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lunedì 12 marzo 2018

Cina il nuovo Mao, Xi Jinping presidente a vita



L'Assemblea nazionale del Popolo in Cina ha ritirato i limiti del mandato presidenziale, spianando la strada al presidente Xi Jinping per governare a tempo indefinito. Su 2.963 delegati all'Assemblea nazionale del popolo a Pechino, la sessione parlamentare annuale, 2.958 hanno votato sì al cambiamento della costituzione che poneva il limite di due mandati per il presidente e per il suo vice. Tre si sono astenuti e due hanno votato contro. La decisione afferma Xi Jinping come il leader cinese più potente degli ultimi decenni. Dopo l'era di Mao Zedong era stata introdotta la regola dei due mandati quinquennali, proprio per non ricadere nel rischio di un uomo solo al potere, a vita. Un salto nel passato.

L’emendamento alla Costituzione era stato proposto circa un mese fa dal Partito Comunista della Repubblica Popolare Cinese, al fine di consentire al suo segretario, nonché attuale presidente del Paese Xi, di poter prolungare la sua permanenza al vertice anche oltre i 10 anni, che scadrebbero, nel suo caso, nel 2023.

Xi Jinping, 64 anni, è presidente dal marzo del 2013, allora era stato eletto dal Congresso con un solo voto contrario e tre astensioni: 99,86 per cento di consensi. I numeri oggi non sono cambiati. Xi siede anche sulla poltrona di segretario generale del Partito comunista, di presidente della Commissione centrale militare e di un’altra dozzina di organismi di governo, alcuni costituiti sotto suo ordine.

«La campanella suona nella Grande Sala del Popolo, dalle 28 urne rosse è uscito il risultato della votazione sulla riforma costituzionale», ha annunciato eccitata la anchorwoman della televisione di Stato cinque minuti prima delle 16 ora locale, le 8,55 del 11 marzo del 2018 in Italia. Grande applauso in aula, sotto lo sguardo inespressivo della leadership schierata al completo. Che cosa significa questa riforma che permette a Xi Jinping di restare capo dello Stato oltre il 2023, quando finirà il suo secondo mandato di cinque anni? Ci sono state polemiche anche in Cina dopo l’annuncio della riforma «proposta» al Congresso, il 25 febbraio. Sul web sono circolate critiche, giochi di parole su «Xi Zedong» subito censurati e anche lettere aperte di intellettuali che mettevano in guardia contro il rischio di un nuovo maoismo. Sostiene Wang Chenguang, professore di Diritto della prestigiosa università Tsinghua: «Non si tratta di presidenza a vita, perché sono stati aboliti solo i limiti temporali per la carica presidenziale, non quelli del Congresso che dovrà rieleggerlo». Solo la storia futura della Cina potrà dire se oggi è stato «eletto» un nuovo presidente di lungo termine o un nuovo imperatore a vita.

La preoccupazione dei Paesi Occidentali si è manifestata quasi immediatamente, anche in un clima in cui la democrazia liberale sembra messa in crisi su più fronti. Secondo l’Osservatorio internazionale dei Diritti Umani, il 2017 è stato l’anno in cui la democrazia e le libertà individuali hanno subito un calo notevole di percezione. È il 12esimo anno di fila che questi indici di riferimento sono in calo.

Gli esempi, d’altronde, sono molteplici anche in paesi limitrofi all’Europa. In Turchia, secondo gli osservatori istituzionali, Erdogan sta seguendo lo stesso percorso, e prospettano un simile programma anche in Ungheria, oltre al portabandiera degli spauracchi antidemocratici, Vladimir Putin in Russia, che tuttavia attraverserà la quarta prova elettorale della sua carriera il prossimo 18 marzo, con la staffetta del 2008 con il suo delfino politico Dmitry Medvedev.

Erano tuttavia 40 anni che in Cina era stato introdotto il vincolo di due mandati, risalente al periodo successivo alla morte di Mao Tsetung, proprio per evitare di ripetere l’esperienza fallimentare della rivoluzione maoista, rimpiazzata da leader illuminati come Chou en Lai e Deng Xiaoping.



giovedì 19 ottobre 2017

Catalogna: cosa prevede l’art. 155 della Costituzione spagnola



Il governo spagnolo ha annunciato di voler sospendere l’autonomia della Catalogna ricorrendo all’articolo 155 della Costituzione spagnola, una mossa mai intrapresa da quando è in vigore il testo.

Dopo la vittoria del fronte indipendentista al referendum del primo ottobre, dichiarato illegale dalla Corte costituzionale spagnola, il 10 ottobre, il presidente catalano Carles Puigdemont, in un discorso di fronte al parlamento regionale, ha di fatto dato il via all’iter per l’indipendenza della regione autonoma dalla Spagna.

A quel punto il premier spagnolo Mariano Rajoy ha fornito due ultimatum al governo catalano, chiamato a chiarire se avesse proclamato o meno l’indipendenza. Allo scadere dell’ultimo termine, Puigdemont ha detto che il parlamento catalano avrebbe dichiarato l’indipendenza se Madrid avesse “continuato con la repressione”.

L’ufficio del primo ministro spagnolo ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario per avviare il procedimento di attivazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Il governo spagnolo potrebbe chiedere al parlamento di poter applicare l'articolo 155 che prevede il commissariamento della Catalogna, con il passaggio a Madrid delle competenze della Generalitat. Questo lo scenario più probabile prospettato dalla stampa spagnola come mossa del governo di Mariano Rajoy.

L’Articolo 155 della Costituzione, insieme al titolo VIII sull’organizzazione del territorio dello Stato, costituisce il modo con cui lo Stato Spagnolo difende ciò che è espresso nell’articolo 153 della Costituzione che parla del ruolo delle Comunità Autonome Spagnole. Questo articolo dice che se un governo regionale non rispetta i suoi obblighi o "agisce in modo da minacciare seriamente l'interesse dell'intera Spagna", allora Madrid "può intraprendere le necessarie misure per obbligarla in modo coatto ad adeguarsi o a proteggere tale generale interesse". In sostanza, l'articolo 155 stabilisce che lo Stato, in questo caso il governo di Madrid, può assumere "il controllo di istituzioni politiche e amministrative della regione ribelle". L’articolo è molto generico e non è mai stato applicato, dunque non esistono giurisprudenza e precedenti. Sulla portata delle “misure” che il governo può applicare c’è molto dibattito in corso. Subito dopo la risposta di Puigdemont, Mariano Rajoy si è incontrato con il leader del Partito socialista, Pedro Sánchez, per discutere su come applicare il 155.

Secondo i costituzionalisti le misure possibili vanno dalla "sospensione del governo regionale al sottomettere i Mossos d'Esquadra (la polizia catalana) agli ordini del ministero dell'Interno centrale", sino alla "chiusura del parlamento regionale e la convocazione di elezioni regionali anticipate.

Il premier Rajoy non può tuttavia invocare in modo unilaterale l'articolo 155. Prima dovrebbe informare lo stesso Puigdemont delle sue intenzioni, concedendogli una fase di riflessione per un'eventuale marcia indietro sull'indipendenza. Poi dovrebbe rivolgersi al Senato, la camera alta del parlamento spagnolo, dove il suo Partito Popolare ha la maggioranza assoluta. La proposta del premier deve inoltre essere appoggiata da una commissione che, valutate le precise misure a livello legale, può inviarla al Senato per il voto. Una procedura che, secondo fonti parlamentari, potrebbe richiedere una settimana di tempo o anche 10 giorni.

Il rischio maggiore è che le iniziative adottate da Madrid aumentino la rabbia dei catalani, già inferociti per l'arresto dei due leader indipendentisti Jordi Sánchez and Jordi Cuixart. A inasprire ancora di più il clima c'è l'irruzione della Guardia Civil nel commissariato di Lleida, sede dei Mossos d'Esquadra, che sta avvenendo in queste ore. La polizia spagnola vuole sequestrare le registrazioni delle comunicazioni avvenute nel giorno del referendum.

Dall'altra parte, Puigdemont è messo sotto pressione dalle frange più massimaliste del movimento di indipendenza. Fino a poche ore fa, una delle opzioni sul tavolo per Puigdemont era indire nuove elezioni in Catalogna, sciogliere il Parlamento e chiedere un nuovo mandato popolare. Il governo di Madrid aveva fatto sapere che nuove elezioni, rimettendo tutto in gioco, avrebbero potuto bloccare l’applicazione del 155, ma è difficile ora che questa possibilità sia ancora a disposizione.

La legge fondamentale spagnola disegna un modello di stato decentrato, in cui le regioni sono convertite in comunità autonome, con un proprio governo, un parlamento, tribunali regionali e uno statuto che ne garantisce le competenze.

L’articolo 2 della Costituzione riconosce infatti, oltre al principio di “indissolubile unità della Nazione spagnola”, anche il “diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono”. Grazie a questo, Madrid riconobbe prima l’autonomia delle nazionalità storiche come la Catalogna, i Paesi Baschi, la Galizia e l’Andalusia e poi, in diverse fasi successive, permise a tutte le altre regioni di costituirsi come comunità autonome.

La costituzione spagnola però non concede a questi enti locali la possibilità di dichiararsi indipendenti, anzi, all’articolo 155, concede il potere all’autorità centrale di riprendere il controllo della comunità nel caso quest’ultima “non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna”.

martedì 28 aprile 2015

Honduras: modificata la costituzione per permettere la rielezione del presidente




La Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia dell’Honduras ha confermato la sua sentenza a favore della rielezione presidenziale, un verdetto che cambiai lo scenario politico di questa nazione centroamericana. I cinque magistrati che compongono questa istanza hanno approvato questa possibilità e di conseguenza di modificare gli articoli della Carta Magna che impediscono di abbordare il tema.

Tuttavia, il magistrato Josè Elmer Lizardo aveva fatto retromarcia e si allontanò dalla sentenza del ricorso di incostituzionalità con la scusa che non era d’accordo col contenuto.

Nonostante ciò, la Corte ha mantenuto la sua posizione, qualcosa che secondo il leader del Partito Liberale, Mauricio Villeda, è una violazione delle disposizioni costituzionali.

È fattibile parlare della rielezione nel paese, quello che non si può è incitare né promuovere una norma che è proibita nella Costituzione, ha detto.

Da parte sua, vari deputati del Partito Anti-Corruzione hanno presentato una denuncia al Pubblico Ministero nella quale esigono investigazioni e risposte.

Speriamo che questa denuncia che è per un delitto di tradimento alla patria, sia investigata e punita, dichiarò il capo del gruppo di questa forza politica, Luis Redondo.

L’ex candidato presidenziale per il Partito Anti-Corruzione, Salvador Nasralla si è dimostrato assolutamente contrario alla decisione sostenendo che “la sentenza apre il cammino ad una dittatura infinita di Hernandez (attuale presidente del Partito Nazionale, il più conservatore) che gli permetterà mantenersi nel potere dal potere”.

Un’altra posizione è quella dell’ex presidente e coordinatore generale della Partito Libertà e Rifondazione, Manuel Zelaya, che ha difeso l’idea di promuovere un referendum affinché la società decida.

“La Corte”, ha aggiunto, “dovrebbe decidere che non ha facoltà per risolvere tutto ciò e chiedere un plebiscito”.

Ricordiamo che la famosa 4° urna, cioè un referendum sulla possibile rielezione del presidente, è stato il motivo scatenante del sanguinario golpe di stato contro lo stesso Manuel Zelaya, nel giugno del 2009.

La corte suprema di giustizia dell’Honduras ha modificato l’articolo della costituzione che impedisce la rielezione del presidente. La corte si è pronunciata il 23 aprile sul ricorso presentato da sedici parlamentari del Partito nazionale, la formazione di destra al potere. La decisione dei giudici arriva sei anni dopo il colpo di stato che nel giugno del 2009 portò alla deposizione del presidente Manuel Zelaya. All’epoca il Partito nazionale era all’opposizione e accusava Zelaya di voler modificare la costituzione per farsi rieleggere. Oggi il presidente è Juan Orlando Hernández, eletto nel novembre del 2013 con il Partito nazionale, che dopo la decisione della corte potrà aspirare alla rielezione.