venerdì 27 marzo 2020

Coronavirus, Mario Draghi al Financial Times: il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire



Draghi, ex presidente della Banca centrale europea non usa mezzi termini: «Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»: la sfida è «come agire con sufficiente forza e velocità per prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili».

«È già chiaro che la risposta» alla guerra contro il coronavirus «deve coinvolgere un significativo aumento del debito pubblico» afferma Draghi. «La perdita di reddito del settore privato - scrive l’ex presidente della Bce sul Financial Times – dovrà essere eventualmente assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi. Livelli di debito pubblico più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata da una cancellazione del debito privato».

Per Draghi «di fronte a circostanze non previste un cambio di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che ci troviamo ad affrontare non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di chi la soffre. Il costo dell'esitazione potrebbe essere irreversibile. La memoria delle sofferenze degli europei negli anni 20 del ’900 sono un ammonimento».

«La velocità del deterioramento dei bilanci privati, causata da uno shutdown che è inevitabile e opportuno» deve incontrare «un'uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l'altro in quella che è evidentemente una causa comune», aggiunge Draghi definendo «coraggiose e necessarie» le misure prese dai governi per prevenire che il sistema sanitario sia sopraffatto.

Si tratta di azioni che «vanno sostenute» anche se comportano un «alto e inevitabile costo economico. Giorno dopo giorno le notizie economiche peggiorano». Nel suo intervento Draghi sottolinea: «È l'appropriato ruolo dello stato quello di dispiegare il suo bilancio per proteggere i cittadini e l'economia contro shock di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire», aggiunge Draghi mettendo in evidenza che le «guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Draghi ricorda anche che tutte "guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale in Italia e in Germania fra il 6 e il 15 per cento delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse". E conclude affrontando il ruolo della Ue in questa guerra. "L'Europa è ben equipaggiata" per affrontare questo "shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell'economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta rapida". Per l'ex presidente della Bce, proprio "la velocità è essenziale per l'efficacia della risposta".

È ancora il concetto di rapidità quello che evoca l’ex presidente della Bce. Sotto diversi punti di vista «l'Europa è ben equipaggiata» per affrontare questo «shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell'economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta rapida. La velocità è essenziale per l'efficacia» della risposta al coronavirus.

Agire subito per evitare depressione. Le parole che l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha usato dalle colonne del «Financial Times» non lasciano molti margini di interpretazione: il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire le fasi di guerra.

È il segno di un’emergenza che ha bisogno di pensiero nuovo per essere affrontata, perché il congelamento di una parte consistente delle attività economiche, in un sistema fortemente intrecciato, come quello europeo, non può essere gestito se non in modo condiviso. Nelle guerre conta la linea di comando, la linea che porta gli ordini e le decisioni fino all’ultimo reparto. In questo caso è decisivo il modo nel quale le garanzie pubbliche ai finanziamenti, gli aiuti e i sostegni al reddito, l’utilizzo delle risorse pubbliche, in grado di garantire che la liquidità non si fermi, funzionino. Uno sforzo enorme per le burocrazie, quella nazionale e quella europea, che dovranno fare in pochi giorni quello che di solito sono abituati a realizzare nell’arco di qualche mese. Visione e velocità, come Draghi riuscì a fare otto anni fa.



martedì 24 marzo 2020

Emergenza in Russia: tra disinformazione e crisi



Un dossier di 9 pagine, rivelato dal Financial Times, avverte: è in corso un’operazione di disinformazione su Internet. Dispiegati gli stessi account usati durante la Brexit.

Nove pagine. Per provare a districarsi tra migliaia di messaggi e notizie sparsi su Internet che vogliono diffondere «confusione, panico, paura» legati al Covid-19. L’Unione Europea è convinta che la Russia stia mettendo in campo le stesse armi digitali già dispiegate durante le campagne di disinformazione attorno a referendum sulla Brexit britannica, alle rivolte dei gilet gialli in Francia o per la sistematica diffamazione dei Caschi Bianchi in Siria, il gruppo di pronto soccorso creato nelle aree controllate dai ribelli (Mosca è intervenuta militarmente in sostegno del regime di Bashar Assad).

Il dossier – redatto dal Servizio europeo per l’azione esterna, è stato rivelato dal quotidiano Financial Times – illustra i tentativi di sfruttare le reazioni dei cittadini europei alla pandemia: «L’obiettivo globale del Cremlino è quello di aggravare la crisi nei Paesi occidentali minando la fiducia nel sistema sanitario nazionale e ostacolando così una risposta efficace all’emergenza». Implicati nella disinformatia sarebbero gli stessi account (legati alla struttura statale russa) già usati in altre operazioni: dal 22 gennaio pubblicano messaggi in italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese.

Petrolio in calo, coronavirus, fuga dal rublo: Vladimir Putin sembra avere più conflitti al suo interno. Dal 2014 a oggi, sotto il peso delle sanzioni internazionali e ricordando la crisi finanziaria del 2008, le autorità russe hanno accumulato risorse per i giorni difficili, costruendo una fortezza che rendesse il Paese impermeabile ai fattori esterni. Le riserve della Banca centrale hanno così superato i 570 miliardi di dollari, quarto posto nel mondo; mentre il Fondo di riserva nazionale - alimentato dai guadagni del petrolio - si appoggia su liquidità di 170 miliardi. Davanti a queste cifre, e a un debito estero tra i più bassi al mondo, gli investitori stranieri erano tornati.

Putin contava di attingere a tutto questo per rimediare almeno in parte agli squilibri sociali, per rilanciare la crescita con grandi progetti infrastrutturali e rinvigorire la propria popolarità. Improvvisamente, però, le ragioni per mettere mano al tesoro di casa si sono moltiplicate, tutte nello stesso tempo. C’è bisogno di soldi per sostenere il rublo e tenere a bada l’inflazione, per affrontare l’emergenza sanitaria e attutire l’impatto sui conti pubblici di un petrolio sotto i 30 dollari al barile; senza contare la fuga dei capitali, di nuovo spaventati, e gli interventi a sostegno di famiglie e imprese nella crisi che rischia di scatenarsi. Per un presidente che sta per mettere ai voti l’idea di restare al Cremlino a tempo indeterminato, la tempesta non poteva arrivare in un momento peggiore.

Putin, il suo governo e la Banca centrale russa ostentano sicurezza, nel nome di una stabilità finanziaria che non considerano in pericolo: né possono permettere che sia messa a rischio quella politica, incarnata dal presidente. Le risorse raccolte in questi anni consentono di far fronte a un prezzo del petrolio a 25/30 dollari il barile per 6/10 anni, dice il ministro delle Finanze, Anton Siluanov. Prezzi così bassi non fanno certo piacere, ammette il portavoce del presidente, Dmitrij Peskov, ma non sono catastrofici: la Russia è in grado di reggere l’impatto. È tutto sotto controllo, ripete Putin. Al punto, scrive l’agenzia Bloomberg, che il presidente russo non ha alcuna intenzione di cedere per primo nella sfida ingaggiata con i sauditi, a chi resiste di più con il petrolio così basso.

«La situazione è cambiata drammaticamente, nell’economia globale, sui mercati delle commodities e su quelli finanziari», ha riconosciuto Elvira Nabiullina, presidente della Banca centrale e ha spiegato la decisione di lasciare invariati al 6% i tassi di interesse. L’incertezza è evidenziata dalla scelta «rara» tra le opzioni considerate dal consiglio di Bank Rossii: abbassare i tassi, alzarli o lasciarli invariati. Diversamente dalle banche centrali di mezzo mondo, infatti, alla minaccia di un rallentamento dell’economia, la Russia unisce la necessità di proteggere il rublo, bersagliato dal calo del petrolio: a marzo, la moneta ha già perso il 19%. Nelle ultime settimane, per sostenerlo, la Banca centrale aveva così ripreso le vendite di valuta estera, per incoraggiare invece l’attività economica, Nabiullina ha annunciato un pacchetto di iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese, con la possibilità di accedere a prestiti agevolati a un tasso del 4%.



domenica 23 febbraio 2020

Voto storico in Irlanda



Venti di rivoluzione in Irlanda, secondo gli exit poll delle elezioni anticipate di ieri. La sinistra nazionalista del Sinn Fein, paladina dei sogni di riunificazione con l'Ulster, alimentati anche dai possibili contraccolpi della Brexit sul grande vicino britannico, è per la prima volta in corsa per il traguardo di primo partito della Repubblica da un secolo: e, anche se la maggioranza assoluta resta fuori portata e non potrà andare al governo, appare in grado di condizionare l'agenda futura del Paese.

Lo scrutinio è iniziato stamani, procede a rilento e si concluderà non prima di lunedì, ma gli exit diffusi dalla tv pubblica Rte indicano un testa a testa all'ultima scheda. Con il Sinn Fein di Mary Lou McDonald - la leader 50enne subentrata a Gerry Adams e protagonista del cambio generazionale che ha portato quello che fu il braccio politico della guerriglia dell'Ira da forza di riferimento della trincea repubblicana nel solo Ulster a partito competitivo pure a Dublino - che avanza al 22,3%. E i due partitoni filo-Ue di centro-destra che da sempre si contendono il potere nell'isola, il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar (Ppe), il più giovane nella storia irlandese, oltre che il primo gay dichiarato e figlio di padre immigrato, e il Fianna Fail di Micheal Martin (liberali), rispettivamente al 22,4 e al 22,2%.

Dato il margine di errore, si tratta di una parità virtuale che i risultati reali potrebbero far oscillare. Mentre resta da decidere l'assegnazione dei seggi secondo un complicato sistema proporzionale trasferibile (con indicazione delle seconde e terze preferenze) destinato alla fine a lasciare comunque spazio a una coalizione fra Fianna Fail e Fine Gael (che in campagna elettorale hanno escluso accordi con il partito della McDonald) o un governo retto dalla stampella di gruppi minori come i Verdi e i Laburisti.

Ma il Sinn Fein (in gaelico Noi Stessi), pur avendo presentato solo 42 candidati a fronte degli 80 seggi necessari per la maggioranza assoluta, sarà comunque il vincitore morale: ovvero, la risposta di una parte non piccola d'irlandesi sia alla sfida della Brexit, sia soprattutto ai problemi sociali. Un partito la cui ascesa rompe un tabù sull'isola verde, quello dei vecchi legami con la disciolta Ira e la lotta armata durante la sanguinosa stagione dei 'troubles', a oltre 20 anni dall'accordo di pace del Venerdì santo. E mette quanto meno sul tavolo del confronto una piattaforma radicale che invoca un referendum sulla riunificazione entro 5 anni, problematico e ad alto rischio di conflitto, ma meno aleatorio del passato sullo sfondo dei potenziali effetti sull'Irlanda del Nord del divorzio del Regno Unito dall'Ue; nonché un programma economico e sui diritti civili di sinistra-sinistra, ispirato agli spagnoli di Podemos o a Jeremy Corbyn su dossier quali la spesa pubblica, la sanità, l'edilizia popolare.

Nuova lega anseatica coalizione anti brexit



La Lega anseatica (nota come Hansa, termine germanico usato nel senso di “raggruppamento”) fu un’alleanza commerciale fondata nel XII secolo (tardo Medioevo), tra mercanti dell’Europa settentrionale.

L’alleanza aveva sedi in numerose città che si affacciavano sul mare del Nord e sul mar Baltico. Ne facevano parte Lubecca, Colonia, Brema e Amburgo in Germania; Stettino e Danzica in Polonia; Stoccolma e Visby in Svezia; Riga, Tallinn e Tartu in Lettonia ed Estonia; Novgorod in Russia e molte altre città. La sede principale dell’Hansa fu Lubecca.

Grazie alle navi appartenenti ai mercanti dell’Hansa, un’infinità di prodotti di diversa provenienza raggiungeva tutte le città dell’alleanza, originando enormi profitti commerciali. Nelle città anseatiche questa ricchezza favorì inoltre lo sviluppo di fiorenti attività artigianali.

Un nuovo soggetto politico si aggira per l’Europa da quasi due anni, nato dalle ceneri di Brexit e desideroso di far sentire forte la propria voce. È la cosiddetta Nuova lega anseatica, una coalizione tra Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Lituania, Lettonia, Estonia e Irlanda che - ispirandosi ai fasti dell’alleanza tra città dell’Europa settentrionale e del Baltico che dominò il commercio tra il tardo Medio Evo e il XVI secolo – punta a difendere gli interessi, anche commerciali, dei suoi membri. E a improntare le riforme dell’Eurozona, come suggerisce il logo: uno stemma medievale dove, insieme alle bandiere, compare il simbolo dell’euro.

Promotore del progetto l’Olanda, chiare sin dal documento costitutivo – una lettera dei ministri delle Finanze del febbraio 2018 - le intenzioni: richiamare l’Eurozona prima di tutto al rispetto delle regole di bilancio e spingere perché si concentri sul completamento delle riforme già avviate (dall’unione bancaria al mercato unico) piuttosto che su un ulteriore trasferimento di competenze.

In questa presa di posizione, come sottolinea Greg Lewicki, PhD e autore per il Polish Economic Institute dello studio “Hansa 2.0. Un ritorno all’Età dell’oro del commercio?”, c’è prima di tutto un messaggio alla Francia di Macron «che cerca di attuare una fuga in avanti, allo scopo di contrapporre successi internazionali a una grave instabilità interna, evidenziata dalla protesta dei Gilets gialli. Di qui l’idea di un budget separato per la Francia e gli altri Paesi dell’Eurozona». Non sorprende perciò il fatto che proprio con Parigi si siano già verificati contrasti vivaci, con il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire che, ricevendo nel novembre scorso il suo omologo olandese Wopke Hoekstra, definì la Lega anseatica 2.0 un «club chiuso» che minacciava l’unità europea.

Diverso il rapporto con la Germania, più vicina al conservatorismo rigorista in materia di conti pubblici di questi Paesi e per la quale, come sottolinea ancora Lewicki, l’alleanza è «un utile strumento per controbilanciare le idee francesi che non piacciono alle élite tedesche. Anche se nessuno probabilmente lo ammetterebbe ufficialmente».

Illustrando le relazioni della Nuova lega anseatica con Francia e Germania, un’altra considerazione si impone. Nelle prese di posizione di questi Paesi ci sono i timori innescati dalla grave crisi del debito che l’Europa ha dovuto affrontare, ma il primo motore appare senza dubbio Brexit, con la perdita di un alleato chiave e campione del liberismo come la Gran Bretagna. «È fondamentale notare – evidenzia Lewicki – che, nei negoziati su questioni economiche, il sistema europeo funzionava come uno spinner, un meccanismo imperniato su tre poli rappresentati da Francia, Germania e Regno Unito. Ma il Regno Unito è quasi uscito. Perciò l’Olanda e i suoi alleati vogliono presentarsi come l’equivalente funzionale di Londra, un gruppo con obiettivi ben definiti in grado di bilanciare, collettivamente, l’approccio franco-tedesco».

La Nuova lega anseatica finirà dunque per indebolire il progetto europeo, come denunciano i francesi? Per Greg Lewicki è il contrario: «Credo che senza idee come quelle di questi Paesi siamo condannati. In passato la diversità all’interno di una stessa civiltà era un vantaggio, ma oggi la tendenza è opposta: la diversità politica significa con tutta probabilità confini e i confini significano che l’impatto a livello globale viene limitato. La Lega anseatica ci dà la vaga speranza che l’Europa un giorno sarà capace di competere economicamente a livello globale».

La Nuova lega anseatica è una delle tante manifestazioni di quella che lo studio del Polish Economic Institute definisce la “nuova medievalizzazione dell’Europa”, fondata su «strutture a più livelli e multipolari, le corporazioni, e altre reti internazionali che oltrepassano i confini». «Come una volta una miriade di gilde e associazioni prosperavano sotto le insegne della Cristianità – conclude Lewicki – oggi, sotto la bandiera dell’Unione europea, vediamo l’emergere di numerose iniziative locali e finalizzate all’obiettivo , come la Nuova lega anseatica o l’Iniziativa dei Tre Mari (l’unione di 12 Paesi Ue per contrastare la minaccia russa lanciata nel 2015, ndr)».

Ma ciò che li accomuna è chiaro: sono i falchi fiscali d’Europa. Liberisti fino al midollo. Araldi del pari in bilancio. Nemici giurati dell’interventismo e del gigantismo statale. Contrari a stanziare soldi dei propri contribuenti per soccorrere Stati membri in difficoltà. Basti ricordare che nel 2011 la Finlandia chiese l’Acropoli e le isole egee a titolo di garanzia per sottrarre la Grecia alla bancarotta. Aggiunge al tutto una punta d’ironia l’adesione al club dell’Irlanda, uscita nel 2013 proprio da tre anni di programma di salvataggio.

Per sincerarsi degli orientamenti ideologici è sufficiente scorrere uno dei documenti prodotti di recente: «La prima linea di difesa dovrà sempre essere al livello nazionale, sotto forma di politiche fiscali prudenti nel rispetto del Patto di stabilità e crescita e di decise riforme strutturali che rafforzino l’economia in generale e le finanze pubbliche.

La coalizione possiede un preciso sostrato geopolitico. In formula: la nuova lega anseatica è una reazione all’addio del Regno Unito, un ostacolo ai piani della Francia e uno strumento utile alla Germania. Scomponiamo i tre fattori.

Il Brexit sta rimuovendo uno dei vertici del triangolo Berlino-Parigi-Londra attorno al quale si erano adagiati negli ultimi decenni i membri più piccoli dell’Ue, in particolare quelli settentrionali. Primi fra tutti i l’Olanda, centro geometrico di questa figura oggi sbilanciata.

L’Aia, per esempio, trovava conveniente mandare avanti Londra per chiedere un maggiore coinvolgimento decisionale dei parlamenti nazionali, una riduzione dei benefit per gli immigrati e un alleggerimento della burocrazia per le imprese.

Il bersaglio principale dei neoanseatici è Parigi. Più precisamente, un’Europa trainata da francesi e tedeschi. Ad Aquisgrana, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno voluto rinnovare il trattato dell’Eliseo per nascondere le reciproche debolezze dietro un’artificiosa unità d’intenti sull’Ue. Una sceneggiata. Ma che ha comunque adirato gli otto paesi, secondo i quali la Commissione europea ha esternalizzato il proprio ruolo di iniziativa a Francia e Germania.

Comprensibilmente, nessuno vuol vedersi recapitare decisioni già concordate in altre stanze. In particolare quelle avanzate dai transalpini, sempre ammantate di luccicanti ambizioni – vedi il ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire che vorrebbe fare un nouvel empire dell’Europa, con la Grande nation quale ovvia guida spirituale.

Così, la coalizione nordeuropea ha speso il 2018 a sabotare la proposta di Parigi di dotare l’Eurozona di un ministro delle Finanze e di un bilancio separato, da impiegare anche per aggiustare gli squilibri degli Stati che adottano la valuta comune. Finendo per farla deragliare del tutto: del ministro neanche l’ombra, il budget sarà una voce di quello generale dell’Ue e il capo delle Finanze olandesi Wopke Hoekstra ha fatto rimuovere dopo ore di estenuanti trattative con Le Maire ogni riferimento all’uso del bilancio a scopi di stabilizzazione, troppo in odore di pietismo mediterraneo.

La nuova lega anseatica si oppone ai progetti francesi di aumentare l’integrazione nell’Eurozona anche perché riconosce l’intento di Parigi di spostare più a sud-ovest, ossia verso di sé, il baricentro decisionale dell’Ue, ora coincidente con il cuore dello spazio germanico. Dando una veste geopolitica alla moneta comune, l’Esagono avrebbe potuto ergersi a campione dei membri mediterranei, Italia compresa, le cui casse hanno più bisogno di respirare. Aggiustando così a proprio favore gli sbilanciati rapporti di forza con la Germania.

Come evidente nel caso dell’Irlanda in cerca di alleati contro la tassa digitale che minaccia l’esodo delle tante multinazionali extraeuropee stanziate nell’isola. O ancora nella strenua opposizione alla riforma delle regole della competitività e della concorrenza avanzate, di nuovo, da francesi e tedeschi per creare dei campioni europei, cioè imprese dotate della taglia e della mentalità imprenditoriale per resistere ai concorrenti cinesi e americani.

Logico che i paesi piccoli siano contrari, poiché più hanno da perdere da un rilassamento delle regole sul monopolio – di cui non a caso è stata finora protettrice una commissaria danese, Margrethe Vestager.

Non s’intravedono molte concrete politiche comunitarie su cui questi Stati membri possano convergere con un approccio costruttivo. Sembra semmai accomunarli un orientamento ancora molto generico sul mantenere leggera l’Ue, sulla difesa della mano invisibile dell’economia dalle ingerenze delle burocrazie centrali e sull’approfondimento dei flussi commerciali (tutti intendono sviluppare digitalizzazione, mercato unico dei capitali, accordi di libero scambio).

Questo scenario è sempre presente nei piani d’emergenza tedeschi poiché risponde all’imperativo strategico, costante nella storia dei popoli germanici, di circondarsi di un’area in cui commerciare il surplus produttivo della nazione, pena il tracollo economico. Contrastare un simile sviluppo è prioritario per gli Stati Uniti, che da cento e due anni intervengono in Europa per scongiurare l’espansionismo dello spazio germanico o la sua conquista da parte di terzi.



sabato 3 agosto 2019

Groenlandia: "12 mld di tonnellate di ghiaccio sciolte"







A mostrare le drammatiche immagini la giornalista scientifica Laurie Garrett con un video postato su Twitter. "Le immagini sotto il ponte verso Kangerlussiauq in Groenlandia - twitta, mostrando l'effetto del rialzo delle temperature -, dove oggi ci sono 22 ° C e i funzionari danesi sostengono che ieri 12 miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono sciolte in 24 ore".

Perdita record di ghiaccio, 10 miliardi di tonnellate in un giorno, per le temperature torride.
L'ondata di caldo eccezionale che ha investito il Nord Europa non ha risparmiato nemmeno la Groenlandia, accelerando lo scioglimento del ghiaccio nella più grande isola del mondo, in piena zona artica: ben dieci miliardi di tonnellate si sono disperse nell'oceano in un solo giorno. L'allarme è stato lanciato dall'Istituto Meteorologico della Danimarca (di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo). 

Il picco dello scioglimento dei ghiacciai si è verificato mercoledì, e in tutto luglio si parla di 197 miliardi di tonnellate: un miliardo di tonnellate, per avere un termine di paragone, corrisponde al contenuto d'acqua di 400mila piscine olimpioniche.L'ondata di caldo eccezionale che ha investito il Nord Europa non ha risparmiato nemmeno la Groenlandia, accelerando lo scioglimento del ghiaccio nella più grande isola del mondo, in piena zona artica: ben dieci miliardi di tonnellate si sono disperse nell'oceano in un solo giorno. L'allarme è stato lanciato dall'Istituto Meteorologico della Danimarca (di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo). Il picco dello scioglimento dei ghiacciai si è verificato mercoledì, e in tutto luglio si parla di 197 miliardi di tonnellate: un miliardo di tonnellate, per avere un termine di paragone, corrisponde al contenuto d'acqua di 400mila piscine olimpioniche. E le previsioni a lungo termine non promettono nulla di buono: "Il caldo e il clima soleggiato in Groenlandia è destinato a persistere, quindi lo scioglimento dei ghiacci proseguirà", ha rilevato la climatologa Ruth Mottram, che lavora per l'istituto danese.

martedì 30 aprile 2019

Giappone finisce un'era Akihito lascia il trono






L'imperatore Akihito ha abdicato. E' il primo monarca giapponese a compiere questo gesto negli ultimi due secoli. Il principe ereditario Naruhito ascenderà al trono mercoledì, dando il via ad una nuova era, Reiwa, la 248esima nella storia Imperiale, che significa 'Ordine, Armonia e Pace'. Nel suo ultimo discorso, l'85enne ha augurato "al Giappone e al mondo pace e prosperità". E si è detto "grato per il popolo che mi ha accettato come simbolo e mi ha sostenuto".


La cerimonia è avvenuta secondo regole fissate dalla Costituzione e la funzione 'Taiirei-Seiden-no-gi' (il tradizionale rituale di abdicazione di sua maestà l'imperatore) si è svolta nella sala di Stato del palazzo imperiale, nel centro di Tokyo. L'imperatore Akihito, vestito con abiti tradizionali, ha comunicato il suo ritiro agli antenati, rinunciando al trono dopo un regno durato 30 anni. E' la prima abdicazione del Giappone da quando l'imperatore Kokaku lasciò il trono nel 1817.

Circa 300 persone, tra cui il primo ministro Shinzo Abe e i suoi ministri, alla cerimonia. Mercoledì la seconda cerimonia in cui il principe ereditario Naruhito (59 anni), il figlio maggiore di Akihito, salirà al trono ed erediterà le tradizionali insegne come la spada sacra e i gioielli, come prova della successione.

Il popolo giapponese avrà la possibilità di incontrare il nuovo imperatore, sua moglie, l'imperatrice Masako (55 anni) e altri membri della famiglia reale il 4 maggio, quando si affacceranno sul balcone del palazzo imperiale, ha detto l'Agenzia della casa reale. L'imperatore Akihito e l'imperatrice Michiko, che diventeranno imperatori emeriti e imperatrice emerita rispettivamente in seguito all'abdicazione, non sono tenuti a partecipare all'evento.

Per il Giappone, l'ascesa di Naruhito significa l'inizio di una nuova era e un mese prima della successione, il governo ha annunciato che si sarebbe chiamata "Reiwa". La parola è composta da due caratteri kanji giapponesi - "rei" significa "ordine", "comando" o "buono" mentre "wa" significa "armonia".

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sua moglie Melania si recheranno in Giappone il prossimo mese come primi ospiti dello stato del Giappone dopo l'intronizzazione. Più avanti, il governo inviterà anche ospiti provenienti da almeno 195 Paesi per partecipare ad eventi che celebrano l'ascesa di Naruhito.

Akihito divenne imperatore l'8 gennaio 1989 all'età di 55 anni, in seguito alla morte del padre, l'imperatore Hirohito, nel cui nome il Giappone combatté e perse la Seconda guerra mondiale. Nell'agosto 2016, in un raro videomessaggio, il sovrano aveva annunciato la sua intenzione di dimettersi, citando come motivazione il fatto che la sua età avanzata e la sua salute fragile avrebbero potuto impedirgli di adempiere ai suoi doveri ufficiali come simbolo dello stato. Poiché l'imperatore non ha alcun potere politico, non può decidere direttamente l'abdicazione. Così, nel giugno 2017, il parlamento giapponese aveva promulgato una legge speciale permettendogli di abdicare.

Durante il regno di Akihito, il Giappone ha subito diverse calamità naturali e il peggior disastro nucleare del mondo dall'incidente di Chernobyl nel 1986. Nel 1995, un terremoto di magnitudo 7,3 scosse la principale città occidentale di Kobe, causando la morte di oltre 6.400 persone. Nel 2011, il nord-est del Giappone è stato colpito da un terremoto di magnitudo 9 che ha causato uno tsunami, in cui sono morte circa 18.500 persone, e una tripla fusione alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Nel corso di un evento governativo a febbraio per celebrare il trentesimo anniversario del suo regno, l'imperatore ha ricordato con emozione il sostegno delle persone intervenute per aiutare coloro che si trovavano nella zone colpite da disastri naturali. "In tutta la nazione, le persone hanno condiviso il dolore di quelle comunità come se fossero le loro e si sono schierate con i loro concittadini in vari modi: questi sono tra i ricordi più indimenticabili del mio regno", ha detto. Akihito ha anche espresso apprezzamento per il tanto necessario sostegno fornito dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni globali in seguito a tali disastri. "Innumerevoli Paesi, organizzazioni internazionali e regioni ci hanno dato la loro gentile e cortese assistenza - ha detto l'imperatore - , a queste persone offro la mia più profonda gratitudine".

 Il popolo giapponese avrà la possibilità di incontrare il nuovo imperatore Naruhito, sua moglie, l'imperatrice Masako (55 anni) e altri membri della famiglia reale il 4 maggio, quando si affacceranno sul balcone del palazzo imperiale. L'imperatore Akihito e l'imperatrice Michiko, che diventeranno imperatori emeriti e imperatrice emerita rispettivamente in seguito  all'abdicazione, non sono tenuti a partecipare all'evento. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sua moglie Melania si recheranno in Giappone il prossimo mese come primi ospiti dello stato del Giappone dopo l'intronizzazione. Più avanti, il governo inviterà  anche ospiti provenienti da almeno 195 paesi per partecipare ad eventi che celebrano l'ascesa di Naruhito.

L'inizio di una nuova era Protetta da un imponente apparato di sicurezza, che vede dispiegati migliaia di poliziotti, in particolare in seguito al dibattito connesso al rischio terrorismo dopo la strage dello Sri Lanka costata la vita anche a un cittadino nipponico, Tokyo ha assistito così alla prima abdicazione di un imperatore in 200 anni e all'accesso al trono di un nuovo Tenno, Naruhito, che porta con sé l'inizio dell'era Reiwa.

Per i giapponesi l'inizio di una nuova era rappresenta un'occasione per interrogarsi sullo stato dell'arte del paese, in una fase storica che è piena d'incertezze per la terza economia del mondo, la quale rischia di vedere il suo ruolo marginalizzato da una Cina sempre più arrembante in Asia orientale e dal tradizionale alleato statunitense sempre meno affidabile per quanto riguarda la gestione della sua sicurezza. L'istituto dell'abdicazione è stato attivato in Giappone per l'ultima volta 202 anni fa, nel 1817, quando a lasciare il Trono del Crisantemo fu Kokaku in favore del figlio Ninko che introdusse l'appellativo di Tenno per tutti gli imperatori giapponesi. Questa scelta, comune nel Giappone classico e feudale, era così desueta che non esisteva un percorso legislativo nella Legge sulla Casa imperiale. Dopo la richiesta di Akihito di poter lasciare il trono, con molte difficoltà il governo di Tokyo ha stabilito un percorso una tantum per l'abdicazione dell'imperatore ormai 85enne.




domenica 14 aprile 2019

Primo volo per Stratolaunch, l'aereo più grande del mondo




Si avvera il sogno di Paul Allen, miliardario e co-fondatore di Microsoft scomparso a ottobre 2018, che aveva annunciato nel 2011 l'intenzione di realizzare Stratolaunc.

Un aereo gigante dotato di sei motori e con l'apertura alare più grande mai realizzata, chiamato Stratolaunch, ha compiuto il suo primo volo sul deserto del Mojave, in California. Il capo esecutivo della Stratolaunch Systems Jean Floyd ha detto che l'aeroplano ha compiuto uno "spettacolare" atterraggio raggiungendo appieno l'obiettivo. È stato progettato dalla "Scaled Composites" per trasportare nello spazio e sganciare un razzo vettore, che a sua volta trasporta un satellite. Questo metodo semplificherebbe la messa in orbita di satelliti perché far decollare un aereo è molto più facile che lanciare un razzo.

La Stratolaunch, fondata dallo stesso Allen, punta a competere sul mercato dei velivoli pensati per il lancio di piccoli satelliti. "E' stato un momento emozionante - ha aggiunto Floyd - osservare di persona questo uccello maestoso spiccare il volo, vedere il sogno di Allen prendere vita davanti ai miei occhi". Il colossale Stratolaunch, un jet a doppia fusoliera con 117 metri di apertura alare, ha percorso 112 chilometri sul deserto a nord di Los Angeles in due ore e mezza, ad una velocità massima di 304 chilometri l'ora e a un'altezza massima di 5.181 metri.

Pensato per trasportare satelliti e, in un domani neanche troppo lontano, i turisti dello spazio, l’intenzione della società costruttrice è quella di rendere i velivoli un’alternativa efficiente ed economica al lancio dei razzi che trasportano i satelliti nello spazio. Stratolaunch è stato pensato come alternativa più economica ed efficiente al lancio dei razzi che trasportano satelliti nello spazio. I vettori, infatti, verrebbero sganciati direttamente a 35mila piedi, a un costo inferiore e con meno complicazioni rispetto a quelle che si incontrerebbero con un lancio tradizionale da una base sulla terra ferma.