domenica 17 marzo 2019

Clima, tutto il mondo in piazza per il Fridays For Future



Noi siamo giovani e non abbiamo contribuito a questa crisi. Noi siamo solo venuti al mondo e ora ci troviamo a dover convivere con questa crisi per il resto della nostra vita, come i nostri figli, i nostri nipoti e le prossime generazioni". "Non lo accetteremo, noi scioperiamo perché vogliamo un futuro e non molleremo".

Sta in queste parole innocenti della piccola Greta Thunberg, la 16enne svedese con la sindrome di Asperger che ha ispirato il movimento dei Fridays For Future - meritandosi una candidatura al Nobel per la Pace - il senso della mobilitazione planetaria che venerdì 15 marzo 2019 ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto studenti, come Greta, scesi in piazza contro i cambiamenti climatici e per salvare il pianeta Terra. Ormai simbolo mondiale di questa protesta e di questa istanza, di quello che è diventato un movimento studentesco mondiale. Ma a cui aderiscono anche gli adulti, e fra questi oltre tremila scienziati. Con il suo cartello "Sciopero della scuola per il clima", Greta è andata a protestare silenziosamente tutti i giorni davanti al Parlamento di Stoccolma. Dopo le elezioni, la sua manifestazione è proseguita tutti i venerdì. E poi non è stata più solitaria. La notizia ha fatto il giro del mondo e Greta ha fatto seguaci, diventando di fatto portavoce di questo movimento giovanile. Ha pronunciato parole forti contro tanti grandi della Terra.

Il mondo intero è stato invaso dall'onda verde del "Global Strike for Future". Una movimentazione globale che lancia un segnale inequivocabile: non esiste un piano B e non c'è più molto tempo, bisogna agire ora per assicurare un futuro al genere umano.

"Penso che il cambiamento climatico non sia affrontato seriamente dalla classe dirigente - dice Benedetta da Roma - e comunque è importante perché siamo noi che dobbiamo fare il futuro della nostra nazione". "Trovo contraddittorio scendere in piazza per l'ambiente e poi fumare e buttare le cicche di sigaretta a terra - aggiunge una studentessa di Napoli - bisogna partire dalle piccole cose del proprio quotidiano e poi arrivare ai potenti della Terra per fare un cambiamento più radicale".

"Con i miei amici non possiamo giocare per strada a causa delle polveri e dell'inquinamento - ha detto da Seoul la giovane Kim Joon Soo - durante le lezioni di educazione fisica non possiamo uscire e siamo costretti a restare in classe. Mi sono resa conto che tutto questo è causato dal cambiamento climatico".

Accanto ai giovani sono scesi in strada anche tanti insegnanti e ambientalisti per alzare al cielo un'unica voce, nonostante le lingue diverse e per chiedere alla classe politica e agli adulti di agire non solo di fare "mea culpa".

Dicendosi "molto emozionata" per la giornata, Greta ha avuto parole dure per i leader del mondo della politica e della finanza che ha incontrato a Davos. "Non stanno scalfendo neanche la superficie del problema, non so quello che stanno facendo, stanno sprecando tempo - ha detto - l'inizio sarebbe iniziare a dire le cose come stanno e quello che deve essere fatto, quanto le emissioni devono essere ridotte". Alla domanda se anche gli adulti oggi devono scioperare, Greta ha risposto: "Dipende da loro, se vogliono che i loro figli abbiano un futuro".

A dicembre, alla Conferenza dell'Onu sul clima a Katowice, in Polonia, ha rimproverato i leader mondiali di "comportarsi come bambini irresponsabili, non abbastanza maturi da dire le cose come stanno", e da lì ha invitato tutti i ragazzi a mobilitarsi personalmente per questa causa. A gennaio ha parlato davanti al gotha dell'economia a Davos, attaccando chi "ha sacrificato valori inestimabili per continuare a fare somme di denaro inimmaginabili". Ha parlato a Bruxelles davanti al Comitato economico e sociale europeo, per dire che "non c'è abbastanza tempo per permetterci di crescere e prendere in mano la situazione

Viaggiando sempre in treno, perché gli aerei inquinano troppo, Greta ha girato da Parigi a Berlino ad Amburgo ed altre città europee, per sfilare in strada con altri studenti nello sciopero della scuola. Ha stilato una sorta di manifesto con le regole per manifestare: no a violenza, incidenti, rifiuti, profitti, odio, ridurre al minimo la propria impronta di carbonio e fare sempre riferimento alla scienza. E poi il suggerimento a seguire l'accordo di Parigi e i Rapporti degli scienziati dell'Ipcc (il panel intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici), contenere l'aumento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi, focalizzarsi sull'equità e la giustizia climatica.



domenica 17 febbraio 2019

Airbus non costruirà più l’A380, aereo simbolo dell’Europa



E così, il super-jumbo europeo, l’Airbus A380 è ufficialmente morto: non se ne costruiranno più. La fine di un sogno, forse di un incubo, certamente un brutto colpo per l’industria aerospaziale europea e per l’Europa tutta intera. L’Airbus era e rimane tuttora un po’ una bandiera dell’Europa unita ma, certamente, dopo questa vicenda uno si domanda come questi qui siano arrivati a rifare un’altra volta lo stesso clamoroso errore che avevano fatto con il Concorde. Miliardi di dollari buttati via per un progetto fuori tempo e fuori misura.

Il più grande aereo di linea del mondo resta senza pista: Airbus ha deciso di chiudere la produzione dell’A380 dopo 12 anni di servizio. Le ragioni dello stop a partire dal 2021 vanno ricercate nelle vendite fiacche. E la scelta rappresenta un po’ l’atto conclusivo di una delle più grandi avventure industriali d’Europa, poco compresa dalle compagnie aeree, da subito mostratesi insensibili al tema della congestione aeroportuale. Curioso paradosso: il traffico aereo cresce a un ritmo quasi record in giro per il mondo.

La crescita, tuttavia, ha generato principalmente una domanda di jet bimotore abbastanza agili da poter volare direttamente dove la gente vuole viaggiare, piuttosto che di ingombranti jet quadrimotore che costringono i passeggeri a cambiare velivolo negli aeroporti hub. E mentre i sostenitori fedeli come il cliente top Emirates dicono che il popolare jet da 544 posti a sedere si rivela molto redditizio quando è pieno, ogni posto invenduto potenzialmente brucia un buco nelle finanze della compagnia aerea a causa del carburante necessario per far volare l’enorme struttura su due piani sviluppati in altezza. È un aereo che spaventa i cfo delle compagnie aeree. Il rischio di non riuscire a vendere un bel po’ di posti a sedere è troppo alto, rivelano fonti che hanno familiarità con il programma. C’è stato un tempo in cui venne salutato come la controparte industriale della moneta unica europea, un simbolo dell’innovazione del Vecchio continente riconosciuto a livello mondiale. Ironia della sorte, la crisi del prodotto coincide con le crescenti tensioni politiche tra Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna, Paesi in cui viene costruito l’aereo.

Qualcosa di molto diverso dall’aria di unità e ottimismo «europeista» che si respirava nel 2005, quando questo colosso dell’ingegneria fu per la prima volta mostrato ai leader dell’Ue con tanto di mirabolante gioco di luci. Il premier britannico Tony Blair definì l’A380 «simbolo di forza economica» d’Europa, mentre il premier spagnolo Jose Zapatero parlò della «realizzazione di un sogno». Quanta meraviglia destò nei passeggeri questo super jumbo jet che per certi versi assomigliava al Boeing 747, tuttavia con un concept profondamente rinnovato. Le compagnie aeree si erano inizialmente affrettate a piazzare ordini, prevedendo una riduzione dei costi operativi e un aumento dei profitti, dato che dal settembre 2001 l’industria usciva da un rallentamento del turismo. Airbus si vantava di riuscire a vendere tra i 700 e i 750 A380, velivolo che oggi costano 446 milioni di dollari di listino. Per il 747, insomma, il viale del tramonto sembrava dietro l’angolo.

Alla fine gli ordini per l’A380 hanno a malapena superato la soglia dei 300, poco per impensierire il 747 che ha appena festeggiato i 50 anni. I segnali della debacle del A380 erano già presenti dietro le quinte del party di lancio del 2005, secondo gli addetti ai lavori. Nonostante i discorsi pubblici sull’unità, la sfida enorme era superare le fratture nella partnership franco-tedesca, alle origini del crollo industriale. Quando il jet, seppure in ritardo, nel 2007 raggiunse finalmente il mercato, la crisi finanziaria globale stava cominciando a mordere. Le dimensioni e l’opulenza sembravano fuori contesto. Le vendite rallentarono. Allo stesso tempo, i costruttori di motori che avevano promesso ad Airbus un decennio di efficienza imbattibile con i loro nuovi motori super jumbo stavano mettendo a punto progetti ancora più efficienti per la prossima generazione di aerei bimotore, in competizione con l’A380.

Intanto Boeing con il 787 Dreamliner, nonostante qualche problemino industriale, andava a vincere la battaglia. Un velivolo pensato per bypassare gli hub serviti dall’A380 con rotte aperte tra città secondarie: una strategia nota come «point to point». Airbus faceva spallucce: secondo la joint venture europea, i viaggi tra le megalopoli avrebbero comunque dominato il trasporto aereo prossimo venturo. Una previsione smentita dai fatti. Le città intermedie stanno infatti crescendo quasi al doppio della velocità rispetto alle megalopoli, secondo un documento del 2018 pubblicato dall’Ocse. Questo è un vantaggio per i «jet gemelli» i Boeing 787 e 777 o l’Airbus A350, ma quasi un certificato di morte per il programma A380. L’amministratore delegato di Airbus, Tom Enders, sempre molto tiepido a proposito dell’A380, ha provato a dargli un’ultima possibilità.

Ma con Emirates incapace di trovare un accordo sul motore necessario a confermare l’ultimo ordine di A380, il tempo sembra definitivamente scaduto. Stop alla produzione a partire dal 2021, insomma. Con tutti le incognite che ne conseguono per chi finora lo ha acquistato e chiede garanzie su manutenzione e tempi di ricambio.

In pratica quello che è successo è che sì, il numero di passeggeri ha continuato ad aumentare, ma questo è dovuto principalmente al successo delle compagnie low cost, mentre la resa economica per passeggero ha cominciato a diminuire dal 2014. I costi aumentano, la recessione si fa sentire – pur di spendere poco, i passeggeri si adattano ad essere maltrattati dalle low cost su tratte brevi o medie – ma hanno difficoltà ad affrontare viaggi più lunghi e impegnativi. E se l’A380 è stata la prima vittima illustre di questa situazione, anche il blasonato Jumbo Jet, i Boeing 747, sta per fare la stessa fine. Ma il 747 è stato un successo commerciale, ne sono stati costruiti più di 1500.



sabato 19 gennaio 2019

Brexit, Unione europea pronta al rinvio per riaprire il dialogo con Regno Unito


L’Unione europea è pronta a ipotizzare al rinvio del divorzio con il Regno Unito. Ma non lo farà senza solide garanzie da parte di Londra. Lo hanno dichiarato fondi diplomatiche europee, definendo “prematura” la discussione sulla durata del rinvio. L’Ue, secondo media britannici, rifletterebbe su un rinvio di vari mesi, non più di sole settimane.

 “Ci sono molte idee che circolano, sono sicuro che sia una di esse”, ha risposto una delle fonti sull’ipotesi di un rinvio. Ma ancora Londra deve presentare una domanda prima che se ne parli seriamente. Oggi un portavoce della Commissione europea ha dichiarato che l’Ue non ha ancora ricevuto alcuna richiesta di rinvio da Londra. Spiegando che se essa fosse formulata dovrebbe essere argomentata, poi accettata “all’unanimità” dai 27 leader europei.

Varie fonti diplomatiche ritengono che gli europei darebbero senza dubbio luce verde per evitare un divorzio senza accordo, ritenuto il peggiore degli scenari. Ma, dicono, lo farebbero senza contentezza e mettendo delle condizioni. “Non è così semplice dare più tempo”, ha sottolineato un funzionario europeo, sottolineando che lo scenario prolungherebbe ancora l’incertezza.

Nell’intento di evitare una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione dopo il drammatico voto di martedì sera di Westminster contro l’accordo di divorzio, l’establishment comunitario ha ribadito che l’intesa di recesso non può essere rinegoziata. Tuttavia, ha ricordato la possibilità di ritoccare la dichiarazione politica sul futuro partenariato tra Londra e Bruxelles. L’obiettivo in ultima analisi è di trovare una soluzione alla questione irlandese che sia accettabile a tutti.

Parlando a Strasburgo il capo-negoziatore comunitario Michel Barnier ha avvertito che «mai prima di ora il rischio di una hard Brexit è stato così elevato», a 10 settimane dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. In questo contesto l’uomo politico ha ribadito: «Se il Regno Unito decidesse di rivedere le sue linee rosse in futuro, andando oltre un accordo di libero scambio, allora l’Unione europea sarebbe pronta a rispondervi favorevolmente».

Attualmente la dichiarazione di partenariato si basa sul desiderio di inglese di non partecipare né al mercato unico né all’unione doganale. Aprendo la porta a un nuovo negoziato su questo fronte, Michel Barnier ricorda alla controparte inglese che è possibile una nuova forma di intesa che risolverebbe la questione irlandese. L’accordo di divorzio è stato bocciato perché il paracadute per evitare il ritorno della frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord non ha convinto molti deputati.

Con un accordo di partenariato che prevederebbe la partecipazione del Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale la questione irlandese verrebbe risolta di fatto: non vi sarebbe alcun confine. È pronto il governo May a rivedere le sue condizioni? Nulla è meno chiaro, tanto più che il paracadute irlandese è stato bocciato anche perché stabiliva tra le altre cose la partecipazione della Gran Bretagna all’unione doganale, un aspetto di cui i favorevoli all’uscita dall’Ue sono molto critici.

Dietro alla mossa comunitaria vi è certamente il tentativo di evitare che Bruxelles possa essere accusata di non fare abbastanza per evitare una hard Brexit. Vi è anche il desiderio di proporre soluzioni concrete per cercare se possibile di prevenire una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione, che avrebbe nefaste conseguenze economiche e sociali. Brexit è prevista per ora il 29 marzo, a meno che Londra non chieda un rinvio.

Il premier irlandese Leo Varadkar ha detto di vedere «poco spazio» per nuovi negoziati. Più ottimista la cancelliera Angela Merkel che da Berlino ha spiegato come vi sia «ancora spazio per trattare». Ha aggiunto: «Vogliamo che i danni, e ve ne saranno in ogni caso, siano i minori possibili. Allora naturalmente cercheremo di trovare una soluzione ordinata insieme». L’accordo di divorzio negoziato da Londra e Bruxelles negli ultimi due anni è stato bocciato a Westminster con 432 voti contrari e 202 voti a favore.

L’establishment comunitario aspetta che Londra, in piena crisi politica, faccia la prima mossa, decidendo come comportarsi. Il governo May ha tempo fino a lunedì per offrire nuove soluzioni, secondo un emendamento procedurale approvato ai Comuni all’inizio del mese. Intanto, il capogruppo liberale al Parlamento europeo Guy Verhofstadt ha esortato «tutti partiti britannici a mettere all’ordine del giorno gli interessi del Regno Unito, piuttosto che i loro interessi personali».




sabato 5 gennaio 2019

La gaffe di Huawei, puniti due dipendenti per aver mandato gli auguri di buon anno da un iPhone



Non è iniziato bene l'anno per due dipendenti Huawei colpevoli, secondo quanto riferiscono i media statunitensi, di aver twittato dall'account ufficiale del colosso cinese delle telecomunicazioni gli auguri per il 2019 utilizzando un iPhone. Il tweet è stato rimosso rapidamente ma gli screenshot dell'errore, con il post in cui si legge 'via Twitter for iPhone', si sono diffusi rapidamente sui social diventando virali. La loro circolazione "ha avuto un impatto negativo sulla reputazione del brand degli smartphone Huawei", ha scritto in una nota il gruppo cinese.

Per chi si occupa della comunicazione di Hauwei un tweet scritto nella maniera più corretta può essere comunque fatale. In particolare se condiviso attraverso un iPhone. Può suonare strano ma è quanto successo a due dipendenti dell’azienda cinese che hanno twittato la sera del 31 dicembre per fare gli auguri di buon inizio di anno nuovo. Tutto perfetto, se non che in basso a destra è comparsa la scritta «via Twitter for iPhone».

 Uno scivolone che è costato una severa punizione, stipendio decurtato e declassamento di un grado, per i lavoratori che secondo i piani alti dell’azienda hanno causato un grave danno all'immagine del brand, nonostante il tweet sia stato successivamente rimosso. Un errore involontario causato anche dalla fretta: il tweet sarebbe dovuto essere condiviso via desktop attraverso una Vpn. Il malfunzionamento di quest’ultima e l’avvicinarsi della mezzanotte ha costretto però gli impiegati a twittare dal proprio iPhone, causando poi la gaffe.

Twitter, come Facebook e Alphabet, sono bloccati in Cina. Per accedervi, gli utenti hanno bisogno di una connessione di rete privata virtuale (VPN). Proprio problemi di connessione con la VPN avrebbero spinto a utilizzare un iPhone con una scheda SIM in roaming per inviare il messaggio in tempo a mezzanotte.


giovedì 3 gennaio 2019

Francia: arrestato Eric Drouet, uno dei leader dei gilet gialli. “Ha organizzato protesta non autorizzata”





Eric Drouet, figura mediatica controversa dei gilet gialli, è stato arrestato per accertamenti ieri sera vicino agli Champs-Elyse'es a Parigi assieme ad altri sostenitori del movimento. Secondo una fonte della polizia, Drouet, uno dei promotori delle prime mobilitazioni nazionali scoppiate il 17 novembre scorso, è stato fermato mentre si dirigeva agli Champs Elyse'es, dove aveva chiamato a raccolta altri sostenitori. Secondo Franceinfo, una cinquantina di persone si erano radunate vicino a Place de la Concorde per rendere omaggio alle vittime e ai feriti dall'inizio del movimento. Secondo fonti della polizia citate dal sito Internet, Eric Drouet è stato arrestato per "partecipazione a manifestazione non autorizzata". Nelle prime ore del pomeriggio, il camionista trentatreenne aveva pubblicato un video su Facebook annunciando un'"azione" sugli Champs-Elysees. "Stasera, non faremo una grande azione, ma vogliamo scioccare l'opinione pubblica. Non so se ci sarà qualcuno con noi sugli "Champs" (...) Andremo tutti senza gilet", ha detto. –

Secondo una fonte della Procura, il controverso leader e portavoce delle dimostrazioni antigovernative delle scorse settimane, si stava dirigendo verso l'Arco di Trionfo, dove alcuni manifestanti lo stavano aspettando. L'uomo, che era già stato fermato lo scorso 22 dicembre, aveva pubblicato nel corso della giornata un video sul suo profilo Facebook in cui annunciava l'avvio di "un'azione" sugli Champs-Elysees.

L’arresto ha subito provocato immediate reazioni politiche, i rappresentanti del movimento accusano il governo di un «uso politico della polizia». Secondo quanto emerso, Drouet era seguito dalla polizia almeno dalle prime ore del pomeriggio e quando il leader dei gilet gialli ha riunito una trentina di militanti in place de la Concorde e ha cominciato a marciare verso l’Opera, sono arrivati i cellulari della polizia e lo hanno arrestato. Si tratta del secondo arresto per Drouet dall’inizio delle proteste: era già stato fermato il mese scorso per «possesso di arma vietata», secondo fonti giudiziarie

Drouet è considerato uno degli ispiratori delle proteste dei “gilet gialli” che hanno messo a ferro e fuoco la Francia per cinque settimane, dalla metà di novembre alla fine di dicembre 2018. Scontri con la polizia e manifestazioni che hanno caratterizzato tutto il territorio transalpino, dalle grandi metropoli fino alle campagne, costringendo  il presidente Macron a promettere un aumento del salario minimo e a detassare gli straordinari da gennaio 2019.





domenica 30 dicembre 2018

Ecuador, la vittoria dei cittadini Chevron condannata per la deforestazione dell’amazzonia



La Corte Costituzionale dell’Ecuador in una decisione unanime 8-0 ha respinto l’appello finale della Chevron, condannando il gigante petrolifero al pagamento di 9,5 miliardi di dollari per compensare gli irreparabili danni causati alla foresta pluviale amazzonica nel corso di decenni di attività. La decisione, emessa con un rapporto di 151 pagine pubblicato è stata accolta con grande soddisfazione dai querelanti. “Non c’è dubbio che abbiamo vinto questa lunga battaglia legale” ha detto Pablo Fajardo, rappresentante degli interessi delle comunità indigene.

La vicenda risale agli anni in cui la Texaco ha operato nell’Amazzonia ecuadoriana, tra il 1972 e il 1992. In quel periodo, secondo l’accusa, la multinazionale petrolifera avrebbe sversato nei fiumi e nell’ambiente qualcosa come 68 miliardi di litri di materiali tossici, petrolio e derivati dell’estrazione, avvelenando irrimediabilmente decine di corsi d’acqua, campi e tratti di foresta. Le organizzazioni ambientaliste ecuadoriane, che da anni si battono per avere il risarcimento dei danni, hanno documentato questa devastazione con quello che avevano battezzato il Toxic tour: un viaggio tra i villaggi dell’Amazzonia attorno al centro petrolifero di Lago Agrio, in mezzo a pozze di petrolio a cielo aperto, campi annichiliti dalle piogge acide e fiumi ormai vuoti di pesci.

La Texaco, però, si è difesa dicendo di aver speso nel corso degli anni novanta 40 milioni di dollari per la bonifica delle aree coinvolte e di aver siglato con il governo dell’Ecuador un accordo, nel 1998, che chiudeva ogni pendenza. Non l’hanno pensata così i giudici di Lago Agrio, la cui decisione è stata accolta con molto favore dal presidente ecuadoriano Rafael Correa: “Giustizia è stata fatta – ha detto Correa – In una battaglia legale che sembra Davide contro Golia”.

Il caso contro Chevron è stato guidato dalla Unione delle vittime di Chevron-Texaco,  ’organizzazione di base che rappresenta le oltre 30.000 vittime, indigeni e agricoltori, che popolano la regione amazzonica nord-orientale dell’Ecuador affetta dalla contaminazione. “Questa sentenza è un grande passo in avanti per l’accesso alla giustizia”, ha affermato Willian Lucitante, coordinatore esecutivo della UDAPT. “Dopo 25 anni di lotta, possiamo finalmente chiudere questo capitolo. La Chevron inoltre non potrà più sostenere la tesi che il ricorso alle giurisdizioni estere non sia valido perché l’iter giudiziario in Ecuador non è ancora terminato.

In sua difesa, Chevron aveva a lungo sostenuto che un accordo firmato nel 1998 dalla Texaco con il governo Ecuadoriano, che prevedeva il pagamento di 40 milioni di dollari, assolvesse la società dalle sue responsabilità. La Chevron ha acquisito la Texaco tre anni dopo, nel 2001.La Corte ha respinto tutte le accuse di Chevron che si era dichiarata vittima di una frode ed ha respinto l’affermazione della società secondo cui le corti ecuadoriane non avevano giurisdizione sulla questione.

Nel frattempo, l’avvocato americano Steven Donziger che per anni ha rappresentato gli interessi dell’Ecuador è stato escluso dalla pratica della sua professione nello stato di New York. La corte d’appello dello Stato di New York ha giudicato Steven Donziger colpevole di condotta professionale scorretta, affermando che nel suo appello contro la sentenza del 2014 non ha contestato le conclusioni del giudice relative alla corruzione, alla manomissione dei testimoni e di altri documenti ufficiali.
I risultati “costituiscono prove incontrovertibili di una grave condotta professionale scorretta che minaccia immediatamente l’interesse pubblico”, ha dichiarato la corte d’appello annunciando la sospensione di Donzinger. Donziger non ha ancora commentato pubblicamente la decisione dello Stato di New York.

La necessità più urgente per le vittime della contaminazione è ora quella di raccogliere 350.000 dollari canadesi (circa 230.000 euro) entro un mese: l’enorme somma è stata imposta da una recente sentenza della Corte dell’Ontario per coprire le spese legali sostenute dalle due parti fino a questo momento. La sfida è cruciale per gli afectados rappresentati dalla UDAPT, dal momento che tale pagamento è una condizione indispensabile per ricorrere in appello alla Corte Suprema del Canada, e potere così proseguire nella ormai venticinquennale battaglia per ottenere giustizia.

Le vittime ecuadoriane stanno quindi facendo appello alla solidarietà internazionale attraverso una campagna di crowdfunding. Insomma, la battaglia continua, la Chevron continua a difendere i suoi interessi avendo risorse e centinaia di avvocati dedicati alla causa, rispetto ai popoli indigeni che chiedono giustizia.


mercoledì 26 dicembre 2018

ONU: 70esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani



Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Veniva quindi riconosciuta la dignità a tutti i membri della famiglia umana e i loro diritti, uguali ed inalienabili. Un fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Ma la fotografia di tali diritti nel 2018, fatta da Amnesty, non sembra correre in questa direzione.

Amnesty: in Italia "gestione repressiva" migrazioni" - "Gestione repressiva del fenomeno migratorio", "erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", "retorica xenofoba nella politica", "sgomberi forzati senza alternative". Non è un quadro positivo dell'Italia, quello delineato dal rapporto "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019", pubblicato da Amnesty International in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il governo Conte, scrive la ong, "si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio", in cui "le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo". Parlando del Dl sicurezza, Amnesty afferma che contiene misure che "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia".

Amnesty: nel 2018 aumentato odio in Europa - Ma la bacchettata coinvolge tutta l'Europa: il 2018 è stato caratterizzato "dall'aumento dell'intolleranza, dell'odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile" e in cui "richiedenti asilo, rifugiati e migranti sono stati respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati criminalizzati". Secondo Amnesty a guidare questa tendenza sono stati "Ungheria, Polonia e Russia mentre nel più ampio contesto regionale in stati come Bielorussia, Azerbaigian e Tagikistan vi sono stati nuovi giri di vite nei confronti della libertà d'espressione e in Turchia ha proseguito a espandersi un clima di paura". Tuttavia, Amnesty sottolinea che in Europa "l'ottimismo è rimasto invariato e sono cresciuti attivismo e proteste: un coro di persone ordinarie dotate di una passione straordinaria chiede giustizia e uguaglianza".

Papa: "Parte dell'umanità vive nella ricchezza, altra senza diritti" - "Mentre una parte dell'umanità vive nell'opulenza, un'altra parte vede la propria dignità disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati". Lo ha affermato Papa Francesco nel messaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale sui diritti umani. Per Bergoglio esistono "numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l'eguale dignità di tutti gli esseri umani sia riconosciuta in ogni circostanza".

Mattarella: "Il rispetto della dignità della persona è un obbligo" - In occasione dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Sergio Matterella, che ha sottolineato: "Il riconoscimento a livello globale che tutti gli esseri umani nascono liberi e godono di inalienabili e uguali diritti rappresenta oggi un principio che precede gli stessi ordinamenti statali. Il rispetto della dignità della persona non è, infatti, dovere esclusivo degli Stati, bensì un obbligo che interpella la coscienza di ciascuno. Tutti sono chiamati a darne quotidiana e concreta testimonianza".

Il 10 dicembre 1948, 70 anni fa, a Parigi, l’Assemblea delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo come "ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e tutte le Nazioni".

Parlando a Marrakech nel corso della conferenza sulla migrazione, il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, l'ha definita un "faro globale per la dignità, l'uguaglianza e il benessere".

António Guterres, Segretario Generale Nazioni Unite:

"Da oltre sette decenni, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha ispirato milioni di donne e uomini a rivendicare i loro diritti e contestare le forze di oppressione, sfruttamento, discriminazione e ingiustizia".

L'anniversario è stato commemorato nelle città di tutto il mondo: a Roma, centinaia di persone hanno preso parte alla fiaccolata.

Amnesty International, in un rapporto diffuso in coincidenza dell'anniversario, critica l'Italia per il trattamento riservato ai richiedenti asilo.

"Questa politica di porti chiusi e criminalizzazione delle ONG che aiutano migranti e richiedenti asilo - dice un affiliato - non applica l'articolo 14 della Dichiarazione Universale, per il quale tutti hanno il diritto di chiedere asilo per persecuzione".

Il rapporto lamenta "l'erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", in seguito all'approvazione del Decreto sicurezza e immigrazione da parte del Governo.

Il metodo di risoluzione dei conflitti della Rondine Cittadella della Pace si presenta alle Nazioni Unite nel giorno del 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti umani. “Mentre assistiamo al crescere di estremismi e di violazione dei diritti di protezione dei minori e delle minoranze, l’esperienza di Rondine si presenta come un modello e la Missione italiana supporta e promuove questa metodologia di pace e la volontà di investire nei giovani leaders di pace”, ha dichiarato Mariangela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu. “Non avremmo potuto immaginare miglior modo per celebrare l’anniversario della Dichiarazione dei diritti umani e proprio nella sala dove si discute di sviluppo per l’Onu – ha continuato l’ambasciatrice Zappia -. Rondine è un esempio di come, mettendo insieme giovani di culture diverse e provenienti da situazioni di conflitto, si possa imparare attraverso il dialogo a superare quelle situazioni di inimicizia che sono poi il fondamento di incomprensioni e guerre. L’Italia sostiene i progetti portati avanti dalla società civile e questo è un modo per tenere alta la bandiera dei diritti umani e per superare discriminazioni e indifferenze”. Mariangela Zappia ha concluso il suo intervento incoraggiando i giovani presenti ad “essere custodi della Dichiarazione dei diritti. Sta a voi tenerla viva e incoraggiare ogni occasione di comprensione e accoglienza verso tutti. Sono i giovani ad avere iniziato e continuato i reali cambiamenti del mondo”.