarmouk, nella periferia di Damasco.

Qualcuno dice che: «Erdogan ci aveva promesso “zero problemi con i vicini, ma oggi siamo ai ferri corti con tutti i paesi confinanti, Iraq, Iran, Armenia, Grecia, Cipro, e siamo sull'orlo della guerra con Damasco”. Sulla frontiera con la Siria, molti sono convinti che la guerra sia a un passo. La tensione cresce e così la rivolta contro la politica muscolare sulla crisi siriana del premier islamico sunnita Recep Tayyip Erdogan, che ha sposato la causa dei ribelli sunniti rompendo l'amicizia personale con l'alawita Bashar al Assad.

Ricordiamo, inoltre, che due turchi sono stati rapiti in Libano dai miliziani sciiti dell'Hezbollah, vicino al regime di Damasco, per ritorsione contro il sequestro in Siria di un loro compagno da parte dei ribelli. Ankara ha chiesto ai propri cittadini di non andare in Libano. Altri turchi, simpatizzanti di Al Qaida, sono stati uccisi dalle forze governative ad Aleppo. E sul lato turco della frontiera, dove gli alawiti sono maggioranza, continuano ad arrivare migliaia di profughi e disertori siriani sunniti.

Ankara sta moltiplicando le manovre militari sul confine e minaccia di intervenire in Siria per impedire che il nord curdo diventi un rifugio per i separatisti curdi del Pkk, che vogliono l'autonomia del Kurdistan turco. Ma i sondaggi mostrano che non solo gli alawiti della frontiera ora temono una guerra. Il 60% dei turchi non appoggia la linea dura di Erdogan sulla Siria e non vuole un coinvolgimento militare.

Per David Schenker, l’ex consigliere del Pentagono sul Medio Oriente oggi in forza al «Washington Institute» il Libano si trova al bivio fra una “guerra etnica” combattuta nelle strade e una “guerra fredda” fra le maggiori potenze arabe, con Teheran e Riad alla guida di opposte coalizioni ripetendo il duello strategico già in atto in Siria. È uno scenario confermato dalla decisione di Beirut di incriminare assieme a Samaha due alti militari siriani, con un inedito atto di aperta sfida al regime di Damasco.

Breivik condannato a 21 anni: uccise in piena consapevolezza



Anders Behring Breivik, è sano di mente che massacrò 77 persone tra Oslo e l'isola di Utoya il 22 luglio del 2011, è stato condannato questa mattina a 21 anni di carcere, lo ha deciso il tribunale di prima istanza di Oslo nella sua sentenza contro il killer che l'estate scorsa ha fatto sterminio in Norvegia.

La condanna era quella che era stata auspicata dallo stesso imputato, che aveva dichiarato che avrebbe fatto ricorso se fosse stato dichiarato non sano di mente. In questo caso sarebbe stato internato in un ospedale psichiatrico anche a vita.

Anche per quanto riguarda la pena detentiva, anche se la pena massima è di 21 anni, la legge norvegese permette che, una volta terminata la pena, il condannato rimanga in carcere se di dimostra la sua pericolosità. Breivik aveva detto che in caso fosse stato riconosciuto sano di mente, non avrebbe fatto ricorso. Se fosse stato dichiarato 'schizofrenico paranoide', come chiedeva la procura, sarebbe stato internato a vita.

martedì 21 agosto 2012

Siria, uccisi 2 reporter-giornalisti

Nuova strage vicino a Damasco, dove sono stati trovati i corpi di una quarantina di persone giustiziate a colpi di arma da fuoco, 110 morti il bilancio delle violenze.
Mika Yamamoto, l'inviata giapponese morta in Siria colpita a morte ieri nel pieno di un duro scontro ad Aleppo tra ribelli e forze governative siriane, è stata uccisa con ogni probabilità dal fuoco di queste ultime.

Lo ha affermato oggi in una intervista telefonica alla tv pubblica, la Nhk, Kazutaka Sato, un collega di viaggio e di testata di Yamamoto, testimone oculare della tragedia.
"Abbiamo visto - ha raccontato Sato - un gruppo di persone in tuta mimetica correre verso di noi e sembravano soldati governativi. Hanno sparato a caso a soli 20-30 metri di distanza o anche da più vicino".

L'esecutivo giapponese ha espresso "profondo rammarico" per l'uccisione di Yamamoto e il capo di gabinetto, Osamu Fujimura, ha esteso il cordoglio alle persone più vicine alla giornalista quarantacinquenne: una 'pioniera del videoreporting', con alle spalle esperienze impegnative sui fronti dell'Iraq, durante la guerra del Golfo, e dell'Afghanistan.

Yamamoto e Sato erano colleghi della Japan Press, agenzia di stampa multimediale specializzata in documentari e reportage per Tv e magazine, con profonda conoscenza di Medio Oriente e Asia sud-occidentale. Le corrispondenze dall'Iraq, dove nel 2003 scampò a Baghdad all'attacco di un tank americano all'Hotel Palestine, le erano valse il Vaughn-Ueda, riconoscimento promosso dagli editori giapponesi sul modello del Pulitzer Usa. Le edizioni pomeridiane dei principali quotidiani nipponici, a partire da Yomiuri e Asahi, hanno in prima pagina il ricordo di "una giornalista che -scrivono- sapeva dare voce alle donne e bambini" in contesti tragici e sanguinosi.

Al Jazeera, morto giornalista turco disperso ad Aleppo. E' morto il giornalista turco, da ieri disperso ad Aleppo, di cui non si conoscono però le generalità. Lo riferisce la tv panaraba al Jazeera citando fonti dei ribelli, secondo cui il giornalista sarebbe rimasto ferito nella stessa circostanza in cui è stata uccisa la collega giapponese Mika Yamamoto. Salgono così a due i giornalisti uccisi nella città teatro di una vera e propria carneficina.

Russia, hacker attaccano sito tribunale che ha condannato le Pussy Riot


È stato attaccato dagli hacker il sito web del tribunale di Mosca che ha condannato a due anni di carcere, per “teppismo motivato da odio religioso”, la band Pussy Riot. A denunciarlo la portavoce del tribunale secondo la quale l'home page del sito Internet del tribunale di Khamovnichesky è stata modificata con «oscenità« e «slogan anti-Putin». Lo ha reso noto la portavoce del collegio, Darya Lyakh, che ha parlato di slogan contro il presidente russo Vladimir Putin inseriti dagli hacker.

Le Pussy Riot diventeranno un marchio. Così come ha annunciato Mark Feigin, avvocato delle tre musiciste in carcere. Il legale ha precisato che l'iter di registrazione del marchio è stato avviato lo scorso aprile per evitare l'uso del nome del gruppo in varie azioni e progetti. Le componenti della band si aspettano di ricevere i documenti di registrazione nei prossimi mesi.

Il merchandising delle Pussy è già iniziato. Sono numerose le iniziative che su internet vendono t-shirt di ogni fattezza e colore con la scritta "Pussy Riot libere" e le tre ragazze incappucciate con gli inconfondibili passamontagna colorati. Il clima in Russia intorno a quello che si è trasformato nel processo dell'anno, e' pero' ancora molto teso. A Mosca girare con una maglietta inneggiante alle Pussy potrebbe causare non pochi problemi.

Non si ferma la caccia alle Pussy Riot, nonostante le critiche internazionali alla condanna a due anni di prigione per Nadia Tolokonnikova, Maria Aliokhina e Ekaterina Samutsevich. La polizia russa ora cerca le altre due componenti della band, che col volto coperto da passamontagna colorati avevano partecipato alla "preghiera punk anti Putin" nella Cattedrale di Mosca il 21 febbraio, sfuggite finora all'arresto.

domenica 19 agosto 2012

Assange: parla dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra

Gli Stati Uniti devono rinunciare alle minacce a Wikileaks. Chi minaccia Wikileaks minaccia la libertà di espressione. Lo ha detto Julian Assange dal balcone dell'ambasciata ecuadoriana a Londra alla sua prima apparizione dopo aver ottenuto l'asilo politico dal paese sudamerticano.

Barack Obama "faccia la cosa giusta": fermi la "caccia alle streghe" contro Wikileaks, liberi l'"eroe" Bradley Manning da 815 giorni dietro le sbarre senza incriminazioni, e soprattutto "archivi l'inchiesta dell'Fbi" contro chi mette in piazza i segreti di Stato. Rompendo due mesi di silenzio, durante i quali si è asserragliato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, Assange si è affacciato a un balcone accolto in trionfo da centinaia di sostenitori sotto i riflettori dei media internazionali e lo sguardo impotente di decine di poliziotti. "Sono qui oggi perché non posso essere lì con voi. L'oppressione è unita, ma noi dobbiamo essere determinati e uniti contro l'oppressione", ha arringato il capo di Wikileaks citando le ragazze di Pussy Riot incarcerate in Russia per la 'preghiera punk' anti-Putin paragone bordiline.

Assange, che non può superare il perimetro dell'ambasciata altrimenti scatterebbero le manette della polizia britannica. Nel corso del suo intervento, ha fatto appello direttamente a Barack Obama perché rinunci alla "caccia alle streghe" contro Wikileaks. Assange, che ha parlato per sei-sette minuti dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador di Knightsbridge, non poteva in teoria fare dichiarazioni politiche (é una condizione dell'asilo concesso dall'Ecuador) ma le critiche fatte a vari governi, e quello degli Stati Uniti in particolare, erano politicamente provocatorie.

Secondo alcuni 'confidenti' dell'australiano, intervistati dal Sunday Times, Assange sarebbe pronto a consegnarsi alla Svezia se da parte di Stoccolma e di Londra ci fosse l'impegno a non estradarlo negli Usa. Questo impegno "sarebbe una base di discussione", ha detto il portavoce di Wikileaks Kristinn Hrafnsson al Sunday Times. Finora Assange si era offerto di rispondere alla magistratura svedese da Londra. Secondo Hrafnsson, l'australiano teme di andare in Svezia perché gli avvocati lo hanno informato che in fatto di estradizione 'chi primo arriva meglio alloggia': gli Stati Uniti cioé, potrebbero muoversi solo dopo che la richiesta svedese avrà fatto il suo corso.

Intanto Assange ha incaricato il suo legale, Baltasar Garzon, di "aprire un'azione legale per proteggere i diritti legali di Wikileaks e Julian Assange stesso". "Assange - ha detto Garzon - è grato al popolo ecuadoregno e al presidente Rafael Correa per avergli concesso l'asilo. Julian - ha proseguito - è in uno stato d'animo "combattivo".

Il fondatore di Wikileaks è apparso pallido, dimagrito, due mesi nella 'cella di fatto' della piccola ambasciata alle spalle di Harrods hanno lasciato il segno. Assange ha avuto dal presidente ecuadoregno Rafael Correa l'asilo politico ma non può mettere piede fuori, altrimenti Scotland Yard lo arresta.

Fermo sostegno all'asilo politico concesso dall'Ecuador a Julian Assange e un severo monito sulle "gravi conseguenze" internazionali nel caso di un' irruzione della Gran Bretagna nell'ambasciata di Quito a Londra: è la posizione espressa dai paesi dell'Alleanza Bolivariana sulla vicenda del co-fondatore di Wikileaks. Gli stati dell'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alba) - Ecuador, Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, e tre piccoli paesi caraibici - hanno esaminato il caso Assange durante una riunione a Guayaquil (Ecuador).

Pussy Riot colpevoli

La condanna è a 2 anni di carcere, senza condizionale. Dura, durissima, i pm ne avevano chiesti tre ma non sono stati del tutto accontentati. I giudici del tribunale Khamovnichesky di Mosca hanno così giudicato le tre componenti del gruppo punk Pussy Riot colpevoli di teppismo motivato da odio religioso. L'accusa del pm era vandalismo e istigazione all'odio religioso per aver cantato una preghiera anti Putin nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore.

Due anni di prigione, una dura condanna per Masha, Katya e Nadia, le tre Pussy Riot autrici a febbraio di un sacrilego blitz nella Cattedrale per un tempo di circa 30 secondi, in cui avevano chiesto alla Vergine Maria di "cacciare via" l'allora premier Vladimir Putin, diventato di nuovo presidente della Russia poche settimane dopo. Colpevoli di "teppismo motivato da odio religioso", dovranno scontare la pena in una delle tante colonie penali femminili del vasto sistema carcerario russo, sicuramente non sarà un cinque stelle.

Anche perché la giudice Marina Sirova ha scelto di destinarle non al primo tipo di colonia sui 4 previsti in Russia (il più leggero), ma al secondo: una delle "prigioni a regime comune", dove finiscono mescolati indistintamente detenuti che hanno commesso crimini gravi. Celle sovraffollate dove il rischio di violenze (anche da parte delle compagne di cella), maltrattamenti e scarse condizioni igieniche è alto secondo un'indagine del 2003 dell'Organizzazione mondiale contro la Tortura.

Inoltre le autorità russe potrebbero togliere i figli a due delle componenti del gruppo Pussy Riot,. Nadezhda Tolokonnikova, 22 anni, e Maria Alyokhina, 24 anni, starebbero infatti cercando di raggiungere un accordo per impedire agli operatori sociali di portar via i due bambini dalle loro famiglie. "Per precauzione, abbiamo preparato tutti i documenti necessari per avere la custodia dei figli delle ragazze", ha detto Mark Feigin, avvocato di Tolokonnikova, al Sunday Times.

L'ambasciata statunitense in Russia ha giudicato eccessiva la condanna a due anni di carcere inflitta. Fa eco il capo della diplomazia europea Catherine Ashton: pesa un «grave punto interrogativo», ha detto giudicando la sentenza del tribunale «sproporzionata eppure, il caso Pussy Riot non sembra aver mutato il livello di fiducia dei russi nel proprio sistema giudiziario: per la maggioranza (44%) il processo contro le partecipanti del gruppo punk è "equo, obiettivo e imparziale" secondo un sondaggio del Centro Levada. Il 36 per cento degli intervistati ha espresso fiducia che la pena sarà applicata in conformità con le prove di colpevolezza.

Solo due persone su dieci esprimono invece dubbi sulla corte. Eppure un risultato queste ragazze sembrano averlo ottenuto. Un altro sondaggio degli stessi sociologi del Levada pubblicato oggi ha mostrato che i russi stanno perdendo fiducia nel proprio presidente, e molti dubitano della sua capacità di influenzare seriamente la situazione nel paese.

In sintesi riportiamo i passaggi salienti del testo del nuovo singolo anti Putin delle Pussy Riot. "Lo Stato carcerario è più forte del tempo. Più sono gli arresti, più grande è la felicità e ogni arresto dimostra l'amore per un sessista, che scuote le guance, il petto e la pancia". "Ma non si può chiuderci in una cassa. Abbatti i cekisti (gli agenti della sicurezza, ndr) in modo sempre più efficace e con sempre maggior frequenza". "Putin accende i fuochi della rivoluzione; lui si annoia e ha paura di stare con la gente nel silenzio. Ogni punizione è come cenere marcia, ogni condanna a lunghe pene (detentive, ndr) è una forma di inquinamento". A seguire il ritornello: ''Il paese va avanti, il paese scende per le strade con audacia; il paese va avanti, il paese è pronto ad abbandonare il regime; il paese va avanti, il paese è un covo di femministe. Anche Putin va, va a dire addio al bestiame''. ''Metti in carcere tutta la città fino al 6 maggio (la cerimonia di insediamento di Putin si e' svolta il 7 maggio, ndr). La condanna a 7 anni è poco, condannaci a 18; vieta di gridare, calunniare e camminare; chiedi in sposa Lukashenko". "Il paese va avanti, il paese scende per le strade con audacia; il paese va avanti, il paese è pronto ad abbandonare il regime; il paese va avanti, il paese è un covo di femministe, anche Putin va, va a dire addio al bestiame''.

sabato 18 agosto 2012

Siria, al Sharaa smentisce defezione

Si era diffusa la notizia che il vicepresidente avesse disertato e fosse fuggito in Giordania.

Il vicepresidente siriano Farouq al-Sharaa è a Damasco e prosegue il suo lavoro: così l'ufficio di Sharaa ha smentito, tramite un comunicato citato dalla tv al Manar del movimento sciita libanese Hezbollah, le notizie
della diserzione del vicepresidente e della sua fuga da Damasco.

Il vicepresidente siriano al-Shara "ha disertato" ed è arrivato in Giordania. era quanto aveva scritto la tv al Arabiya citando un portavoce dell'Esercito siriano libero, Luay al-Miqdad.

Si era detto: secondo la fonte, al-Shara è scomparso da due giorni e annuncerà la decisione a breve. Con lui avrebbero disertato altri due alti ufficiali. al-Shara, 74 anni, è vicepresidente dal 2006. Tra i suoi numerosi incarichi anche quello di ambasciatore a Roma, la nomina risale al 1974.

Secondo la fonte citata da al Arabiya, al-Shara è arrivato in Giordania passando dalla sua città natale, Daraa, circa 100 km a sud della capitale Damasco. La diserzione sarebbe avvenuta nella notte. Il quotidiano libanese Al Mustaqbal aveva fornito ulteriori dettagli: al-Shara è arrivato a Daraa tra martedì e mercoledì, accompagnato da due alti ufficiali dell'esercito fedele al presidente Bashar al Assad. I tre si sarebbero nascosti, in attesa che le condizioni fossero favorevoli alla fuga, con l'aiuto dell'Esl. Scoperto il tentativo di fuga, il presidente in persona avrebbe ordinato un pesante bombardamento nell'area, con l'obiettivo di uccidere al-Shara e addossare poi la colpa ai ribelli. Ieri poi, nella notte, al-Shara sarebbe riuscito a passare il confine illeso. Non è possibile verificare in modo indipendente queste informazioni.
Il diplomatico algerino Lakhdar Brahimi ha accettato l'incarico di inviato speciale di Onu e Lega Araba in Siria al posto di Kofi Annan, secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche al Palazzo di Vetro. Brahimi, che é stato indeciso per giorni se accettare o meno, non voleva essere un semplice sostituto di Annan, e - si è appreso - avrà un mandato leggermente differente dal suo predecessore. Ma soprattutto Brahimi aveva chiesto che il Consiglio di Sicurezza si mostrasse unito nel sostenerlo.